Il tesoro/Capitolo I

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Capitolo I

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Capitolo II

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I.


Viveva a Nuoro di Sardegna, verso la fine d’aprile del 1886, un uomo chiamato Salvatore Brindis, soprannominato Cane Ruju.1 Aveva circa cinquant’anni; era alto, corpulento, con barba folta e grigia, faccia rossa e occhi assai strani, torvi, iniettati di sangue, che a momenti, divenuti limpidi e quasi dolci, si rassomigliavano a quelli di un cane intelligente; e forse a quegli occhi e al suo colorito sanguigno Salvatore Brindis doveva il suo soprannome.

Da tutta la sua grossa persona spirava un’aria di prepotenza, di forza e di volontà; sul petto largo e robusto il velluto turchino del giubbone aderiva in modo da disegnare tutte le linee, e una cintura di pelle nera adorna di rozzi ricami, come usano i paesani nuoresi, stringeva fortemente il suo corpo poderoso. [p. 2 modifica]

Salvatore Brindis apparteneva alla razza dei principali; possedeva bestiame, la casa dove abitava, una tanca nella montagna, un vasto terreno chiuso, con elci e pascoli estivi, e un podere nella valle, ed anche un cavallo famoso, grasso e robusto come il padrone. Le rendite gli permettevano di viver nè bene nè male; ma siccome egli preferiva viver bene, aveva anche debiti molto fastidiosi, pasture non pagate e una cambiale nella Banca Agricola.

Visitava spesso i suoi possedimenti, specialmente l’ovile, ma buona parte del suo tempo la passava in città, occupandosi più degli altrui che dei proprii affari. Camminava tutto il santo giorno, e siccome calzava stivaletti signorili un po’ stretti, i piedi gli sudavano in un modo orribile; e sua moglie, ogni notte, prima di andare a letto, glieli faceva lavare con acqua tiepida.

Una notte, verso la fine d’aprile del 1886, mentre Salvatore si faceva il consueto lavacro, sua moglie entrò in camera con un’aria insolita e misteriosa.

Agada Brindis, anch’essa verso la cinquantina, era alta e nervosa, con un lungo viso bronzino avvolto in una benda gialla; vestiva all’antica, con gonna d’albagio grigio e giubbone da uomo, di scarlatto cupo a doppio petto; ed era l’ignoranza personificata, piena di pregiudizi, superstizioni e rispetti umani; il che non le impediva d’aver talvolta un perfetto dominio sul marito. [p. 3 modifica]

— Salvatore, — disse richiudendo la porta senza far rumore — ho da dirti una cosa.

— Eh? Cosa? — esclamò egli alzando la faccia, più rossa del solito per lo sforzo che faceva chinandosi sul catino dell’acqua.

— Una cosa bella!... — rispose la moglie, fissandolo negli occhi come per chiedergli: non ti metti in curiosità?

Ma egli restò indifferente, e traendo dall’acqua il piede bianco e velloso si mise ad asciugarlo tranquillamente.

— Aspetta, aspetta; mettiti a letto prima — disse Agada rimboccando le coperte rosse del letto. Le sembrava che Salvatore fosse impaziente di sentire il segreto, mentr’egli, invece, si spogliava senza chiederle nulla.

Davanti al letto c’era a modo di tappeto un piccolo sacco di lana, a righe nere e grigie; e l’antico talamo sardo, di legno nero scolpito, a baldacchino, ma privo di cortine, aveva intorno ai piedi, per tutti i quattro lati, un volante di percalle a quadrati rossi e bianchi. Sulle pareti bianche della vasta camera pendevano molti quadretti a vivi colori; vicino al capezzale un mazzo di rosarii, un cero benedetto, una croce di palma, un ramo d’ulivo, un crocifisso e tanti altri oggetti sacri custodivano i sonni di Agada e Salvatore contro le tentazioni e i malifizi del demonio.

Sopra un tavolino accanto al letto, coperto da un antichissimo tappeto sardo di tela di lino, [p. 4 modifica] adorno di frange e trapunti rossi, fra chicchere e bicchieri e calici e ampolle, una candela ad olio d’oliva illuminava il semplice ambiente pulito e antico.

In breve Salvatore fu tra le bianche lenzuola grossolane, e cominciò a trarre grandi sospiri, a sbadigliare, a dimenarsi, quasi stesse per sopraggiungergli un accidente. Agada, ch’era uscita portando via il catino, rientrò e avvicinandosi leggermente al letto non si stupì per lo stato del marito; egli si dimenava così tutta la notte, con un sonno inquieto e quasi nervoso, ma purchè avesse i piedi puliti, la moglie non ne faceva caso e dormiva fino all’alba d’un sonno placido e lievissimo.

