Il tamburo di fuoco (1960)/Atto secondo

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Atto secondo

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Atto primo Atto terzo

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Atto Secondo

LA FORESTA DEI SERPENTI

[p. 37 modifica]Tono dominante: verde inquieto.

Intonarumori: Ronzatori, Gorgogliatoli, Rombatori, Gracidatori, Frusciatoli, Ululatori.

Intreccio voluttuoso e perfido di rami riflessi, sogni e corpi vivi. Folto verde della Foresta dei Serpenti. Vicino alla ribalta, una capanna cubica di stuoie e bambú. A destra della capanna, intrichi di liane, agavi, acacie e cactus sembrano soffocare e strangolare una casa abbandonata. Brusío d’insetti. sibili di serpenti e gorgogliare di fontane. Davanti all’apertura della capanna, Mabima è sdraiata su un tappeto di lana verde. Languidamente si pettina i capelli, cantando. Nel fondo della scena, a destra, Lanzirica nutre di foglie un grande fuoco; poi, non visto da Mabima, si avanza verso l’apertura della capanna carponi, timoroso e magnetizzato.

Si ferma per spiare Bagamoio, che nel fondo della scena, a sinistra, si strofina accuratamente le cosce e le gambe con dei fasci d’erbe. [p. 38 modifica]

Mabima

canta:

     I rami della palma
sono mani nere che lavano
le sabbie aurifere del cielo
e nel lento lavoro appare
l’oro tremante della luna.
     Il vento fa roteare
i rami della palma
come una fionda nera
per scagliare la pietra tagliente della luna
contro il cuore distratto del mare.
     Quando il vento tace,
le agavi innalzano
i loro candelabri d’oro,
e la luna li accende.
Quando il vento tace,
il mio cuore non ha pace.

Scorge ad un tratto Lanzirica, e getta un grido di paura.

Ah! Sei tu, Lanzirica! Ho il terrore dei serpenti!

Lanzirica

Non temere. Ho acceso intorno dei roghi di zilah, il cui odore basta a fugare i serpenti. Povera Mabima! Costretta a vivere senza la tua fedele Fatima.

Mabima

Disgraziata! Come strillava! Non voleva abbandonarmi! L’avranno sgozzata!

Rimane pensosa.

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Lanzirica

Vuoi che ti serva io? Ti ho portato molte cose buone. Ho assaggiato tutto. Un pezzo di antilope. Mangia. E anche questa è saporita. E’ la punta di una proboscide di elefante. So come fu cucinata dai Gluma. Anzitutto, essi scavano un buco e lo riempiono di legna accesa. Sei ore dopo, seppelliscono nella brada del buco la proboscide. A me piace. Sembra lingua di bue selvaggio affumicata. Questo è piede di elefante. Pure saporitissimo. Una brocca di terra porosa piena di vino di palma e di montone.

Mabima

mangiando, divertita:

Quante cose buone! Questo è cervello d’ippopotamo!

Lanzirica

Sí; e questi sono pistacchi e mandorle abbrustoliti. Se vuoi, salgo sull’albero. Ho visto un regime di banane che porta almeno cinquanta frutti. Caccerò per te le anatre, i beccaccini e i galli selvatici.

Mabima

chiamando Bagamoio:

Bagamoio! Vieni a mangiare anche tu!

Bagamoio

avvicinandosi e prendendo un pezzo di carne:

Grazie. Mi basta. Io nutro il mio corpo a mio modo. Lo spalmo con le mie erbe.

Bagamoio, col fucile ad armacollo, si allontana nel buio della foresta.

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Mabima

bevendo in una zucca il ”malafú”, vino di canna da zucchero:

Com’è buono, questo malafu! Lo voglio serbare per Kabango! Dov’è Kabango?

Lanzirica

L’ho lasciato or ora, mentre discuteva coi capi Giuma. Dall’alba, egli visita le loro capanne di stoppia. Parla con tutti. Dà a tutti buoni consigli. Sono tutti ammalati. Molti gravemente. Alcuni morranno questa notte. Sono divorati da una febbre tenace che resiste alle mie medicine. Ne ho curati due col succo dell’ipecacuana e della china. Ma sono troppi. Ed è vano tentare di guarire questa razza moribonda. Se tu li vedessi...

Mabima

Li ho veduti questa mattina... Magri, spettrali, curvi, camminavano lentamente sotto le vòlte basse dei fogliami... per spiarmi! Le donne sono piú macilente degli uomini. Non hanno la forza di portare i loro bambini a cavalluccio!...

Lanzirica

Tristi spodestati sognano la loro bella città perduta.

Mabima

Quale città? Qui non vi sono che case di fango e rovine.

