Incompreso/Parte prima/Capitolo III
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III.
— Ho fatto tanti progetti nella mia testa che ho paura che mi si rompa — disse Humphrey a Miles la mattina dopo, mentre ritti sui gradini del vestibolo guardavano la carrozza che si impiccioliva in lontananza, portando alla stazione il babbo e lo zio. — Qualcuna delle cose che ci ha contate lo zio Carletto, sarebbe facile da fare. Tu non hai paura, eh, d’arrampicarti su quella piantona che si spiega giù sopra lo stagno, dove vi sono i gigli d’acqua.
— No, rispose Miles con una vocina poco sicura. Se tu vai su prima e mi dai la mano... Ma quella pianta è molto lontana. Non possiamo farlo con una delle piante che ci sono nell’orto?
— Oh, allora è la metà del divertimento. Non ti ricordi dell’uomo della storia che scivolava lungo i rami che si piegavano sull’acqua? Bene: questa piantona che t’ho detto, ha un ramo che pende proprio sullo stagno, ed io voglio strisciarmi su come ha fatto quell’uomo là.
— Non è meglio domandare a Virginia se possiamo fare tutta quella strada da soli? suggerì Miles nella vana speranza di ritardare il cattivo momento.
Ma Humphrey non capì la forza dell’argomento, e si incamminarono.
Era una calda giornata, e fuori ch’essi furono dalla corte rustica non trovarono un filo di ombra.
Humphrey scavallava attraverso i prati e spiccava salti al di sopra degli steccati, e Miles gli correva dietro più lesto che gli era possibile; ma il sole batteva così caldo e insistente nella sua testina, che presto si sentì stanco e rimase indietro.
— Humphie, fa il piacere di fermarti; non riesco a starti dietro.
Egli tornò subito da lui.
— Sono così stanco, Humphie! e ho così caldo... Dobbiamo andare a casa?
— A casa! ma siamo così vicini allo stagno ora. Guarda, Miles, è soltanto là in fondo; attraversiamo quel prato e poi il campo che vien dopo, e ci siamo.
Miles segui la direzione del dito di Humphrey e i suoi occhi si fermarono tristemente sulla vasta distesa che aveva davanti, e dove pareva che il sole abbruciasse ogni cosa.
— Proverò, Humphie! mormorò rassegnato.
— Passiamo di là dello steccato, continuò Humphrey, poi io ti porto attraverso il campo e in un momento saremo allo stagno, dove ci dev’essere un fresco che non ti puoi immaginare!
Scavalcato lo steccato della prateria, egli si dispose infatti a pigliarsi fra le braccia il fratellino, che tremava di paura, ma non osava dirlo.
Humphrey gli passò un braccio intorno al collo, così stretto, che quasi si sentiva soffocare, e coll’altra mano gli afferrò una gamba con una tal forza che ne provò realmente dolore. E con tutto questo non si sentiva sicuro. Punto sicuro quando Humphrey era ancora fermo; figurarsi poi quando cominciò a camminare!
Partì quasi di corsa, ma dovette rallentar subito, e dei serii dubbi cominciarono a tormentarlo sul compito che si era addossato.
Andò innanzi barcollando, ma dopo un poco il suo povero fardello cominciò a dar segno di volergli scivolare di mano, ed egli raddoppiò la stretta a un tal grado, che Miles, che fino allora aveva pazientato in silenzio, emise un debole grido di affanno. Nello stesso momento Humphrey inciampò in una buca di conigli e i due fanciulli rotolarono al di là, l’uno sopra l’altro! Uno scoppio di risa da parte di Humphrey seguì la catastrofe: ma Miles non era entrato affatto nello spirito della cosa e si mise a piagnucolare. Era accaldato e stanco, poverino! e pregò suo fratello di portarlo sotto la vicina siepe a riposarsi.
— Forse sarebbe meglio tralasciare per ora, disse con un sospiro, sedendosi all’ombra accanto a Miles, e tentare ancora questa sera sul fresco. Tu potresti farlo, non è vero, se non ci fosse questo sole?
— Oh sì! rispose Miles con premura. — Con un indugio in vista egli era pronto ad accettare qualunque cosa.
