Incompreso/Parte prima/Capitolo II
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II.
Sir Everardo non uscì dalla sua camera se non alle nove ore, ma molto tempo prima delle nove tutti in casa sapevano ch’egli era alzato e che cosa stava facendo. Poichè poco dopo le otto i due ragazzini s’erano appostati fuor del suo uscio, e non essendo stati ammessi, tenevano conto dei progressi della sua toeletta in un tono così alto che s’udiva per tutta la casa.
— Babbo! non sei ancora uscito dal bagno?... Ah, stai insaponandoti, eh? Ma che cosa fai adesso?... Adoperi la spugna? Oh che sciaguattamento! Babbo!... Ora s’asciuga certo. Senti com’è quieto!
In quel momento si sentì girar la chiave nella serratura e lo scalpitio di quattro piedini in fuga.
— Ti faccio i miei complimenti per il modo perfetto con cui eseguisci le tue abluzioni, fu il saluto di Carletto a suo cognato che entrava nella sala della colazione coi due bimbi per mano.
Sir Everardo si mise a ridere, e stringendogli la mano, disse: — In questa casa non vi sono segreti, come vedi. Ma che giornata deliziosa, non è vero?
— Stupenda! ma fuori dev’essere molto caldo. Se però mi rammento bene, la passeggiata alla chiesa è tutta all’ombra. Vengono anche i bambini in chiesa?
— Miles no, ma di solito piglio Humphrey, e, ti parrà strano, egli è tranquillissimo in chiesa! Credo sia l’unico posto al mondo in cui riesca a star seduto un po’ quieto.
Per tutto il tempo della colazione non si udì la voce di Humphrey ch’era tutto occupato a segnar le preghiere nel suo libricino.
— Ecco fatto! esclamò trionfante mettendo l’ultimo segno, e fece uno sforzo per trattenersi dal buttar il libro in aria.
— E ora faresti meglio ad andar a vestirti, gli disse il babbo. Così non farai aspettare lo zio e me.
Humphrey corse subito di sopra, ma non li raggiunse che all’ultimo minuto perchè aveva perduto un po’ di tempo in una scaramuccia con Virginia.
Per andar alla chiesa s’attraversava tutto il giardino, poi s’andava giù per il viale. Uscirono da una porticina di fianco alla casa e Miles rimase a guardarli sconsolato, col suo bel visetto e la sua snella personcina incorniciati dallo stipite della porta.
Camminavano in silenzio.
Sir Everardo si godeva la calma bellezza di quel mattino d’estate. Humphrey inseguiva una farfalla, e lo zio Carletto guardava tutto intorno e ammirava la disposizione di quelle grandi aiuole, di que’ cespi di rose, di quel giardino, testimonio del buon gusto della sua povera sorella che amava tanto i fiori; e ripensava all’ultima volta che l’aveva attraversato con lei per andar alla chiesa.
— Chissà come arriva accaldato quel benedetto ragazzo! disse a un tratto sir Everardo guardando Humphrey che spiccava salti al di sopra delle aiuole. Non capisco davvero come si possa correre in una simile giornata.
— È un bel ragazzino! esclamò lo zio guardandolo anche lui, e sembra robusto.
— Oh, questo sì, rispose il baronetto. Non è mai stato a letto neppur un giorno. Ritrae molto dalla mia famiglia: diventerà forte ed alto come tutti noi.
— L’ho pensato anch’io questa mattina guardando i ritratti de’ tuoi antenati: la stessa figura diritta e ben piantata e gli stessi occhi neri. Miles è proprio l’opposto: così biondo e delicato...
— Come ti dicevo ieri, temo che Miles abbia tutta la costituzione di sua madre. Il minimo freddo gli fa venire una certa tossetta che mi spaventa, rispose il baronetto con un’aria turbata.
— Oh, ma che! crescendo gli passerà. Anch’io alla sua età avevo il petto delicatissimo, e ora, lo vedi, non ho mai il più piccolo disturbo.
Essi erano arrivati in fondo al viale e Humphrey non c’era più.
— Non lo aspetto mai, disse sir Everardo aprendo il cancello del parco. Egli capita fuori quando meno lo si pensa. Infatti attraversavano il camposanto quando il fanciullo li raggiunse, rosso e ansante.
