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Incompreso/Parte prima/Capitolo VI

Da Wikisource.
Florence Montgomery - Incompreso (1869)
Traduzione dall'inglese di Sofia Bisi Albini (1915)
Parte prima - Capitolo VI
Parte prima - Capitolo V Parte prima - Capitolo VII
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VI.

Virginia aspettò sir Everard d’abbasso, il domani mattina, per pregarlo di parlare a Humphrey intorno alla sua smania di trascinare anche Miles in tutte le cattiverie che gli saltavano in testa. Il baronetto accondiscese con un sospiro. Era un incarico particolarmente antipatico. Nel poco tempo che poteva stare co’ suoi bambini, gli piaceva di vederli pieni di vita e d’allegria, e detestava di dover portare una nube sulle loro facce serene.

Humphrey, quand’egli entrò nella sala da pranzo, era affacciato alla finestra e si sporgeva tutto in fuori per vedere non so che. Sir Everard si guardò bene dal chiamarlo per paura che, trasalendo, cascasse giù; ma il fanciullo sentì subito la pedata di suo padre, si rizzò e gli corse incontro.

— Perchè non sei venuto ad aiutarmi a vestirmi? gli disse sir Everard baciandolo.

Humphrey lo guardò con aria malcontenta. [p. 71 modifica]

— Virginia non mi ha lasciato venire, rispose; ha detto che poteva essere un buon castigo.

Vi era un appiglio! Sir Everard capì che non doveva lasciarlo sfuggire.

— Castigo! disse sforzandosi di guardarlo con aria solenne. Mi rincresce molto di sentire che ti sei meritato un castigo. Perchè? cosa hai fatto?

Humphrey aggrottò la fronte, guardò il soffitto e tutta la stanza in giro.

— Non posso più ricordarmi che cosa fosse, babbo!

Sir Everard tentò inutilmente di nascondere un sorriso.

— A che serve sgridarlo? pensò: un fanciullo che non sa più ricordarsi perchè è stato castigato?

— Aspetta un minuto! gridò Humphrey riflettendoci ancora: ora forse ci riesco!

Egli corse col pensiero a tutte le sue recenti birichinate, riscontrandole sulle dita; ma suo padre, vedendo che la cosa andava un po’ per le lunghe, si sedette a colazione.

— Ebbene, Humphrey, egli domandò poco dopo, te lo sei ricordato?

— No, non ci riesco; ma sono sicuro che Virginia lo sa. Devo correre a domandarglielo?

Sir Everard si divertiva, ma provava nello stesso tempo un po’ di dispetto. Strano! che nessuna cosa potesse fargli impressione! Ma gli disse soltanto:

— No, non occorre. Forse io potrò dirtene qualche cosa. Vieni e siediti qui.

Sir Everard diede un’occhiata al bricco dove bolliva l’acqua per il thè, poi facendo girar la chiavetta del beccuccio, disse col viso più serio che gli riuscì: [p. 72 modifica]

— M’ha fatto un gran dispiacere sentire da Virginia... e lo guardò fisso per veder di attirarsi tutta la sua attenzione, — che tu hai....

Ma tacque scoraggiato perchè gli occhi di Humphrey fissavano invece il beccuccio del bricco, e la sua mente era intenta all’acqua che ne esciva.

— Mi stai ascoltando, Humphrey?

— Guarda! fu tutta la risposta, e balzò dalla seggiola battendo le mani. Giralo! presto, presto! guarda, guarda, babbo!

Era inutile: sir Everard dovette interrompere il suo discorso e badare all’acqua che correva sulla tavola, e la risata del ragazzo era così contagiosa che egli dovette unirvisi con tutto il cuore.

— Vi rinuncio, disse fra sè. È impossibile far alcuna impressione su una creatura così volubile.

— Ah, ah! sei stato castigato, babbo, disse Humphrey. Perchè non hai lasciato voltare a me il rubinetto? Sai bene che facciamo un giorno per uno, io e Miles. Oh, ma come sarebbe bello se succedesse ancora!

E l’allegra risata scoppiò un’altra volta.

