In memoria di Alfonso della Valle di Casanova/In memoria di Alfonso della Valle di Casanova

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In memoria di Alfonso della Valle di Casanova

[p. 3 modifica]La notizia della morte del più dolce e caro amico ch’io aveva, di Alfonso Casanova, non mi maravigliò. L’ultima volta ch’io fui a Napoli, è un anno, a vederlo dimagrato, e che, parlando, una tosse lenta interrompevagli la parola, subito un presentimento tristo m’occupò l’animo. Persico, Bonanno, Bernardi, la famiglia Fornari, io, chè tutti l’amavamo, e quanto! ragionando insieme dicevamo: tra breve questa preziosa vita ci si dileguerà dagli occhi. E già sono cinque giorni che Alfonso ci si è dileguato, e per volgere di anni non ci comparirà mai più.

Questo giovine, di nobile casato, ricco, bello, vivace di modi e d’aspetto, visse amando principalmente due cose, i bambini, per amore di Cristo, e Dante. Abbattendosi in bambini soleva per ordinario mettersi a ragionare con essi, e, accomodandosi alla capacità loro, fare interrogazioni molte a fine di destare gentili e nuovi pensieri nella loro mente; e di questa [p. 4 modifica] conversazione prendeva grande diletto più che se ragionato avesse con grandi uomini. Così, senza accorgersene, entrò nella via di che Dio gli aveva segnato, cioè cominciò a essere educatore dei bambini, e specialmente di quelli del popolo; e al 1861, appena fatta l’Italia, quando si fu sentita la necessità di cominciare anche a fare gli’Italiani, si mise ad opera per cui Napoli lo ricorderà sempre con gratitudine, quella di fondare gli asili infantili. Fondatili, intese costantemente a farli crescere di numero e prosperare, faticando molto e profondendo buona parte delle sue sostanze. Spendeva la giornata per invigilarli, andando attorno ad un capo all’altro di Napoli: invigilava quelle creature con l’occhio e, quand’era lontano, col pensiero. Sono a scuola i bambini, mangiano, saltano in giardino, cantano, pregano; c’è Alfonso; e se manca, perchè occupato in altre faccende, c’è col cuore. Cercò l’arte sua e l’amore suo comunicare ai maestri e alle maestre, dicendo a essi i modi d’insegnare e di educare più facili; e trovò lui stesso un metodo più espedito per la lettura; e mise in opera tutto ciò che di buono appreso avea leggendo i principali libri di educazione, o visto ne’ suoi viaggi per l’Italia, la Svizzera, la Francia, l’Inghilterra. E non era mai stanco: e, come all’artista la sua opera, gli asili gli pareano sempre imperfetti; e se ne vedea alcuno buono, lo voleva migliore. Napoli non tardò a sentire il benefizio di questa carità operosa d’Alfonso; perchè non vide più, come per lo innanzi, frotte di laceri fanciulli [p. 5 modifica] spargersi a ruzzare per le strade o, accovacciati in luridi abituri, crescere luridi e salvatichi. Cavour stesso, quello che egli chiamava il padre d’Italia, avuto di ciò notizie, gl’inviò un telegramma per promettergli ajuti e per significargli la riconoscenza dell’animo suo; di che egli se ne tenne molto onorato.

Dopo passati parecchi anni il povero Alfonso, non potendo durarla in quell’ardore straordinario, sentì il bisogno d’un po’ di ricreazione al suo corpo spossato; e, non potendo più lui andare dai bambini, fe’ venire, direi, i bambini dove andava lui. Presa a pigione una casetta su un’amena altura, di dove si godeva un bellissimo cielo e la vista di Napoli, in compagnia di quattro di quelli, pigliati fra i più poveri e abbisognosi, vi si raccolse, fondando come a dire lassù un altro piccolo asilo. E facendo scuola, e menandoli a spasso per l’ariosa campagna, e mangiando a uno stesso desco, e pregando insieme con loro, e la sera lui medesimo componendoli a letto, e la notte destandosi per guardarli, così, senza intermettere le sue opere caritatevoli, passò tutti quei giorni in grande giocondità e godimento dell’animo.