Lo zio sospirò al pensiero d’aver per un paio d’ore un vicino così poco tranquillo, e spiò i suoi movimenti con una certa inquietudine. Ma Humphrey, arrivato sotto il portico, si levò svelto il suo cappellino, scosse indietro i riccioli che gli cadevano sulla fronte sudata e entrò in chiesa diritto e serio.
S’avviò verso la cappella dove era l’antico banco di famiglia, ma arrivatovi si fermò di botto perchè il chiavistello dell’usciolo non era alla sua portata. Lo zio l’aperse e stava per entrarvi, — pensando che naturalmente il bambino si sarebbe seduto accanto a suo padre, — ma invece il nipotino si spinse innanzi, andò laggiù in fondo e s’arrampicò su un alto sedile imbottito che aveva avanti a sè, sul legglo, un grosso libro di preghiere col monogramma: Adelaide.
La gente stupiva di veder il padre e il figliuolo seduti così lontano l’uno dall’altro, ed anche il vecchio ministro trattenne a stento un sorriso la prima volta che vide quell’uomo alto sei piedi a una estremità del banco, e il cocuzzolo di una bruna testina all’altra.
Ma sir Everardo aveva inutilmente detto al fanciullo di avvicinarsi a lui un po’ più: chissà perchè, egli preferiva star laggiù solo.
Una volta al baronetto balenò l’idea che fosse perchè quello era il posto della mamma, ma egli aveva poco buona opinione della testina e del cuore di Humphrey, e finì col persuadersi che era un puro capriccio.
Ma Humphrey lo aveva confidato a Miles, solamente a Miles, il gran perchè! Gli piaceva di guardare lo stesso pezzo dell’invetriata dipinta su cui gli occhi della mamma erano sempre fissi; e di tener i piedi sullo sgabello su cui teneva i suoi la mamma; e siccome il libro ch’ella leggeva era troppo pesante per lui da aprire, gli piaceva di posarvi su il suo libricino e di tener le dita su quell’«Adelaide» d’argento incastonato nella copertina di cuoio.
Egli non avrebbe saputo spiegare che cosa vi fosse nella vecchia chiesa che portava il suo pensiero indietro al tempo in cui c’era la mamma, ma è certo che quel bambino, di solito così irrequieto, si sedeva immobile nel suo cantuccio, e pensava alla prima domenica che vi era venuto, quando aveva letto sullo stesso libro con lei, e udito la sua voce dolce che si univa a quella di tutti gli altri nei salmi e negli inni.
Il servizio incominciò e Humphrey presto presto, dibattendosi, si tirò sull’orlo del sedile da cui si lasciò sdrucciolar sul pavimento.
I contadini erano ormai abituati a vedere in questo punto il baronetto rizzarsi alto e franco e la testina bruna sparire invece interamente. Ma lo zio Carletto che non vi era preparato, credette che il nipotino fosse caduto.
Ma no; eccolo là in piedi sul pavimento cogli occhi fissi sul libro, e colle pareti del banco che torreggiavano intorno a lui.
— Perchè mai non sale sullo sgabello? pensò il giovane.
Oh, era venuta tante volte al bambino la tentazione di guadagnare que’ tre piedi di altezza, ma era così sicuro che la mamma stava sempre ritta così sul pavimento! E infatti se Lady Duncombe fosse salita su quell’alta fabbrica che chiamano inginocchiatoio, la serietà della congregazione sarebbe stata messa a una difficile prova.
Humphrey seguì molto bene il servizio sino al momento che incominciò il canto, ma qui la cosa mutò. Egli non sapeva tener il tempo cogli altri e arrivava alla fine del versetto o troppo presto o troppo tardi.
Ma a poco a poco, badandoci bene, scoperse che non doveva seguitar a cantare fino alla fine, perchè vi erano de’ brani che si cantavano due volte. Ma come mai poteva riuscir a capire quali erano le parole e le sentenze che si stava per ripetere? Ah, era proprio un grande imbroglio!
Egli aveva un’ammirazione speciale per il gruppetto di trilli con cui il vecchio sagrestano variava il Te Deum, e qualche volta s’abbandonava a imitarlo, ma una severa occhiata del babbo, all’altra estremità del banco, gli faceva subito richiudere le labbra.
Quando l’inno incominciò, lo zio Carletto vide Humphrey sfogliare in furia il suo libro senza riuscire a trovarvelo, e gli fece il segno se voleva prendere il suo; ma il fanciullo scosse la testa con aria decisa e, senza moversi dal suo posto, gli sporse il libricino, perchè vedesse che l’aveva trovato.