Ma il nome del piccino relegato disopra, richiamò sir Everard al suo dovere; poichè era per la spensieratezza di suo fratello che il poverino soffriva. Egli fece dunque a Humphrey una lunga predica: lo rimproverò per aver condotto fuori Miles senza il permesso d’alcuno, e lo minacciò della continua sorveglianza di Virginia, e di non lasciarlo più uscire dal giardino se avesse ancora dato occasione di qualche lagnanza sul suo conto.

Humphrey lo guardò tutto mortificato, e quando egli finì, gli promise energicamente di «non farlo più». [p. 73 modifica]

— Ma viceversa poi... disse il baronetto sorridendo: e gli diede un po’ di pane col miele, poi prese il giornale.

Egli si sentiva fiero dell’effetto prodotto. Humphrey mangiava in silenzio il suo pane e miele e pareva molto pensieroso.

— I bambini non badano alle serventi, pensava. Già, non c’è nessuna autorità che possa star a pari di quella di un padre.

Dopo pochi minuti di meditazione di Humphrey terminò.

— Babbo!

— Che cosa c’è, piccino mio? domandò deponendo il giornale.

Egli s’aspettava un discorso di pentimento e disse fra sè:

— Non pretendevo che tu la prendessi a cuore così, povero ragazzo!

— Se tu avessi vissuto al tempo delle guerre delle Rose, da che parte ti saresti messo?

Sir Everard rimase veramente intontito.

Prima di tutto perchè era stato un colpo per il suo amor proprio il vedere che poca impressione aveva fatta la sua predica: in secondo luogo, perchè egli non era così famigliare con questa parte della storia da poter dire, lì su’ due piedi, la sua opinione. Pure non voleva abbassarsi nella stima del ragazzo confessando la sua ignoranza.

— Le guerre delle Rose? ripetè per guadagnare tempo. Hai studiato molto intorno a esse in questi ultimi tempi? [p. 74 modifica]

— Oh, sì! rispose Humphrey con un sospiro. Virginia ci ha una vera passione. Ma è vero che se io non ricordo tutte le battaglie delle Rose, non potrò mai entrare in Parlamento?

— È Virginia che dice così? domandò sir Everard.

— Già, rispose Humphrey, ella dice che naturalmente tutti i membri del Parlamento hanno questi nomi sulla punta delle dita e che potrebbero ripeterli in ordine; e poi anche quali battaglie sono state vinte dagli Yorkisti e quali dai Lancastriani.

Sir Everard fu molto riconoscente di veder messo il suo seggio su una base così solida, ma sperò sinceramente che suo figlio non venisse a farne la prova. Vana speranza!

— Naturalmente tu, babbo, potresti ripeterli correntemente, non è vero?

— Mi pare un vero peccato lo stare in casa in una giornata così bella! rispose il baronetto con molta furia. Se tu prendessi il tuo cappello e andassi in...

Gli Yorkisti e i Lancastriani erano già spariti dalla testolina di Humphrey e in un salto fu in giardino.

Sir Everard prese allora un volume della storia di Inghilterra e la studiò per il resto della mattina.

Dopo il lunch sir Everard propose a Humphrey una cavalcata.

Il piccolo Miles quando vide condurre i cavalli alla porta del vestibolo, fece un visino sconsolato. Egli rimaneva solo per molte ore; ma Humphrey venne a salutarlo ed ebbe con lui una lunga e sommessa confabulazione che lo racconsolò un pochino.

Alle tre sir Everard e Humphrey salirono dunque a [p. 75 modifica]cavallo, e lungo la strada ebbero fra loro questa conversazione:

— Babbo, vuoi passare dal borgo? perchè ho qualche provvista da fare.

— Provvista? ma che cosa mai ti occorre?

— Oh, è un gran segreto che non posso dirti... Ma forse tu sai tenere un segreto?

— Oh, sì: mi par di potertelo promettere...

— Ebbene, allora te lo dico. È un regalo per la tua festa. Che cosa ti piacerebbe? Ma, devi promettermi di non dirlo a nessuno.

