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Incompreso/Parte prima/Capitolo IX

Da Wikisource.
Florence Montgomery - Incompreso (1869)
Traduzione dall'inglese di Sofia Bisi Albini (1915)
Parte prima - Capitolo IX
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IX.

Quella sera vi fu un insolito movimento nella tranquilla abbazia di Warehan; eran quasi le otto e i due bambini non erano tornati a casa.

Virginia sulle prime non s’era inquietata perchè sapeva ch’essi correvano sempre innanzi per fermarsi poi in certi loro posticini favoriti.

Ma arrivò l’ora del thè, e passò, ed ella non li aveva ancora ritrovati.

Era andata alla cascina, nella lavanderia, all’altalena, nei giardini, nel canile, dappertutto! Cominciò a piovere e la sua inquietudine si mutò in sgomento; quando poi la pioggerella diventò un acquazzone, i suoi «nervi» si irritarono completamente e corse in casa per consultare gli altri servitori su quel che bisognava fare.

Ella si torceva le mani e pronosticava ogni sorta di disgrazie a Miles. — Mai, mai si riavrà delle conseguenze di una tale umidità!

Il giardiniere fu mandato da una parte, il cocchiere dall’altra, tutti e due con ombrelle e scarpe di guttaperca.

I due piccoli colpevoli furono subito trovati: erano seduti in un umido fosso riparati sotto una siepe.

Era stato Humphrey ad aver questa splendida idea, e ne era tutto glorioso.

— Il fatto è, egli disse, che lo stagno e i gigli erano così belli che ho dimenticato che il tempo passava. Ma quando ho visto che il sole sprofondava, siamo [p. 103 modifica]partiti in furia; ma alla svolta del campo abbiamo sbagliato la strada e ci siamo perduti nel bosco.

Ed essi sarebbero andati a finire chi sa dove se un ragazzo che li aveva incontrati non avesse detto loro che sbagliavano, e non li avesse ricondotti indietro sulla strada maestra. Ma qui Humphrey si era ricordato a un tratto che la pioggia poteva far male al fratellino e, altero della sua previdenza, lo aveva messo a sedere — inzuppato com’era già — sotto la siepe.

Era inutile che Virginia ora sfogasse la sua ira su Humphrey. Tutto quel ch’ella poteva fare era di mettere Miles a letto presto presto per veder di allontanare un raffreddore, se era possibile. Ma il male era fatto: Miles tossì quasi tutta la notte, e si svegliò il domani mattina con un’oppressione al petto che era sempre in lui un prodromo di un attacco ai polmoni.

Il dottore venne a vederlo e gli ordinò di star a letto.

Nel dopo pranzo Miles peggiorò e Virginia mandò un’altra volta per il dottore.

Humphrey capì d’essere in disgrazia e uscì in giardino. Egli si sentiva solo e annoiato senza il suo fratellino: ma come tutti i bambini, non provò sulle prime nessuna inquietudine.

Miles s’ammalava spesso ed era guarito tutte le volte.

Ma senza di lui non c’era nessun divertimento in nessuna cosa, e senza il suo applauso non c’era gusto a far de’ progetti.

Humphrey, all’ultimo, pensò di andar nel suo piccolo giardino dove egli aveva un’amica, Dolly, la lavandaia di casa. La finestra della lavanderia guardava proprio sull’angolo di giardino che i signorini coltivavano loro [p. 104 modifica]stessi, e Dolly li vedeva sempre giocare lì fuori e prestava orecchio alle loro conversazioni. Ella era forse l’unica persona che avesse veduto Humphrey ne’ suoi momenti serii.

A sua insaputa, ella era stata testimonio di uno de’ suoi rari scoppii di dolore nell’epoca della morte di sua madre, e da allora, ella era sempre stata uno dei suoi più forti difensori.

Ella non aveva mai dimenticato quel giorno in cui aveva visto il fanciullo singhiozzare sopra l’insalatina ch’egli aveva seminato per la sua mamma, ma che era spuntata troppo tardi!

— È inutile adesso! lo aveva udito dire fra i singulti. Potevi tralasciare di venir su!

Questo era avvenuto nello stesso giorno in cui sir Everard l’aveva visto correre colle pecore sulla prateria, e aveva pensato: Quel ragazzo non ha cuore.

