Il vecchio bizzarro/Lettera di dedica

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Lettera di dedica

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Il vecchio bizzarro L’autore a chi legge
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A SUA ECCELLENZA

IL SIGNOR

GIOVANNI BONFADINI

PATRIZIO VENETO1.


LA prima delle mie Commedie stampate, Eccellentissimo Signor Giovanni, fu la Donna di Garbo2, collocata nel primo Tomo della edizione Bettinelli, e nel quinto in quella di Paperini, ed ebbi l’onore di consacrarla, come una primizia dei frutti del mio talento, alla Nobilissima Dama, la Signora Andriana Dolfin Bonfadini, vostra amorosissima Genitrice, e mia Protettrice benefica e generosa. Ciò poteva bastare per un pubblico segno dell’ossequio mio verso di Lei, Dama illustre di meriti e di virtù ripiena, verso l’eccellentissimo Signor Francesco, egregio Genitore Vostro, Senatore amplissimo, e verso la Casa tutta ch’io venero, spiegato avendo in allora, alla meglio ch’io seppi, e i fregi della Famiglia, e quelli delle persone, e gli obblighi miei infiniti verso di loro, e le ragioni che m’inducevano a preferire a qualunque altra persona questa mia benignissima Protettrice. Prescindendo ora da tutto questo, a Voi rivolgomi specialmente, Cavaliere umanissimo, per quelle grazie particolari che m’impartite, e questa mia Commedia a Voi dirigo, ed offerisco, e consacro, pel genio comico che virtuosamente vi divertisce, per la protezione che alle opere mie donate, e per quegli obblighi che precisamente vi devo. Il Vecchio bizzarro a Voi certamente mal converrebbe, che siete un giovane di talento e di spirito. Ma un tal carattere non vi può esser discaro, rappresentandolo Voi ordinariamente nell’amena e gioconda Villeggiatura di Bagnoli del Vostro amico e Cugino, [p. 414 modifica]e mio Protettore benefico, l’Eccellentissimo Signor Conte Lodovico Widiman, più volte ne’ fogli miei ossequiosamente lodato3. La parte a Voi prediletta suol essere quella del Dottor Bolognese, il quale con una maschera che copre il naso e la fronte, presenta una faccia di cotal uomo che abbia sortito dalla natura una di quelle macchie visibili, che col nome di voglia si chiamano volgarmente, e rendono la persona diforme, da che precisamente ebbe origine una simile caricatura, copiata dal naturale in quel secolo, in cui dagli uomini forensi ancora si portavano per ornamento le basette, o i mostacchi. A Voi la lingua Bolognese riesce meno straniera e difficile, sendo stato parecchi anni in educazione nel Collegio di Modona, ove quantunque intervengano Nobili Giovanetti di ogni nazione, prevale in qualche modo il nazionale linguaggio, il quale alle nostre orecchie non comparisce moltissimo dal Bolognese distante. In fatti abbiamo avuti nei nostri Teatri in Venezia, e ne hanno avuto parimente i Milanesi, i Fiorentini, i Romani, dei Dottori in Commedia d’altro paese fuor di Bologna; siccome in altre parti, da noi non molto remote, dei Pantaloni stati sono e sofferti, e applauditi, che Veneziani non erano, e non avevano della nostra lingua che una semplice infarinatura, ed una pratica materiale nell’uso del lor mestiere. Ma a tutti questi de’ quali ora vi parlo, ed a moltissimi nazionali ancora dei luoghi da dove i Vecchi delle Commedie son tratti, prevale, Eccellentissimo Signor Giovanni, la vostra facondia, la grazia naturale che possedete, il brio, e lo spirito, e la prontezza con cui negl’impegni comici sapete animar le scene, aggiungendo alla pratica che fatta avete di tal carattere, il sapere e l’erudizione che manca ordinariamente ai Comici mercenari, nel basso mestiere grossolanamente instruiti, e nella povera condizione loro educati. Nel decimo Tomo della mia Fiorentina edizione, addrizzando a S. E. il Signor Pietro Priuli, amico e parente Vostro, e nel comico divertimento collega, la quarantesima ottava Commedia, intitolata il Prodigo4, accennai parecchie cose intorno alla [p. 415 modifica]Nobile compagnia di Bagnoli, e ne feci la descrizione esatta in un Veneziano Poemetto intitolato il Burchiello, per le Nozze di S. E. il Signor Alvise Priuli colla Nobil Donna la Signora Lucrezia Manin5. Dissi che in occasione di detta Villeggiatura varie Commedie all’improvviso furono da me composte e dagli ospiti valorosi egregiamente rappresentate; ma in una principalmente, che avea per titolo Le due Cameriere6, riusciste Voi sì bene, che tutti faceste maravigliare. Era per l’appunto la parte vostra del Dottor Bolognese il carattere di un Vecchio bizzarro posto fra due graziosi amoretti, giocati mirabilmente da due Cameriere vezzose, una d’indole seria, l’altra di costume brillante, rappresentata la prima da S. E. la Signora Cecilia Zorzi, e la seconda da S. E. la Signora Loredana Priuli, che con diverso sistema operando, lasciarono indeciso negli uditori di chi di loro fosse maggiore il merito, l’ abilità e la prontezza. Voi in mezzo di queste due faceste la miglior figura del mondo; e tanti furono i sali, le facezie e le cose buone che vi sapeste innestare, che io non avrei certamente saputo scrivere la vostra parte nè più comica, nè più brillante.

