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Incompreso/Parte prima/Capitolo V

Da Wikisource.
Florence Montgomery - Incompreso (1869)
Traduzione dall'inglese di Sofia Bisi Albini (1915)
Parte prima - Capitolo V
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V.

Il piccolo Miles fu desolato quando seppe che la sua reclusione al secondo piano si sarebbe prolungata fino al giorno del famoso pranzo d’invito. Ma non c’era rimedio.

Il sospirato venerdì arrivò e Humphrey fu sulle spine tutto il giorno. Ogni tanto scendeva a far una visita alla sala da pranzo e alla biblioteca, e trovò modo di dare un’occhiata anche in cucina: ma nei preparativi che si stavano facendo non vide nulla che differisse in qualche modo dal solito. [p. 65 modifica]

— Io credo quasi che essi mangino come i popoli civili, disse a Miles tornando dalla sua centoquattresima visita al pianterreno dove sperava sempre, ma invano, di scoprire qualche novità.

— Oh! sarà per far loro un’improvvisata! suggerì il piccino.

Ed essi si divertirono, in quell’ultime ore, a immaginare lo stupore e la meraviglia dei selvaggi al vedersi davanti tutti que’ cibi così nuovi.

Sir Everard arrivò finalmente e andò diritto nella stanza di Miles. Humphrey era fra le mani di Virginia, per i grandi preparativi della sua comparsa in società, e siccome parecchi degli invitati erano già arrivati, sir Everard ebbe appena il tempo di dar un bacio a Miles e di affrettarsi nella sua stanza di toeletta, poi scese in biblioteca.

In questo modo, il ricordo della conversazione della precedente settimana e dell’orgasmo dei bambini all’idea degli aborigeni — svanita completamente dalla sua memoria — non ebbe il tempo d’essere rinfrescato da qualche parola dell’uno o dell’altro bambino.

Egli era tutto sprofondato nella politica, insieme con un vecchio signore dall’ampio e chiaro panciotto di raso; e intorno si sentiva il bisbiglio delle conversazioni, quando la porta della biblioteca si spalancò rumorosamente e Humphrey comparve sulla soglia.

Era appena uscito dalle mani previdenti di Virginia: col suo abito di velluto, il panciotto bianco e la cintura blu, e coi bruni capelli spazzolati indietro, che lasciavan scoperta tutta la sua bella fronte aperta e i suoi occhioni vivaci. Egli rimase ritto sulla soglia guardando [p. 66 modifica]tutti que’ signori riuniti nella sala con un’aria di stupore come se scendesse da un altro mondo.

Alcuni si voltarono a guardarlo e più d’uno gli stese la mano; ma a gran dispetto di sir Everard, Humphrey — che di solito era cortese come un piccolo gentiluomo — parve non accorgersi menomamente di quei saluti.

Era là immobile, come ammaliato, con gli occhi spalancati di sorpresa, di maraviglia e disinganno.

— Humphrey, gli disse sir Everard, perchè non vieni avanti e non dici: come stanno, a questi signori?

— Ma babbo! esclamò il fanciullo con una voce chiara e acuta che si udì per tutta la stanza: dove sono i selvaggi?

La terribile verità balenò alla mente di sir Everard: e il ricordo della conversazione dei bambini col loro zio gli si presentò in tutti i suoi particolari.

— I selvaggi, Humphrey? disse con un sorriso stentato. Ma che cos’hai sognato? Qui non ci sono selvaggi.

— Ma sai che cosa voglio dire, babbo, rispose il fanciullo, sempre colla sua voce squillante, attraversando la stanza e andando dritto a lui. I selvaggi delle foreste, di cui ci avete parlato sabato, tu e lo zio Carletto. Non ti ricordi? ci hai detto che dovevano venire a pranzo. C’erano due parole lunghe lunghe, e una, mi pare, voleva dire selvaggi... Era una parola così lunga! gli a... abo...

— Elettori? balbettò il baronetto.

Fortunatamente per la sua futura elezione in Parlamento, le «due lunghe parole» udite per la prima volta quel sabato, si erano confuse nella mente del fanciullo, il quale rispose: [p. 67 modifica]

— Sarà quello, ma mi pareva però che cominciasse con un’a.

— E tu credevi che elettori volesse dire selvaggi? proseguì suo padre con molta premura, mentre gli altri ridevano. Perchè non l’hai domandato a me, oppure guardato sul dizionario? Benchè, concluse appellandosi agli astanti, non so se sarebbe stata cosa facile per un bambino di sette anni di chiarire da sè un simile dubbio.

— Oh, no, infatti, rispose uno.

— Ma come mai hai potuto pensare che volesse significare selvaggi? domandò un altro sorridendo.