— Va bene, disse Humphrey, verremo invece questa sera dopo il thè. Io t’assicuro... Ma cambiando a un tratto discorso esclamò: — C’è un fungo laggiù! E in un momento scappò via e tornò trionfante.
— Non è forse bellino, Miles? Guarda che pelle fresca ha mai! E che buon odore, senti! Se il babbo fosse a casa glielo porteremmo. Gli piacciono tanto i funghi!
— Se potessimo conservarlo sino a venerdi per il pranzo dei selvaggi, osservò Miles.
— Uno solo non serve a nulla, rispose Humphrey. Ma si potrebbe venir qua qualche giorno con un cestino e raccoglierne tanti. Aspetta che te la dico io! Domani mattina ci alziamo presto presto e veniamo qui a fare una vera caccia di funghi. Non sarà un divertimento, eh?
— Io ho paura che Virginia non si svegli per vestirmi, osservò il piccino.
— Oh! non c’è bisogno di Virginia; ti vestirò io. A Virginia non piace alzarsi così presto, e sarebbe peccato svegliarla, povera donna! Va a letto tardi ed è così stanca alla mattina.
— È proprio vero, povera donna!
— E poi, continuò Humphrey, lei pensa sempre che ci deva succedere qualche cosa di spaventoso se non viene con noi, e sarebbe un peccato di spaventarla per niente.
— Oh sì, sarebbe un gran peccato!... Ma che cos’è questo rumore, Humphrey? è un gallo che canta? o è un toro...
I due fanciulli ascoltarono.
Si udivano quei mille suoni che si odono sempre in campagna nei mattini d’estate; il ronzio delle api che vagavano in mezzo al trifoglio, il crì crì del grillo nascosto nelle alte erbe, il chiocciare delle galline della fattoria, e il muggire della mandra in lontananza. Ma ciò che aveva attirato l’attenzione di Miles non era niente di tutto ciò. Era il graduale avvicinarsi di una voce femminile che assumeva agli orecchi dei due piccoli ascoltatori i toni famigliari della lingua francese.
— M. Humphrey, M. Miles, M. Humphrey! où êtes-vous donc?
— È Virginia! esclamarono insieme i due fanciulli saltando in piedi.
Era proprio Virginia: stizzita d’aver girato per tanto tempo così lontano da casa e inorridita dello stato di riscaldamento in cui si trovava Miles.
I rimproveri si ammucchiarono sopra Humphrey, mentre ritornava a casa. Obbligarla a una tal corsa sotto quel sole così caldo! dar una tale scossa ai suoi nervi con un simile spavento!
In ultimo ella gli tolse la parola colla domanda:
— Et vos leçons? Savez-vous qu’il est midi passé?
L’idea che Humphrey aveva del tempo era molto vaga: quando poi qualche cosa di natura eccitante come la spedizione del mattino veniva ad attraversare la sua giornata, le ore non entravano più nei suoi calcoli.
Egli non accomodò certo la cosa col dire che credeva che fossero soltanto le nove e mezzo.
Virginia, dopo questo schiarimento, mantenne un dignitoso silenzio fino al vestibolo, e arrivatavi, informò Humphrey che l’ora del pranzo era troppo vicina e che non valeva la pena di tirar fuori i libri, ma che avrebbe avute tutte le sue lezioni nel dopopranzo.
Questa era forse più una punizione per Miles che per Humphrey. Le lezioni non erano punto una pena per lui, una volta che la sua attenzione vi si era fissata, e se non fosse stato per la noia di star seduto tranquillo su una sedia, non ci avrebbe neppur pensato.
Ma per Miles erano invece proprio una penitenza quelle ore di lezione di suo fratello! Non gli era permesso di parlargli, nè di sviare in nessun modo la sua attenzione, quindi doveva star seduto a sfogliare un libro di vignette o a fabbricare co’ suoi quadretti di legno un castello solitario che Humphrey non potesse vedere se non voltandosi indietro.
Dopo il pranzo, Humphrey fece un debole tentativo per persuadere Virginia a lasciarlo studiare in giardino sotto il grosso albero nel prato: ma ebbe subito una risposta negativa.
Nella stanza, facendogli voltare il dorso a Miles, ella riusciva qualche volta a concentrargli l’attenzione nella lettura, ma sapeva troppo bene quali onnipotenti tentazioni ci fossero di fuori per poter acconsentire alla sua domanda.