Lanzirica

Sono le rovine d’una meravigliosa città: Bab-el-Giuma. Ora sono molti anni, in un pesante meriggio i serpenti intensificarono in tal guisa i loro sibili musicali, da addormentare il popolo Giuma. Poi, intrecciandosi, fermarono il corso [p. 41 modifica]dei ruscelli. Questi, soffocati e otturati dalle liane e dai serpenti, strariparono allagando la foresta con putride e ronzanti colture d’insetti febbriferi. Una mortale febbre si propagò, emaciando e spremendo gli abitanti, che ebbero appena la forza di trascinare le loro gambe spente fuor dalle loro dimore. Allora, scivolando sui loro anelli i serpenti s’impadronirono della città abbandonata. Ieri vinsi l’acre odore di muffa, incenso, sterco e putredine per raggiungere la soglia della moschea. E’ circondata da acque cosí limpide che si può mirarne il letto di sabbia malgrado una profondità di cinque o sei stature umane. Vi sono alberi altissimi che la ombreggiano. Altri, abbattuti dalla folgore, mi servirono di passerella su quelle acque guardiane. La moschea ha una cupola a squame verdi, che sembra la parte rimpinzata del minareto, ritto serpente al quale si accoppia spesso un vero boa gigantesco attorcigliato. Dentro alla moschea, nell’arruffío delle stuoie sacre, migliaia di serpenti sibilano come cordami di navi strimpellati dalla bufera. Vi ho trovato i miei serpenti boa lunghi piú di sei metri e grossi quanto il mio braccio. Stanno bene in quelle nicchie piene di sorci! Matasse di serpenti-scudiscio, colubri, serpenti boicuoba, bogiobi, boge, boicingua, boide, boigia, boiquira. Una ventina di serpenti delle rose dalla pelle picchiettata di rosso corallo e molti serpenti a sonagli. Sembrano sciarpe di seta dipinta, foglie morte, cordami arrotolati, braccialetti di smeraldi e turchesi, cinture gemmate di ballerine, collane, ghirlande di fiori non mai visti, fughe di pesci azzurri. Hanno occhi di diamante nero, teste triangolari e teste in forma di cuore, colore di muschio, pelle di donna. Questo è ritto come un fiore sullo stelo. Quello ha una bocca senza labbra ma sensuale. E nari come punte d’ago, capaci di sentire l’odore del pensiero. Sognano tutti di diventare gli ornamenti della tua bellezza, Mabima!

Fui attaccato da un cobracapello come se fossi una scodella piena di latte. Ritto, gonfiava il suo cappuccio. Lo fermai col mio flauto: tre suoni acuti e tre modulazioni [p. 42 modifica]dolcissime. Lentamente si avvicinava. Quando fu a portata di mano, fulmineamente gli afferrai la testa e nella bocca aperta, con questa pinzetta, strappai i denti del veleno. Ho operato ugualmente questo biscobra che ti ho portato. E’ una pericolosa lucertola. La lingua ha due dardi dal veleno attivissimo. Ora è inoffensivo. Puoi prenderlo con le tue mani. Vorrei farti godere la velenosa orchestra dei serpenti che si intreccia con le preghiere melodiose delle fontane. Queste si lamentano di essere cosí sciupate. Ascolta, Mabima...

Rombatori, Gorgogliatori, Frusciatori, Ronzatori.

Tanto desiderio e tanta passione, per alimentare mosche febbrifere!... Ma in realtà sono liete. Cantano la tua bellezza. Come sei bella! Tutti te l’hanno detto. Tutte le foglie te lo bisbigliano.

Mabima

Le foglie parlano agli usignoli e i poeti parlano alle stelle. Non sono né una stella, né un usignolo.

Lanzirica

Sei la prima stella del cielo e il primo usignolo della Foresta! Se ti cantassi le mille strofe che ho nel cuore per te, ne saresti appena distratta. Oppure, m’interromperesti, mormorando: «L’alito infocato del lontano deserto è giunto fin qui!». Mabima! Mabima! Non è l’alito del deserto, che ti accarezza. Sono i centomila deserti divampanti dalle mie vene, che fiatano passione su di te! Sei tragicamente bella, ma Kabango non ti vede! I suoi occhi potenti attraversano il tuo corpo come un cristallo, per contemplare dovunque il Sinrun. Tu meriti tutto l’amore del cielo e della terra; ma egli non t’ama!

Mabima

No! No! Tu menti. Kabango mi ama. Lo so. Ne sono sicura. [p. 43 modifica]

Lanzirica

Non sa amarti, poiché ti preferisce il Sinrun, cioè la sua ambizione. Oh! L’infinita pietà che sento per lui! Non vede, non vede, non vede che tu soltanto, tu sei la divina frescura dissetante! Non ho più idee, quando ti respiro. Guardo te, amo te, ti preferisco a tutto, anche alla vita! Vuoi che io muoia per distrarti un istante? Se vivo ancora, credimi, è solo per cantare e per rallegrare le tue piccole orecchie!

Vederti, baciarti, stringerti, accarezzarti, tormento, tortura, veleno! Mabima, gli odori della tua carne azzannano la mia carne! Mabima, ti voglio! Mabima, non dimenticare la tua promessa!

Mabima

agitatissima:

Quale promessa?

Lanzirica

Qui, qui, su questa bocca mia, fra queste braccia, tu, tu, Mabima, mi hai promesso di essere la mia sposa! Non sono dunque più il tuo poeta... il dolce poeta di Fusah?...

Mabima

No! No! Non può essere! Non sarà! Allontanati. Non toccarmi! Perdonami! Dimenticami! Amo Kabango!

Lanzirica

mordendosi le mani:

Non è vero! Non è vero!

Mabima

Sí, sí, lo amo! Lo amerò! Saprò meglio amarlo! Lui, lui!

Rimane con gli occhi sbarrati nel vuoto. Lungo silenzio.

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Lanzirica

Mi spiego il tuo sentimento. Hai voluto strappare Kabango a tua sorella che lo ama. Tua sorella fu sempre malvagia con te e merita la tua vendetta.