— Nessuno lo saprà. Ma, vedi, quasi preferirei che tu scegliessi per me. Quel che ti piace, piacerà anche a me.

— Ma io credo di no, perchè, sai? a me, piacerebbe un cannoncino, oppure i birilli e a te invece non importerebbe niente, non è forse vero?

Sir Everard ammise che cominciava a diventare un po’ vecchio per simili divertimenti.

— Mi pareva bene, replicò Humphrey, felice del suo discernimento. Ma è appunto quel che rende la cosa tanto difficile. Tu hai già l’orologio e il termometro e tutte quell’altre cose che hanno gli uomini grandi... È proprio un imbroglio!

— Ma, mio caro fanciullo, tutte queste cose di cui tu intendi parlare sono molto care e quindi molto al di là de’ tuoi piccoli mezzi, mi pare. Vediamo: quanto hai in tasca?

— Ah! ma è ben questo il più grande imbroglio! Io non ho nulla! Ma pensavo che forse a te non importa niente di darmene un poco. Perchè è il regalo del tuo compleanno. [p. 76 modifica]

Sir Everard rise.

— È un modo un po’ costoso di aver regali per la propria festa, disse.

— Oh, no: non credo che sarà molto costoso, rispose Humphrey da uomo pratico. Ma naturalmente dipende da ciò che compro. Oh, ecco! qui c’è una bottega, babbo. Fammi il piacere di fermarti!

E tutti e due insieme diedero una strappata alle redini, proprio davanti a una di quelle botteguccie indescrivibili che si trovano nelle borgate.

— Ora bada, disse Humphrey balzando giù dal suo cavallino: bada di non guardare attraverso i vetri, perchè potresti vedere le cose sul banco.

Aspettò un momento, finchè ebbe una formale promessa, poi entrò correndo nella bottega.

— Mi occorre qualche cosa per un uomo grande, disse accostandosi al banco.

La padrona del negozio fece del suo meglio per mostrargli tutto ciò che le pareva fosse adatto al suo caso; ma Humphrey non trovò nulla che gli piacesse.

I suoi occhi irrequieti vagavano tutto intorno alla bottega.

— Ma non avete nulla per un uomo... da mettere in saccoccia?

La donna ebbe un’ispirazione: si avanzò verso la vetrina e cominciò a levarne qualche cosa.

— Oh, badate no, no! per carità, venite via gridò Humphrey quasi con angoscia.

La donna, che aveva trasalito a quel suo primo grido, si voltò sorpresa, e rimase immobile a guardarlo con un compasso in una mano e un borsellino nell’altra. [p. 77 modifica]

— Babbo è là fuori, e ha visto tutto, e avrà capito che era il regalo per il suo compleanno!

La donna gli domandò umilmente scusa, ma era troppo tardi: Humphrey non volle neppur guardare nè il borsellino nè il compasso.

— Avete rovinato tutto: babbo li ha visti di certo!

E si appoggiò al banco con aria scoraggiata, guardando con indifferenza quel mucchio sempre crescente di oggetti che la donna estraeva da tutti gli angoli della sua botteguccia.

— Avete il marito? le dimandò all’improvviso il fanciullo.

La donna per tutta risposta si portò il grembiule agli occhi e si mise a piangere.

— Oh, mi rincresce tanto! disse mortificato Humphrey. Io non volevo farvi piangere: davvero. Vedo ora che avete la cuffia nera. È dunque morto? Oh mi rincresce tanto che sia morto, continuò dopo una pausa, perchè volevo dirvi che lui sarebbe stato capace di dirmi che cosa ci vuole per un uomo grande.

Poi, temendo d’essersi mostrato senza cuore, aggiunse:

— Naturalmente mi rincresce tanto anche perchè vedo che voi siete così triste. Voi non vi ricordate più, vero... continuò incerto, e guardando fisso la vedova, per vedere fino a qual punto poteva proseguire senza pericolo di un altro scoppio di pianto. Voi non vi ricordate che cosa gli piaceva per il suo compleanno?

La donna ripensò al defunto; lo rivide colla sua pipa in bocca e suggerì una busta da sigari.