Non parlando del caso che il bracco saltasse subitamente colle sue zampone sulle ginocchia del fanciullo, nè della vicinanza dei giardinieri colla loro falciatrice, ve ne erano mille altri di minore importanza, ma che avrebbero tutti congiurato contro la sua attenzione.
Per esempio, le farfalle e le vespe, o un fiore che gli fosse caduto dall’alto sul libro, o il subitaneo arrivo di una vagante libellula.
Humphrey non insistette nella sua domanda e aperse il libro con un leggiero sospiro di cui Virginia non tenne conto.
Nella mente del fanciullo vi era un lontano ricordo di un tempo in cui la stessa preghiera non veniva mai fatta invano: di giorni d’estate, confusamente ricordati, quando seduto accanto a sua madre, proprio sotto quel vecchio albero, egli aveva imparato a leggere le lettere di una sillaba nel primo libro di lettura, sulle sue ginocchia; quando, se la sua attenzione veniva distratta da quel che succedeva intorno a lui, poche parole: — Ora, mio caro, bada un poco alla tua lezione — bastavano per richiamarvelo prontamente.
E poi il subito chiudere del libro quando il punto fissato era stato raggiunto, e l’amorevole bacio di congedo e il lieto: — Ora corri, va, mio bambino, e divertiti finchè ne hai voglia, — come se ella godesse come lui, che, liberato finalmente dalla prigionia, correva a giocare al sole una volta ancora!
Per più di un’ora regnò una grande tranquillità nella stanza dei bambini, rotta solamente dalla monotona cantilena di Humphrey che studiava e, all’occasione, dalla voce di Virginia che diceva: — Tenez vous bien. Otez donc les bras de la table. Ne donnez pas des coups de pied à votre chaise, variato dalla caduta dei quadretti di legno di Miles che, disperando di far ammirare da Humphrey i suoi castelli, li demoliva l’un dopo l’altro.
Il momento della libertà s’avvicinava, ma Virginia non dava nessun segno di volersi movere. Miles diede sfogo alla sua profonda noia con dei sospironi: e finalmente Virginia mise un segno nel libro di Humphrey e lo chiuse, e l’allievo con un allegro: — Urrah! — spinse indietro bruscamente la seggiola e fece un capitombolo sul pavimento.
Miles si buttò sopra di lui e rotolarono insieme, ridendo e strillando di piacere.
— Possiamo partire per lo stagno subito dopo il thè, susurrò Humphrey.
Ma Virginia aveva in vista altri progetti e a loro gran dispetto dovettero seguirla nella solita passeggiata e alla visita alla moglie di uno dei fittavoli.
Quel lungo imprigionamento nella cucina della fattoria mentre le due donne parlavano di cappelli e di guarnizioni, fu molto seccante per i due bambini.
Miles trovò sulla fine qualche compenso in una bella gattina raggomitolata in un angolo del focolare, e Humphrey, salito su una seggiola, si divertì a far scattare il grilletto del fucile del fattore, appeso sopra la cappa del camino, per vedere se era carico o no.
Non tornarono a casa che all’ora in cui Miles doveva andare a letto.
Humphrey si sedette sull’orlo del bagno e spiò attentamente Virginia che svestiva il bambino, per poter imparare con che ordine quei vestiti si succedevano gli uni agli altri; poichè egli aveva qualche dubbio sulla sua attitudine come cameriere.
E infatti la sua faccia s’allungò quando vide tutti i nastri che vi erano da legare.
Virginia li slegava in fretta l’un dopo l’altro ed egli si avvicinò per veder meglio, e cominciò a riflettere sul modo di rifare ciò ch’essa disfaceva; ma quel processo inverso era molto difficile da capire!
— Ma fai troppo in furia! proruppe nel suo orgasmo, nel momento ch’ella slegava l’ultimo nastro. Non ho visto che metà!
Lo sguardo attonito di Virginia lo richiamò in sè stesso ed egli tornò frettolosamente a sedersi sull’orlo del bagno.
Fortunatamente ella ebbe tanta premura di rimproverarlo di aver parlato in inglese, che si dimenticò di interrogarlo su quel suo strano interesse per una stringa.