Il romanzo della fortuna/VI

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La botteguccia

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V VII

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VI.

La botteguccia.

Nel grande scacchiere della vita basta una pedina che si muove per cambiare il giuoco. Colla morte della signora Firmiani parve se ne andasse l’anima della Villa, e parve che nessuno si fosse ancora preparato a questa eventualità perchè lo sbigottimento fu pari al dolore. Tra il signor Firmiani debole e incerto, Mariuccia che piangeva ed Enzo pallido come un morto, toccava a Chiarina avere coraggio per tutti.

E lo ebbe, povera ragazza, fin dal primo momento assumendo colla sua tranquilla energia la direzione della casa pronta ad ogni istante a dare schiarimenti al signor Firmiani, [p. 78 modifica]ad accarezzare Mariuccia, a impartire ordini, a sorvegliare operazioni. Fu lei stessa che vestì la cara morta, che la depose nella bara colle mani congiunte e dopo averla accompagnata all’ultima dimora trovò ancora un sorriso per i superstiti.

Gli affari della Banca richiamavano il Firmiani in città. Egli partì co’ suoi figli lasciando Chiarina sola nella Villa. Per alcuni giorni la cuciniera rimase con lei, ma poi si allontanò in cerca di altro servizio, e allora Chiarina potè conoscere tutta la malinconia della solitudine in luogo popolato di memorie.

Era per lei uno strazio e una dolcezza insieme aggirarsi per quella casa vuota, aprire tutte le mattine e chiudere tutte le sere il portone che gemeva nell’ambiente silenzioso come un lungo sospiro represso.

Non saliva più a dormire nella sua cameretta accanto a quella della signora Firmiani perchè il vuoto dei corridoi era troppo grave e troppo dense le ombre nella sfilata delle camere deserte; si coricava invece in un lettuccio a terreno dal quale sentiva a buon mattino passare Giovanni col biroccio e [p. 79 modifica]qualche volta anche chiamarla per qualche raccomandazione relativa al negozio. Passava pure di lì il sagrestano che andava all’alba a tirare le campane; e se nel cuore della notte una carrozzella trabalzava rumorosamente sui sassi, ella riconosceva subito il legno del dottore. Tutti questi rumori noti e famigliari le tenevano compagnia e la riconducevano alla realtà dell’esistenza quando talvolta i sogni tentavano di trascinarla.

Ironie della sorte! Di due case che ella aveva abitate, dove tanta parte del suo cuore si era trasfuso in affetti tenaci, dove ella aveva scritte tutte le pagine della sua vita, una era perduta e l’altra ridotta alle fredde mura.

Come avrebbe regolato i suoi interessi il signor Firmiani non si sapeva ancora. Nel testamento della vecchia signora Chiarina era ricordata con parole affettuose, col lascito del suo spoglio personale, dei mobili della sua camera e di mille lire, «per farsi il corredo da sposa». A quest’ultima clausola Chiarina aveva scossa la testa, mentre una vampa di rossore — il solito rossore — la invadeva su su fino alla radice dei capelli: ma siccome il signor Firmiani fu puntuale a consegnarle le mille lire, Chiarina domandò a Giovanni che cosa avrebbe potuto farne. [p. 80 modifica]

Fratello e sorella andavano perfettamente d’accordo. C’era da una parte e dall’altra, oltre la tenerezza di due rampolli del medesimo ceppo che si trovano riuniti nella lotta per l’esistenza, una stima profonda che per Chiarina assumeva la compiacenza di una protezione materna, per Giovanni la deferenza rispettosa di un figlio.

— Se fossero miei — rispose Giovanni senza esitare — saprei subito che cosa farne.

— Dillo.

— Metterei qualche cosa nella nostra bottega.

— E perchè no? — rispose Chiarina.

— Non voglio arrischiare il tuo denaro — concluse Giovanni con serietà.