Humphrey accolse l’idea con entusiasmo.

— Ma non sarà nella vetrina, eh? dimandò con grande ansietà. [p. 78 modifica]

La donna fu obbligata ad ammettere che pur troppo era là dentro.

— Che cosa dobbiamo fare! esclamò Humphrey avvilito.

— Lo so io! aggiunse dopo un momento correndo alla porta.

— Papà! gridò, non ti rincresce di voltar la testa per un minuto, perchè dobbiamo prendere una cosa nella vetrina.

Sir Everard guardò immediatamente la porta dell’osteria di contro, a gran mortificazione di uno dei suoi giardinieri che ne usciva in quel punto un pochino brillo e che stava studiando il modo di sfuggire all’attenzione del baronetto.

Humphrey fu felice quando si ebbe davanti quei portasigari: erano così eleganti, con quei coperchi ricamati! Uno sopratutto, il più piccino e più gaio, attirò le simpatie del fanciullo.

— Ma ci stanno pochi sigari, suggerì la donna. Non sarebbe meglio prenderne uno più grande?

— Oh, non importa, rispose Humphrey, perchè il babbo non fuma. Questo è così grazioso che gli starà bene in saccoccia, non vi pare?... Fatemi il piacere di avvilupparlo ben bene in un foglio di carta, che non si possa più capire che cosa ci sia dentro: così.

E uscì dalla bottega.

— Spero che non avrai visto, papà! disse con calore rimontando sul suo cavallino.

E sir Everard lo assicurò che non aveva guardato neppur una volta verso la vetrina.

— Quanto? dimandò alla donna che gli porgeva il pacchetto. [p. 79 modifica]

— Lire 10 e centesimi 60, rispose.

Sir Everard nascose la sua impressione e pagò.

— Non ti pare a buon mercato? disse Humphrey mentre s’incamminavano; pensa che è tutto ricamato in oro e... oh! povero me! tu avrai capito che cosa ho comprato!

— Che! ne sono ben lontano! rispose sir Everard. Sono anzi più imbrogliato di prima; perchè non so capire che cosa tu possa aver trovato coi ricami d’oro in quel botteghino.

Humphrey fu beato.

— Non ne hai neppure la più piccola idea?

— Neppure una.

— Così io so qualche cosa che tu non sai. Tu mi dici sempre che sai molte cose che io non so. Ora è proprio il contrario, non è forse vero?

— Proprio il contrario.

E Humphrey cavalcò fiero e felice.

— È una cosa terribile l’aver un segreto, osservò finalmente, dopo aver cominciato due o tre volte a parlare ed essersi sempre trattenuto.

— Perchè? domandò suo padre sorridendo.

— Oh, è così terribilmente difficile di tenerlo, rispose. Due o tre volte ho cominciato per dirtelo; mi dimenticavo che tu non devi saperlo.

— Allora è meglio parlare di qualche altra cosa.

Un po’ di silenzio, poi Humphrey disse:

— Sai, babbo; io credo che sia meglio che tu mi conduca a casa.

— A casa, di già! Sei stanco?

— No, non è per questo... ma io capisco che se [p. 80 modifica]aspetto ancora di più io ti dico tutto il mio segreto senza accorgermi. Se potessi dirlo a qualcuno, io sarei più contento. È per questo che vorrei tornare a casa da Miles.

— Ma io vorrei fare una visita al generale Colville, e passar un momento anche dal vecchio Dyson. Non potresti aspettare ancora un poco, eh, che cosa ti pare?

Humphrey aveva una passione per le visite, e acconsentì con poco sacrificio a questa transazione.

— Dyson è quel vecchio sordo, non è vero? È nato sordo?

— No, lo è da pochi anni.

— Sono contento di non essere nato sordo. Sarebbe stata una gran seccatura! Non capisco perchè Dyson non si comperi un cornetto... come si chiama, babbo, quel cornetto...

— Acustico.

— Sì, un cornetto acustico.

— Ma io credo che, povero diavolo, non abbia il mezzo di comprarselo.

— Io sarei così contento se potessi dargliene uno!

