Il sociologo, la sociologia e il software libero: open source tra società e comunità/Capitolo 1/2

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1.2 definizioni di hacking a confronto: profilo versus ideal-tipo

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È veramente difficile arrivare ad una definizione univoca del termine hacker in quanto polisemico e mutevole in funzione del contesto. Per affrontare questo compito analizziamo quattro definizione:

1. Dizionario Zingarelli della lingua italiana (2007, 2133 pagine) : Chi attraverso la rete internet è in grado di superare i sistemi di protezione per accedere ai dati contenuti nella memoria di un altro computer.

2. Wikipedia italiano (http://it.wikipedia.org/wiki/Hacker del 31.07.2010): Un hacker (termine coniato negli Stati Uniti che si può rendere in italiano con maneggino o smanettone) è una persona che si impegna nell'affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte, non limitatamente ai suoi ambiti d'interesse (che di solito comprendono l'informatica o l'ingegneria elettronica), ma in tutti gli aspetti della sua vita. Esiste un luogo comune, usato soprattutto dai mass media (a partire dagli anni ottanta), per cui il termine hacker viene associato ai criminali informatici, la cui definizione corretta è, invece, "cracker".

3. Wikipedia inglese (http://en.wikipedia.org/wiki/Hacker del 31.07.2010): Hacker (informatica), un termine controverso per indicare diversi di persone:

a. Hacker (sicurezza informatica) o cracker, chi accede ad un sistema informatico aggirando il suo sistema di sicurezza;

b. Hacker (subcultara di sviluppatori), chi condivide un approccio anti-autoritario allo sviluppo software ora associato con il movimento “software libero”;

c. Hacker (hobbista), chi fa personalizzazione innovative o combinazioni di parti elettroniche o componenti di computer;

4. Manifesto hacker ( The Mentor: anonimo, 8 gennaio 1986):

Ne è stato arrestato un altro oggi, è su tutti i giornali. "Ragazzo arrestato per crimine informatico", "Hacker arrestato dopo essersi infiltrato in una banca"...

Dannati ragazzini. Sono tutti uguali. Ma avete mai, con la vostra psicologia da due soldi e il vostro tecno-cervello da anni 50, guardato dietro agli occhi del Hacker?

Non vi siete mai chiesti cosa abbia fatto nascere la sua passione? Quale forza lo abbia creato, cosa può averlo forgiato? Io sono un hacker, entrate nel mio mondo...

Il mio è un mondo che inizia con la scuola... Sono più sveglio di molti altri ragazzi, quello che ci insegnano mi annoia... Dannato sottosviluppato. Sono tutti uguali. Io sono alle Junior High, o alla High School. Ho ascoltato gli insegnanti spiegare per quindici volte come ridurre una frazione. L'ho capito. "No, Ms. Smith, io non mostro il mio lavoro. è tutto nella mia testa..."

Dannato bambino. Probabilmente lo ha copiato. Sono tutti uguali. Ho fatto una scoperta oggi. Ho trovato un computer. Aspetta un momento, questo è incredibile! Fa esattamente quello che voglio.

Se commetto un errore, è perché io ho sbagliato, non perché io non gli piaccio... O perché si senta minacciato da me... O perché pensi che io sia un coglione... O perché non gli piace insegnare e vorrebbe essere da un'altra parte... Dannato bambino. Tutto quello che fa è giocare. Sono tutti uguali.

Poi è successa una cosa...una porta si è aperta su un mondo...correndo attraverso le linee telefoniche come l'eroina nelle vene del tossicomane, un impulso elettronico è stato spedito, un rifugio dagli incompetenti di ogni giorno è stato trovato, una tastiera è stata scoperta. "Questo è...questo è il luogo a cui appartengo..." Io conosco tutti qui...non ci siamo mai incontrati, non abbiamo mai parlato faccia a faccia, non ho mai ascoltato le loro voci...però conosco tutti.

Dannato bambino. Si è allacciato nuovamente alla linea telefonica. Sono tutti uguali. Ci potete scommettere il culo che siamo tutti uguali...noi siamo stati nutriti con cibo da bambini alla scuola mentre bramavamo una bistecca... i pezzi di cibo che ci avete dato erano già stati masticati e senza sapore. Noi siamo stati dominati da sadici o ignorati dagli indifferenti. I pochi che avevano qualcosa da insegnarci trovavano in noi volenterosi allievi, ma queste persone sono come gocce d'acqua nel deserto.

Ora è questo il nostro mondo...il mondo dell'elettrone e dello switch, la bellezza del baud. Noi facciamo uso di un servizio già esistente che non costerebbe nulla se non fosse controllato da approfittatori ingordi, e voi ci chiamate criminali. Noi esploriamo...e ci chiamate criminali. Noi cerchiamo conoscenza...e ci chiamate criminali. Noi esistiamo senza colore di pelle, nazionalità, credi religiosi e ci chiamate criminali. Voi costruite bombe atomiche, finanziate guerre, uccidete, ingannate e mentite e cercate di farci credere che lo fate per il nostro bene, e poi siamo noi i criminali.

Si, io sono un criminale. Il mio crimine è la mia curiosità. Il mio crimine è quello che i giurati pensano e sanno non quello che guardano. Il mio crimine è quello di scovare qualche vostro segreto, qualcosa che non vi farà mai dimenticare il mio nome.

Io sono un hacker e questo è il mio manifesto. Potete anche fermare me, ma non potete fermarci tutti...dopo tutto, siamo tutti uguali.