Per quel giorno non si spiegarono altro. Chiarina chiuse il suo tesoro nel cassettone aspettando di poter riflettere sulla proposta di Giovanni, quantunque in cuor suo già disposta a secondarlo. Ed eccola entrata calma e sicura nella nuova fase della sua vita, passare le giornate nella botteguccia, le notti alla Villa; e dividere le ore d’ozio fra quelle che essa chiamava le sue tombe: la fossa della signora Firmiani e la casetta de’ suoi genitori. [p. 81 modifica] L’abitudine di andare sotto i pioppi a ispirarsi, quasi a domandar consiglio, Chiarina la conservò ancora, tanto che la maestra, vedendo tutti i giorni quella buona e malinconica figurina, cominciò a interessarsi di lei. Saputo chi era e della gran passione che la conduceva a vagare intorno a quei luoghi, l’interesse divenne presto simpatia e spesso, invitandola a entrare, le regalava qualcuno di quei garofani morelloni che fiorivano sempre sulla loggia.

Così, tra occupazioni semplici che ella sapeva col suo calore rendere palpitanti e piene di sensazioni squisite, passò anche quella primavera.

— Chiarina, — le disse un giorno suo fratello — se tu fossi nella stessa disposizione riguardo a’ tuoi denari, io ti chiederei in prestito cinquecento lire.

— Ma perchè non le hai prese subito? te le avevo pure offerte!

— È vero; ma allora non avevo l’occasione che mi si presenta adesso. Il commercio, vedi, bisogna farlo con giudizio.

Chiarina sorrise all’udire nella bocca di Giovannino una massima che faceva [p. 82 modifica] presupporre chi sa quale esperienza,ed accarezzandogli i rudi capelli a spazzola soggiunse:

— Sono a tua disposizione; o piuttosto, non siamo noi insieme per la buona e per la cattiva sorte?

— Sì; ma il lascito della signora Firmiani è per farti la dote.

— Non ci pensare, — disse lesta Chiarina con un imbarazzo che suo fratello non avverti neppure, dissimulato come era nella continuità del sorriso — non ho nessuna intenzione di maritarmi. Io resterò sempre con te.

— Bene, questo si vedrà. Intanto, se ti domando cinquecento lire, è perchè sono sicuro di rendertele coll’interesse. Capirai, tu hai già guadagnato più di me...

— È stata la bontà della signora Firmiani.

— La bontà è una pianta che bisogna inaffiare anch’essa al pari delle altre. Ti dico che te la sei guadagnata e basta; io invece non ho ancora guadagnato tanto.

— Ma sei più giovane.

— Ma sono uomo.

La conseguenza di questo dialogo fu che al ritorno del suo primo viaggio Giovanni scaricò tanta di quella roba che per una [p. 83 modifica] settimana Chiarina ebbe il suo bel da fare a metterla a posto tutta nella esigua botteguccia.

La voce anonima che si incaricava in ogni circostanza di dirigere l’opinione del paese non mancò anche questa volta di pronunciare:

— Vedrete che quei due ragazzi si mangiano fuori in un momento l’eredità della signora Firmiani.

E non doveva andar molto che la condotta di fratello e sorella prestasse di nuovo il fianco alla critica, poichè la relazione tra Chiarina e la maestra si faceva sempre più amichevole e Giovanni col suo sottile intuito si associava volentieri a rapporti che li avrebbe conservati in una sfera un po’ al di sopra della comune volgarità; la solita voce ribatteva:

— Hanno della superbia e niente altro.

Ma quella di Giovanni era la superbia buona, la superbia che fa tendere all’altezza non solo per raggiungerla, ma per rendersene degni. Di ciò che pensavano in paese non si preoccupava affatto. Lavorava assiduamente, alacremente, con piacere. Quel correre avanti e indietro sul biroccio del carrettiere non era per lui un esercizio vuoto. Si può dire che ad ogni viaggio imparava qualche [p. 84 modifica] cosa. Egli era osservatore nel cerchio delle cose che lo interessavano e di ogni osservazione sapeva trar profitto.