Mabima

No. Io amo Kabango perché non ha fatto di me la schiava dei suoi piaceri. Egli non mi ha comperata! Pur amandomi pazzamente, egli rispetta le mie idee. Sono per lui un cuore libero. Può contare sulla mia fedeltà senza eunuchi. Ed io sulla sua fedeltà.

Lanzirica

Gli devi anche la gioia di camminare a viso scoperto... come le beduine spudorate, schiave e traditrici! Se ti amasse veramente, egli coprirebbe con mille veli il tuo viso divino! Io lo vorrei per me, tutto per me!

Lungo silenzio. Poi con ironia:

Tu dunque ami Kabango!...

Silenzio.

Eppure... molto imprudentemente custodisci nella tua tenda il Sinrun, cioè il tuo rivale più pericoloso, il nemico tuo che ti torturerà fino alla morte.

Mabima

pensosa:

Sí, lo so, quelle pelli cariche di cifre e scritture mi rubano Kabango. Talvolta, sono tentata di bruciarle per avere Kabango tutto per me. Ma subito una tenerezza mi invade; il cuore mi si sfascia d’angoscia e brucio allora me stessa con un solo desiderio: martirizzarmi, annientarmi per lui, il piú forte, il piú intelligente, il precursore, la grande luce! [p. 45 modifica]Anche tu, anche tu, Lanzirica, l’hai ammirato quanto me!... Kabango spesso mi dimentica, lo so. Il suo sguardo talvolta è crudele, ma non ne soffro, poiché basta un suo sorriso a ringiovanire per me l’universo. Subito i sapori, i colori, i profumi della vita si moltiplicano sotto i suoi comandi di sole disinvolto e sicuro.

Mentre Mabima parla, Lanzirica con mosse sornione è penetrato nell’apertura della capanna. Mabima se ne accorge.

Che fai? Che cerchi? Non toccare il Sinrun!... Ah! Sento che tu non ami Kabango. Sei pieno di odio per lui.

Lanzirica

Sí, lo odio. Perché ti amo! E odio anche il tuo custode Bagamoio, quel bruto che passa il suo tempo a spalmarsi di erbe puzzolenti e a spiare i miei movimenti. Il mio amore non ammette ostacoli. Sale impaziente e audace come i serpenti della foresta alla conquista della sua casa. Tu, tu, Mabima!... Ti amo! Ti voglio!

Mabima

Taci! La tua voce m’incatena. Non voglio sentire. Va! Va!

Lanzirica si allontana da Mabima e si corica a pochi passi dalla tenda. Si ode un tam-tam precipitato, poi un canto negro molto ritmato.

Canto negro

Gbàkun Gbàkun
Dékun Dékun
Gàlin Gàlin
Balafort.

Entra Kabango. Lo segue un santone negro disseccato, dal viso lucente di lebbra, le mani nere accartocciate e la fronte oppressa da un

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enorme sempenete di legno nero arrotolato. Poiché è cieco, egli si fa guidare per mano dai tre grandi feticcieri negri delle Messi, della Guerra e della Virilità. Questi, pelle e vesti zebrate di rosso e giallo, seguono Kabango facendo il giro della capanna di Mabima. Entra in scena una fila di negre, ognuna con le mani posate sulle spalle dell’altra, trascinando i piedi in cadenza con grottesca e ostentata solennità. Questa fila indiana fa pure il giro della capanna. Entra in scena una fila di negri che chiude il cerchio delle negre, facendo il giro della capanna in senso inverso. Negri e negre sono maculati di rosso e verde, con geroglifici azzurri. I due grandi cerchi di danzatori e danzatrici si fermano. Ogni negro abbraccia la negra che ha di fronte, e le coppie improvvisate si abbandonano a una danza frenetica in cui le teste e i busti snodati esprimono l’aspro piacere d’un coito simulato dai fianchi e dal ventre.

Kabango

ritto vicino a Mabima davanti alla tenda:

Ecco la mia sposa! Ecco i miei amici! Essi vi ringraziano per l’ospitalità. Hanno dormito sulle stuoie intrecciate dai vostri avi!... Voglio contraccambiare i vostri doni con un dono impagabile. I serpenti vi hanno rubate le case. Ebbene: io vi insegnerò l’arte di vincerli. Vi insegnerò a canalizzare le acque perché la foresta sia liberata dalla febbre. Vi guarirò tutti. Non dite: questo è il modo dei bianchi! Cercate di creare il modo dei negri, e che sia rispettato dai bianchi! Anche i bianchi ebbero 15 secoli di vita lenta. Poi in un secolo realizzarono il progresso. Come loro, voi dovete uscire dal vostro letargo. Questo letargo è dovuto all’isolamento, al clima torrido e alla terra generosa che non esige sforzi. E’ [p. 47 modifica]dovuto anche al rhum e all’abuso della donna. Non siete certo inferiori ai bianchi. I quindicenni negri valgono i quindicenni bianchi. Farò di voi dei meccanici, dei fabbri, dei costruttori di città. V’ispirerò la volontà di sapere le relazioni che corrono tra il fuoco e l’acqua che bolle nella vostra pentola. Ora voi non vedete che una successione di fatti, un giorno vedrete un rapporto di causa e d’effetto. Credo nella perfettibilità della razza negra. Verrà un giorno in cui i negri penseranno fuori dalle loro sensazioni. Penseranno idee che non si pagano né servono a pagare, come queste: Bontà, Generosità, Patria, Progresso, Sacrificio, Ideale, Assoluto. Voi oggi non rispettate che la forza. Però se uno batte la propria madre, voi gli gridate: «Non fare cosí; è male». Se uno veglia sua madre morente, voi gli dite: «Ciò che fai è bene!». La vostra anima ha un solo modo di esprimersi: la musica. Ma siete musicisti ciechi e muti. I vostri strumenti hanno poche corde. I suoni oggi vi servono per aizzare le vostre danze. Esprimerete un giorno con suoni armonizzati i sentimenti misteriosi che vi tormentano il petto. Tutto vi sarà facile poiché avete avuto la fortuna d’incontrarmi. Io ho perfezionato quel principio di risparmio che si chiama chiteno. Ma lo avete inventato voi! Avete inventato i forni per la fusione del minerale di ferro e il modo di estrarre il sale dalle piante paludose. Siete dunque capaci quanto i bianchi. Li supererete. Dovete uccidere in voi la pigrizia, vizio dei negri. I maschi devono lavorare invece di rimanere i sorveglianti distratti del lavoro delle donne. La superiorità della femmina sul maschio deve cessare. Io che porto in me il sangue degli arabi, dei berberi, e dei negri, ho ucciso i vizi di queste razze e ho intensificato in me le loro virtù. Prodigio! Il sangue negro che scorre nelle mie vene, non soltanto rispetta il lavoro, ma lo ama come una voluttà. Non ho come voi imparato dagli Europei l’arte di mentire. Sul lavoro e la sincerità dovete costruire l’orgoglio d’essere negri. Ora un desiderio di prestigio vi attanaglia, al punto di spingervi a rubare qualsiasi simbolo di superiorità: un vetro colorato, un pezzo di stoffa... Questo è male, poiché non bisogna rubare. Ma è [p. 48 modifica]anche bene, poiché bisogna amare le cose lontane e difficili. Tutto in voi è come l’acqua torbida: nessun sentimento e poca sensibilità. I bianchi pensano: i negri sono ladri, bisogna derubarli! Infatti voi non rispettate né la proprietà né la bellezza né il dolore. Unico sentimento, l’affetto per la madre! Ma un’altra madre aspetta tutto da voi, e si chiama Africa. La forza, la fame, il desiderio della donna non sono tutta la vita. Vi insegnerò il ricordo di ciò che fu. Poi, vi svelerò la bellezza di ciò che sarà. Acquisterete il senso della profonda differenza che divide gli uomini dagli animali. E’ perché non avete questo senso, che siete cannibali e abbandonate alle belve i malati!

Siete a venticinque giorni dalla costa, ma io migliorerò le carovaniere. Dovete togliere ai bianchi il commercio della gomma, della dura, del bestiame, dell’avorio, delle penne di struzzo, dei cuoi, del sesamo e della senna. La pianta del cotone, che dicono egiziana, è originaria della vostra terra! Potreste produrre e vendere duecentomila càntari di cotone, irrigando tutti questi feddan di terra.

Rivolgendosi ai grandi feticcieri che in segno di gioia e di omaggio agitano i fianchi ingonnellati di rumorosi gusci secchi e di conchiglie:

In nome dei miei avi arabi, bèrberi e negri, ti saluto, o Spirito delle Mèssi! Ti saluto, o Spirito della Guerra! Ti saluto, o Spirito della Virilità! O protettori potenti e paterni della tribù Giuma, arricchirò la vostra saggezza, svelandovi il Feticcio dei Feticci, il gran nemico dei serpenti: il Sinrun! Andate e rendetevi degni di conoscere il Mistero.

Vocio confuso. La folla commossa mal contiene il suo entusiasmo. Esita incerta, poi obbedisce e si ritira nella profondità della Foresta. Kabango si volta allora verso la capanna, nella cui apertura sta ritta Mabima.

Mabima! Ho iniziato la realizzazione del mio sogno! Risanerò la foresta; guarirò i Giuma. [p. 49 modifica]

Mabima

con tenerezza:

Io ti ammiro. Vedo con gioia propagarsi la luce del tuo genio e il calore della tua bontà. Ma dimmi: quale nuovo tormento ti agita? Non temi di consumare la tua vita per ridare la vita a quei malati? Sono tutti divorati dal male, ma ne godono! Non vogliono guarire! Vogliono agonizzare nella febbre inebriante e visionaria che li distrugge. Sono felici di essere spodestati e vinti dai serpenti. Comprendo la loro agonia; mi amano, dono anch’io, a poco, a poco, al voluttuoso oblio di tutto. Vivo anch’io nell’ombra morbida e vellutata del meravigliante fantasma azzurro che visita ogni notte la foresta: il Ricordo. Non temo più i serpenti. Mi amano e mi difendono. Non temo più la febbre visionaria. Sono una languida febbre d’amore che ricorda i molti tuoi baci passati e ne invoca ancora tanti, tanti.

Kabango

Vieni, Mabima, fra le mie braccia. Lasciami stendere il mio corpo affranto. I tuoi occhi hanno una luce verde più dolce di quelle della foresta. Luce queta, sicura e senza serpenti!... Maledetti serpenti! Avevo dimenticata la loro morsicatura!

Mabima

chiamando Lanzirica, che si è allontanato:

Vieni presto a curare Kabango!... E tu adàgiati bene. Aiuterò Lanzirica io stessa. Ho un balsamo per le ferite.

Lanzirica

inginocchiato dopo avere attentamente guardato il piede di Kabango:

Kabango, sei stato morsicato dal Naia nero! Riconosco il suo veleno dalle striature viola che circondano la piaga. Occorre aprire profondamente la carne, senza aspettare. [p. 50 modifica]

Kabango

sdraiato:

Taglia pure, senza pietà.