È possibile ricavare un filo conduttore comune in tutte queste definizioni. I termini usati evocano problematicità, rivoluzione, crimine, trasgressione, anticonvenzionalità, devianza. In particolare la definizione del dizionario Zingarelli evoca un atteggiamento malevolo ma si può facilmente dimostrare che non necessariamente superare i sistemi di sicurezza è un atteggiamento criminoso. È possibile anche professionalmente, quindi legittimamente immedesimarsi in un “criminale” per penetrare un sistema protetto per poi relazionare al committente, proprietario del sistema, sui possibili punti deboli in cambio di un compenso onesto. Allo stesso modo è possibile penetrare un sistema protetto per riappropriarsene a seguito di una condizione di lock-in dovuta all'acquisizione di un software chiuso di cui nemmeno il possessore della licenza d'uso è in possesso delle chiavi. A questo punto sono necessarie delle spiegazioni. Il lock-in è una situazione in cui ci si trova nell'impossibilità di utilizzare o riparare un sistema di cui si ha solo la licenza d'uso. La licenza d'uso è quindi una sorta di concessione ad usare un software che di fatto appartiene alla software house che ne concede l'uso.

Questo accade comunemente quando si acquista un personal computer. Il sistema operativo contrattualmente non appartiene al possessore del computer ma alla software house che la ha prodotto. In termini contrattuali ciò significa che in caso di lock-in non si è in grado di rivendicare alcuna possibilità di penetrare il sistema. La maggior parte dei personal computer sono dotati di un sistema operativo che non è “personal” mentre i dati contenuti negli archivi certamente lo sono. In questo caso è perlomeno controverso il fatto che “hackerare” il proprio computer, dotato di sistema operativo “proprietario” ma non “proprio”, possa costituire un crimine.

È una condizione ricorrente per motivi di lavoro dover trasferire dei dati da un sistema proprietario ad un altro sistema proprietario, di cui non si hanno gli accessi formali, attraverso tecniche di hacking, l'alternativa sarebbe quella di chiedere una consulenza a chi detiene formalmente le chiavi del sistema montato in un server del proprio datore di lavoro. Questa situazione è quantomeno controversa perché l'aspetto legale e contrattuale non risolvono in alcun modo la contraddizione di avere dei dati propri gestiti da un sistema non proprio. Riportando la stessa situazione, ad esempio nel mercato dell'auto, sarebbe come acquistare un'auto di cui non si possiedono le chiavi del cofano del vano motore. Questi punti di vista possono essere più o meno confutati, ma lo scopo è far vedere quali sono i meccanismi dialettici attraverso i quali gli hackers si percepiscono positivamente e come portatori di valori etici.

In questa situazione si può ricondurre la definizione del dizionario Zingarelli ad atteggiamento anticonvenzionale, in quanto la contraddizione dei contratti delle licenze d'uso costringe professionalmente a tanto. Allo stesso modo negli anni '80 Richard Stallman, che poi fonderà il movimento del software libero, contestava il fatto di non poter accedere ai driver compilati (chiusi) di una stampante Xerox per aggiungere la funzionalità di avviso dell'inceppamento della carta.

Questo rivela quindi un atteggiamento non necessariamente antigiuridico, se non in casi estremi, ma piuttosto non convenzionale, dal quale emerge una dinamica di tensione tra software libero e software proprietario, tra movimento del software e case produttrici di software proprietario. “Non antigiuridico” non significa “non deviante”, in particolare se prendiamo in considerazione la sua peculiarità trasgressiva rivolta essenzialmente verso le regole informali o implicite e non quelle codificate. Di fatto l'etica hacker è molto rispettosa della legge, ed anche se è difficile trovare una codifica comunemente accettata di etica hacker, lo si può evincere dalla rete. Ad esempio una discussione su www.vicenza.linux.it, come molte che si possono trovare nella rete nei forum dedicati al software libero, assumono questi toni:

Il punto nevralgico è stato samba. Il problema di samba è che se lo vuoi mostrare e dirci che fa da file-server a windows, devi avere un windows per forza di cose. Perché abbiamo provato con due macchine Gnu/Linux a fare da server e client, ma la gente giustamente chiedeva di vederlo da windows. In lugvi-cd ci sono probabilmente le discussioni in materia. Alla fine il senso del discorso è questo: il lug promuove tutto e solo il software libero per la promozione di alcuni software (in verità solo samba, ma si è voluta fare una cosa generica) è necessario un client proprietario. Si autorizza ad usare tale client per il solo scopo di pubblicizzare il software libero. chi fa le dimostrazioni deve avere tutte le licenze necessarie (e nello specifico non venire con una copia pirata di win)

Quindi per hacking intendiamo specificatamente un atteggiamento di riappropriazione della tecnologia attraverso tecniche non previste dai produttori e distributori di tecnologia che riflette in generale una ben precisa visione del mondo volta al controllo dei processi informatici per giungere nella sua maturità a sostituire la stessa tecnologia proprietaria con tecnologia non proprietaria, aperta e intelligibile. È necessario rilevare come Stefano Zacchiroli, nell'intervista del 17 agosto 2010 prediliga il termina “geek”1 che si contrappone al termine “nerd”2 così come il termine hacker si contrappone al termine cracker:

[…] ho l'impressioni che ci siano visioni di come funzionano nel mondo dei geek diverse. Diciamo una visione preliminare. Molto hacker, molto “one man show”, “che belle queste comunità che non si incontrano mai di persona”. Mentre adesso stiamo realizzando che molte cose non erano come le immaginavamo all'inizio ( Stefano Zacchiroli, intervista del 17 agosto 2010 a Bologna).