Il giovane lo prese, guardò; e nel momento che glielo restituiva vide sulla prima pagina bianca un nome: «Adelaide Duncombe», in una scrittura ben conosciuta, e disse fra sè: «Ora ti capisco, bambino!»
Quando il ministro apriva il libro del sermone, Humphrey si sedeva nel suo cantuccio nella stessa posizione di suo padre.
Ci voleva sempre un po’ di tempo per copiarlo e qualche volta, proprio quando ci era riuscito, sir Everardo tirava giù una gamba, o moveva un braccio e bisognava ricominciare da capo.
Oggi però la sua posizione era semplicissima. Accavallò le gambe, incrociò le braccia e rivolse la testa al pulpito pronto ad ascoltare.
Humphrey fece lo stesso.
Sorse la voce del vecchio ministro.
— Nel XIV capitolo del libro della Rivelazione di San Giovanni, al secondo versetto voi troverete la parola di Dio così scritta: «E io udii una voce dal Cielo come il rumore di molte acque... E io udii il suono di molte arpe toccate dai sonatori. Ed essi cantavano come un cantico nuovo e nessuno poteva impararlo fuorchè i cento quaranta quattro mila uomini che sono stati redenti dalla terra...»
Humphrey di solito non sapeva star attento al sermone, ma oggi che il ministro parlava del Cielo, egli ascoltò senza battere palpebra perchè nel Cielo vi era la sua mamma.
La lingua umana sarà sempre debole a dipingere gli splendori di quel lontano paese; pure, quando ci si parla di esso, in qualunque modo, noi ci sentiamo trasportati.
Il vecchio ministro s’animò e s’infiammò nel suo tema, e i cuori della congregazione si animarono e s’infiammarono con lui. Quel giorno nell’antica chiesa di Wareham vi era una viva attenzione e un profondo silenzio.
Persino i ragazzi della scuola del villaggio non fecero rumore coi piedi, e due o tre contadini che s’erano seduti nella loro posizione abituale, colle braccia incrociate sulla spalliera del banco della scuola, disposti a cedere a un sonnellino dopo quella lunga camminata sotto il sole, s’erano invece tirati su ritti e ascoltavano cogli occhi spalancati in faccia al ministro.
Due volte soltanto fu sviata l’attenzione di Humphrey.
La prima volta fu quando vide lo zio levar di tasca una matita e segnar qualche cosa sulla sua Bibbia.
Era una novità per Humphrey, che si credette in dovere di lasciarsi scivolar giù dal banco e di avvicinarglisi per investigar la faccenda.
Lo zio gli diede la Bibbia, e il fanciullo vide un segno al tema del sermone.
— Porterò anch’io una matita un’altra volta, e farò anch’io così, disse fra sè, mentre risaliva a stento sul suo sedile.
L’altra distrazione fu di un carattere più provocante.
Una vespa, dopo aver vagato qua e là per la chiesa, fece irruzione nel banco di famiglia, e fissò per sua vittima lo zio Carletto.
Humphrey, attirato dal ronzio, si voltò, e lo vide impegnato in una lotta disperata.
Chinava la testa innanzi, poi si tirava prontamente indietro, la piegava di fianco, deviava, si spingeva innanzi ancora, e si difendeva col dorso della mano: era inutile! la vespa tornava sempre all’assalto.
Humphrey avrebbe voluto star serio e teneva strette le labbra; ma a un tratto un allegro sorriso proruppe da tutti gli angoli del suo bel visetto, e si cacciò subito le mani in bocca per soffocare la risata che voleva scoppiare. Lo zio Carletto, già irritato di non poter ascoltare tranquillo il sermone per una causa così meschina, quando vide che il suo nipotino si divertiva, sentì raddoppiare la stizza.
Afferrò il libro delle preghiere e lo lanciò contro la vespa, che cadde a terra; ed egli vi mise su un piede senza misericordia.
Il viso di Humphrey tornò composto e serio, e Carletto ripigliò tranquillamente il filo della predica.