Lanzirica

medicando con Mabima il piede di Kabango:

So improvvisare delle strofe che accarezzano lo spirito e distraggono dal dolore fisico. Ascolta!

Gracidatori, Frusciatori, Rombatori.

Fra le liane e i bambù gracida il curacco!... Ora tace. Le fontane cantano vicine e lontane. Io ne imiterò le cadenze modulando la mia voce. Inebria i tuoi occhi di tutte le sfumature di questo verde infinito. Fissa ogni foglia come se fosse il volto di Mabima. Mescola i tuoi nervi alle fibre vegetali. Incita i tuoi muscoli a gareggiare con la potenza di questi tronchi colossali. Liberati dalla tua coscienza umana. Vegetalizza la tua carne. Imita appassionatamente le curve dei fogliami. Diventa foresta tu stesso, col tuo deserto intorno a te...

Ritto, chiamando a raccolta le anime della foresta:

Anime Vegetali! Venite! Venite! Mescolatevi alla carne di Kabango! Assorbite la sua essenza umana!

Frusciatori, Ronzatori, Gorgogliatori.

Ascolta, ascolta, Kabango! Il tuo cuore ronza come un alveare. Le tue vene sono gare di frulli, trilli, garriti, pigolii e cinguettii. I tuoi muscoli si mutano in ghirlande di lilla, acacia e caprifoglio. Il tuo pensiero pullula come un’acqua fresca che disseta, ma non ragiona. Kabango, distenditi per terra. Vicino a te Mabima profuma l’aria con le sue rose. I suoi capelli sono morbidissimi ciuffi di vaniglia. Ora la tua carne non è più che un vellutato formicolio che ondate di [p. 51 modifica]piacere pacificano a poco a poco. La tua anima umana ha un borbottio sonnolento di bimbo in fasce. Ecco... Sei già assorto nel placido ondeggiamento della foresta...

Fiuta la tua pelle. Non ha più l’odore acido e caldo della carne, ma l’effluvio fresoacido delle linfe. Sei diventato una galanteria di foglie e fiori offerta alla brezza tua, Mabima, odorosa che ti avviluppa. Il lieve ansare del tuo petto rivela la gioia che prova nel sentir salire in sé la tua vita. Le sue arterie e le tue vene sono le arterie e le vene mescolate delia terra.

Rombatori, Frusciatovi, Gracidatovi, Gorgogliatori.

Le fontane che gorgogliano in te sono liete di sentirsi belle e buone a nulla. Questa che ti sgorga dal cuore con luccichíi vistosi finge di creare ruscelli di pensiero. Ma subito si sparpaglia in liquida capigliatura, cantando la sua beata inutilità. Kabango, carne fronzuta, ascolta le tue fontane!... Si chiamano l’una l’altra, accordando insieme le loro voci umane, poco umane, già sovrumane, che deridono l’umanità. Sono ebbre d’esser vane, poiché spesso nessuno le ascolta. Tutte felici se Mabima si avvicina co’ suoi serici passi da uccellatore. Mabima anch’essa si disumanizza...

Ora si muta in un verde arbusto che s’inchina su di te, su di me, come vuole il vento, poi lento si ricompone in una estatica immobilità. Talvolta sembrano singhiozzare le tue fontane, o Kabango, ma subito scroscia e scampanella una risata e con mille moine di voci argentine spandono mille e mille perline di allegria agli echi che sono mendichi erranti e orfane bambine smarrite. Salgono in te, Kabango, fontane e fontane di perle, ebbre tutte d’infilarsi sull’unico filo d’argento che ornerà volubilmente sotto la luna il collo di Mabima!...

Kabango

svegliandosi dal suo sogno vegetale:

Taglia, taglia profondamente; spalanca le labbra della piaga. [p. 52 modifica]

Lanzirica

Ho tagliato profondamente. Ora purificherò la piaga di questa pietra porosa. Dopo vi introdurrò questo osso calcinato...

Kabango

Sei un poeta geniale, Lanzirica. Sei riuscito a distrarmi dal lacerante dolore. Ma non conosci tutte le fontane. Queste che cantano ora, soffrono di rimanere tristi e vane come le vene d’un vile. Bisogna canalizzarle perchè dissetino i lavoratori del Sinrun e godano di portare mercanzie. Pigiate e cullate nelle coffe dei cammelli, le mercanzie attraverseranno il deserto sognando il mare, grande mercante instancabile. Si parte sul mare poveri, e si ritorna ricchi, deridendo gli uccelli che cercano ovunque alberi di navi per riposarsi. Saprò io mutare la forza di queste fontane in velocità di ruote e in luci di lampade più chiare del sole, e in motori che costruiranno motori. Questi, come veri cuori palpiteranno nei nuovissimi uccelli di metallo e tela, capaci di varcare mari deserti senza posarsi mai.

Lanzirica

Vissi un tempo in una bela oasi... (riprendendo accuratamente la medicazione della piaga) tanto bella, che il mare se ne innamorò. Per sedurla, il mare perfezionò le sue musiche vegetali, imitò l’immane intrico degli alberi e delle liane, con un aggrovigliamento di vele e di cordami che avevano per frutta marinai salutanti, e per foglie le loro garrenti nostalgie. In quel porto improvvisato, i pesci guizzavano tra le carene, col lampeggio d’oro e argento che riempie i forzieri dei mercanti. L’oasi non si commosse. Allora il Mare mostrò la sua magnetizzante moneta d’oro: il Sole. Ma l’oasi rifiutò il sole, e preferì morire sotto la sua coltre di sabbie monotone.