Geek si riferisce ad un affezionato della tecnologia ed assume una dimensione più positiva, disinteressata al conflitto, all'autoritarismo, ponendo invece l'accento su un kantiano “pubblico ragionare” scientifico che ha incidentalmente conseguenze politiche per la diversa concezione economica che sottende:

[…]un modo fantastico di vedere i propri cambiamenti accettati da altri è quello che si chiama “show me the code”, cioè si fa vedere che un cambiamento di cui si sta discutendo da secoli è possibile […] per me semplicemente è un'idea sbagliata di come si fa economia col software e che è arrivata prima di tutti noi purtroppo, è riuscita ad imporsi sul mercato come cosa giusta, cosa che io ritengo non sia giusta per niente e per questo l'obiettivo principale è liberarsi di questi blocchi. (Stefano Zacchiroli, intervista del 17 agosto 2010 a Bologna).

Nonostante la chiara e corretta precisazione di Stefano Zacchiroli si ritiene di dover continuare ad utilizzare il termina hacker nel prosieguo in quanto questo termine evoca una precisa esperienza storica che ha inizio al MIT negli anni '50. Diversamente dal concetto di geek, il termine hacker consente una maggiore generalizzazione e ricomprende pertanto più variabili utili alla definizione di un ideal-tipo attorno al quale articolare una proposta di ricerca.

È necessario a questo punto fare delle precisazioni importanti. Il termine hacker non ha nulla a che fare, alle sue origini, con il concetto di pirata informatico attribuitogli dalla stampa e spesso anche dalla psicologia criminale. Io ritengo ancor oggi questa “devianza” del significato del termine hacker scomoda ancorché ingiusta. Ci obbliga a distinguere attraverso epiteti come “hacker innocuo” o “hacker malevolo” con tutta una serie di complicazioni non banali in quanto la stessa definizione di “hacker malevolo” verrebbe riferita, da parte di un “aficionados” del software libero, a un programmatore che sviluppa programmi proprietari, cioè rilasciati sotto licenza d'uso, nel mercato tradizionale dei brevetti, esattamente l'opposto del significato che gli attribuisce la psicologia, la quale, a sua volta, sottintende per hacker, senza aggettivo, quello malevolo tanto da farne dei profili criminologici.

Non volendo “deviare” dal termine storico originale, nel proseguo di questa tesi, si continuerà a sottintendere per hacker senza aggettivo un “ideal-tipo sociologico” e non un “profilo patologico” eventualmente indicato con il termine “cracker”. È molto complesso in ogni caso riuscire a definire con esattezza il campo di indagine di un fenomeno così vasto e articolato, e non ci riescono, a mio avviso, Raoul Chiesa e Silvio Ciappi nella pubblicazione della loro ricerca: “Profilo hacker - 2007”. Già nella prefazione si legge:

«A dimostrazione che la realtà supera ancora la fantasia, e che leggere il racconto di un'intrapresa scientifica può essere coinvolgente e appassionante quanto leggere (o vedere) una fiction»

poi la definizione del campo di indagine si sviluppa in una direzione tale per cui si giustifica il significato del termine hacker come problematico poiché, ad esempio:

«programmatori più giovani iniziano a sperimentare le proprie capacità con finalità malevoli ... e il termine assume così una connotazione negativa»

adeguando la grammatica al senso comune e giornalistico si rischia di accondiscendere il fatto che pochi programmatori più giovani e malevoli si approprino di una storia più ampia che non è loro. Implicitamente si rischia di affermare, anche senza volerlo, che esistano generazioni più malevole di altre, nella fattispecie, quelle più giovani.

Gli aspetti metodologici che non posso condividere di tale saggio sono:

1. selezione dei soli aspetti malevoli;

2. descrivere, senza argomentare, un trend negativo dell'hacking collegato allo sviluppo e potenziamento della tecnologia;

3. ridurre l'etica hacker a filosofie anarchiche, o all'auto-descrizione di Robin Hood informatici.

Per contro, Himanen (2001), seleziona solo gli aspetti positivi:

Passione, Libertà, Coscienza sociale, Verità, Antifascismo, Anti-Corruzione, Lotta contro l'alienazione dell'uomo, Eguaglianza sociale, Accesso libero all'informazione (cultura libera), Valore sociale (riconoscenza tra simili), Accessibilità alla rete, Attivismo, Responsabilità, Creatività. Inoltre contrappone l'etica Hacker all'etica del capitalismo protestante studiata da Weber assimilandola a quella odierna dell'iper-modernità, della contrazione del tempo, e della “gabbia di ferro” di cui lo stesso Weber avvertiva del pericolo:

[...] In questo senso, l'etica hacker si presenta come una nuova etica del lavoro che sfida la mentalità che ci ha resi schiavi per così tanto tempo, quell'etica del lavoro protestante analizzata nel classico di MAx Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo. (Himanen, 2001, pg. 5)

Weber, come noto, descrive una situazione ascetica favorevole allo sviluppo del capitalismo nel suo nascere e non la sua essenza spirituale tout court, cosa che Himanen sembra non cogliere. Infatti Weber riporta le parole del teologo puritano Richard Bexter:

[...] la cura per i beni esteriori deve avvolgere le spalle dei santi soltanto come un sottile mantello che si possa gettar via in ogni momento. (l'etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1997, BUR, pag. 18)

e quindi commenta (si badi dopo Bexter ):

[...] I beni esteriori di questo mondo acquistarono un potere crescente e, alla fine, ineluttabile come mai prima nella storia. (Weber, 1997, p. 18)

Altro aspetto che sembra controverso è quello monetario in cui Himanen scrive:

[...] Nel descrivere questa dimensione del vecchio spirito capitalistico, l'etica del denaro protestante, Weber disse: "Il 'summum bonum' di questa 'etica' ", il suo bene supremo, è "guadagnare denaro, sempre più denaro". Nell'etica protestante, sia il lavoro sia il denaro sono visti come fini a sé stanti. (Himanen 2003, p.101)