— Leggi questa lettera — disse chinandosi sul letto; gli occhi le scintillavano, le labbra sottili e smorte le tremavano leggermente, e porgendo la lettera al marito pareva gli desse una cosa sacra.

— Cosa diavolo c’è, cosa diavolo c’è qui? Avvicina il lume un po’ più — diss’egli lasciando di dimenarsi e spiegando curiosamente il foglio.

Agada avvicinò il lume, tenendo in mano la busta già sporca e sgualcita della lettera arrivata poche ore prima, e ritta, rigida, trattenendo il respiro, seguì con lo sguardo ogni movimento del volto di Salvatore, che leggeva con occhi spalancati e curiosi. Vide quel grosso e rosso viso passare dall’espressione della curiosità alla manifestazione dello stupore, della [p. 5 modifica] meraviglia, del dubbio e infine dell’ilarità più clamorosa.

Salvatore si abbandonò sui guanciali, su cui s’era un po’ sollevato per legger meglio, e stringendo la lettera in mano aprì le braccia e cominciò a ridere, a ridere come uno stolto, d’un riso allegro, pieno, clamoroso e insolente. Da molto tempo Agada non l’aveva veduto rider cosi, e subito ebbe l’idea stravagante e paurosa che fosse impazzito per la gioia.

— Fammi veder la busta — disse Salvatore, ed essa gliela diede.

Era una busta lunga, bianca e ruvida, su cui era scritto:

«Al Signor Salvatore Brindis, Propriet.

(Italia)
Nuoro (Sardegna).»

Salvatore si rimise a ridere clamorosamente: non pensò neppure di rimproverare la moglie perchè s’era permessa di aprir la lettera e di mostrargliela così in ritardo tanto la casa gli sembrava ridicola, e tanto Agada era avvezza a far il comodo suo in certi affari.

— È proprio indirizzata a me, a Salvatore Brindis, che il diavolo vi tiri il collo! Cosa vuol dire questo propriet., cosa vuol dire?

— Proprietario forse — disse Agada.

— Ah, proprietario! ah, proprietario! gridò Salvatore, e rideva da far tremare tutto il letto. [p. 6 modifica]

Agada restò orribilmente seccata, e sembrandole che il marito ridesse per la lettera e per lei, disse con dispetto: — E fammi il piacere di finirla! Perchè ridi così; che c’è da ridere?

— Ma tu ci credi? — domandò il marito guardandola con pietà.

Sulle prime ella ebbe vergogna di dir sì, poi, per dispetto, affermò: — Sicuro che ci credo.

Salvatore allora rise tanto che il volto gli diventò pavonazzo.

— Maledetto chi ti dice qualche cosa! — disse Agada umiliata e inviperita — dovevo pensarmelo, perchè sei uno sciocco: dammi, dammi qua....

Gli riprese facilmente la lettera e la busta e fu per andarsene; ma egli disse: — Senti, non farmi più ridere, chè mi farebbe male. Non vedi ch’è una truffa?

— Una truffa?!...

— E dunque un demonio?

A questo pensiero, Agada si fece piccina piccina, si raddolcì e guardò la lettera con un’espressione di rimpianto doloroso.

— Fammi il piacere — disse riavvicinandosi al letto — rileggimela e spiegamela....

Salvatore allora cessò di ridere e la contentò; la bizzarra lettera, scritta in pessimo italiano, con caratteri grossi e regolari, veniva da una prigione [p. 7 modifica] militare di Francia, ma sul francobollo verde portava il bollo di Parigi dov’era stata certo impostata. Salvatore lesse a voce alta:

Egregio Signore,

«Benchè non abbia l’onore di voi conoscere, sapendo che siete una persona onorata su cui si può affidare con fiducia, vengo a chiedervi un favore che son certo non mi negherete. Io sono un ex-capitano di cavalleria, già cassiere di un reggimento al tempo della guerra franco-prussiana del 1870-71. Dopo la disfatta di Sedan, quando i prussiani invasero la Francia, io riuscii a scappare con la cassa del reggimento affidata a me, e conteneva 40.000 Luigi in oro (lire italiane 800.000), e venuto in Sardegna nascosi questa somma nei dintorni di vostro paese, in una solida cassetta d’acciaio, con serratura invisibile, di che io solo conosco il segreto.