Ruggito di leone vicinissimo mediante un Ululatore.

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Kabango

scattando:

Bagamoio! Bagamoio!

Bagamoio

Sono qui. Veglio su di te.

Kabango

Dove è il mio fucile? E’ pulito?

Bagamoio

L’ho minuziosamente oliato. E’ carico!

Kabango

Bene. Grazie. Là dove è Bagamoio, c’è forza, sicurezza e fedeltà.

Bagamoio esce dalla capanna, cercando la belva. Kabango fa un movimento come per alzarsi.

Mabima

lo trattiene a terra:

Non alzarti, Kabango. Il tuo piede è molto ammalato. Non devi camminare. Temo per te gl’insetti e la sabbia.

Ruggiti di leone vicinissimo mediante tre Ululatori.

Bagamoio ci difende! Sarebbe una pazzia affrontare ora una marcia.

Lanzirica

Mabima non reggerebbe alla fatica. Mabima è felice di vivere qui. Nessuno può rapirti il Sinrun. Ti costruirò un [p. 54 modifica]letto con quattro rami forcuti piantati in terra e spalmati di zilah, perché la vipera tricorne non ti addenti nel sonno. E’ corta, grossa, pericolosissima. Ma so curare le sue morsicature. Quando il tuo piede sarà guarito, riprenderai la marcia. Ricòrdati delle mie parole. Coloro ai quali tu ti sacrifichi non meritano il tuo sacrificio...

Kabango

interrompendolo con uno scatto brutale:

Basta! Taci! Conosco il tuo ritornello. Sei un flauto malinconico, ed io non sono un serpente da addormentare. Sento già la tua voce che riprende la sua nenia: «Kabango, ascolta le fontane!». Macché fontane! Io ascolto le fontane, le fontane del mio sangue! Non implorano, non piangono. Urlano, imprecano, perché vogliono slanciarsi in cielo e inondare della loro forza benefica l’Africa adorata! Io li amo tutti, i miei popoli africani! Tu dici che sono indegni del mio sacrificio? Che ne sai tu? Che ne sanno loro? Sognano come te, o vegetano come le piante. Io darò loro la vita sublime del pensiero! Sono stanco di riposarmi. La vita non è qui. Le vie del deserto mi chiamano. Guarirò il mio piede camminando. Va, Lanzirica. Non ho più bisogno di te.

Lanzirica si allontana a testa bassa, rimane un istante immobile, poi gira cautamente dietro alla capanna, e, dopo aver sfiorato Bagamoio che monta la guardia, si accovaceia fra i cactus e le agavi, per ascoltare Kabango e Mabima.

Mabima

coricata vicino a Kabango nell’apertura della capanna:

Ciò che ha detto Lanzirica è falso, Kabango. Ora mi sento rinfrancare. Ti seguirò dove Vorrai. Ho tanta forza, [p. 55 modifica]Kabango, se tu mi baci!... Baciami. Voglio, io, io, guarire il tuo povero piede. Tanto ti amerò, con baci, baci e tenerezze squisite, finché tutto ti guarirò. Spalmerò di unguenti la tua piaga...

Entra nella capanna, e ne esce con un canestrino pieno di foglie.

Sono unguenti veramente miracolosi. Me li ha portati in dono, con molta gravità, ieri sera, il capo dei Giuma. E mi ha regalato anche un bellissimo tappeto. Vedrai.

Medicando il piede di Kabango.

Povera carne! Ti brucia? Fra poco non sentirai più dolore, e questa notte potrai dormire placidamente.

Kabango

Non dormiremo, Mabima. Chi dorme nel plenilunio offende la Luna. Già la mia pelle graffiata dal sole e dal pericolo gode sotto la morbida carezza della tua mano. La tua carne è intrisa di primavera e di salute. Credo poco nella scienza di Lanzirica; il mio piede guarirà presto, se tu lo medichi.

Mabima

dopo essere rimasta per qualche istante immobile, assorta nella contemplazione della foresta che le languide cadenze del vento adornano di riflessi preziosi:

Dev’essere molto profonda, questa foresta, e piena di meraviglie. Non ti piacerebbe di regnare sovrano su questa foresta immensa...

3 Frusciatori, poi 1 Rombatore, poi 2 Gracidatori.


e di vivere sempre cosi? [p. 56 modifica]

Cantando.

     I rami della palma
sono mani nere che lavano
le sabbie aurifere del cielo
e nel lento lavoro appare
l’oro tremante della luna
     II vento fa roteare
i rami della palma
come una fionda nera
per scagliare la pietra tagliente della luna
contro il cuore distratto del mare.
     Quando il vento tace,
le agavi innalzano
i loro candelabri d’oro
e la luna li accende.
Quando il vento tace,
il mio cuore non ha pace.
     Sei felice nelle mie braccia?

Kabango

Felice! Felice!

Mabima

rovesciata all’indietro voluttuosamente:

Ma dimmi: se tu fossi colpito da una grande sventura, il mio amore basterebbe a consolarti?

Kabango

Si, Mabima.

Mabima

Se i tuoi nemici rubassero il Sinrun, e tu non potessi più realizzarlo? [p. 57 modifica]

Kabango

Perché mi dici questo?