Questa frase è decontestualizzata in realtà Weber la inserisce in un discorso di largo respiro, dopo aver descritto l'ethos di Benjamin Franklin al fine di definire l'ideal-tipo ascetico protestante e il processo di perdita della virtù etica protestante. Il “dramma” non è l'etica protestante, ma proprio il suo opposto, cioè il suo venir meno. Vale la pena, per la rilevanza centrale della questione, riportare l'intero periodo:

[...] Non solo il carattere proprio di Benjamin Franklin, quale viene appunto in luce in quella che è la comunque rara onestà della sua autobiografia, e la circostanza che egli attribuisca lo stesso fatto di avere scoperto l'«utiltà» della virtù a una rivelazione di Dio, che voleva così indurlo alla virtù, mostrano come qui si tratti di qualcosa di diverso da un abbellimento di massime puramente egocentriche. Ma, soprattutto, il «summum bonum» di questa «etica» - guadagnare denaro, sempre più denaro, alla condizione di evitare rigorosamente ogni piacere spontaneo – è così spoglio di ogni considerazione eudemonistica o addirittura edonistica, è pensato come fine a se stesso con tanta purezza, da apparire come alcunché di totalmente trascendente, in ogni caso, è senz'altro irrazionale, di fronte alla felicità o all’utilità del singolo individuo. L’attività lucrativa non è più in funzione dell'uomo quale semplice mezzo per soddisfare i bisogni materiali della sua vita, ma, al contrario, è lo scopo della vita dell'uomo, ed egli è in sua funzione. (Weber, 1997, p. 75-76)

insiste poi a più riprese sul senso del lucro, proprio per la preoccupazione che questa dimensione ascetica non venga compresa come già è accaduto, prima dell'«etica hacker» di Himanen, con

[...] L'avidità del lucro, la ricerca del guadagno, del denaro, di un guadagno quanto più alto possibile, in sé e per sé non ha nulla a che fare con il capitalismo...il capitalismo può addirittura identificarsi con l'inibizione di questo impulso irrazionale. (Weber, 1997, p. 37)

Nella postfazione della stessa edizione (storia di una controversia) Ephraim Fischoff scrive:

[...] La seguente analisi della controversia relativa all'acuto saggio di Weber cerca di mostrare come questo lavoro sia stato ampiamente frainteso, sia da amici che da avversari, come sia stata falsata la ricerca di Weber, cauta e incompleta per sua stessa ammissione, e come non siano stati osservati i suoi avvertimenti critici necessari per capire la sua tesi. (Weber, 1997, p. 352)

In realtà Weber è puntuale nel sottolineare il distacco dell'imprenditore dalle cose terrene, mentre le ricchezze rappresentano il riscontro della grazia divina, la “certitudo salutis”. Il lavoro “fine a se stesso” è inteso dal punto di vista dell'utilità del singolo, non dal punto di vista spirituale. Il capitalismo necessità di lavoro fine a se stesso, lo spirito protestante necessita di un riscontro terreno dello stato di grazia in cui il guadagno coincide col bene della collettività. Questi due aspetti sono incidentalmente compatibili con l'agire ascetico intra-mondano. Per la tesi di Weber è fondamentale il distacco dalle ricchezze in quanto è ciò che permette il reinvestimento aggirando la tentazione di godere dei beni di questo mondo e quindi la nascita del capitalismo e nel contempo l'atteggiamento ascetico. Sarebbe una contraddizione insostenibile, che farebbe crollare seduta stante tutto l'impianto teorico Weberiano sull'ascesi intra-mondana, il fatto che Weber “vedesse” nell'etica protestante “il lavoro e il denaro come fini a se stessi” che sono invece propri del capitalismo che per dispiegarsi necessita di inibire l'avidità. Quindi questo approccio sembra non rendere giustizia all'etica hacker e nemmeno a Weber. In realtà, quello che ne emerge è proprio l'opposto, cioè una sostanziale coerenza tra etica hacker ed etica protestante che si sostanzia nel comportamento razionale e nell'impegno nel mondo, con la costruzione della “Gerusalemme in terra” attraverso la professione:

[...] l'idea di un dovere che l'individuo deve sentire e sente nei confronti del contenuto della sua attività professionale. (Weber, 1997, p. 77)

Nell'approccio di Weber sta l'idea che possa essere plausibile l'agire nel mondo in combinazione con la dimensione ascetica che determina suo malgrado un processo di razionalizzazione e secolarizzazione generalizzato. I soldi rappresentano per l'etica protestante semplicemente lo strumento per misurare la dimensione della propria grazia. Il rapporto tra l'ideal-tipo etico protestante e l'ideal-tipo spirituale capitalista, che Himanen non distingue, è causativo attenuato e non intenzionale. Attenuato nel senso che Weber non esclude altre concause alla nascita del capitalismo moderno prima, e la sua degenerazione, se vogliamo, poi. Oltre a questa minore distinzione tra etica e spirito, nell'analisi è peculiare anche la distinzione di intensità, in senso quantitativo, e di peculiarità in senso qualitativo di questa nelle diverse sette protestanti e nel tempo inteso come processo di genesi del capitalismo. Nell'analisi di Weber le sfumature assumono una importanza centrale perché sono quelle che permetto il passaggio fondamentale da una ascesi extra-mondana ad una intra-mondana, così il pietismo tedesco si colloca al confine tra queste due visioni del mondo, ma nonostante anche nel pietismo sono operanti quelle forme di dedizione al lavoro coerente con l'intero sistema etico protestante che prevede l'amore del prossimo attraverso le opere. Dal punto di vista processuale il passaggio significativo si attua con il calvinismo. Nel luteranesimo la dedizione al lavoro è precettiva, un sacrificio legato al destino dell'uomo e l'agire che determina è sostenuto tradizionalmente. Nel calvinismo si assiste ad un'evoluzione, la dedizione al lavoro assume una connotazione sociale, diviene un agire razionale orientata al valore. Vi è il passaggio da una concezione di individuo come “contenitore” della grazia a “strumento” di grazia:

[...] esso si esprime in primo luogo con l'adempimento dei compiti professionali dati dalla «lex naturae», e assume così un peculiare carattere oggettivo e impersonale: quello di un servizio reso alla configurazione razionale del cosmo sociale che ci circonda. (Weber, 1997, p. 170)

I soldi hanno una funzione strumentale alla misurazione della grazia, funzione che nella fattispecie del software libero può essere assunta da altri valori simbolici: suo grado di diffusione, grado di approvazione da parte della community, ma non da ultimo, il numero di commesse, consulenze ed il giro di affari che si creano attorno ad un progetto open source, senza per questo entrare in contraddizione con la sua filosofia, così come l'etica protestante descritta da Weber non entra in contraddizione con la sua teologia. Questa chiave di lettura può, addirittura, essere ulteriormente rafforzato dagli aspetti contrattuali che il contesto open source rielabora o produce in chiave decisamente moderna e razionale (Maine, 1998).

Il problema sostanziale sta nel fatto che Himanen non distingue una dimensione etica e ascetica intra-mondana precedente, che è quella che descrive Weber, e che ha contribuito, suo malgrado, ad innescare la modernità successiva pur restando estranea alla stessa, culla di un capitalismo destinato divenire poi diverso, autonomo da qualsiasi etica.

L'errore di Himanen, secondo questa interpretazione, è quello di contrapporre un'«etica» che nasce dal contesto della riforma luterana e che enuclea istanze di libertà e di riscatto, non soltanto ad esempio contro la vendita delle indulgenze la cui storicità può difficilmente essere messa in dubbio - così come non possiamo mettere in dubbio oggi la vendita delle licenze d'uso software - ma in generale contro un potere costituito, esso si fine a se stesso3 e basato sulle rendite, verso il quale la crescente borghesia puritana del XVII secolo contrappone l'idea di lucro attraverso la professione. Nel suo complesso articolato l'etica protestante non giustifica la ricchezza in sé ma il lavoro, le ricchezze che non provengono da un agire etico sono condannate. La definizione “fine a stesso” evoca una “mancanza di senso” assolutamente incompatibile con il modo di procedere dell'analisi Weberiana impegnata prioritariamente a comprendere il senso che l'attore attribuisce al suo agire, a meno che non si tratti di un agire affettivo o tradizionale ancora presente, in qualche misura, nel primo luteranesimo e che verrà superato col calvinismo. All'opposto Weber oppone l'etica protestante proprio all'agire tradizionale e irrazionale. Weber non può allo stesso tempo sostenere un senso ed una mancanza di senso dell'agire etico protestante.

Quindi l'idea di lucro attraverso la professione contrapposta alle rendite passive, ad esempio della mano morta, o della servitù della gleba, assume tutt'altro significato che non il lucro fine se stesso contrapposto ad una nascente etica hacker. I riferimenti ai contesti storici non possono essere ignorati.

L'occasione che viene perduta con questo approccio è quello di non vedere universali di disagio, di rivendicazioni di libertà di agire che nuovamente affiorano, proprio dalle criticità e dalle contraddizioni della modernità. Rispetto all'epoca della riforma a cui si riferisce Weber, nel contesto iper-moderno attuale dell'etica hacker, la razionalità assume significato opposto. Non più una razionalità burocratica e individuale che si oppone alla magia e alla superstizione, ma una razionalità incrementale, riflessiva e collettiva che si oppone alla razionalità irrazionale della modernità (Luhmann, 2003). In entrambi i casi si tratta di un agire etico-razionale, cioè un agire razionale sostenuto eticamente, in grado di produrre rotture con il passato.

Si rischia di non vedere la tensione, la rivendicazioni di spazi professionali inediti contro il monopolio, non più dei latifondi e delle indulgenze, ma del software proprietario. Questo approccio ci impedisce di cogliere la coerenza di schema di senso tra le rivendicazioni della borghesia puritana nascente e Eric Steven Raymond:

[...] Gli hacker sono anti-autoritari per natura. Chiunque possa darti degli ordini, può fermati dal risolvere problemi dai quali sei affascinato - e, visto il modo con cui le menti autoritarie funzionano, tali ordini generalmente saranno motivati da ragioni orribilmente stupide. Così, l'atteggiamento autoritario deve essere combattuto ovunque si trovi, affinché non soffochi te e gli altri hacker.