Humphrey si sforzava di seguire il ministro, mentre parlava dei cento spiriti bianco-vestiti e erranti sul mare di diaspro nella dorata Gerusalemme: «Immensa moltitudine che nessun uomo può numerare; di tutte le caste, di tutte le nazioni e di tutte le lingue» — che univano i loro canti nello stesso scoppio di gloriose salmodie, come «il rumore di molte acque e come la voce di potenti tuoni», dicendo: «Alleluia, perchè regna il Signore Iddio onnipotente!»
— Nessun occhio ha mai veduto, concluse il ministro, disperando di trovar parole che potessero esprimere l’inconcepibile gloria e la bellezza della città di Sionne, «nessun occhio ha mai veduto e nessun orecchio inteso, nè nessun cuore d’uomo riuscirà mai a comprendere ciò che Dio ha preparato per quelli che lo amano. Lui, che ci ha redenti col suo proprio sangue, ci darà la gloria per sempre in tutti i secoli dei secoli. Così sia!»
La musica proruppe, le porte si apersero e si richiusero e i ragazzi si precipitarono scalpitando giù dalla scaletta dell’organo, e tutta la folla uscì dalla chiesa.
Il vecchio ministro, ritto sul suo pulpito, la guardava pensieroso: forse voleva leggere su quei visi se ciò che egli aveva detto, si era impresso nei loro cuori, e avesse messo radice, albero benedetto che avrebbe portato in alto i suoi frutti.
Sir Everardo rimase seduto qualche tempo dopo finito il servizio, guardando la faccia seria di Humphrey, e tentando di sorprendere che cosa mai passasse nella sua testa. Ma quando il ministro si ritirò, egli s’alzò e uscì dalla chiesa.
La brezza soffiò dolcemente sul viso del fanciullo nel momento che s’avanzò sotto il portico; e la tranquilla bellezza di quel mattino d’estate era in armonia coi suoi pensieri.
La campagna si stendeva illuminata e silenziosa sotto il cielo sereno...
Forse se le sue vaghe idee avessero potuto pigliar forma, egli si sarebbe domandato:
«Il paradiso sarà più bello di qui?»
Ma Humphrey non era natura che potesse rimaner assorta a lungo in un pensiero, e un minuto dopo egli saltellava sulla strada davanti al suo babbo e allo zio, sollevando nubi di polvere co’ suoi stivaletti della domenica.
Al cancello del parco incontrarono Miles con Virginia.
La bambinaia si unì alle altre persone di servizio e i due bambini si pigliarono per mano e camminarono insieme.
— Il ministro ha detto qualche cosa di quel che c’è sul mio libro?
Miles stava imparando le «beatitudini» e faceva regolarmente tutte le domeniche quella domanda.
— No, non c’è sul tuo libro; ha predicato su un pezzo della Bibbia: le Rivelazioni.
— Ah! è il pezzo che Virginia non vuol mai leggere a me. Dice che non lo capisco. Tu le capisci le Rivelazioni, Humphrey?
— Sì, rispose Humphrey con sicurezza.
— Virginia invece no! continuò il piccino un po’ confuso, e mi diceva che pochi anche dei grandi le capiscono!
— Virginia è francese, rispose Humphrey, e le Rivelazioni sono scritte in inglese, dunque non le può capire come me. Oh, guarda un coniglio! corriamogli dietro!
E Miles, perfettamente soddisfatto della spiegazione di suo fratello, lo seguì correndo e ansando attraverso le felci.
Nel dopopranzo i due signori tornarono alla chiesa. Virginia ci andò anche lei, e i due bambini furono affidati alla cameriera.
Humphrey aveva un inno da studiare, e per la prima volta nella sua vita egli ci si mise con tutta l’attenzione.
Miles, seduto in grembo della cameriera, sfogliava le pagine dell’«Alba del Giorno» e spigolava le sue idee di carattere sacro dalle illustrazioni di questo libro conosciutissimo.
Egli si fermò meravigliato davanti alla vignetta di Lazzaro che sorge dalla tomba, dimandò che cosa fosse mai! Giovanna, a cui pareva che ogni idea che si riferisse alla morte dovesse essere tenuta nascosta ai bambini, rispose che non era nulla, e tentò di voltare la pagina...
Se fosse stata una bimba, forse sarebbe rimasta soddisfatta di quella risposta e sarebbe passata a un’altra vignetta. La mente della bambina si contenta della conoscenza superficiale di un soggetto; ad essa basta di rompere il guscio e lascia la mandorla senza gustarla.
Ma Miles era un fanciullo e spalancò i suoi serii occhioni in visó a Giovanna, con una espressione di curiosità ancor più viva.