Ricuperata alquanto la sanità e tornato a Napoli, ripigliò l’antica vita di andar per le vie e le case per destare un po’ di fervore per gli asili, di vigilarli, di leggere libri e procurare notizie per ridurli a perfezione più che poteva. Anzi, pensando che i fanciulli usciti dagli asili perdevano quasi in tutto il bene che aveano [p. 6 modifica] ricevuto, piangendogli l’anima a vederli tornare alle strade, pensò una nuova opera di carità, cioè quella di assisterli ancora insino ai quattordici anni, vigilandoli per le case, le scuole, le officine, e raccogliendoli le domeniche in alcuni luoghi, dove, e con l’insegnamento della Religione e con la ginnastica e il canto corale e i giuochi in giardino, e altri esercizi, procurava di tener desto nell’animo di quelli il senso dell’onestà e del bene.

Ma dopo un certo tempo anche questa forma d'assistenza trovatala inefficace, perchè ai fanciulli quei semi di virtù che riceveano le sole domeniche erano in tutti gli altri giorni mortificati dagli esempi che aveano in casa e in bottega, fondò, oltre a quella, una altra opera in una casa che, per essere una volta stata convento di san Domenico, ne pigliò il nome; la quale si disse, Opera d’assistenza ai bambini usciti dagli asili. E così era fatta, che egli sceglieva degli asili ogni novembre sessanta de’ più ingegnosi fanciulli (che più non si poteva), e ve li raccogliea tutt’i giorni, anco le domeniche, tutt’i mesi, anche l’ottobre, pensando di tenerveli per lo spazio di otto anni: i primi due continuando a essi l’insegnamento degli asili, e poi insino ai nove anni, dividendo il tempo fra la scuola ed un’officina, tutt’e due nella stessa casa, poi mettendoli a giornata intera nell’officina e la sera a scuola; in modochè a quindici anni ne poteano uscire operai già fatti, chi legnajuolo, chi calzolajo, chi [p. 7 modifica] ebanista, chi fabbricatore di pianiforti, tanto più abili, quanto più colti ed onesti.

E queste scuole di san Domenico Alfonso le prese tanto a cuore, che vi si trasferì col suo letto, le sue poche masserizie, i suoi libri, e ivi, forse per il luogo non sanissimo o per la fatica soverchia, cominciò la sua salute ed andare di male in peggio. Tanto ch’egli disperando d’essere più utile come prima, impensierisce, cade un poco in malinconia, e medita di chiudersi a Montecassino; invogliato forse dalla compagnia del Tosti, del Vera, che ora è morto anche lui, e più di tutti del Bernardi, col quale come un fratello avea dolcissimamente vissuto insieme molti anni. E stava perplesso e dimandava consiglio: ma poi gli parve di essere come illuminato da Dio, che non voleva abbandonati i bambini in mano di coloro che non glieli avrebbero educati per Lui. E non li abbandonò più, e insino a che ebbe fiato, stando in una sua casetta dove viveva solo, costantemente pensò a loro. E, non potendo lui, era già riuscito a mettere il fervore suo in parecchi giovani eletti di cuore e di mente, tra quali mi piace mentovare il mio Carlo Fiorillo, che, guidati da’ suoi consigli, per amore certamente de’ bambini, ma più d’Alfonso, con alacrità e perseveranza continuarono l’opera sua.