Mabima

Non temere. Le pelli sacre son li. Le custodisco io.

Kabango

rasserenandosi:

Sono convinto che se non fossi il creatore del Sinrun tu non mi ameresti come mi ami.

Mabima

Prima ti amai così perché eri il Capo di tutti.

Ora ti amo perché sei tu, tu, con i tuoi occhi distratti e crudeli e con la tua bocca che mi piace tanto! Vorrei essere con te fuori dalla vita, come due raggi, come due brusii d’insetti.

Kabango

Si, si... Ma non posso immaginarmi fuori dal dovere che mi sono imposto: redimere la mia razza!

Mabima

Quanto sono piccola, io, davanti al tuo dovere. Devi disprezzarmi...

Kabango

No, no, Mabima... Ti amo, e ti ho spesso ammirata, come nell’ultima lotta, quando ti svincolasti coraggiosamente dai miei nemici e li mordesti coi tuoi denti.

Coprendo il viso di Mabima di baci affettuosissimi:

Mi piaci, Mabima, ti ho scelto fra tutte. Sei la più bella, sei l’unica, e ti porterò con me senza fermarmi. Mi piace [p. 58 modifica]bere ogni giorno alla tua bocca la forza necessaria per continuare la marcia e la lotta. Partiremo domani; ma ora pregusto la notte piena di musiche soavi. Ecco la luna. La foresta beve già la sua luce. Ogni tronco di banano si spalma di argento grasso.

2 Frusciatovi, 1 Rombatore.

Mabima

Le sorgenti traboccano di beatitudine come cuori. La luna è un’altissima noce di commo. Vorrei stringerla fra le braccia.

Kabango

ridendo:

Vuoi che mi arrampichi su, su, per coglierla? Ora si spacca. Guarda. Gronda di latte... E suo latte si spande.

Mabima

Aspira questo profumo.

Kabango

Lo conosco: sale dal tuo seno.

Mabima

No, no. Ti sbagli. Questo è il profumo dei gelsomini.

Kabango

Ma queste sono gaggie che parlano nel buio.

Mabima

Sí, sí. Ora si sposano coi fiori dell’acacia. Baciami. (Silenzio.) I tuoi baci sono gocce di luna che cadono sul mio cuore, Gocce di luna; oblunghe, oblunghe! Candide, languide, [p. 59 modifica]limpide, cadono di tanto in tanto, tintinnando. L’ombra ci guarda come un grande occhio nero innamorato.

Kabango

La luna è tutta aperta dal piacere, e gode.

Mabima

Anch’io sono aperta dal piacere. La foresta è divenuta un’arpa immensa di rami e raggi lunari. Le liquide dita delle sorgenti la svegliano arpeggiando. Hanno strappi lenti cosi dolci...

1 Rombatore e 2 Frusciatori.

Kabango

Perché tremi? Sono piccoli uccelli verdi che i negri chiamano foliotocol. I fogliami ne sono pieni e ondeggiano come scrigni trasparenti pieni di smeraldi animati. Il brusio della foresta acqueta finalmente il mio sangue.

5 Frusciatori.

Mabima

Baciami! Baciami! Disseta la mia carne, Kabango!... Baciami! Sono tua... tua!...

Kabango

I nostri baci ingelosiranno i fiori, e le belle farfalle che hanno ali dipinte d’inviti amorosi, e gli uccelli che gareggiano per sedurre la notte, e i profumi deliranti che viaggiano come messaggi d’amore, e anche le stelle, che sono parole d’amore cristallizzate.

Mabima

Quanto sei poeta, Kabango! Preferisco le strofe che improvvisi per me, a tutte quelle di Lanzirica. [p. 60 modifica]

Kabango

Lanzirica ha uno spirto invischiato nelle scritture. Non è un poeta. E’ un medico, cioè il suddito devoto della regina Malattia! Troverò per te altre strofe d’amore, perché la nostra notte sia colma d’ogni delizia. Sarà la notte piú bella, forse l’ultima!

Mabima

Cosa hai?

Kabango

Ho sussultato involontariamente. Lunghi brividi fanno spasimare la foresta. Non temo nulla. Una forza lieta mi gonfia il cuore. Ma sento che non avremo forse piú una notte d’amore come questa.

Mabima

entra nella capanna, e ne esce con un piccolo tappeto fra le mani:

Guarda! Guarda com’è bello! La luce cede alle ombre della notte. Non puoi vedere le meraviglie degli ornamenti. Senti, che morbidezza contenta! E’ vivo, questo tappeto; quasi respira. Contiene i palpiti dei tessitori che lo formarono sognando di riposarvisi sopra. Ha la sofficità di cento mandre d’agnelli e la gemente dolcezza dei loro belati. E’ più leggero degli uccelli. Contiene anche piume di rondini. Guarda come hanno ben ricamato con fili d’oro questa grande aquila, simile a quelle che tu ami. Questa però è ferma sulle ali, nel cielo della felicità. Forse incontrò il suo Kabango! Vi sono ricami che fingono colonne, portici e fontane.

Kabango

seguendo incuriosito la descrizione di Mabima. (2 Frusciatoci):

Riposeremo bene, su questo tappeto che sembra il riassunto di una reggia. Se non fossi Kabango, questo tappeto, [p. 61 modifica]sostituirebbe per me una città. Per Lanzirica, che è un sognatore imbelle, potrebbe tener luogo di sposa, con le sue svariate carezze per la pelle e coi suoi scintillíi di pupille amorose. Io posso concedere a questo tappeto una sola delle mie notti, poiché preferisco appoggiare la testa sulle pelli del Sinrun.