— Ma, e i denari dove sono?

— Ah! già sempre la stessa cosa. Io non ho mai un centesimo.

— Ma se ti ho dato uno scellino poco tempo fa!

— Ho comprato delle capsule e del panforte.

— Ah! non si può mangiar focaccia e averli ancora, sai?

— Non focaccia, babbo: ma panforte.

— È lo stesso. Se tu avessi conservato il tuo denaro, invece di spenderlo in scioccherie, ecco che ora potresti comprare una cosa utile. [p. 81 modifica]

— È vero. Ora voglio cominciare a conservarlo come dici tu. Il primo scellino che mi darai, lo metto via e così potrò, quando ne avrò molti, comprare il cornetto a Dyson.

— È un bellissimo progetto.

— Quando credi tu che mi darai un altro scellino, babbo?

— Ah, non lo so proprio.

— Non sarebbe meglio cominciar subito? perchè un cornetto acustico costerà molti scellini, e sarebbe un peccato di far aspettare tanto il povero Dyson.

Sir Everard gli porse uno scellino.

— Ma bada, gli disse, non dev’essere speso per altre cose.

Humphrey promise lealmente di no.

Il vecchio Dyson era nel suo giardino, ed essi fermarono i loro cavalli e lo salutarono. Non era sordo al punto di non sentire il grido potente di sir Everard, ma i piccoli tentativi di Humphrey erano proprio inutili.

— Come sarebbe contento, pensò il fanciullo, se sapesse che metto in serbo il mio denaro per comprargli un cornetto per le sue orecchie.

E gli mostrò lo scellino con un’aria di trionfo come se, vedendolo, il vecchio potesse capire tutta la storia.

Dyson sorrise e accennò col capo.

— Già, già, per comprar delle chicche, capisco!

Humphrey scosse la testa con energia e si provò a gridargli la spiegazione.

— No? disse il vecchio, allora sarà per una trottola, eh?

Era inutile insistere. Sir Everard salutò e s’incam[p. 82 modifica]minò, e Humphrey fu obbligato di seguirlo, ma si voltò ancora una volta a far segno di no al vecchio Dyson.

— Non si potrà mai dirgli un segreto, osservò quando raggiunse suo padre.

— Perchè no?

— Perchè si è obbligati a gridargli così forte nell’orecchio che tutti possono sentire. E non è più un segreto quando tutto il paese lo sa. Supponi che io gli avessi gridato: Dyson, io ho un regalo da fare a babbo per la sua festa, è un portasi...! Oh, Dio! esclamò fermando di botto il suo cavallino. Ti ho detto il mio segreto! Oh babbo, l’hai indovinato?

Sir Everard aveva proprio pensato a tutt’altro mentre il fanciullo gli faceva quella sua chiacchierata, perciò gli disse sinceramente che era più che mai lontano dall’aver capito il suo segreto.

— E ora eccoci dal generale Colville, aggiunse; tu potrai trovare cento cose che ti distraggano da quel tuo gran pensiero!

Essi furono condotti nel salotto dove c’erano due signore e dei bambini.

La signora Colville venne loro incontro, e informò sir Everard che suo marito era obbligato in camera da un leggero attacco di gotta.

Sir Everard offerse subito di andar a vederlo e la signora Colville salì con lui di sopra. Humphrey fu lasciato coll’altra signora.

— Come ti chiami, carino? ella domandò.

— Humphrey Duncombe, rispose sedendosi al suo fianco. E lei chi è?

— Io sono la sorella della signora Colville, rispose [p. 83 modifica]ella sorridendo. Immagino che tu non ti ricorderai di me; ma io ti ho già veduto un’altra volta, dalla tua nonna a Banleigh. Io le abito molto vicino.

— Io vorrei sapere se lei può tenere un segreto, disse Humphrey con premura.

— Sì, mio caro, io credo che... Ma perchè mi fai questa domanda? Vuoi forse confidarmene uno?

— Uno molto grande! Io non ne ho mai avuti prima, e non mi piace proprio niente. Io devo dirlo a qualcuno, se no finisco col dirlo al babbo, sa?