E Alfonso voleva un gran bene a questi giovani, e ne voleva a tutti, quando ne volevano ai suoi bambini. Così, d’una povera giovane, di cui non ricordo [p. 8 modifica] che il nome, si chiamava Pia, delicato fiore di virtù e d’ingegno, morta anche lei, Alfonso a vederla fare la scuola bene e con cuore di madre alle sue creature, d’affetto inconsapevolmente fu preso, che i mondani non intenderebbero, d’affetto verginale e purissimo. So che quella pudica, che, nel più bello della giovinezza, come Alfonso si vide anche lei a poco a poco consumare il suo corpo, vicina alla morte, chiamata la sorella le disse: Prega il signor Casanova mi voglia leggere, lui che legge sì bene, qualche cosa dell’Evangelo. E Alfonso lesse, e, quando fu morta, se n’accorò assai, e l’accompagnò a Chiesa, e poi alla memoria di lei dedicò un suo libricciuolo, e le lettere, che quella allorchè era viva su l’andamento del suo asilo avea mandate a lui, conservava come una cosa santa. Una sera, sul tardi, eravamo soli, lui ammalato, e si mise a leggere molte di quelle lettere, e dopo, turbatosi un poco, disse: Dio ci mostrò nella Pia un modello di maestra d’asilo e di subito ce lo nascose, quasi, soggiunse divenendo a un tratto faceto com’era solito, volesse dirci: se le volete, fatevele. Alfonso volle molto bene alla Pia, perciò ch’essa ne voleva molto ai bambini.

E i bambini questo bene d’Alfonso lo capivano, chè, quando era sano e se lo vedevano entrare in iscuola, di subito si rizzavano in piedi facendogli festa, e quelli a cui esso rivolgea una parola o che accarezzava, erano più contenti. E quando infermatosi [p. 9 modifica]gravemente non uscì più di casa, i bambini l’andavano a visitare. E bello era a vedere come parlava con loro: E perchè non sei venuto prima? ti sei dimenticato di me? E il bambino a scusarsi; e lui a mostrare collera; e quello ad abbassare gli occhi; e poi a rappaciarsi. Il povero Alfonso, che avea perduto i suoi più cari tutti in età giovane, solo, non isvagato dai dilettamenti del mondo, avea bisogno di vivere co’ bambini, e vivendo in compagnia loro gli pareva di pregustare le consolazioni del cielo. Anzi, quella fede vivissima ch’egli avea alla vita futura e che noi indarno domandiamo alle filosofie, la ricevette dai bambini; perchè imparò molto da loro, mentre a loro insegnava: imparò i riposti veri della religione di Cristo pieni di sovrumane delizie, chiusi e negati a chi, vivendo co’ superbi del mondo, non si vuole fare bambino.

E della religione non trascurò nessuna delle pratiche più minute: e in lui, giovane, bello, di modi aperti, lepido, essa apparve disinvolta, e direi in abito festoso. E così pareva a chi lo vedea, allorchè era sano, a conversare nelle splendide sale de’ suoi parenti, fra brigate di uomini insigni e di nobili giovani e di leggiadrissime donne, e, occorrendo, ad aprir franco il suo affetto per l’Italia, purchè unita a Cristo, pigliandosela del pari contro chi cercasse disgiungere quella da questo, o questo da quella. E pareva così a me: e certe volte a vederlo io a casa, con una veste lunga che dava al bianco ricinta ai lombi, con la barba [p. 10 modifica]un po’ al modo nazareno, co’ i capelli in su, in atto di leggere la Bibbia; Alfonso, gli diceva io, tu mi pari un apostolo, ma de’ più giovani e belli. Come, mi rispondeva egli, ti viene in mente? e le labbra apriva a un sorriso.

