Il poeta fanatico/Nota storica

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Nota storica

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Atto III
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NOTA STORICA

Nessun secolo vide, come il Settecento, tanto profluvio di versi e contò minor numero di poeti; non mai furono le Muse più garrule e meno canore. Federico II che incalzato da tre eserciti, in mezzo alle sventure domestiche e agli orrori d’una guerra infelice, seguita a scrivere sotto la tenda cattive epistole e odi, ci rappresenta questa singolare malattia del tempo. Il furore apollineo ha invaso nella nostra penisola l’uno e l’altro sesso: in ogni cittaduzza è sorta un’accademia di poesia; in ogni seminario, in ogni sala si recitano perpetuamente versi; ad ogni passo comparisce con un foglio in mano il furibondo lettore di Orazio; e gli improvvisatori salgono a incoronarsi sul Campidoglio. È il secolo delle raccolte e dell’Arcadia.

A Carlo Goldoni, vittima, qualche volta volontaria, della follia generale, qualche volta ingenuamente partecipe di quell’entusiasmo, non poteva sfuggire la materia adatta per una commedia. Fin dal principio del Seicento, alcuni pedanti (p. es. G. G. Riccio: il Maritaggio delle Muse, 1625; la Poesia maritata, aggiuntovi i Poeti rivali, 1633) avevano in buona fede creduto di rinnovellare la satira aristofanesca. Meglio Desmaretsin Francia, il più degno dei commediografi avanti Molière, nei Visionari (les Visionaires, 1637: tradotti un secolo dopo dal dott. Pellegrino Rossi modenese, Ven. 1737) portò in scena un poeta ridicolo. Ne’ primi del Settecento P. J. Martello, l’arguto bolognese, tentò una farsetta (Che bei pazzi! 1715) con le maschere del pazzo marinista, del pazzo petrarchista, del pazzo arcade. Ma questi esempi erano troppo lontani dal Goldoni. Ci avviciniamo con le Avventure del poeta (Ven., 1730) di Luisa Bergalli, fra gli arcadi Irminda Partenide, perchè la povertà di Orazio e di Camilla somiglia a quella di Tonino e Corallina: ma il conte Valerio non ha parentela con Ottavio, la satira punge i patrizi poco generosi, la commedia volge al pianto. Tra l’infelice Irminda e Polisseno Fegeio viene a prender posto Enante Vignaiuolo, ossia Girolamo Baruffaldi ferrarese, autore d’un Poeta (Bologna, 1734), del quale non sembra inutile riferire la tessitura: — Arione, smarrito il cervello dietro le rime, non s’accorge della casa che va in malora: della miseria, che la moglie Anapestica invano gli mostra, e della figlia Lauretta, che amoreggia col suo alunno Pindarino. Costui, per abboccarsi con la fanciulla, sua unica musa, ha cinto il lauro poetico e asseconda lo strampalato genio secentistico di Arione, come confessa ad Anapestica, favorevole alle sue nozze con Lauretta. Ma Arione da molti anni ha promesso con una scrittura la figlia a Ghirigoro, poeta fiorentino, e questo è il tempo che l’ignoto sposo deve giungere a Ferrara. Non giova a Pindarino travestirsi da Ghirigoro: scoperto, simula una fuga con Lauretta. Anapestica si dispera, Arione consolasi con la poesia; i due amanti ritornano, e ottengono il perdono e le nozze.

Benchè il Goldoni taccia il nome del buon arciprete di Cento, e affermi nelle Memorie (P. 2, c. XV)Memorie di Carlo Goldoni di aver tolto dal vero i personaggi e gli episodi, non so persuadermi che non ricavasse l’ispirazione dal rozzo parto del Baruffaldi. Cosa tutta diversa è la celebratissima commedia di Piron (la [p. 624 modifica]Métromanie, 1738): dove il padre (M. Francaleu) e l’innamorato (Dorante) di Lucilla possono a mala pena, e fuggevolmente, ricordare il padre e l’innamorato di Rosaura. Piuttosto di Damigi, l’eroe pironiano, vien voglia di citare l’Oronte di Molière, nel Misantropo. Anzi il quadro della commedia goldoniana richiama alla memoria altre famiglie di fanatici, rese immortali dall’autore francese, le preziose e le dottoresse: che i letterati italiani nel Settecento imitarono e sconciarono (G. C. Becelli, li Falsi letterati, Verona, 1740; J. A. Nelli, la Dottoressa preziosa, ed. 1756). E già il Goldoni stesso aveva creato il fanatico antiquario. Ma rassomiglianze vere e proprie, ne’ particolari, esistono solo con l’Arione del Baruffaldi. Il resto potè trarre Polisseno Fegeio, arcade della colonia Alfea, dalle avventure di cui la sua vita abbondava, fin dall’infanzia, o creò con l’inesausta fantasia (vedasi anche la Donna di garbo).