Humphrey trovò molto da fare nel suo giardino e lavorò seriamente. Quando fu stanco, volle aiutar Dolly a far girare il mangano, poi imbottigliò dell’acqua saponata per far le bolle. Intanto egli informò Dolly dell’onore che le riserbava per il ballo della messe e le domandò con molta premura che vestito intendeva mettere. Egli lo voleva molto elegante, terribilmente elegante! Dolly allora gli confidò che aveva l’idea di comprarsene uno nuovo di cotone, e lo consultò sopra il colore.

Egli ripensò alla cosa più elegante che aveva visto ultimamente, e suggerì rosso e oro come il porta sigari.

Dolly spalancò gli occhi ed espresse i suoi dubbii sulla possibilità di trovare quei colori in una stoffa di cotone. [p. 105 modifica]

— Allora, giallo, non ti pare? Il giallo andrebbe bene, disse Humphrey, perchè sarebbe color del grano.

Dolly promise di cercarla color del grano con una striscia o un puntino rosso, o — se proprio non si trovava — via, anche di un colore unito.

Le ore volavano così, molto presto, ma all’ultimo Humphrey cominciò a pensare perchè mai non lo chiamavano per il thè. Mise a posto i suoi utensili e disse addio a Dolly: ma si fermò ancora per raccogliere qualche ravanello da portare a Miles, poi corse in casa.

La porta della nursery era chiusa a chiave: perchè?

— Miles, ti ho portato de’ bei ravanelli! gridò Humphrey dando all’uscio de calci di impazienza. Ouvrez, Virginie, c’est moi!

L’uscio fu aperto con un rabbioso spintone e Virginia irruppe nel corridoio.

La sua faccia era avviluppata nella flanella: cattivo segno! i fanciulli lo sapevano, non erano però mai riusciti a capire perchè facesse quella strana fasciatura.

In ogni modo anche questa volta Humphrey aspetto con ansietà di sentire che cosa avesse.

Ella scoppiò in un torrente di parole che il fanciullo potè seguire a fatica. Egli capì soltanto questo: che Miles era molto, molto ammalato, che il dottore era molto, molto allarmato, che tutto era per colpa sua (di Humphrey); che anche ora, coi suoi calci nell’uscio, egli aveva svegliato Miles proprio quando pareva potesse addormentarsi: ch’egli doveva andar via e star via, e che tutti, compreso il dottore, erano in collera.

Poi si ritirò nella stanza e chiuse l’uscio, lasciandolo solo nel corridoio co’ suoi ravanelli in mano. [p. 106 modifica]

Tutta la luce era sparita dal viso di Humphrey.

— Miles era molto, molto malato! il dottore era molto, molto spaventato!

Immobile come una statua, il fanciullo se lo ripeteva come istupidito. Ma poi si riscosse, si aggrappò alla molla dell’uscio e guardò dal buco della serratura per veder di scoprire cosa si facesse, nella stanza: ma non vi riuscì, e si buttò sulla stuoia davanti all’uscio e, trattenendo il respiro, ascolto.

Il silenzio non era rotto che da un bisbiglio di voci, e il suo cuore cominciò a battere forte e la sua mente a empirsi di immagini paurose.

Se fosse riuscito a dare un’occhiata nella camera, avrebbe visto il suo fratellino mezzo addormentato, e Virginia che gli metteva una polentina di semi di lino sul petto, dicendo piano a Giovanna di portarle su una limonata fresca, e certo i suoi terrori sarebbero svaniti.

Ma è sempre così quando c’è un’improvvisa malattia in una casa.

Quelli che sono tenuti all’oscuro dei particolari sono quelli che soffrono di più; poichè il mistero e la incertezza sono — come la speranza — molto più grandi della realtà.

L’immaginazione corre sfrenata e fa soffrire crudelmente quelli che son relegati di fuori.

Come sono da compiangere i bambini in simili occasioni!

Ognuno si crede necessario presso il malato e nessuno ha tempo di dare spiegazioni a quei poverini che tremano fuor dell’uscio. Essi capiscono d’essere inutili, [p. 107 modifica]d’essere d’inciampo e non osano far domande alle donne che corrono dentro e fuori con un’aria di importanza, e che probabilmente non si fermerebbero per risponder loro. Essi restano dunque soli, a dare ad ogni suono un significato terribile, che il più delle volte non esiste che nella loro immaginazione turbata.

Le voci sommesse incutono loro terrore, lo squillo acuto di un campanello li fa trasalire di sgomento e persino la voce che chiede cucchiai e bicchieri, e il loro tintinnìo mentre sono portati di sopra, hanno qualcosa di misterioso che tronca il respiro.