«Contavo di ritornare nell’isola con la mia famiglia, ma ritornato in Francia fui arrestato come disertore e condannato alla reclusione. Ora io vi scrivo per proporvi di ritrovare la somma da me nascosta, ma a questi patti:

«1° Verrà a voi dato un terzo della somma se farete quanto segue:

«2° Far venire al vostro paese una mia figlia di 17 anni che si trova a studiare in un collegio; verrebbe con una donna di compagnia [p. 8 modifica] e porterebbe i dati necessari per ritrovar e aprire la cassetta.

«3° Assicurare coi due terzi della somma restante l’avvenire di questa fanciulla e collocarla in casa onorata o trovarle magari un marito buono, distinto, signore, che la rendesse felice.

«4° Finalmente anticipare le spese di viaggio alle due donne.

«Se, signore, voi accettate, rispondete subito a me, senonchè vi degnerete metter due buste, nella prima o interna scriverete il mio nome, nella seconda o esterna scriverete l’indirizzo di questa persona che s’incaricherà di farmi pervenire la risposta:

Madame Josephine Bargil

Rue de Chery, 100

Paris (France).


«Inoltre firmerete con questo nome «Ferro» - e ciò per miglior precauzione, caso mai la lettera venga aperta qui, dove sono molto invigilato. — Sicuro nella di voi onestà e gentilezza, e affidandomi al vostro onore per il segreto, aspetto e sono di voi dev.mo:

Victor HonorÉ


Durante questa lettura Salvatore aveva fatto grandi sforzi per non ridere di nuovo; specialmente il quarto patto, che, secondo lui, [p. 9 modifica] tradiva la truffa, lo divertiva immensamente. E spiegò la cosa a sua moglie.

— Ecco qua, credono ch’io mandi il denaro subito, stupidi che altri non sono! Ma dove diavolo hanno pescato ch’io esistevo?

— Ci vorrebbe molto denaro?

— Per che cosa?

— Per far venire le due donne....

Salvatore guardò sua moglie e s’adirò.

— Sta a vedere che ci pensi, sciocca ignorante! Fammi il santissimo piacere di lasciarmi dormire!

E gettò in aria la lettera; Agada la raccolse umilmente e se ne andò via senza pronunciar sillaba; ma scendendo la piccola scala di pietra cominciò a sospirare e a rattristarsi.

La scaletta finiva al pianterreno della casa, ov’erano due stanze e una specie di portico nel quale Agada e Costanza la nipote si sedevano in estate per lavorare. La casella, di pietra e fango — un’antica e solida costruzione, fatta grigia dal tempo — aveva una cert’aria pittoresca, con le finestre e le porte piccolissime, un balcone di legno al primo ed ultimo piano, e l’arco di mattoni crudi del portico. Davanti le si stendeva un piccolo cortile, lastricato di ciottoli, che bisognava attraversare per giungere alla cucina, alla dommo ’e mola, cioè alla stanza della macina (dove un asinello girava perpetuamente intorno ad una mola latina) e ad una tettoia ben [p. 10 modifica] riparata, a cui i Brindis davano il nome di stalla. Un fico magnifico ombreggiava il cortiletto.

Agada attraversò il cortile col suo passo lieve; e Costanza apparve sulla porta illuminata ed aperta di cucina, domandando subito ansiosamente:

— Cos’ha detto? cos’ha detto?

Agada le tirò il grembiale, accennandole la servetta che stava in cucina, poi l’attirò più in là, verso il portone.

— Non comprende un’acca, tanto — disse Costanza, alludendo a Chicchedda la serva.

— Così ti pare? Ma non occorre parlare davanti a nessuno. Ha detto che è una truffa.

— Una truffa? — esclamò Costanza con stupore, e nel suo viso si distinse al chiaro di luna la stessa melanconia che aveva colto Agada poco prima.

Costanza aveva ventiquattro anni e viveva sin da bambina coi Brindis, che non avevano figli: era una ragazza svelta, simpatica e sopratutto intelligente; eppure anch’essa, dopo aver letto alla zia la strana epistola di monsieur Honoré, s’era lasciata cogliere dalla gioia febbrile e nervosa di una prossima ricchezza.

