Il romanzo della fortuna/XII

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La visita

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XI XIII

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XII.

La visita.

Cadeva l’aprile quando una domenica Giovanni disse a sua sorella: «Se vuoi, oggi ti conduco dai signori Firmiani». Nè certo poteva darle notizia più grata, poichè Chiarina arrossì di piacere, quasi nello stesso momento che impallidiva per la commozione.

Era già stata a sentir messa in quella bella chiesa di Sant’Eustorgio dai colonnati maestosi che le incutevano un rispetto pieno di venerazione; chiesa nobile e severa, ben fatta per alimentare il sentimento religioso in un’anima profonda. Ella attraversava leggermente le ampie navate, non fermandosi che alla cappella recondita e misteriosa che sta dietro l’a [p. 164 modifica]ltare maggiore; le sembrava che quel cantuccio modesto fosse fatto apposta per lei; vi si sentiva a suo agio, più libera, più candida, più sola con Dio.

Quando era là sprofondata in uno dei banchi che prospettano la cappella apriva il cuore, e tutto ciò che esso conteneva di amore, di speranza, di santi entusiasmi, di dedizioni ardenti, saliva in un impeto di muta preghiera portando verso il cielo nomi cari di persone morte, nomi cari di cari esseri vivi; e quel mattino appunto aveva pregato con tanto fervore che l’annuncio di Giovanni le parve la concessione di una grazia.

Mentre si vestiva però con maggiore accuratezza del solito e stava appuntando con grande attenzione il velo nero, vide nello specchio la faccia di suo fratello che la stava rimirando in attitudine dubbiosa arricciando il naso.

— Non sto bene? — chiese umilmente, con un lieve tremito nella voce.

— Perchè me lo domandi?

— Così, mi pareva...

Al momento di uscire, come se avesse impiegato quei pochi minuti a scegliere la frase, Giovanni soggiunse: [p. 165 modifica]

— Non c’è più nessuno che porta il velo a Milano.

— Che cosa dovrei mettere?

— Hai ragione. Quando saremo ricchi porterai il cappello.

L’idea di presentarsi in casa Firmiani col cappello spaventò Chiarina; ma, riflettendo che il fatto non si sarebbe avverato molto presto, si dette pace. Lungo la strada intanto potè osservare che donne col velo in testa non se ne incontravano, tranne qualche rara vecchierella di quelle che rasentano i muri trascinando il passo tremolante; e le dispiacque per Giovanni che aveva una così bella presenza di giovi-notto moderno co’ suoi baffetti rialzati e un nastro di faglia intorno al proprio cappello.

Percorsero fianco a fianco il lungo e brutto corso di Porta Ticinese fino in piazza del Duomo, dove Chiarina era già stata una volta nelle prime settimane del suo arrivo in città, ma che le fece ancora una grande impressione in quella limpida giornata primaverile tutta oro ed azzurro intorno alle svelte guglie della Basilica.

— Qui sì che Milano è bello — disse Chiarina. [p. 166 modifica]

Infilarono la Galleria e giunsero in piazza della Scala. Man mano che procedevano lasciandosi dietro Porta Ticinese, Chiarina avvertiva un cambiamento nella folla. Passavano ora molte signore, molte car-rozze; sui marciapiedi larghi e ben tenuti era uno scansarsi gentilmente, un cedersi la destra, un ricambio di saluti e di sorrisi che mettevano nell’aria una nota festosa.

— Qui sì che mi piacerebbe a stare — disse ancora Chiarina.

— Anche a me — rispose Giovanni serio serio.

I due provinciali svoltarono in via Manzoni.

— Oh! ma laggiù c’è una campagna! — esclamò Chiarina.

— Non è una campagna, è un giardino.

— Dove si può andare?

— Certamente. È il giardino pubblico. Vuoi vederlo?

— Stanno lungi ancora i signori Firmiani?

— No, son qui presso.

— Andiamo dunque prima da loro.

Quando, dopo di aver piegato in via Monte Napoleone e percorsala un tratto, Chiarina lesse sopra un canto: Via Gesù, credette che le si aprisse la terra sotto ai piedi. [p. 167 modifica]

— Andiamo dunque, vieni avanti, che fai?

— Via Gesù — tornò a leggere Chiarina a voce alta, sillabando le parole.

— Sì, via Gesù. Siamo arrivati. È là in fondo.

Chiarina si guardava in giro trattenendo il fiato; sembrava che temesse di guastare le pietre o di appannare le case, tanto camminava adagino. Non c’era nessuno in quella via. E non vi erano negozi. In certi punti una sottile muffa verde tentava di vellutare gli interstizi fra sasso e sasso.

— Spunta l’erba! — esclamò meravigliata.