Un grido lacera la penombra verde.

Kabango

scatta in piedi, fuori della capanna:

Chi è che urla cosi? Bagamoio, dove sei? Bagamoio! Bagamoio!

Gira rapidamente intorno alla capanna e si ferma stupito davanti ai corpi di Bagamoio e Lanzirica, stretti in una lotta feroce.

Che fai, Bagamoio? Férmati!

Lanzirica si sottrae agilmente, carponi, alla ferocia di Bagamoio.

Bagamoio

si rialza deluso, esitante, fissi gli occhi su Mabima che lo guarda spaventata. Egli sembra spinto dalla propria devozione a denunciare l’amore di Lanzirica per Mabima, ma si trattiene.

Non andare in collera, Kabango. Avevamo una questione antica da chiarire! La chiarirò un’altra volta.

Lanzirica

a Bagamoio:

Ippopotamo fangoso, speravi di capovolgermi come una piroga!

Cupo, mostrando il suo pugnale a Bagamoio:

Non dimenticare il succo dell’euforbia velenosa! E’ tutto per te. [p. 62 modifica]

Bagamoio

feroce.

Temo molto di piú quell’astuccio d’argento che porti alla cintura come una pistola, e contiene un inchiostro falso come il tuo sangue!...

a Kabango:

Lanzirica mi odia perché sono un ignorante. Pretende che ci si può fidare dei Giuma. Io sono convinto che tu non debba fidarti di loro. Nulla mi sfugge, Kabango! Credimi, essi congiurano contro di te! Ho visto poco fa i loro capi, appiattati lí, nella casa abbandonata. Dicono che tu hai portato nuove febbri, chiuse nelle ghirbe. Ti uccideranno, Kabango. Non passare la notte in questo luogo. Partiamo subito. Sorreggerò io stesso Mabima, e quando sarà stanca la porterò io stesso sulle mie spalle.

Kabango

rimane pochi istanti assorto, poi con voce lenta:

Credo in te, Bagamoio.

A Lanzirica:

Taci! Partiamo, Bagamoio!

Bagamoio

comincia a raccogliere i sacchi mentre Mabima entra nella capanna seguita da Lanzirica.

Conviene far presto, prima che la luna scompaia. Seguiremo la pista degli elefanti.

Trattenendosi per non balzare dalla gioia:

Felicità! Felicità! Sono un po’ ebbro per la gioia di andar via. Ho finito di lottare con le mosche furú. Non voglio — per Allah! — morire gonfiato e tatuato dal croco e dalle pulci [p. 63 modifica]scic! Maledetta foresta tignosa, pidocchiosa, piena di vaiuolo nero e di colera! Benedette le strade salubri del deserto!

Cambiando voce, come per una subitanea sorpresa:

Kabango, vieni! Guarda!

Kabango si avvicina alla capanna.

Due serpenti! Guarda! Si sono annodati sulle corde. Non cedono. Sembrano d’acciaio!

Mabima

Uscendo dalla capanna dietro a Lanzirica, al quale si aggrappa con moti convulsi:

No! No! Rendimi le pelli sacre!

Ma il terrore dei serpenti la ferma; e rimane perplessa, con gli occhi fissi su Lanzirica, che nasconde il Sinrun sul petto, fra le pieghe della sua galabieh.

Bagamoio

con un balzo indietro:

Guàrdati alle spalle, Kabango! Altri serpenti tra i rami ti minacciano! Col calcio del fucile li ucciderò.

6 Frusciatori.

Kabango

Siamo assaliti da tutte le parti. Lassù! Sono centinaia! Maledetto buio! Tutti gli alberi ne sono pieni! Non si vede più il cielo fra i rami. Siamo sotto una vòlta di serpenti! Bagamoio! Presto! Cerchiamo un varco!

Bagamoio

Tra le agavi e i cactus. Ho trovato! Sono sicuro. Non si sono ancora allacciati. Ne ho già uccisi tre col calcio del [p. 64 modifica]fucile. Ma sono molti!... molti!... Attenti alle spalle!... Ah! Preferirei lottare coi leoni, sulle dune!

8 Frusciatori.

Kabango

lottando coi serpenti accanto a Bagamoio mentre Mabima e Lanzirica trasportano grosse pietre e le ammucchiano dietro di loro:

Bagamoio, delle pietre! Portami delle pietre! Schiaccia le teste! Mabima, non lasciarti prendere nelle spire dei serpenti! Bagamoio, fa come me! Lascia stare il fucile! Schiacciali con le pietre! Pigliali per la coda con la mano sinistra, e fulmineamente rovescia con la destra le tasche di veleno, dalla testa in giù.

Buio macchiato di corpi neri. Si vede un confuso gesticolare di corpi, con a quando a quando le voci di Kabango e di Bagamoio che si chiamano.

Kabango

Bagamoio! Non preoccuparti delle liane che ci frustano la schiena richiudendosi dietro di noi!

10 Frusciatori.

Bagamoio

Kabango! Kabango!

L’intermezzo musicale descrive successivamente la nera e tumultuosa lotta contro i serpenti, il verde brillante dell’alba, il verde dorato del meriggio, sino al rosso cupo del tramonto sulle sabbie, all’orlo della foresta.

Sipario