Tutto questo — e più — provava il piccolo Humphrey Duncombe. Ho detto più perchè le sue paure non erano quelle di tutti i bambini. Per la maggior parte di essi, il timore che ho descritto è un timore senza nome; non sanno perchè temono e che cosa; tutto è vago e indefinito perchè essi non sanno che cosa sia il dolore.

Ma ricordatevi che questo fanciullo non era straniero alla malattia e alla morte; chè nella sua piccola vita egli aveva già veduto penetrare attraverso i muri della sua casa quella pallida e truce visitatrice. Ciò ch’era accaduto una volta poteva accadere ancora — Miles era moribondo! forse già morto!

La facilità a distrarsi mitiga il dolore, ma questo non vuol dire che nel momento esso non sia profondo; lo è anzi, direi, di più, perchè i caratteri come quello di Humphrey soffrono intensamente quando si trovano faccia a faccia colla sventura.

Passato e futuro, tutto si concentra nel dolore del presente e la vita appare un vuoto desolante. [p. 108 modifica]

Egli era così buono di cuore, povero piccino! così pieno di rimorsi per i suoi errori, e soffriva tanto per una parola brusca! Pure — abbiamo veduto — con tutto ciò era così sbadato, così spensierato e volubile che nessuno avrebbe prestato fede alla profondità dei suoi sentimenti. Persino suo padre (che pur non avrebbe voluto fosse stato altrimenti, e che si rallegrava anzi ch’egli avesse il potere di mutar in gioia ogni evento della loro solitaria infanzia) si stupiva della sua leggerezza e aveva più d’una volta detto fra sè: — Quel ragazzo non ha cuore!

Non ha cuore! ma mentre è lì nel corridoio, il suo povero cuoricino scoppia di dolore! Punto dalle parole ruvide di Virginia, angosciato dal pensiero del suo fratellino, sgomentato da quello del suo babbo, povero babbo che sarebbe tornato e avrebbe trovato il suo Miles a letto per colpa sua!... Humphrey si lasciò cadere sul pavimento e pianse come se il suo cuore volesse spezzarsi.

Insieme col dolore v’era poi il sentimento che nessuno voleva aiutarlo nella sua desolazione; che ognuno lo riguardava come la causa di tutto, che tutti erano contro di lui. Il suo dolore doveva essere molto più intenso di quel degli altri. Egli pensava: Non era forse Miles più suo che di Virginia? Eppure essa lo lasciava singhiozzare e gridare senza badargli.

Lì, raggomitolato in terra contro l’uscio, egli aveva tanto bisogno di conforto, e nessuno gliene diede.

Ad un tratto s’innalzò dal fondo del suo cuore un così terribile desiderio di sua madre, tale una brama di tutto ciò che aveva perduto, tale un senso di vuoto [p. 109 modifica]nella sua vita, che non potè più sopportarlo e saltò in piedi con un singhiozzo che era quasi un grido.

Oh bisognava finirla! egli non poteva più sopportarlo! e combattè con disperazione. Quel sentimento era un vecchio nemico col quale aveva già altre volte lottato e ai cui assalti egli ripensava sempre con orrore. Esso aveva radici giù giù in fondo al suo cuore, ma era solo ogni tanto che si innalzava per turbarlo. Da qualche tempo esso però lo assaliva molto meno, più debolmente e a lunghi intervalli.

Perchè ora era tornato con tanta forza? Come doveva fare a resistergli? Come avrebbe potuto lottare con esso? Oh se avesse potuto fuggirlo!

Tentò di pensare al suo giardino, ai suo balocchi, a tutto ciò che costituiva la gioia della sua giovane esistenza.

Non facciamo anche noi molte volte come questo bambino? noi, vecchi bambini? Quando questa misteriosa cosa che colla nostra matura esperienza chiamiamo dolore, ci assale, il nostro primo pensiero non è forse: Oh, come fuggirlo?

Chiamatelo dispiacere, desolazione, disinganno, ansietà, cura... chiamatelo come volete, non tentiamo forse di soffocarlo pensando a qualcosa di lieto?...

Non è forse questo sentimento che spinge molte volte il ricco ai viaggi, al giuoco, al vizio, e il povero alla bettola?

Ma perchè i corridoi dov’egli aveva folleggiato con Miles, le scale ch’egli aveva scese saltando con lui, le balaustrate da cui si erano lasciati tante volte scivolar giù, perchè parevano ora così diverse? [p. 110 modifica]

Che Dio lo aiuti! Il vuoto nel suo cuore era così grande che si rifletteva su tutto intorno.