A questo punto si rende necessaria una precisazione metodologia: il contributo di Eric Steven Raymond a questo studio verte su analisi di secondo livello e non di primo livello. Quindi l'affermazione sopra riportata di Eric Steven Raymond non viene considerato un assunto su cui articolare un discorso di ricerca. Questa affermazione, come il manifesto hacker, mostra i registri e le parole d'ordine che sortiscono degli effetti rilevanti ed osservabili, e che quindi, come tali, divengono significativi dal punto di vista scientifico, così come potevano essere le prediche del Reverendo Bexter ai fini della ricerca di Weber sull'etica protestante. Questo chiaramente lungi dall'affermare che Eric Steven Raymond muova da una qualsiasi intenzione religiosa. Piuttosto Eric Steven Raymond riesce a farsi interprete – in modo strumentale secondo molti esponenti del software libero – di una tensione etica, e di disagio come poteva essere quello di un artigiano del medioevo costretto a muoversi negli interstizi di libertà lasciati “casualmente” liberi in un mondo dominato dalla teologia e avente come referente centrale il pontificato romano. Questo aspetto può essere meglio compreso se viene dato seguito a quanto tracciato da Weber come fa nel 1988 Pellicani con il «Saggio sulla genesi del capitalismo»:

[...] solo grazie alla formazione di un sistema politico a struttura policentrica il capitalismo è riuscito a svilupparsi sino a imporsi come il modo di produzione dominante. Esso poté fare i suoi primi passi, proprio in quanto si erano aperti, nel mondo feudale, numerosi interstizi di libertà. In questo senso, si può senz'altro dire che la storia del capitalismo e la storia del Potere limitato sono un'unica storia o, quantomeno, si presentano sulla scena come storie strettamente intrecciate. (Weber, 1997, p. 179)

In questo senso, la riforma ha la funzione, così come fa Eric Steven Raymond, di mettere in discussione l'autorità, ed è così tanto attinente questo aspetto, che consapevolmente o meno, Eric Steven Raymond scrive nel 2001 «The cathedral and the bazaar». La coerenza tra etica hacker ed etica protestante non sta quindi sul piano teologico, né su quello spirituale, sui quali si possono costruire infinite contrapposizioni dialettiche, ma sul piano filosofico e squisitamente sociologico e quindi sul modo di intendere l'autorità nella sua diversa attualità storica. Innanzi tutto come limite all'auto-realizzazione e alla realizzazione di una società migliore.

Questo a dimostrazione del fatto che l'open source ed il software libero oggi rischiano la mistificazione da parte di chi, in bene o in male, ha deciso di argomentare sul piano del “dover essere” senza cogliere la portata non solo etica, ma se vogliano anche morale, di un fenomeno che è già hic et nunc. Più che mai oggi serve una precisa definizione accettata a livello interdisciplinare di cosa significhi open source, software libero, licenza d'uso e hacker se si vogliono investigare in modo avalutativo i relativi fenomeni. L'esito di questo fenomeno è tutt'altro che scontato a fronte delle criticità e dell'inadeguatezza dell'economia nel riuscire ad ottimizzare e a mobilitare le risorse che il fenomeno open source mette in evidenza e rende necessaria una riflessione quanto più precisa sia a livello macro che a livello microsociologico.

A questo proposito val la pena di riprendere l'affermazione anti-autoritaria di Eric Steven Raymond, poco sopra, ed in particolare il passo dove dice: «Chiunque possa darti degli ordini, può fermati dal risolvere problemi dai quali sei affascinato». Con poche parole vengono sollevati i due livelli del problema. «Chiunque possa dare degli ordine» si riferisce ad un idea di organizzazione che fa parte della nostra vita quotidiana: università, lavoro, famiglia quindi alle istituzioni in genere e quindi un livello macro che riguarda le logiche generali in cui è organizzata la nostra società. « Problemi dai quali sei affascinato» riguarda l'individuo ed il suo rapporto con l'ambiente o con il sistema stesso da un punto di vista costruttivistico. Nel complesso si evidenzia una ambivalenza problematica: «fermare dal risolvere problemi» è sia un problema della società nel suo complesso ma anche un problema del singolo individuo allontanato da ciò verso cui si sente “naturalmente” attratto. Naturalmente sta a significare proprio questa sinergia tra individuo e società, il fatto che l'individuo venga precluso da ciò che lo affascina si riverbera sulla società, la stessa società ne viene diminuita. Si tratta in pratica di impedire l'esercizio della vocazione da parte della società, cioè del beruf. Eric Steven Raymond esprime questo disagio e verrebbe da chiedersi da dove nasce, quali sono i contesti e le situazioni in cui avviene questo impedimento. Innanzi tutto si rivolge ad un pubblico che già sperimenta questo disagio, peraltro evidentissimo nel “manifesto hacker”, e che pertanto non ha bisogno di spiegazioni o specificazioni perché si rivolge ai suoi simili.

Si tenga presente che, come spesso accade nelle organizzazioni e nei rapporti asimmetrici di potere tra lavoratori, le ragioni che vengono sollevate perché non si programmi non sono mai argomentate. Si ricorre spesso a codici e ci si appella a concetti che si pensa generalmente accettati e di buon senso: economia di mercato, economia di scala, industrializzazione del software e via dicendo.

Una spiegazione può essere presa da Crozier (1978), in cui l'imponderabile tecnico (informatico in questo caso) assume un carattere di minaccia. La strategia è quindi quella di estromettere la complessità delegandola al mercato anche se inadeguato, anche se ne viene esperito il fallimento e l'impossibilità di una integrale industrializzazione del software. Quello che viene garantito è il rispetto formale delle procedure in particolare se l'ambito è quello della pubblica amministrazione. Altra testimonianza può essere offerta inaspettatamente dalla letteratura autobiografica, in un settore diverso, e quindi non sospetto, che è quello della tecnologia meccanica o più specificatamente motociclistica:

[...] Ecco perché Sylvia non diventa matta per via del rubinetto, pensai. Si rimuove sempre la rabbia momentanea verso qualcosa che si odia a fondo. Ecco perché John fa finta di niente ogni volta che il discorso cade sulla riparazione della moto, persino quando è evidente che per lui è una sofferenza. Perché si tratta di tecnologia. Ma certo è chiaro. Se John e Sylvia hanno scelto di viaggiare è soprattutto per la tecnologia, per ritrovarsi in campagna, all'aria fresca e al sole. Il fatto che li riporti proprio sul luogo e nel punto da cui credono di essere finalmente fuggiti li raggela entrambi ... Non sono d'accordo con John e Sylvia per quanto riguarda la manutenzione della moto, ma non perché non capisca i loro sentimenti verso la tecnologia. Penso solo che la fuga dalla tecnologia e l'odio nei suoi confronti portino alla sconfitta. Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi di un cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore. (Pirsig, 1992, p. 25-27).