— Non sembra una via di Milano, nevvero? — osservò Giovanni sorridendo, ma era ben lungi dall’immaginare l’impressione sacra che ne riceveva sua sorella.

Si arrestarono davanti a una casa piccina che si presentava assai modestamente rinserrata in mezzo ai palazzi di quella via, ma che pure aveva una intima espressione di signorilità e che nella stessa modestia rivelava una, indipendente manifestazione di gusto personale. Casa simpatica, casa originale fin dalla soglia, dove l’arco della porta si rizzava a mediocre altezza fronteggiato da una ghirlandetta di frutti e di fiori leggiadramente scolpiti nel [p. 168 modifica]gusto del secolo decimottavo. Dal breve andito a sghimbescio, il cortiletto selciato di mattoni antichi con un arco di portico dove immetteva la scala, presentavasi subito con apparenza cordiale e nella sua eleganza vecchiotta si abbelliva di una invetriata pur essa di modeste dimensioni, dietro la quale un fresco viluppo d’alberi e di rami apriva la visione di un’oasi verde.

Chiarina congiunse le mani ammirata. Una dolcezza la penetrava insieme ad una impressione di benessere che nel suo cuore tenero ed affettivo si confondeva con una specie di gratitudine alla vita, quasi ella sentisse il bisogno di ringraziarla per quei soavi istanti che le largiva.

Giovanni sorrise ancora a vederla così estatica. Nel salire le scale disse:

— Quanto tempo è che non li vedi?

— Anni! anni! — mormorò Chiarina soffocata dalla commozione.

La scala era breve, rinchiusa, con un tepore anticipato di salotto, con una striscia di panno tenuta distesa sui gradini a mezzo di lucenti spranghette d’ottone.

— Ma come fanno a conservarla pulita? — disse ingenuamente Chiarina. [p. 169 modifica]

— Oh! — rispose Giovanni che la sapeva lunga — avranno certo, un’altra scala per i servizi.

Erano davanti all’uscio, dove una targhetta di porcellana recava stampato: Firmiani. Chiarina lesse e rilesse quel nome intanto che Giovanni suonava il campanello, e quasi subito apriva l’uscio una donnetta di mezza età con un grembiule bianco rizzato a pettorina fin sotto le spalle.

Attraversarono, senza vederla, una vasta anticamera fuori di moda, con pochi mobili scompagnati e senza pretesa che potevano rammentare l’arredamento della Villa; ma il salotto nel quale furono intro-dotti li meravigliò entrambi, quantunque sulle prime non potessero scorgerne i particolari, non fosse altro per un grande specchio in cornice dorata posto fra mezzo a due finestre che davano sul giardino e per alcuni imponenti ritratti di grandezza naturale appesi sulla tappezzeria di color rosso cupo. Anche Giovanni, che pure non veniva per la prima volta, non aveva mai visto quel salotto.

La spiegazione era che c’erano visite.

Una signora attempata stava seduta sul divano [p. 170 modifica]accanto a Mariuccia e un’altra più giovane discorreva col signor Firmiani padre. Questo contrattempo sconcertò un poco Chiarina, la quale fece atto di ritirarsi. Fu Mariuccia che si alzò scorgendola e le venne incontro colle mani tese.

Anche il signor Firmiani si levò in piedi per far posto ai nuovi arrivati.

— Sono i miei figliocci — disse egli cordialmente presentandoli alle due signore.

Mariuccia si lagnò con Chiarina per aver tardato tanto a farsi vedere. Soggiunse:

— Se avessi saputo dove trovarti sarei venuta io stessa. La colpa (si volse scherzosamente verso Giovanni) è un po’ di questo signore che non si è mai fatto vivo nemmeno lui.

Giovanni si inchinò con un garbo mezzo provinciale mezzo cittadino, ancora incerto sul posto dove collocare il suo cappello, ma collo sguardo franco di chi non soffre timidezza. Il signor Firmiani si fece subito ad interrogarlo sui suoi negozi e in tale argomento perdette ogni impaccio.

Chiarina invece, per quanto Mariuccia la incoraggiasse, restava dura dura sul principio della sedia. Ritrovava in Mariuccia la stessa bontà, la stessa cortesia della vecchia signora Firmiani, [p. 171 modifica]un po’ più fredda forse ed apatica per la sua somiglianza col carattere del padre; ma quella disinvoltura signorile e di buon gusto, quell’ambiente, quell’aria, quella vita, le ridestavano più che mai acuta la nostalgia dell’irrealizzabile. I capelli biondi di Mariuccia avevano un profumo delicato, se pure non veniva dal suo collo bianco e sodo... Fece un movimento e in quell’attimo le parve che un altro volto le fosse accanto, un’altra persona... Si irrigidì più ancora finchè Mariuccia, avendo compassione del suo imbarazzo, tornò a parlare colla signora attempata per lasciarle il tempo di rimettersi.