Ma temo che la mia compiacenza sopra di questo punto facendomi dilatare soverchiamente, vaglia a far credere a quelli che non vi conoscono, che in sì picciola cosa abbiasi confinato il Vostro talento; e vorrei potere dal canto mio rendervi quella giustizia che meritate in tutte quelle parti che signorilmente vi adornano, per dar rissalto alle vostre virtù, ai vostri meriti, ed alle vostre ammirabili prerogative. Sino dai primi anni della gioventù vi dichiaraste parziale dei buoni studj, delle scienze, della filosofia, delle belle lettere, e coltivando in appresso un così bel genio, vi formaste un perfetto conoscitore, un erudito Cavaliere, serbando anche in ciò quella discreta moderazione con cui nei piaceri di questa vita sapete onestamente prendere la vostra parte. In quelle onorifiche cariche, in quei Magistrati che la Repubblica Serenissima a misura della età vostra vi ha finora appoggiati, [p. 416 modifica]spiccò talmente il vostro sapere, e la diligentissima attenzione vostra, che dai primi saggi del vostro talento può argomentarci qual sarete per divenire in Repubblica, e quali fortunati progressi da Voi si aspettino i Congiunti vostri ed i vostri Concittadini; ed io, che ebbi l’onorato carico parecchie volte di tesser rime ed encomi agli Eroi di questa Patria Gloriosa, ai primi gradi innalzati dal merito e dalla virtù, se tanta vita Dio mi concede, spero dover cantare di Voi luminosissime cose, in occasione di giubbilo, di gloria vostra e di consolazione comune.

Il vostro magnanimo Genitore, che dopo aver servito con vero zelo e con ammirabile decoro la Patria, ebbe da essa la ricompensa sublime della Dignità Senatoria, passatovi per la via insigne del Tribunale più eccelso, egli vi apre la strada agli onori, alle cariche, alle dignità, e Voi, non meno che l’Eccellentissimo Signor Pietro, Fratello vostro degnissimo, siete nella Virtuosa gara costituiti di far decidere al Mondo chi più vaglia, e più sollecitamente, ad ingrandir maggiormente il sangue illustre della vostra Famiglia, la fama dei vostri meriti, e la grata riconoscenza della Repubblica Serenissima.