Quando Robert si offre di aggiustare la moto a John la reazione è ugualmente quella del ricorso al mercato:

[...] «uno spessore. Una striscetta piatta di metallo. La inserisci attorno al manubrio sotto il colletto per aprirlo di più...». «dove si comprano?». «Ne ho giusto qui qualcuno» dissi tutto giulivo mostrandogli la latina di birra che avevo in mano. Per un momento non capì. Poi disse: «cosa con la latina?»...Gli facevo risparmiare tempo e denaro ma mi accorsi con sorpresa che lui non apprezzava affatto...il manubrio non l'avremmo aggiustato per niente...avrei dovuto sgattaiolare dietro il bancone, tagliare uno spessore di latina, togliere le scritte e dirgli che eravamo fortunati, era l'ultimo che avevo, importato appositamente dalla Germania.(Pirsig, 1992, p. 60-61).

E si noti la corrispondenza del racconto di Pirsig in un'altra osservazione etnografica:

Sono in un locale dove si ritrovano degli appassionati di Gnu/Linux ed uno di loro racconta:

«gli ho sistemato la macchina, era una macchina win ovviamente. Scusate ma devo campare. Poi mi ha chiesto di installargli explorer veloce come ha anche il suo collega. Vado a vedere che browser usa il suo collega. Era Firefox. Bene, lo scarico e lo installo. Gli mostro l'icona per avviarlo e mi dice di non volerlo perché non è explorer. Gli dico che è quello che ha anche il suo collega e mi risponde tagliando corto di rimettergli quello di prima ma che glielo faccia andare veloce. Alla fine gli ho tenuto Firefox e gli ho cambiato solo l'icona, così ora lancia firefox con l'icona di explorer, ed è contento». (diario, 17 febbraio 2009).

Pur consapevoli che questo racconto si svolge in una situazione conviviale e non in una Corte d'Assise sotto giuramento, testimonia comunque una inclinazione anticonvenzionale4 da una parte e la consapevolezza di una “immotivata” fiducia nel mercato dall'altro, da parte di alcune persone. Ciò che ne risulta è la plausibilità di chi ha un rapporto critico con la tecnologia a porre una fiducia esclusiva nel mercato formale e tradizionale e questo può riguardare anche chi occupa posizione decisionali nelle imprese o nella pubblica amministrazione più attento alla correttezza formale dei procedimenti (Crozier, 1978). Questo spiega perché il rischio di essere fermati nella soluzione dei problemi per un hacker è sempre molto elevato, e come le multinazionali, non solo del software, possano ontologicamente organizzare la fiducia degli individui in competizione con gli hacker. Ma questo messaggio viene ribadito sistematicamente anche da consulenti informatici che operano nell'ambito informatico proprietario:

«Non vi avvarrete di software fatto in casa spero? magari con open source? Se non hai garanzia di continuità è un casino, ti ritrovi col culo per terra. Cosa succede se domani il programmatore ti va via? E se gli strumenti open ad un certo punto non vengono più mantenuti?». (diario 16 aprile 2010).

Come si nota i codici usati sono quelli poi ribaditi all'interno dell'organizzazione. In effetti i cosiddetti commerciali, che hanno rapporti intensi con i decisori, forniscono, prima che i servizi software, le grammatiche, i registri e i codici necessari agli stessi decisori (capi ufficio e direttori) per argomentare con gli stake holders ad un livello e con i propri collaboratori ad un altro livello.

Da un punto di vista complessivo si potrebbe obiettare che tutto sommato la soluzione del problema avviene, che tutto sommato il mercato formale, comunque soddisfa i bisogni e che comunque qualche programmatore da qualche parte ci sarà pure. Come si cercherà di dimostrare più avanti queste dinamiche di fatto diminuiscono quantitativamente le soluzioni ai problemi, restringono di fatto il mercato con un procedimento del tutto analogo al protezionismo commerciale. Si cercherà di dimostrare che anche a livello macro le idee di industrializzazione, continuità, garanzia del mercato, economia di scala applicata al software altro non fanno che aumentare il mercato dei brevetti e restringere il mercato delle competenze con una riduzione del surplus complessivo e, riprendendo Pirsig:

[...] il manubrio non l'avremmo aggiustato per niente. (Pirsig, p. 60)

Alla sequenza ritenuta e alla sequenza aggiornata (Galbraith, 1968) , si potrebbe aggiungere come sottospecie di quest'ultima, la sequenza ridotta. Tutta questa dissertazione è necessaria al fine di descrivere l'ideal-tipo hacker in quanto si tratta di sistematizzare socio-economicamente schemi di senso che emergono dalla dialettica hacker che noi, in questa sede, ci accingiamo a verificare senza darli per scontati.