Chiarina però ascoltava e in tutto quello che dicevano le signore notava le mosse, gli accenti, il giro della frase, l’intonazione della voce, nello stesso modo che il polmone di un ammalato si apre all’aria pura e la respira con delizia.

E poi guardava: Mariuccia avea un abito azzurro cupo con un collettino bianco e una cravatta di batista; la signora attempata un abito nero con una sciarpa di guipure fermata da due grosse perle; la signora più giovane era tutta in una tinta pallidissima grigio argento con un pennacchietto bianco sul cappello [p. 172 modifica]che tremava ad ogni mossa.

Ridevano, accennando ad una commedia nuova con allusioni a persone e a cose che Chiarina ignorava. Finalmente si alzarono nel frusciare delle gonne di seta e fu in quel momento che il nome di Enzo venne pronunciato dalla signora anziana.

— Grazie, — rispose Mariuccia ad una domanda di quella — non è riuscito. E per un punto! Quando si è disgraziati...

Il dialogo continuò all’altra estremità del salotto, dove Mariuccia stava accompagnando le sue visitatrici. Quando tornò indietro il suo volto era ancora sorridente nel docile adattamento che l’abitudine della società impone, ma a Chiarina fu impossibile dissimulare lo sgomento che l’aveva assalita.

— Come sta il signor Enzo? — la domanda le uscì di bocca quasi senza avvedersene.

— Grazie, sta bene.

Evidentemente Mariuccia pensava che a Chiarina non occorresse di sapere altro, per cui, sedendole gentilmente accanto, si pose a farle una quantità di domande sul paese e sulla Villa.

— Non veniamo più, nevvero? Che vuoi! I medici hanno ordinato a papà una cura regolare di montagna; del resto, dopo la morte [p. 173 modifica]della nonna, la villa ci fa troppo tristezza. Anche non vogliamo abbandonare Enzo.

— Per la seconda volta quel nome le passava dinanzi come un barbaglio. Chiarina, disperatamente audace, non se lo volle lasciar sfuggire:

— Il signor Enzo sta sempre qui?

— Viene con noi in montagna se può.

— Fa l’avvocato?

— Sì, cioè... Provossi in uno studio di avvocato, ma una combinazione... Sono cose lunghe da spiegare. Mio fratello non ha proprio fortuna. Anche recentemente concorse a un posto nella Cassa di risparmio... un buonissimo posto... e per un punto lo mancò.

Chiarina ascoltava ansante; ma la signorina Firmiani non credette il caso di dare maggiori spiegazioni. Troncò, al contrario, questo argomento spiacevole che per il momento le sembrava inutile; volle invece sapere da Chiarina dove trovavasi precisamente il suo negozio e le promise di andarla a trovare.

Sul punto di accomiatarsi il nome di Enzo venne pronunciato per la terza volta. Era il signor Firmiani, il quale, congratulandosi con Giovanni, fece un paragone col proprio figliuolo ed al pari di Mariuccia concluse:

— Non è fortunato. [p. 174 modifica]

— Non è fortunato! — ripeteva Chiarina nel discendere le scale. — Che cosa gli manca? È giovane, è ricco, ha ingegno, ha studi fin che ne vuole, ha letto tanti libri... che cosa gli manca? E che cos’è infine la fortuna? Si può esser fabbri della propria fortuna?

Forse sì; ma occorrono qualità speciali, e quando mancano non è proprio allora che si è sfortunati? Oh! quello sguardo che si fissava sempre lontano dove guardava? dove?

Uscendo dalla parte opposta di via Gesù, a traverso via della Spiga, Giovanni condusse sua sorella nei giardini pubblici. Alla vista dei verdi boschetti, delle aiuole fiorite, dei piccoli laghi sulle cui rive passeggiano uccelli variopinti, Chiarina prese vivo diletto. Era come una continuazione delle belle cose osservate in casa Firmiani, che nell’animo delicato della giovine donna suscitavano un calore simpatico e una spinta alla elevazione. La bellezza produceva in lei l’effetto raro e magnifico di ispirarle sentimenti nobili e buoni, di tenerle quasi luogo di felicità.

Per questo la malinconia di Chiarina era sempre dolce, e dolcissima fu in quel giorno pieno di commozioni in cui aveva inutilmente sperato [p. 175 modifica]di vederlo, ma in cui si era imbevuta di tante cose sue, della sua casa, dell’aria in cui viveva e degli oggetti sui quali si posavano i suoi occhi. Portando il caro nome con sè nei viali verdi imbalsamati dal profumo dei tigli, cullandolo nel suo cuore e mescendolo alla vaghezza dei fiori e allo splendore del cielo, andava ripetendo:

— Perchè non è fortunato? [p. 176 modifica]