La commedia a Milano e a Bologna fu accolta freddamente, piacque molto a Torino e a Venezia («I Poeti ha piasso tanto - Che disevi: o bella! o bella!» Complim.o del 1751, cit.); e l’autore credette di trovarne la ragione nella scarsa stima che godeva la poesia nelle due ultime città. Ciò è vero in parte. A Venezia la stessa Arcadia fu accettata soltanto come reazione al Seicento, e non furoreggiò mai, e presto disparve: di qui il Baretti le assestò i colpi estremi, mentre già agonizzava. Di essa quasi nessuna traccia nella ricca e a volte lieta fioritura vernacola. L’accademia dei Granelleschi nel suo primo periodo, che fu intorno al ’48, aveva il nobile intento di restaurare il culto di Dante e di promuovere l’esercizio della più sana letteratura. La caricatura d’Ottavio, la satira dell’accademia dei Novelli, sono ancora un episodio della guerra senza pace condotta dal Goldoni contro il cattivo gusto (A. Neri, Aneddoti goldoniani, Ancona, 1883, p. 36). In quel seguace dello «stile eroico», che al rimbombo e alla rima sacrifica il buon senso, si colpiva il secentismo risorgente nel Chiari e negli altri «corrotti figli» del Frugoni. Invece il Dottor veneziano ama di tutto cuore Tonino e Menico, i suoi improvvisatori, com’era andato in visibilio a Siena udendo il Perfetti, come ammirò poi a Parigi il Talassi. Anche i maggiori applausi del pubblico erano rivolti al Collalto (Tonino).

Comicità e verità non mancano nel Poeta fanatico (o nei Poeti, come prima s’intitolava): quella famiglia di Ottavio, dove perfino Brighella fa versi, pare a noi posteri la famiglia dei conti Gozzi, che nelle Memorie del co. Carlo, e nelle inedite d’un figlio di Gasparo, ci desta un sentimento di pietà e di riso. Per questo, anche dopo morta l’Arcadia, se non le accademie, e lontanato il Settecento, la presente commedia tornò sulle scena a Venezia, a Milano, a Torino, a Bologna, a Modena, a Roma: per merito, nella prima metà dell’Ottocento, delle compagnie Dorati, Pellandi e Blanes, Fabbrichesi, Mascherpa (Gattinelli), Vestri. Nell’anno che seguì al secondo anniversario della nascita di Goldoni, la esumò Ferruccio Benini, infliggendole una riduzione. Certo conserva dell’affrettato e dell’antiquato, pecca di ingenuità e prolissità, è lungi dal capolavoro: ma fu troppo severo a giudicarla Napoli Signorelli (Storia dei teatri ecc.), rapito invece dalla fredda eleganza della Metromania. Non ebbe fortuna oltralpe, nè trovò felici imitatori fra noi (v. I teatri, cit., 1830, pp. 66-67). Sul prologo che il Gallina voleva preporvi, si vedano Le serate italiane, 1895, p. 63. Importante l’esame delle poesie, fatto dal Somborn (Das venezianische Volkslied, Heidelberg, 1901, pp. 53-57). [p. 625 modifica]

Di Gian Rinaldo Carli (di Capodistria, 1720-95), a cui è dedicata la commedia, autore delle Monete ecc. e delle Lettere Americane, collaboratore del Verri (L. Ferrari, Del «Caffè» periodico milanese ecc., Pisa, 1899), Presidente a Milano del Supremo Consiglio di Pubblica Economia e del R. Ducal Magistrato Camerale, non si può parlare brevemente. Vedasi l’Elogio storico del Bossi (Ven. 1797); le Biogr.ie, V, del Tipaldo, ecc. Vedovo di Paolina Rubbi, sposò nel 1752 Anna Maria Lanfranchi vedova Sanmartini, dama senese «di molto brio e talento» (Bossi), Troveremo nell’epistolario goldoniano alcune lettere al Carli (v. Urbani, Lettere di C. G., Ven. 1880; ed E. Longo, in Pagine Istriane, V, 2-3); e del Carli ricorderemo i Frammenti, nel 1755, onde restò deriso il Chiari.

G. O.


Questa commedia fu stampata la prima volta nell’ed. Bettinelli di Venezia (t. VII, 1753?) col titolo i Poeti, sotto il quale fu rappresentata; e comparve subito dopo a Bologna (con lo stesso titolo: Pisarri, 1754) e quindi a Firenze, nell’ed. Paperini (VIII, 1754), e a Pesaro (Gavelli, VIII, ’54). Seguirono poi le edd. di Torino (Fantino Olzati, X, ’57 e Guibert Orgeas, XI, ’73), Venezia (Savioli, III, ’70 e Zatta, cl. 2.a, X, ’91), Livorno (Masi), Lucca (Bonsignori) e altre nel Settecento. Non si trova nell’ed. Pasquali, incompiuta. — La presente ristampa fu condotta principalmente sul testo dell’ed. Paperini, ma reca in nota, a piè di pagina, le varianti. Valgono tutte le osservazioni già fatte per le precedenti commedie.

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