L’altra cosa ch’io devo dire d’Alfonso si è l’amore ch’egli aveva all’arte, amore che in qualche modo unì o vide unito a quello de’ bambini. Vedeva egli ne’ loro volti e negli atti e nelle parole veramente quella bellezza che gustato avea leggendo il paradiso di Dante o guardando nelle tavole de’ Giotteschi. Per il desiderio dell’arte voleva che gli asili e le scuole di San Domenico fossero il più che si poteva adorni di bei disegni: e parecchi ce ne avea bellissimi, come alcuni del secolo XVI e la Certosa di Pavia incisi in rame, regalati dal Ministro Correnti, che, avendoli visitati, ne fu oltremodo soddisfatto. Per questo desiderio dell’arte volle in ogni scoletta un figura di Cristo, che la bellezza di lui agli occhi de’ fanciulli in alcun modo significasse. Ancora la sua casa se l’avea di bei disegni di duomi adornata, e di statuette, e di figure incise e dipinte; e tra le cose di cui più compiacevasi erano gli angeli di Fra Angelico, che, disposti a ghirlanda attorno ad un Crocefisso di Guido Reni, la parete abbellivano dove s’appoggiava il suo letto. E come le spirituali figure dell’arte egli amava, così fra gli amici quelli amò più che la interna bellezza per mezzo del corpo che gli rivelavano agli occhi. Per questo amò tanto quel suo Roberto, morto anche [p. 11 modifica]lui e giovinetto, su cui il Settembrini scrisse pure alcune parole di cuore: per questo, per tacermi degli altri, al Manzoni volle un gran bene, che anche lui gliene voleva molto (e chi non gliene voleva?); e a quel padre Ludovico da Casoria, a quella figura santa, semplice, dolce, che, come ne scrisse Alfonso, raccoglie elemosine e va in Africa, e quanti può compera da’ mercatanti fanciulle e fanciulli negri, e menandoseli a Napoli, alle sue amenissime case di Capodimonte, li educa alla religione, alle lettere, all’arti, facendo su quelle tumide labbra sonare la lingua d’Italia.

Rivelò Alfonso il suo senso artistico eziandio nelle poche cose messe da lui a stampa, tutte in lingua tenerissima, relazioni e libricciuoli d’argomento pedagogico intorno agli asili, un volgarizzamento d’un’operetta di San Bonaventura, e la difesa, dedicata a Gino Capponi, del ricovero degli accattoncelli di Padre Ludovico da Casoria, di colui che ricordavagli più che altri i Fioretti di San Francesco. E più e meglio lo rivelò nelle critiche, le quali con meravigliosa perspicacia e prontezza, conversando con i suoi amici, faceva su gli scrittori. Il suo giudizio, per passarmi di altri, tenuto era in gran conto anche da quel maestro di arte che è il Fornari. E il giudizio soleva essere rigido, dimodochè una volta discorrendo il Bonanno e io insieme, dicevamo l’uno all’altro: io non mostrerei mai ad Alfonso un lavoro, se non dopo fatto e stampato, che, se no, te ne dice tante, che ti fa cascare le [p. 12 modifica]braccia. La qualcosa avveniva perchè il brutto facea di subito nell’animo suo una così penosa impressione, ch’egli non poteva tenersi con modi aperti dal mostrarne un certo fastidio.

E non pure Alfonso valeva nello scrivere, ma anche nel parlare; perchè avea la pronunzia netta, e la parola gentile, pronta, lepida, efficace, che accompagnava con gesti naturalissimi ma spigliati. L’anno passato, al tempo del congresso pedagogico a Napoli, mi ricordo, e mi pare di vederlo, che, innanzi a parecchi di quei che aveano a dare giudizio, si mise a ragionare distesamente su l’utilità d’una nuova forma di banco da scuola per gli asili, ritrovata da una suo amico ingegnere, Francesco Anfora, e che premiata fu con medaglia di bronzo. E ne parlò così ordinatamente e con tale grazia, che gli s’era fatto attorno un capannello di persone di sentirlo desiderose; e io, comechè dolente che dimenticato avesse il divieto di parlar molto fattogli da’ medici, pure mi congratulai con lui. Acri mio, mi disse egli, sorridendo, è l’ultima volta.