— Perchè non dirmelo? domandò posando la manina sulla pagina per trattenerla. Io voglio saperlo! Che cos’è questa gran buca? e quest’uomo tutto fasciato di bianco che cos’è?
Giovanna, messa al muro così, ammise che quella gran buca era una tomba.
— Ma, caro signorino, aggiunse, lei non deve saperle queste cose; o, se proprio vuole, lo domandi al suo babbo.
— Ma sì: io so che la gente muore, perchè la mamma è morta, disse Miles con semplicità. Perchè dunque dici che io non capisco queste cose? Io le so tutte, veh. Quando la gente muore la si imballa in una cassa, e poi la si mette sotto terra, e se è buona il Signore viene qualche giorno e la disballa.
Humphrey s’era avvicinato proprio in tempo di sentire quella spiegazione, e incontrando lo sguardo di Giovanna, sorrise con tutta la superiorità dei suoi tre anni di vantaggio in fatto di conoscenza religiosa.
— Se ci fosse la mamma, Miles, disse poi con voce sommessa, ella ti spiegherebbe meglio tutto questo. C’era una cosa che mi diceva sempre sulla morte... Aspetta!... che il corpo è come una semente che si mette nella terra e che diventa un bel fiore qualche giorno. Ma io non me lo ricordo bene come lo diceva lei, aggiunse sospirando.
— Oh Humphrey! esclamò Miles con ardore afferrando il libro. Che cosa diceva la mamma di questa pittura?
Humphrey ci pensò: si rammentava qualche cosa, ma era così oscuro, così confuso che gli sarebbe stato impossibile di dire che cosa fosse precisamente, e pregò Giovanna di leggere la pagina di contro alla vignetta.
Giovanna lesse, ma sopprimeva l’acca e non badava ai punti, di modo che la storia della risurrezione di Lazzaro ci perdette non poco. Pure i due fanciulli la ascoltavano seri e attenti: chi non può aver di meglio deve contentarsi di ciò che gli si dà.
Povere piccole menti! che si aprivano con avidità alle istruzioni d’una cameriera ignorante, in quell’età in cui le lezioni della verità divina, se uscite dalle labbra d’una madre intelligente e buona, entrano così dolcemente e così potentemente nell’animo dei bambini, e rimangono in quello dell’uomo adulto molto tempo dopo che le labbra che le ha pronunciate si sono taciute per sempre.
Credete, l’associazione delle idee ha un gran potere; e quelle verità che ricordano ai figliuoli più distintamente l’immagine della loro madre, sono quelle ch’essi amano di più e in cui hanno maggior fede e che, se anco mutano, non oseranno mai rinnegare.
Queste memorie dell’infanzia devono certo qualche cosa del loro incanto al ricordo di quella tranquilla lettura, di quella voce chiara e commossa, di quella mano bianca che teneva il libro, e, perchè no? allo scintillio dell’anello di brillanti nel momento che le dita sfogliavano le pagine.
Mi pare in questo momento di veder sorgere dall’oscurità la visione d’una madre col suo bambino.
Vedo i suoi dolci occhi che incontrano quelli del piccolo ascoltatore seduto sullo sgabello davanti a lei, colle braccia sulle sue ginocchia. Vedo il fervore che emana da ogni linea del suo bel viso; e mi par di sentire il suono della voce gentile che riduce i misteri della verità di Dio al livello della piccola intelligenza, che riceve una incancellabile impressione dal tono di commozione con cui ella ne parla, da quella certezza che l’amore e la fede ch’ella descrive non sono per lei delle vuote verità, ma sono vita della sua vita.
E io vedo gli occhi del fanciullo brillare e brillare, e spalancarsi con ardore mentre la sua mente afferra un riflesso dell’entusiasmo di sua madre.
È una pittura o una realtà?
Ho risvegliato in qualcuno un lontano, sbiadito ricordo? Oppure ho soltanto fantasticato?
Non lo so; ma so che la visione è già sparita nell’oscurità da cui l’aveva richiamata, e ora non la vedo più.
— Ragazzi! gridò la voce di sir Everardo in fondo alle scale, lo zio Carletto ed io andiamo a fare una passeggiata. Chi non ha voglia non venga.
Ma non vi poteva essere che una risposta: un grido e uno scalpiccio di piedini impazienti.