— Ma perchè non vuoi dirlo al tuo babbo? Sarebbe la persona più sicura.

— Dirlo al babbo! sorella della signora Colville? Come! ma è proprio la persona che non lo deve sapere!

La sorella della signora Colville temette di diventar la confidente di qualche scappata che il fanciullo avesse fatto di nascosto da suo padre; ma il viso aperto di Humphrey le fece svanire ogni sospetto ed ella l’ascoltò attentamente mentr’egli si sbarazzava finalmente del suo gran segreto.

Bisognava che stesse attenta per forza: prima di tutto perchè aveva una tal furia di arrivare al punto principale, che egli sfiorava appena e qualche volta saltava addirittura certe spiegazioni necessarie; in secondo luogo perchè s’ostinava a bisbigliarle la sua chiacchierata all’orecchio per paura che sentissero i bambini. Aveva appena finito, ed ella stava facendogli solenni proteste della più rigorosa segretezza, quando la signora Colville rientrò.

— Non deve dirlo neppure a lei, sa! mormorò Humphrey, e si risedette con un sospirone di sollievo. [p. 84 modifica]

La signora Colville era una di quelle mamme a cui par sempre che gli altri bambini siano vestiti meglio dei propri. Ella era una famosa copista e un’indiscreta richieditrice di modelli.

Virginia non poteva soffrirla. Ella le aveva una volta chiesto i modelli dei giubbetti di Miles, e la bambinaia non aveva mai dimenticato nè perdonato il pronto consentimento di sir Everard.

La signora Colville e la sua famiglia andavano alla stessa chiesa dei Duncombe, e Virginia non poteva tollerare di vedere gli altri bambini vestiti come i suoi signorini.

La signora Colville — un po’ cieca, come la più parte delle mamme — non vedeva che quello che si adattava a Humphrey e a Miles, — tutti e due straordinariamente belli, — non faceva lo stesso effetto sopra i suoi figliuoli piacevoli, ma proprio bruttini, e andava innanzi ostinata nella sua illusione. Ciò che appariva una domenica sulla graziosa personcina di Humphrey, la domenica seguente si poteva esser sicuri di vederlo riprodotto su qualcuno dei piccoli, grassotti Colville.

Gli uomini non badano a queste cose. Sir Everard non se n’accorgeva neppure, ma a Virginia non sfuggiva nulla ed era per lei una continua sorgente di dispetto.

— Questo è un bell’abitino, disse la signora Colville esaminando Humphrey.

— Molto, rispose sua sorella; gli s’attaglia così bene!

— Vieni qui, Clemente, disse la signora Colville a un ragazzino che giocava nell’altro angolo del salotto. Ecco: non vedi, Maria, che differente taglio ha questo suo abito? [p. 85 modifica]

Mary lo vide prima ch’ella glielo facesse osservare; e s’accorse anche subito che la differenza stava nella figura, non nel vestito; ma si guardò bene dall’offendere la vanità materna di sua sorella e non disse nulla.

— È la tua bambinaia francese che ti fa questi abiti, mio caro? domandò la signora Colville a Humphrey.

— I miei, no, egli rispose, soltanto quelli di Miles. I miei, soggiunse con un’aria orgogliosa, vengono da un sarto di Londra.

— Ti ricordi per caso il suo nome?

— Swears e Wells, rispose Humphrey.

— Tu, naturalmente, non ti ricorderai il loro recapito?

Naturalmente Humphrey non se lo ricordava.

— Aspetti un momento, esclamò a un tratto. Io ho visto quel recapito scritto in qualche posto proprio un minuto fa. Dove posso averlo visto? Ed è stato dopo che sono entrato in questa stanza. Dove l’ho mai letto?

— È impossibile, caro ragazzo, disse la signora Colville ridendo.

— Ma davvero, replicò alzandosi in piedi, io ho visto il numero e il nome della via scritto in qualche posto in questo salotto.

— Hai sognato, caro mio.

— No, sono sicuro che l’ho veduto! Ma dove può essere! Mi sono forse avvicinato alla scrivania? e s’accostò a guardare. Oh! aspetti! sarà stato su uno di questi biglietti di visita.