A questo sentimento esquisito dell’arte e alla facoltà che avea di scrivere e parlar bene conferì, oltre alla naturale disposizione, lo studio di Dante, che, massime la cantica del Paradiso, tutto sapeva a mente. Egli spese molti danari per formarsi una biblioteca dantesca, e si può affermare che non ci fosse commento ch’egli non avesse letto o di cui non avesse notizia: talmente che il Fornari, ragionando con [p. 13 modifica]me, disse che i due che sanno più di Dante in Italia, sono il Giuliani e Alfonso. Anche verso all’ultimo tempo di sua vita non lasciò il suo Dante, chè, costretto dalla sua infermità a stare in casa, passava le sere in mezzo a una brigata d’eletti amici che costantemente lo visitavano, leggendo or l’uno or l’altro, e comentandolo in comune. Tutta quanta l’arte per lui, direi, riassumevasi in Dante, che gli piaceva più di tutti, perchè più di tutti riuscì a quello a cui l’arte dovrebbe intendere, cioè di fare intravvedere la vita eternale; perchè Dante ne’ suoni, nei fiori, ne’ canti, nella luce, nelle stelle quasi riuscì a disvelargli quel Paradiso a cui anelava e a cui credeva per fede.

Perciò la religione egli la sentì sotto la forma dell’arte: la sentì nel Cristo che accarezza i Pargoli, nelle figure di Giotto e di Frate Angelico, nel Camposanto di Pisa, in Santa Maria del Fiore, in Santa Maria Novella, nel Sant’Ambrogio di Milano, nella Cattedrale di Siena, nel Paradiso di Dante. E perciò la sua fede non fu mai mortificata da dubbi, perchè, ciò ch’egli credeva, vedea nella fantasia e sentiva nel cuore. Da ciò venne, che alla morte, che agli altri fa paura, alla morte che a lui giungeva preveduta e presentita da tanto tempo, egli s’avviò incontro sereno, confortando frequentemente l’anima de’ cristiani misteri, della conversazione de’ santi uomini, della Bibbia, di Kempis, di Dante. Quandò morì io non fui [p. 14 modifica]presente; ma il suo partire di questa vita dovette parere, ora che sono così pochi gli esempi di virtù, come il celarsi d’una stella in cielo involto di nuvoli. La sua fine fu, come ho saputo, quale a una vita santissima si conveniva. Il Bonanno, ch’è, per chi lo sappia, un bonissimo prete, che ha fatto sempre ad Alfonso un’assistenza affettuosa, mi scrisse ch’egli insino ai 14 d’agosto s’aggravò sempre più; tuttavia non pareva che dovesse morire tra breve. Quella sera anzi fu più sereno del solito: parlò a lungo della sua morta sorella, della festa dell’indomani, l’Assunta. Invidiava coloro che muoiono quel giorno; diceva: Domani vorrei sentire una messa cantata, ma cantata bene, cantata dagli angeli. Poi velò gli occhi e dormì. Un’ora dopo mezza notte si sente sonar forte il suo campanello: corrono i fratelli, in casa di cui egli era, e lo trovono oppresso da un impeto di sangue. Fece il segno della croce, co’ gesti domandò il Crocefisso, lo strinse al petto, lo baciò, chinò il capo e morì.

Il suo corpo fu portato alla chiesa de’ Gerolomini, accompagnato dai fanciulli degli asili e da quelli delle scuole di San Domenico, e da ogni ordine di cittadini; e di là, al camposanto, dove riposa aspettando la resurrezione. La sua anima, quello ch’era lui stesso, quell’Alfonso che operò il bene, quello che noi amavamo, è certamente anche al luogo suo, e non per frase, in cielo: là dove risplende la gloria di Dio; dov’è la sua sorella Beatrice; dov’è il suo amico [p. 15 modifica]Roberto: dove le sante figure ritratte da Giotto e da Dante si muovono e vivono veramente; dove cantano gli angeli tutelari de’ suoi bambini degli asili e di San Domenico.

Bologna, a’ 20 d’Agosto, 1872.