L’idea della truffa non le venne neanche per sogno, ed anzi nel suo cervello intraprendente si formulava già il progetto d’invertire le parti, dando cioè un terzo del tesoro alla signorina Honoré e il resto a zio Salvatore, che così si [p. 11 modifica] sarebbe subito liberato dai debiti e avrebbe acquistato dieci o dodici tanche e un migliaio di vacche. Costanza non comprendeva altrimenti la ricchezza; non pensava ai danni e ai fastidi che una sì improvvisa e colossale fortuna poteva recare, ma solo agli utili e al modo di corbellare la signorina Honoré. Se fosse possibile non darle nulla? No, poveretta, bisognava darle qualche cosa e procurarle un buon marito. E Costanza pensava già ad un loro parente signore, avvocato, giovine e distinto; ma bisognava aver prudenza perchè egli non intralciasse la faccenda e non si appropriasse di tutto...

Per tutta la sera Agada e la nipotina non avevan discorso nè parlato di altro, aspettando il ritorno di Salvatore, del quale avrebbero volentieri fatto a meno se avessero avuto la somma da spedire a Parigi per il viaggio delle due signore. Ma qui era il guaio perchè zia e nipote non avevano denari; probabilmente non ne aveva neppur Salvatore; ma egli poteva facilmente procurarsene.

Ed ora una sola parola faceva crollare tutto il sogno; Costanza sulle prime si ribellò.

— Ma che truffa, ma che truffa! — disse a bassa voce. — Mi pare impossibile; come mai si sarebbero rivolti proprio a zio Salvatore? Giacchè hanno saputo che esisteva, avranno anche saputo che non è così stupido da lasciarsi truffare. Domani gli spiegherò io.... [p. 12 modifica]

Agada sorrise; sorrideva raramente e il suo sorriso annunziava sempre qualche cosa di triste.

— Tu non gli dirai nulla. Quando io ho insistito un po’ quasi mi batteva. Se torniamo sull’argomento farà uno scandalo.


— Eppure il cuore mi dice che c’è qualche cosa di vero. Datemi la lettera; la farò leggere da chi se ne intende.

— Da chi?

— Da Bancu.

Agada aveva avuto la stessa idea, ma non lo disse e non cedè la lettera; le parole di Costanza le ridonavano la convinzione che si trattasse di cosa vera e seria, e disse:

— Domani andremo insieme da Bancu; dopo tutto tentare è bene, e Salvatore ha le sue idee. Lasciamolo stare, e tu non dirgli nulla.

— Nulla — ripetè Costanza, e rientrarono in cucina dove Agada, prendendo il solito suo posto accanto al focolare, si mise a filare.

Costanza le si assise dirimpetto, muta e pensierosa.

La servetta lavava piatti, china su un paiolino nero; nella cucina, dalle pareti d’un giallo cupo offuscate dal fumo, dal letto di grosse travi e di canne, c’era il forno, il focolare di pietre levigate, e sospesavi sopra, ad altezza d’uomo, la cannitta, graticolato di legno d’un metro quadrato circa, appeso con quattro funi, che serve per affumigare il formaggio appena estratto dalla salamoia. [p. 13 modifica]


Appesa alla cannitta una piccola lampada di latta a tre becchi spandeva una luce tenue e tremolante, che non riusciva ad illuminare tutto il tenebrore della cucina, non dava riflessi alle grandi casseruole di rame brunite dal fumo, e lasciava le donne in un chiaro-scuro pittoresco, ma poco comodo.

Pure Cicchedda lavò i piatti con disinvoltura, e Agada, sulla sua alta seggiolina, continuò a filare destramente seguendo con gli occhi l’opera delle sue lunghe e magre mani.

Costanza non faceva nulla, ma pensava; pensava a quella cosa, come ci pensava Agada seguendo il filo di lana del suo fuso; non parlavano perchè c’era la servetta, ma i loro pensieri battevano la stessa via....

Una specie di febbre fermentava nelle loro idee, poche ore prima così tranquille e rassegnate; pensavano sopratutto alla felicità di non aver debiti, di non pagar interessi, di sentirsi superiori a tutte le donne ricche di Nuoro, e al gusto dei cambiamenti che l’avventura avrebbe apportato nella loro vita. A Costanza seccava il pensiero, balenatole nel cortile, di mostrare la lettera all’avvocato Cosimo Bancu, quello stesso che si proponeva di ammogliare con la signorina francese; e poichè nonostante la sua intelligenza non era scevra da superstizione, un’altra idea strana le veniva In mente. Quando Cicchedda ebbe rimesso i piatti e venne a sedersi in terra, [p. 14 modifica] presso il focolare, Costanza le rivolse un’occhiata profonda.