Il suo ingegno positivo, quasi senza calcolo da parte sua, lo conduceva invariabilmente all’applicazione utile; e l’utile per lui non era solo il guadagno materiale, ma tutte le conquiste che un essere pensante può fare nel campo della vita.

Egli aveva la facoltà rara di educarsi da se; di tendere con slancio continuato al proprio miglioramento. C'era nel suo essere morale la forza occulta e potente di una leva che agisce con precisione matematica. Inoltre amava ciò che è bene di fare, ciò che per altri sarebbe stato noioso e pesante.

All’aria ed al sole della strada maestra, quando nella lunga abitudine il cavallo trovava da sè gli svolti, Giovanni non si addormentava nel fondo del biroccio; un libro per leggere, una matita per far conti si trovavano sempre in una delle sue tasche ed egli non mancava di approfittarne. L’impiego intelligente del tempo gli accumulava a poco a poco una ricchezza di cognizioni e di ammaestramenti che nella scatola ben costrutta del suo [p. 85 modifica] cranio andavano ad occupare una nicchia preziosa.

Sempre contento perchè non chiedeva mai nulla agli altri, il fatto di bastare a sè stesso era in lui una seconda natura. Colla sua fisionomia aperta, l’occhio vivo, il naso al vento, il sorriso furbo ma non maligno, piaceva generalmente a tutti.

— È un ragazzo svelto — dicevano i commercianti che egli aveva occasione di frequentare.

— È un ragazzo simpatico — dicevano le loro figlie.

La meno favorita sotto il rapporto della bellezza restava sempre Chiarina. Non che fosse brutta propriamente, anzi a rigor di termine non aveva niente di brutto; ma i suoi lineamenti, le sue forme, la stessa espressione del volto restavano in una luce così opaca che nessuno la avvertiva. Una mediocrità plastica senza rilievo si univa ad una gioventù senza freschezza, dove invano le chiome fluivano abbondanti, e piccine si disegnavano le mani, e il collo emergeva grazioso. Invano. Chiarina a vent’anni era come se ne avesse trenta o quaranta; e quando ella fu stabilita [p. 86 modifica] nella botteguccia del vecchio Matteo era come se vi fosse sempre stata, come se il paese l’avesse veduta da anni immemorabili seduta a quel posto, tra il metro e la bilancia.

Le quattro pareti della bottega erano adesso tutte coperte di merci svariatissime. In fondo, sull’alto della scansia, riposavano accuratamente ripiegate le tele di cotone, i fazzoletti colorati, gli stampatelli per grembiuli, gli aghi, i bottoni; e sotto le stelle giranti, le comete, le banderuole per i bimbi accanto ai quaderni, alle penne, alle matite, alla carta assorbente per le pagine di calligrafia, alla creta per scrivere sulla lavagna.

Alcuni sacchi di riso e di pasta, anche di ceci, anche di lenticchie, secondo la stagione, riempivano la parete di destra e questa era roba che i commercianti affidavano volentieri a Giovanni, persuasi della sua onestà. Dall’altra parete, più breve, accanto all’uscio che metteva nella camera di Giovanni. si ammonticchiavano nella accoglienza dell’angolo piatti e scodelle e altre cose ancora, tanto che ognuno poteva sperare di trovare in quella botteguccia il fatto suo.

Gli oggetti più appariscenti poi stavano schierati in bell’ordine sul banco, e cioè: da [p. 87 modifica] una parte un vaso di vetro col coperchio di metallo bianco pieno di caramelle, dall’altra un vaso di vetro identico pieno di amaretti: un ferma-carte di ghisa dipinto rappresentante un gatto e un vecchio bicchiere di vino del Reno scompagnato dove, bene spesso, stava al fresco il garofano morellone, dono della maestra.