Pieno di così viva speranza, godo dello stato vostro presente, e delle venture felicità che vi aspettano, e già che l’età vostra il consente, vi offro per ora il divertimento di una Commedia, risserbandomi nelle occasioni più fortunate ad innalzar la mia musa coi cantici delle vostre Glorie. Seguite pure di buona voglia l’esercizio piacevole delle Commedie, le quali non solo vogliono a divertirvi, ma possono eziandio esservi di giovamento. Quell’avvezzarsi a parlare al pubblico è pure lodevol cosa. L’arte sì famigliare agli antichi Romani si è perfettamente in queste fortunate Lagune trasfusa e perfezionata. Nascono fra di noi gli Oratori; chi al Senato, chi al Foro con ammirabile naturale facondia sa difendere le cause pubbliche e le ragioni private. È un pregio e un abito della Nazione la naturale disposizione agli aringhi, la prontezza del dire, la energia delle dispute, la forza degli argomenti, la chiarezza, la fecondità dello stile. Oltre alla natura benefica, l’esempio de’ Vecchi ammaestra la Gioventù, [p. 417 modifica]e in questa l’esercizio avvalora l’istinto. Tutte le arti si vengono a perfezionare per gradi, e loderei sommamente che a tutti gli altri piacevoli trattenimenti che ai Giovanetti si accordano, quello si preferisse di esporsi al pubblico dalle Scene. Molti si trovano di talento e di sapere forniti, che pensano giustamente, e capaci sono in privato di un buon consiglio, ma temono le azioni pubbliche; e manca loro il coraggio. Ciò accade ordinariamente perchè non ne sono avvezzati, onde quantunque siano le Scene dal Foro e dai Magistrati remote, l’azione è similmente azzardosa, allorchè trattasi di parlare da un luogo pubblico ad un numero di persone raccoltesi per ascoltare; e chi bene abbia riuscito in questo sopra le Scene, se non avrà le cognizioni che al buon legale e al bravo Repubblichista son necessarie, avrà superata almeno la massima difficoltà, che suol consistere nell’apprensione. V. E. ha tutti i numeri necessari, e per le piccole e per le grandi imprese; ha bisogno meno degli altri di tali esperimenti per esercitare la sua facondia e la prontezza del suo intelletto, ma ciò non ostante seguiti pure, e non abbandoni il bel piacere delle Commedie. Queste recano un altro bene alla Gioventù. La divertiscono dai trattenimenti meno innocenti, e qualche volta pericolosi. Guai al mondo se non vi fossero dei Teatri. Tutti i Principi li credono necessari. Un Capitano d’armata, fuori dei militari conflitti, pensa immediatamente a divertire la Truppa con i Teatri; questi impediscono i progressi del gioco, e traviano dalle insidie amorose. Parlo di que’ Teatri che onesti sono e morigerati. Non di quelli di mal esempio, che si figurano i Moralisti colle loro invettive, de’ quali a’ dì nostri, per la Dio grazia, si è perduta per fin la memoria.

Ma sul finire di questo foglio, mi si presenta all’idea un rimprovero che l’E. V. può farmi. Io lodo Voi che tanto mirabilmente il Dottor Bolognese rappresentate, e pare che dalle mie Commedie lo abbia sbandito. Mi giustifico brevemente. Prima di tutto, io non ho l’abilità di scrivere quella lingua, come Voi la parlate. In secondo luogo, senza far torto alle Maschere che ora abbiamo, pericoloso mi riuscì sempre, ed infelice talvolta il [p. 418 modifica]valermene, stanco il Pubblico forse di veder sempre le cose solite, amante della novità sulle Scene.

Dovendo scrivere per Bagnoli, non lascierò da parte il Dottore, veggendolo in tanta grazia del popolo che lo applaudisce. So anch’io conoscere i miei vantaggi per la miglior riuscita delle mie produzioni, e so altresì che miglior fortuna non posso desiderarmi, oltre quella della grazia e protezione Vostra umanissima, alla quale ossequiosamente mi raccomando.

Di V. E.


Umiliss. Dev. Obblig. Servidore
Carlo Goldoni.


  1. Questa lettera di dedica fu stampata con la commedia che segue nel t. II del Nuovo Teatro Comico dell’avv. C. G. (Venezia, Pitteri), l’anno 1757.
  2. Si veda il vol. I della presente edizione.
  3. Al Widiman dedicò il Goldoni la Bottega del caffè: vedasi il vol. IV della presente edizione.
  4. Si veda il vol. I della presente edizione.
  5. Nel 1756.
  6. Non fu mai scritta dall’autore, e lo scenario non si è conservato.