— No, ti assicuro che Swears e Wells non sono miei conoscenti.

Ma Humphrey non volle cedere, e, punto intimidito [p. 86 modifica]dalle risate delle due signore, corse all’uscio e fece di nuovo la sua entrata col cappello in mano, per poter vedere che cosa mai gli era passato davanti agli occhi coll’indirizzo del suo sarto. Egli faceva le sue riflessioni ad alta voce mentre s’avanzava.

— Ecco: io sono venuto di qua e sono passato vicino alla tavola (no: sui libri no; e neppure nel paniere da lavoro, nè sul vaso dei fiori). Poi mi son fermato un minuto davanti al piano, intanto che babbo stringeva la mano alla signora Colville (no; non è stato sul piano, nè sulle musiche). Poi io ho stretto la mano alla signora... poi mi sono seduto sul canapè vicino alla sua sorella e ho messo giù il cappello di fianco a me; così, e... Oh! — esclamò così improvvisamente che le due signore trasalirono: — eccolo! scritto nel mio cappello. Ah! è qui che l’ho visto! guardi; qui in fondo, su questo bigliettino: Swears e Wells, Regent Street. È contenta, signora Colville? Ora potrà trovare subito il negozio. Non sarebbe meglio notarlo?

Egli era cuore ed anima nel suo discorso e non s’accorgeva del divertimento che procurava alle sue spettatrici.

Che cosa avrebbe detto Virginia se avesse visto il nome, il numero e la via copiati con tanta cura sul libricino di note della signora Colville? e per essere più sicuro ch’ella non sbagliasse, egli aggiunse questo memorandum: un abito tale e quale dell’ultimo fatto per il piccolo figlio di sir E. Duncombe.

Egli aveva appena finito quando sir Everard entrò.

— Ho paura che il generale abbia un attacco un po’ serio, signora Colville. [p. 87 modifica]

— Lo temo anch’io. Ma egli è così imprudente. Lei conosce mia sorella, sir Everard?

Il baronetto si avanzò con un sorriso di riconoscimento.

— Possibile ch’ella sia la piccola Maria Wilberforce? Io non l’avevo riconosciuta un momento fa. Ell’è cresciuta al di là d’ogni mia aspettazione. Ma già sono passati degli anni dacchè non l’ho veduta... tre o quattro, non è vero?

Maria rispose qualche cosa, ma non precisò la data, sebbene se la ricordasse perfettamente: ma in quell’anno lady Duncombe viveva ancora, e temeva di richiamargli un doloroso ricordo.

— E quando è ella partita da Banleigh?

— Circa una settimana fa.

— Come stavano i miei?

— Ho veduto lady Albinia e la signorina Duncombe il giorno prima che partissi, e stavano tutte e due benissimo.

L’ombra di un sorriso passò nel suo sguardo nel momento che nominava la signorina Duncombe. Evidentemente v’era sotto qualche idea ridicola, perchè quel sorriso si riflettè anche sul viso di sir Everard, che disse ridendo: Povera vecchia Cecilia!

La signorina Cecilia Duncombe era una signora d’intelligenza molto limitata. Ella voleva parere più giovane di quel che non fosse e ognuno si pigliava la libertà di ridere di lei. Suo fratello e la signorina Maria parlarono di lei per un poco e Humphrey li ascoltò attento attento.

Finalmente sir Everard prese congedo. [p. 88 modifica]

— Ah, ora sto meglio! disse Humphrey mentre cavalcavano verso casa.

— Come! ti sentivi poco bene? dimandò sir Everard, allarmato.

— Oh, no: voglio parlare del segreto. Dico che sto meglio perchè ho detto tutto alla signora... sorella della signora Colville.

— Non credo che tu sia buono di conservarlo con me per dieci giorni ancora. Lo sai che il mio compleanno non è che lunedì otto?

— Oh Dio, oh Dio! Io credevo che fosse molto più presto. Babbo, parla subito di qualche altra cosa.