La botteguccia aveva i suoi avventori fissi. Primi, al mattino, erano i bimbi della scuola, trascinanti sull’acciottolato i loro zoccoletti, che venivano a prendere il quaderno o la penna, non senza lasciare lunghe occhiate di desiderio intorno ai due vasi delle caramelle e degli amaretti. Il campo era diviso in due fazioni: quelli che corteggiavano le caramelle e quelli che facevano l’occhio dolce agli amaretti; nè mancavano i campioni di un gusto più eclettico i quali correvano da un vaso all’altro colle pupille aguzze e la linguetta sulle labbra.

Gran momento di lotta per Chiarina! Ella aveva incominciato a dare una caramella ai più piccini, a coloro che alzandosi sulla punta dei piedi toccavano appena il banco col nasino.

Come resistere alla tentazione di vedere schiudersi quelle boccuccie di melograno e di udir [p. 88 modifica] stridere quei dentini da topo sulla durezza levigata delle caramelle? Ma accadeva questo, che appena ella poneva la mano sul coperchio del vaso uno sciame di bimbi le si stringeva intorno allungando ognuno almeno una manina. E come si faceva ad accontentarli tutti?... Chiarina venne ad un accomodamento. D’accordo colla maestra, premiava con una caramella il bimbo che si era diportato meglio a scuola.

Questo interesse per i bambini disponeva bene le madri, le quali andavano nel pomeriggio a fare le loro compere attardandosi un poco nella botteguccia così linda, così bene ravviata, accolte da Chiarina con una dolcezza sempre eguale, con quel suo senno di donnina matura che le conciliava le matrone allontanando la gelosia delle fanciulle. [p. 89 modifica]

Nelle lunghe giornate estive la botteguccia riparata dal sole, che vi entrava solamente tardi, e per poco, disegnando un rettangolo davanti al banco, acquistava una calma riposante di patio dove si sentiva a tratti il murmure leggero di qualche voce di donna attardata a valutare la qualità della tela o il gusto di un fazzoletto fiorato; poi il colpo secco delle forbici di [p. 90 modifica]Chiarina o il rumore del metro trascinato sul banco.

Poi più nulla per un pezzo, altro che lo sferruzzare di Chiarina seduta dietro il banco a far calze.

Il rettangolo di sole che si restringeva a poco a poco fino a non essere altro che una sottilissima striscia segnava l’ora del ritorno dalla scuola. Irrompevano allora tumultuosi i fanciulli da veri puledri che hanno rotto il freno, qualcuno per rinnovare la provvista di carta, qualche altro semplicemente nella speranza di ricevere la caramella.

— Piano, piano — gridava Chiarina: — badate alle scodelle!

Tutti si rovesciavano dall’altra parte.

— Attenti alle lenticchie!

Era il momento più battagliero della giornata. Non più spinti dalla inesorabile esattezza dell’orario scolastico, sapendo che alla peggio andare il maggior castigo non sarebbe stato altro che uno scapaccione materno, quei folletti si rincorrevano, si accapigliavano, minacciando la solidità del sacco di riso sopra il quale i più piccoli tentavano sempre l’ascensione.

— Via, via, andatevene — ancora la voce di Chiarina che si sforzava di essere severa. — Andate a casa! [p. 91 modifica]

Fuori della bottega il chiasso continuava. Si ruzzavano in mezzo alla strada, facevano volare i quaderni e i berrettini, finchè qualche pantalone lacerato, qualche fronte ammaccata consigliavano un ritiro generale delle truppe da quel campo quotidiano di guerra.

E scendeva la sera infinitamente dolce, apportatrice a Chiarina di quel riposo completo che le permetteva di restare sola co’ suoi pensieri e di dire, stando seduta colle mani sotto il grembiule: «Faccio la signora per un’ora».

Il pasto frugale era pronto, il povero pasto preso in fretta sopra un tovagliuolo disteso; e intanto Chiarina, portando sulla soglia la sua seggioletta di paglia, aspettava il ritorno di Giovanni «facendo la signora per un’ora». [p. 92 modifica]