Il sentimento della sua recente felicità non lo aiutava a fuggire da quello del suo presente dolore. Non mai la sua vecchia casa gli era sembrata così triste e vuota.

Non s’udiva nessun suono, nessun rumore.

La luce fioca del crepuscolo s’insinuava tristemente nel vestibolo e sulle scale.

Ed ecco che, quasi a pigliare giuoco della sua povera anima, sorge davanti a lui, vivo e pieno di luce, il ricordo del tempo in cui in casa c’era la mamma: della sua voce e del suo sorriso che echeggiavano sulle scale; della sua presenza nelle stanze; chiara e distinta visione dagli occhi dolci e dal sorriso gentile, che il povero fanciullo senza madre non potè sopportare a lungo. Egli si coperse il viso colle mani singhiozzando, ma a un tratto rialzò la testa e fuggì lungo il corridoio come se credesse di lasciar dietro a sè quel senso insopportabile di abbandono.

Ma la solitudine era con lui: essa l’inseguì giù per le scale e attraverso il vestibolo: essa lo raggiunse mentre passò la sua mano sulla molla dell’uscio del salotto: essa lo precedette in quella stanza oscura e lo aspettava quand’egli vi entrò.

La luce penetrava a stento dalle fessure delle imposte, ma i suoi occhi ansiosi videro il quadro, e distinsero quel dolce viso e il bambino sorridente nelle braccia di lei. Egli si buttò sul sofà ch’era sotto il ritratto.

— Mamma! disse singhiozzando. Io ti voglio ancora! Tutti sono in collera con me, e io sono così infelice.

Ma nessuno gli rispose: intorno a lui regnava un [p. 111 modifica]freddo silenzio e la madre e il bimbo gli sorridevano dal quadro. La luce diventava sempre più fioca, finchè sparì completamente, ed egli rimase nell’oscurità cogli occhi ancora spalancati sul quadro.

Invano egli tentò di figurarsi, — come aveva fatto altre volte — d’essere come il bimbo del quadro: di sentirsi intorno le braccia della mamma, e di posar la testina sulla spalla di lei.

Perchè questa volta non ci riusciva?

Era venuto qui tante volte in un accesso di passione e di disubbidienza, e la memoria di sua madre lo aveva rasserenato, o fatto pentire; ma oggi, con quel senso così doloroso di solitudine, egli aveva bisogno di conforto: e il conforto non venne.

Eppure, s’egli avesse saputo chiederlo, aveva un conforto vicino a sè: un dolce, vero conforto.

Ma egli non sapeva e non lo chiese.

Sapeva però che Dio è dappertutto e colla semplicità della fede dei fanciulli credeva che Egli fosse sempre accanto a lui; ma nei momenti d’inquietudine egli era incapace di trovar un conforto in un tal pensiero, di pensare ad altro che al suo dolore.

Noi, vecchi bambini, non ostante la nostra matura esperienza, non facciamo forse lo stesso?

Nessuno ci aiuta — diciamo — il nostro dolore è troppo grande: non possiamo sopportarlo, — e ci buttiamo giù come il bambino, annichiliti e disperati e ci par che Dio, — che in altri momenti noi sentiamo così vicino, — si sia completamente nascosto.

Fortunatamente pare soltanto; non è.

Egli è costante, e insensibile alla nostra incostanza. [p. 112 modifica] Si nasconde, è vero, qualche volta, ma dietro una nube che noi stessi innalziamo, l’oscura nube della disperazione. Egli è ancora là, lo stesso la cui presenza noi sentiamo, pronto a darci il conforto che non abbiamo la forza di chiedergli. Quand’Egli disse:

Prima ch’essi chiamino, io risponderò — volle forse provvedere a simili momenti di sconforto?

Ma come poteva mai confortare un bambino? Noi non sappiamo, Dio lo sa. Egli conosceva quel piccolo cuore e sapeva che il suo dolore sarebbe sparito alla luce del mattino e che soltanto ora, sul momento, aveva bisogno di conforto. E gli mandò la sola cosa che potesse calmarlo, posò sopra le sue umide ciglia il solo dono che potesse fargli un po’ di bene — la pace dell’inconsapevolezza finchè l’ora del dolore fosse passata!

Un’ora dopo una delle donne lo trovò addormentato sul sofà ai piedi del ritratto di sua madre, e lo portò a letto senza svegliarlo.