Era il solito giro del dopopranzo della domenica; le scuderie e la cascina, e poi attraverso i prati, a ispezionare i covoni di fieno, e giù per i campi sino a una certa barriera da cui si dominava tutta la possessione.
— Se il bel tempo volesse durare almeno una quindicina, disse sir Everardo girando gli occhi su quei campi dorati, credo che potremmo avere un buon raccolto, zio Carletto?
— Oh, io sono sicuro! esclamò Humphrey che aveva sempre un’opinione su tutto e si credeva in dovere di esporla alla pubblica attenzione. Sono sicuro che avremo una tal quantità di frumento che non sapremo più cosa farne.
— Davvero? non mi è mai capitata una cosa simile, disse il babbo. Ma se la prima parte della tua predizione s’avvera, faremo una gran festa dopo la messe, e tu e Miles aprirete il ballo colle più belle bambine che potrete trovare nel villaggio, va bene?
— Oh, io so già con chi ballerò, rispose Humphrey dondolandosi sullo steccato, ma non è però una bambina, veh! è quasi vecchia, avrà vent’anni, credo. E non è neanche bella. Ma a me non piace ballare colle bambine.
— Ma chi è questa fortunata signora? dimandò lo zio Carletto.
— Ma che! non è una signora, rispose il fanciullo quasi con indignazione, è Dolly, la lavandaia: porta gli zoccoli e volta in su le maniche, ed ha le braccia rosse come le sue guancie. Ah! ah! vedi bene ch’è tutt’altro che una signora!
— Alla domenica però, sì, insinuò il piccolo Miles, perchè ha giù le maniche ed è vestita proprio bene. Io l’ho vista questa mattina che andava in chiesa cogli stivaletti tutti coperti di bottoncini bianchi, pensa!
— Ma questo non fa niente! non è una signora ugualmente, disse il maggiore con una piccola aria di scherno. Ma tu non puoi capirlo, perchè tu non hai mai veduto delle signore.
— Ma la moglie dell’intendente... domandò timidamente Miles come se presentisse che posava il piede su un terreno pericoloso.
— Ma no! esclamò Humphrey con impazienza, neanche quella io non la chiamo proprio una signora. Vedi, Miles, aggiunse sottovoce e tirandosi vicino a suo fratello perchè non sentissero gli altri, io non posso fartelo capire perchè tu non ti ricordi della mamma.
— No, mormorò il povero piccino mortificato. Mi par proprio di no! — E come sempre, dopo una simile conclusione, non osò più domandare altro.
— E il mio tesorino chi vuol scegliere per dama? domandò a un tratto sir Everardo. — Sarà qualche bambina?
— Mi piacerebbe quella così piccolina del fattore. Ti pare, papà? perchè è la sola bambina che io conosco più piccola di me.
— Benissimo! Dunque tutti e due siete provvisti. Carletto, bada che tu devi venire a veder il ballo della messe: Humphrey che s’avanzerà tutto affannato, tirandosi dietro la sua grossa dama, e Miles che farà da retroguardia salterellando colla sua sola bambina che conosce, più piccola di lui. — E gli occhi del babbo si fissarono con un sorriso su i suoi due bambini mentre si figurava quella scena.
— E quando sarà? Fissa il giorno del principio della messe, babbo!
— Lo fisserete voi quando vedrete che il grano sia diventato più bruno, rispose il babbo. Quest’anno ho una macchina per falciare, in pochi giorni avremo finito.
— Io voglio venir qui nel campo tutti i giorni per veder maturare il frumento, disse Miles.
— Oh, io so una maniera più svelta! esclamò Humphrey, saltando giù dallo steccato e strappando da terra parecchie spighe. Le porto nella mia stanza, così le vedo maturare ogni giorno.
— Oh, ma che grullo! disse il babbo, non capisci che a strapparle dalla terra non maturano più?
Humphrey guardò mortificato le spighe e mormorò: — L’avevo proprio dimenticato!
— Adesso non maturano più, ripetè il piccino con dolore.
— Niente di male, Miles, rispose Humphrey riconfortato dalla sua nuova idea. Le pianterò nel nostro pezzo di giardino. Là è più bella la terra, e cresceranno meglio che se le avessi lasciate qua. Dopo mi ringrazieranno di averle portate via da questa terra così ruvida e grossa, e di averle piantate in quel bel posticino, non è vero, Miles?