Pirsig, che a questo punto ha tutte le carte in regola per essere definito hacker anche se non informatico, ci offre insperatamente anche un altra categoria che ci da indirettamente la possibilità di rinforzare ulteriormente il concetto di dinamica di inibizione, annichilimento, controllo dell'hacking. È il concetto di téchne che verrà ripreso poi altrettanto coerentemente da Gian Antonio Gilli con “Origini dell'eguaglianza” e Umberto Dante con “L'utopia del vero nelle arti visive”. La cosa straordinaria è che Pirsig si occupa di meccanica applicata alla motocicletta, Gilli di ricerche sociologiche dell'antica Grecia e Dante di Arti visive, eppure tutti questi autori aiutano a definire l'ideal-tipo hacker pur senza interessarsi specificatamente di informatica:

[...] In realtà la radice della parola «tecnologia», Téchne, in origine significava proprio «arte». Gli antichi greci non distinguevano concettualmente l'arte della manifattura, e quindi non crearono mai due parole per definirle. La bruttezza non è intrinseca nemmeno ai materiali della tecnologia moderna – affermazioni che si sente spesso fare di questi tempi. La plastica e i prodotti sintetici fabbricati in serie non sono brutti di per sé. Rimandano a cose brutte per associazione. La bruttezza vera non sta negli oggetti tecnologici né, secondo la metafisica di Fedro, essa dipende dai soggetti della tecnologia, cioè da chi produce o da chi la usa, ma sta nel rapporto tra chi produce la tecnologia e le cose prodotte, il quale determina poi un analogo rapporto tra chi usa la tecnologia e le cose usate. (Pirsig, 1992, p. 281).

Ugualmente Eric Steven Raymond (2002) indica che la predisposizione mentale dell'hacker non è confinata al solo campo informatico ma la si può trovare in qualsiasi campo dell'arte, della scienza e della tecnica. Chris DiBona (2000) fa notare come nello stesso tempo l'informatica si differenzi dalle altre scienze perché nasce con la peculiarità di condividere risultati, come espressione tecnologica del metodo scientifico e che, come tale, la chiusura del codice ed il mercato delle licenze d'uso sono forzature che ne impediscono il suo dispiegarsi.

[...] Fra le molte parole greche per le quali è impossibile trovare un corrispondente nelle lingue moderne vi è certamente la parola tèchne. Tradurla con 'tecnica', o 'arte', o 'mestiere' (e tradurre con 'tecnici', 'artigiani', 'artisti' i technitai, vale a dire i portatori di téchne) significa cogliere solo una parte del tutto. (Gilli, 1988, p. 5).

Il ricorso alla categoria di portatore di téchne non ha il solo scopo di descrivere una peculiarità più o meno romantica di questo ideal-tipo téchne/hacker, ma ha lo scopo di evidenziarne la problematicità sociale nei confronti dello stesso. Gilli (1988) parte con la definizione di téchne, per poi sviluppare una dissertazione molto articolata e giungere ad un punto interessante anche ai fini di questa indagine. Richiamando Plutarco mostra come anche nella Grecia antica vigesse questa ambivalenza tra “diletto dell'opera” e “disprezzo per l'artista”. Il disprezzo non è gratuito, per Gilli ha un preciso significato e cioè il controllo. Falea di Calcidone, menzionato nell'opera di Aristotele, propone per i “technitai” una condizione duramente subordinata di schiavi pubblici. Dante (2002) fa notare come nella Roma antica la situazione sia ben peggiore, nemmeno la letteratura romana se ne occupa se non per ribadire con Seneca la condizione di inferiorità rispetto al vero prestigio sociale. Dante (2002) nota anche qualcosa in più, cioè la discrasia tra ciò che la letteratura attribuisce al technitai e le sue condizioni economiche:

[...] i technai, disprezzati dai letterati, vengono arricchiti e collocati dentro la storia dalle dracme e dai sesterzi dei loro clienti. (Dante, 2002, pag. 37).

Ma Dante (2002) mette anche in evidenza come successivamente si impongano canoni di verosomiglianza che mettono in crisi la cultura estetica dell'età classica che scompare definitivamente quando si affermano modelli canonici, uniformi e convergenti idonei alla produzione in serie, una sorta quindi di industrializzazione dell'arte che passa attraverso il necessario controllo dei technitai.

Questi “canoni di verosomiglianza” nella loro accezione negativa vengono evidenziati anche da Zacchiroli durante l'intervista del 17 agosto 2010 quando dice: « non deve essere a posteriori un privilegio del vendere copie del software che sono tutte indistinguibili l'una dall'altra e che non costa niente produrre »

Tutto ciò è drammaticamente coerente, se riconosciamo la téchne nell'hacking e l'informatica nell'arte e in definitiva giustifica la lunghezza di questa dissertazione sulla costruzione di un ideal-tipo fecondo che apre un ampio ventaglio di possibilità di indagine, verso direzioni a tutt'oggi poco indagate nonostante il grande interesse che suscita questo fenomeno nella psicologia, nell'economia, nella sociologia e nella filosofia, soprattutto per i suoi aspetti organizzativi paradossali.

Note

  1. Geek (pronuncia: ghik) è un termine di origine anglosassone, indicante una persona affascinata dalla tecnologia. Il significato di geek non coincide con quello di nerd, avendo una connotazione positiva almeno tra coloro che si fregiano del termine e amano etichettarsi in tal modo. www.wikipedia.it 12.09.2010
  2. Nerd è un termine della lingua inglese con cui viene chiamato chi ha una certa predisposizione per la ricerca intellettuale (magari associata a un quoziente intellettivo superiore alla media), ed è al contempo tendenzialmente solitario e con una più o meno ridotta predisposizione per la socializzazione. www.wikipedia.it 12.09.2010
  3. Himmanen imputa all'etica protestante una predisposizione all'accumulazione di ricchezze fine a stesso, quindi un comportamento senza senso. ciò che invece si argomenta è che l'etica protestante elabori schemi di senso ben precisi in cui diviene, semmai, priva di senso (fine a se stessa) la rendita non legata alla professione.
  4. un programma viene associato con l'icona del programma concorrente