— Di che cosa?... che io aspetto due signori questa sera, che vengono da Londra a passar la domenica con noi: e che, appena avrò ricondotto te a casa, vado alla stazione a incontrarli. Va bene questo?

— Sì: benissimo. Sono simpatici quei signori?

— A me par di sì. Ma ciascuno ha i suoi gusti. Potrebbe darsi che a te invece non piacessero.

— Sono vecchi o giovani?

— Uno è molto più vecchio di me, e...

— Coi capelli bianchi, allora, naturalmente, interruppe Humphrey.

— No, appena appena grigi. E l’altro avrà l’età di tuo zio Carletto.

— Allora ci racconterà le storie dei canguri e della caccia al cignale.

— Oh, non credo. L’altro, piuttosto, perchè ha avuto dei bambini.

— Sai? Miles e io conosciamo uno stagno dove c’è il ramo di un albero che sporge in fuori, proprio [p. 89 modifica]come quello della storia dello zio Carletto; e noi qualche giorno vogliamo arrampicarci su e guardar le nostre faccie giù nell’acqua, come faceva quell’uomo.

— Che! Humphrey, bada bene! disse sir Everard. Non voglio che lo facciate! Il ramo è marcio e può rompersi da un minuto all’altro.

Humphrey lo guardò con aria addolorata.

— Ne sei proprio sicuro, babbo?

— Sicurissimo; e ti proibisco di farlo. Hai capito?

— Ho capito benissimo, babbo, rispose con un sospiro. Non ci arrampicheremo lassù se non vuoi. Ma non ti farà niente che noi andiamo a guardarlo. Siamo stati impediti così tante volte! e abbiamo tanta volontà di andarci. Se noi ti promettiamo di non arrampicarci, non ci dirai che non bisogna andare, non è vero?

— Lo dirò sempre. Una volta per tutte: non dovete neppure avvicinarvi allo stagno. Mi fido di te, Humphrey. Promettilo!

— È un gran peccato, babbo!

— Non importa. Io non voglio che tu conduca Miles in altri pericoli.

Humphrey, a malincuore, promise, aggiungendo fra sè: — È quasi inutile di farmi promettere qualche cosa, perchè io sono sicuro di dimenticarlo.

Essi cavalcarono in silenzio per qualche tempo, e quando Humphrey tornò a parlare, fu sopra un argomento affatto nuovo.

— Non ho mai saputo, babbo, che tu non volessi bene alla zia Cecilia.

— Ma che cosa vuoi dire, Humphrey? domandò suo padre inorridito, [p. 90 modifica]

— Ma sì: tu hai parlato di lei in un certo modo colla signora... sorella della signora Colville, che pareva proprio che non le volessi tanto bene e ti fosse antipatica.

— Ma che cosa ho detto? chiese sir Everard facendo sul serio un esame di coscienza.

— Mi pareva che tu la canzonassi un po’ tanto.

— Oh, mio caro bambino, disse sir Everard più sollevato, scherzare un pochino su una persona non vuol dire che questa persona ci sia antipatica. Io voglio molto bene a tua zia. Sarebbe strano davvero che non amassi la mia unica sorella. Ma quando io rido di te, o di Miles, pensi forse che io non vi voglia bene?

Il ragionamento zoppicava un pochino e sir Everard stesso se ne accorse; l’aveva messo insieme con troppa fretta ed era ansioso di vedere che risposta Humphrey avrebbe dato.

Ma a volte i bambini hanno degli improvvisi, inesplicabili silenzi. Humphrey ascoltò la spiegazione con gran rispetto e non parlò più.

Il pericolo per il momento era passato: ma sir Everard risolvette fra sè di non mai più parlare davanti ai bambini. Gli tornarono alla mente le ansietà della sera prima e decise di non correre un terzo rischio.

Arrivati a casa egli mandò a Virginia un messaggio privato che non era necessario che i signorini scendessero quella sera: li lasciasse però andare nel suo spogliatoio come al solito.

Poi, dopo aver trasferito il prezioso pacchetto dalla propria tasca a quella di Humphrey, egli salutò il fanciullo e andò incontro ai suoi amici alla stazione.