— Già, è vero, esclamò l’altro giungendo le manine con un sorriso di piacere. E si appoggiò alla barriera a guardar con ammirazione suo fratello, che s’era messo a cavalcioni sulla sbarra più alta, sollevando le sue spighe con aria di trionfo.
Ma sir Everardo disse all’improvviso:
— Andiamo, qui fa un caldo strano. Non vedo l’ora d’arrivare all’ombra di quegli alberi laggiù in quel campo.
Detto fatto, i bambini scavalcarono la barriera e corsero al punto indicato. Sir Everardo e lo zio Carletto si buttarono sull’erba all’ombra e i bambini si sedettero di fianco al babbo pregandolo di raccontar loro una storia.
— Ditelo allo zio. I marinai sono fatti apposta per raccontar le storie.
E infatti lo zio riuscì un incantevole raccontatore.
Egli parlò di pesci-cani e di balene, di coccodrilli e di caccie di cignali, e di cento altre meravigliose avventure di terra e di mare.
I bambini non perdevano una sillaba.
L’ombra era cresciuta, il sole illuminava già di traverso i campi di frumento, ed essi erano ancora là ad ascoltare colle labbra semiaperte e le ciglia inquiete; e il babbo fissava i loro occhi scintillanti e studiava le loro mobili fisonomie.
— Ma come? sono passate le sei, esclamò a un tratto balzando in piedi.
— Su su: finiamola colle storie, se no viene la notte e noi siamo qui ancora: Virginia penserà che ci sia accaduto Dio sa che cosa!
— Oh! esclamò Humphrey tirando un gran sospiro. Quel ricordo di Virginia lo aveva strappato giù dall’altezza di meraviglie in cui era salito, facendolo cadere in un ben insignificante particolare di ogni giorno!
— Era così bello! disse. Io spero, babbo, che tu mi lascerai diventare marinaio quando sarò grande, eh?
— Vedremo, rispose. Io credo che non sia precisamente la tua vocazione, ma hai tempo di pensarci!
— Anch’io, babbo, disse il piccino; voglio far il marinaio anch’io.
— Tu, caro il mio tesorino? esclamò sir Everardo con tenerezza, no, tu no; non te lo potrò permettere, mio bel demonietto!
E si chinò a baciare quel visetto roseo che si era sollevato supplichevolmente verso di lui, quei labbruzzi freschi che erano sempre pronti a ricambiare i suoi baci.
Humphrey voltò la testa da un’altra parte e fissò serio le sue spighe di frumento.
— Che sia geloso? Sarei curioso di saperlo, pensò lo zio Carletto, e s’abbassò per guardare quel visino sotto la larga tesa del cappello di paglia, e gli parve che fra quelle lunghe ciglia nere scintillasse una lagrima.
Ma prima che potesse accertarsene, quegli occhi si erano spalancati con stupore su una curiosa creaturina dalle cento gambe, che usciva strisciando dalla spiga e s’avviava verso la sua manina.
— Su dunque, bambini! Andiamo a casa.
Così dicendo, sir Everardo raccolse la sua mazza e dato il braccio a suo cognato, s’avviò lentamente,
— Possiamo star sicuri, disse, che tutti questi fatti che hai raccontato, li vedremo riprodotti da loro. Virginia avrà un bel da fare per arrivar in tempo a sventare tutti i loro progetti d’avventure.
Quella sera fu preso poco thè: i fanciulli erano troppo impazienti di sentire il seguito della storia dello zio.
Ma sir Everardo s’allarmò delle guancie colorite e degli occhi lucenti di Miles, e non permise che si eccitasse ancora di più prima di andare a letto.
— Ma domani la finirai la storia del coccodrillo, vero, zio Carletto? gli mormorò Humphrey nell’orecchio, dopo esserglisi arrampicato sulle ginocchia per dargli la buona notte.
— Domani andrò via, mio caro.
— Vai domani! esclamò il fanciullo sorpreso. Che visita corta!
— Che visita corta, mormorò Miles facendo eco, poichè egli credeva suo compito di ripetere tutto quello che diceva suo fratello.
— Vi farò una visita più lunga un’altra volta, disse lo zio baciando i due bambini.
— Ma quando sarà quest’altra volta? insistette Humphrey.
— Quando sarà quest’altra volta? ripetè Miles.
— Ah! chi lo sa! rispose lo zio Carletto.