La servetta era una povera e strana creatura sui diciotto anni, bionda e con grandi occhi stupidi e sonnolenti. Era del villaggio di Oliena, ignorantissima e miserissima; due anni prima veniva a Nuoro dal suo villaggio per chiedere ancora l’elemosina. Un giorno Salvatore Brindis ritornando a cavallo dalla valle, l’aveva incontrata sullo stradale, morente di fame e di freddo e le aveva domandato quanti anni aveva.

— Perchè non lavori? — le disse poi brutalmente. — Alla tua età a Nuoro le ragazze son serve, e a Mamojada vanno a zappare che è una stessa bellezza.

Poi ricordandosi che sua moglie cercava una servetta, gli venne l’idea di portargliela. E gliela portò.

Cicchedda non sapeva nulla; era piena di stracci e di pidocchi e Agada Brindis voleva mandarla via insieme a suo marito ch’era rientrato a casa con quel l’arnese.

Ma Salvatore coi suoi grandi difetti possedeva anche molto buon cuore, e riuscì a persuader la moglie di mantener la bimba, dal momento che si trattava di darle solo gli alimenti; e siccome ad Agada repugnava l’olianese sopratutto per la sua sporcizia, egli, che aveva del tempo, prese Cicchedda per i capelli arruffati, glieli rase e li gettò sul fuoco. Poi la costrinse a rinchiudersi [p. 15 modifica] dentro la dommo ’e mola, ed a lavarsi entro un paiuolo d’acqua bollente, e prese delle vecchie vesti di Costanza, le gettò dal finestrino della porta, senza guardar dentro, gridandole di rivestirsi. Sarebbe potuto magari entrare; tanto la ragazza era sbalordita che non ne avrebbe fatto caso. Quando fu vestita uscì nel cortile, e Salvatore la presentò a spintoni alle donne, dicendo:

— Ora imparatela voi, se volete andare in paradiso, altrimenti andate dove più vi aggrada!

— Sta a vedere — disse Agada, accomodando le vesti intorno all’esile corpo della ragazza. E la interrogò se sapeva far qualche cosa, ma la poveretta non sapeva neppur parlare, e non capiva perfettamente quanto le dicevano.

Ci volle del tempo per insegnarle a tirarsi bene i lembi della corta camicia sotto la cintura delle sottane, a spazzare, a lavar i piatti ed aizzar l’asinello intorno alla mola: Costanza la imprecava senza pietà, ed Agada le strappava l’anima a furia di fatiche. Ma tale era il benessere provato, in confronto alla vita randagia e affamata della sua infanzia, era tanto felice di mangiare ogni giorno, di vestir scarpe, di dormire — e che sonno! — in un vero letto, che a Cicchedda sembrava di esser in paradiso, e provava una gratitudine profonda per i padroni. S’era affezionata a loro come un cane; avrebbe fatto pazzie per contentarli; amava con lo stesso affetto ogni particolarità della casa, il fico, la [p. 16 modifica] stalla, la mola e la cucina; col cavallo poi, con l’asino e le galline e i gatti era in istretta amicizia; parlava con essi a voce alta, e un continuo sorriso di beatitudine le sfiorava le labbra sottili e rossastre. Dopo due anni eseguiva coscienziosamente ogni faccenda, quasi venisse ricompensata; invece riceveva soltanto le vesti, il vitto, qualche paio di scarpe e qualche soldo nelle feste solenni; e Agada Brindis, con la sua coscienza finissima, non se ne faceva scrupolo alcuno, dicendo:

— Giacchè le ho insegnato a lavorare è giusto che lavori un po’ per conto mio. Quando si guadagnerà qualche cosa gliela daremo.

Cicchedda non pensava di chiederle nulla, e due cose sole la rattristavano; l’idea di poter un giorno o l’altro essere mandata via e un altro grosso dispiacere. Camminava saltellando e Salvatore, mettendola in caricatura per questo difetto, le soleva dire:

— Son quasi convinto che dalla cintola in giù tu abbia il corpo di rana. Quando ti sei lavata, il giorno che ti ho portata qui, mi è parso di aver veduto dal finestrino qualcosa di simile....

Ella impallidiva, si arrabbiava e soffriva convinta che Salvatore parlasse sul serio.

Uomo caustico in sommo grado, egli si divertiva delle miserie e delle piccolezze altrui, e quando un suo scherzo riusciva bene lo prolungava fino alla crudeltà. Così ogni giorno [p. 17 modifica] tormentava la servetta con la sua supposizione, e, quel che più a lei dispiaceva, gliela esprimeva davanti alla gente.