— È il suo istintivo amore per tutto ciò ch’è straordinario, io suppongo, rispose sir Everard. Ciò ch’è sconosciuto è sempre meraviglioso, e l’ignoranza si inganna assai facilmente.

Egli non si curò di sapere se diceva una cosa vera o no; sentì solamente che gli era necessaria una risposta di qualche valore; e quando il suo interlocutore si tacque, egli respirò più liberamente.

Ma sul viso di Humphrey era invece un’espressione poco soddisfatta. Il baronetto se ne allarmò, e temendo che andasse a cercare nella sua memoria qualche altra cosa che era stata detta in quella fatale occasione, — ciò che avrebbe dato agli invitati la chiave della conversazione, — tirò il fanciullo a sè e gli disse che sarebbe stato meglio che fosse tornato da suo fratello.

Mancavano cinque minuti al pranzo ed egli sentiva che non sarebbe stato tranquillo finchè Humphrey non fosse partito.

Ma come se volesse espiare la sua scortese entrata, [p. 68 modifica]Humphrey parve determinato a far un’uscita conforme a tutte le regole della società: quindi si avanzò verso il signore dal panciotto di raso, — che era accanto a suo padre, — e stendendogli la sua manina gli augurò la buona sera, — poi, via via, di seguito, a tutti gli altri.

— Ma va a salutar tutti uno a uno? pensò sir Everard disperato, mentre i suoi occhi giravano dall’uno all’altro de’ suoi venti invitati, dispersi tutto intorno alla biblioteca.

Non vi poteva essere nessun dubbio. Pazientemente e metodicamente, Humphrey andò sino alla fine del suo compito: neppure uno fu trascurato, neppur uno dimenticato.

Un tale si era messo in disparte all’altro angolo della stanza, un secondo si era sprofondato in un volume, e due altri ingolfati in una discussione di politica. Ma Humphrey non titubò un minuto a inseguir l’uno, a disturbar l’altro, a interrompere i due.

L’inevitabile: «buona sera» risuonò per tutta la sala, e l’inevitabile manina fu sporta a tutti quanti.

Sir Everard, anche dopo, ripensava a quei lenti momenti di tortura come a una specie di orribile incubo. Ogni minuto era pieno di ansietà, ogni nuova stretta di mano era carica di pericoli, ogni conversazione che un invitato apriva col fanciullo, era una sorgente di paure. Momenti eterni! Gli pareva che la lancetta dell’orologio non si movesse più, che la campana del pranzo non dovesse più sonare; e spiava quella personcina che proseguiva i suoi trionfali saluti tutto in giro alla sala, ascoltando inquieto il tono protettore [p. 69 modifica]con cui l’uno o l’altro burlava il ragazzo per il suo sbaglio.

— Dunque, lei s’aspettava di vedere una massa di selvaggi, signorino?

— Me lo ha detto lo zio Carletto, fu la risposta.

Sir Everard si dondolava inquieto or su una gamba, ora sull’altra.

— Ne mancano ancora tredici, pensò.

— E tu sei rimasto deluso? disse il vicino ridendo.

— Sì, disse Humphrey, perchè non c’è niente da vedere in una massa di signori cogli abiti neri.

— Solamente dodici, ora, pensò il baronetto.

— È stato uno scherzo dello zio, m’immagino, disse un padre di famiglia in tono sconfortante, e sir Everard battè nervosamente il piede sul pavimento.

— Uno scherzo proprio stupido! rispose Humphrey, e suo padre fu precisamente del suo parere.

Finalmente aveva finito. La campana suonò; l’ultimo «buona sera» fu detto, e sir Everard, con un senso indescrivibile di sollievo, lo vide sparire dall’uscio.

Ma egli non potè riaversi per tutta la sera. Vi fu chi notò, durante il pranzo, ch’egli era molto silenzioso e preoccupato, e qualche invitato osservò che dopo la morte di sua moglie non aveva mai più ripreso il suo spirito. La brigata si disperse presto, e sir Everard ne fu proprio riconoscente!

Egli passò dalla stanza dei bambini a dar un’occhiata a Miles. Il piccino dormiva tranquillamente, ma dall’altro lettino uscivano invece de’ suoni, come dei singhiozzi.

Sir Everard posò la mano sul lenzuolo, ma esso era tenuto stretto, chiuso sopra la testina ricciuta. [p. 70 modifica]

— Che cosa c’è, Humphrey, mio ometto? Che cosa è accaduto?

Dei suoni inarticolati uscirono di là sotto; ma a forza di pazienza, il baronetto distinse fra i singhiozzi queste parole:

— Ho paura che lo zio Carletto vada all’inferno... perchè ha inventato una così orribile storia... ed io non posso sopportarlo, non posso!