— Non fa nulla, non fa nulla! — strillava lei adirata — se ho le gambe di rana: già son le mie, non son le vostre; importatevene, zio sciocco!

Gli mancava di rispetto, e avrebbe dato dieci anni di vita per far cessare l’orribile calunnia.

Anche quella sera Salvatore, a cena, aveva fatto allusione a quel fatto; ella se ne sentiva profondamente triste, e lavando i piatti due grosse lagrime le eran cadute entro il paiolino della risciacquatura.

— Cicchedda — le disse Costanza — mi farai un piacere?

Eia! (Sì!) — affermò ella, aprendo i suoi grandi occhi sonnolenti e velati.

Agada cessò un momento di filare: cosa era il piacere che Costanza poteva chieder a quella sciocca?

— Sta attenta — disse Costanza. — Tu sei nipote di Marta Fele. Marta Fele, di Oliena, indovina ogni cosa, tu l’hai detto cento volte.

Eia! — ripetè vivamente Cicchedda, col viso in su. Una ciocca di capelli giallastri che le pioveva sulla tempia destra, al nome di Marta Fele ebbe un fremito, si spostò e venne ad ombreggiarle tutta la fronte.

Perchè Marta era una donna meravigliosa, che prediceva l’avvenire, e spiegava gli enigmi più [p. 18 modifica] misteriosi: Cicchedda, che si vantava d’esserle parente, credeva tanto nella sua potenza che tremava nel nominarla o nel sentirla nominare. Costanza domandò:

— Se tu andassi ad Oliena e ti riescisse di farla venir qui?

Agada comprese il pensiero della nipote, e riprese a filare.

— Umh, non verrà! — esclamò la servetta, sporgendo il labbro inferiore in segno di diniego.

— Perchè? Non è mai venuta a Nuoro? Perchè non verrà?

— Non verrà!

— Perchè non verrà? — ripetè ad alta voce Costanza, cominciando a stizzirsi.

— Perchè non verrà! Chi ha voglia di vederla deve andar là!

— Questa è bella! E a che ora e in quali giorni indovina ogni cosa?

L’aveva sentito dire molte volte, ma non essendole occorso mai di consultar la maga, se n’era dimenticata.

— Nei giorni di festa — rispose Cicchedda, mordendo un lembo del grembiale e dondolandosi — dalle due alle tre di sera nei giorni di festa, nei giorni di festa...

E siccome lo diceva con cantilena, Agada la rimproverò:

— Non c’è bisogno di metterti a cantare nè a ballare. Puoi parlare e star ferma.... [p. 19 modifica]

— Non posso star ferma....

— Ah, non puoi! Perciò cosa ti dicono?...

Alludeva allo scherzo di Salvatore, e lei lo comprese, e richiamata al suo dolore, proruppe improvvisamente in pianto.

Sedendosi al focolare aveva ancora voglia di piangere, ma le interrogazioni di Costanza l’avevano distratta; ora il rimprovero di zia Agada toccava così al vivo la piaga che il dolore scoppiò più forte quanto più improvviso e represso.

— Che demonio hai? — gridò Costanza meravigliata. E Agada chiuse gli occhi per non ridere e disse:

Allora Costanza comprese, e rise altamente, un riso pieno, beffardo e sonoro simile a quello di Salvatore: però egli ridendo diventava brutto e deforme e la nipote bellissima. Aveva magnifici denti e splendidi occhi che il riso rendeva lampeggianti.

Cicchedda s’irritò maggiormente, e il suo singulto vinse lo squillo sonoro della risata, in modo che Costanza ne ebbe pietà e smise: ma l’altra continuò a singhiozzare, contorcendosi tutta e tirandosi i capelli.

— Lo fa apposta! — pensò Costanza, e cercò di consolarla ironicamente; ma Cicchedda peggio.

— Si potrebbe sapere cosa diavolo hai? Farai entrar la pattuglia, perchè pare che ti stieno impiccando! — le gridò Costanza, ma non ci fu [p. 20 modifica] verso di farla cessare, o di farle dire la causa del suo spasimo.

— Ma infine! — disse Agada seccata. — Mi vien voglia di gettarti la conocchia sul capo! Ma non ti farebbe nulla. Senti, se la finisci, domenica vai ad Oliena con Costanza...

— Davvero? — gridò allora Cicchedda, rasserenandosi.



Note

  1. Cane rosso.