Incompreso/Parte prima/Capitolo VII
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VII.
Il giorno dopo era una domenica; una giornataccia piovosa. Humphrey e Miles, a colazione, diventarono grandi amici degli invitati del babbo e raccontarono loro ogni novità della loro vita; dal pranzo degli aborigeni al regalo per il compleanno del babbo.
Finita la colazione, sir Everard andò nella biblioteca con uno degli amici per cercare un libro di cui avevano parlato, e i due bambini rimasero nel salotto coll’altro signore.
Ma Virginia s’affacciò all’uscio: — M. Humphrey, M. Miles!
Il piccino accorse subito, ma Humphrey non le badò neppure.
— Je vous allende, M. Humphrey.
— Non vengo, rispose il fanciullo. Devo star qui a tener compagnia a questo signore.
— Je reviendrai bientôt, disse Virginia: e andò via con Miles.
— È francese la vostra bambinaia? domandò il colonnello Sturt.
— Sì, è francese.
— Allora perchè tu le hai parlato inglese?
— Io non parlo mai francese la domenica, rispose Humphrey. Non è proprio giusto.
— Non è giusto! che cosa? il parlar francese?
— Sì; si fa peccato a studiar le lezioni la domenica; e il francese è una specie di lezione: dunque a parlar francese si fa peccato.
— Humphie, disse il piccolo Miles rientrando di corsa, Virginia dice che tu devi venire perchè tutti sono già pronti per le sedie.
— Che cosa dice? domandò il colonnello Sturt.
— Egli vuol dire: le preghiere, rispose Humphrey, le chiama sempre sedie perchè vede preparata quella lunga fila di sedie in biblioteca: ma lui va via quando noi cominciamo a pregare, perchè è troppo piccolo. Oggi piove tanto, e forse non andremo in chiesa.
— Ah! ora ho capito. Ebbene, allora mi pare che tu dovresti andar subito, Humpty-Dumpty o che so io, com’egli ti chiama.
I due fanciulli diedero in una risata.
— Ma Humpty-Dumpty era l’uomo che sedeva sul muro!
— Sì: e che ha fatto il capitombolo, precisamente come farai tu fra un momento, disse il colonnello a Humphrey che si era arrampicato sulla spalliera della seggiola e stava studiando il modo di sedervisi sopra.
— Humpty-Dumpty era un uovo, disse Humphrey. Io non mi rompo così facilmente. Andiamo, Miles.
Ed egli spiccò un salto e corse via seguito da suo fratello e tutti e due si misero a cantare:
Humpty-Dumpty sul muro sedeva
Humpty-Dumpty dal muro cadeva.
E l’eco delle loro liete voci morì in lontananza.
Cinque minuti dopo la campana sonò e tutte le persone di servizio sfilarono nella biblioteca.
Humphrey era al suo posto di fianco al babbo, il signor Wemyss vicino a lui, e ogni cosa pronta. Ma il colonnello Sturt non compariva. Humphrey a ogni rumore alzava la testa con ansietà.
Sir Everard pensò ch’egli non avesse intenzione di venire e aperse il libro, facendo segno a uno dei servitori di chiudere l’uscio. Gli occhi inquieti di Humphrey seguirono i movimenti del suo amico Guglielmo mentre s’alzava per obbedire; ma un momento dopo egli era preso da un accesso di riso convulso che non riusciva a nascondere.
Nessun altro parve accorgersi che fosse accaduto qualcosa di divertente, e sir Everard cominciò a leggere con la solita gravità: ma Humphrey, benchè un pochino calmato, non osava guardare in fondo alla stanza, dalla parte dei servitori, e teneva gli occhi fissi sul suo libro di preghiere per tema di ridere ancora.
Che cosa aveva mai solleticato a questo modo il suo buonumore?
Non era che questo: nel momento che Guglielmo chiudeva l’uscio, il colonnello Sturt sgusciò dentro inosservato, e, senza saperlo, sedette al posto lasciato vuoto dal domestico, a capo della lunga fila delle persone di servizio.
Questo, combinato coll’espressione della faccia di Guglielmo nel trovare il suo posto occupato, era più di quel che occorreva per far scoppiare in una risata quel birichino di Humphrey; ma la venerazione per le cose solenni — ch’era la nota predominante del suo carattere — lo aiutò, e un momento dopo egli era tutto assorto nelle sue preghiere.
Seguitò a piovere tutto il giorno, e sir Everard, in mancanza di meglio, condusse i suoi amici in giro per la casa. Egli aveva qualche buon dipinto, e il soffitto di una delle camere superiori aveva delle curiose pitture; del resto non c’era molto da vedere.
Il girare in una casa poco abitata in un giorno piovoso, ha qualcosa di triste: e non sarebbe stato certo un divertimento per gli invitati di sir Everard se non ci fossero stati que’ due follettini che si rincorrevano lungo i corridoi e facevano risonare quelle camere vuote colle loro voci piene d’allegria. Essi erano ansiosi di far gli onori del loro quartierino, e finalmente vi arrivarono!
— Questo è il mio letto! proclamò Humphrey.
— E questo è il mio bagno! annunciò Miles.
— Ma che cos’è questo? disse il colonnello Sturt prendendo dalla tavola un porta-sigari ricamato.
Uno strillo fu tutta la risposta.
Il colonnello Sturt, spaventato, quasi quasi lasciava cadere il porta-sigari; sir Everard si voltò in furia e Humphrey, afferrato il famoso regalo, si precipitò fuor della stanza.
— Che cos’è tutta questa faccenda? domandò sir Everard.
— Era il regalo per il tuo compleanno! disse il piccolo Miles con un misterioso bisbiglio.
Sir Everard seguì Humphrey per assicurarlo che non aveva veduto nulla: ma peggiorò la cosa, perchè lo trovò nell’atto di nasconderlo nella cappelliera di Virginia, sotto il suo bel cappellino della domenica. Con gran difficoltà egli riuscì a persuadere il fanciullo e a farlo tornare indietro.
— A momenti... eh? osservò Humphrey con un sospiro di sollievo.
Il colonnello Sturt ora aveva quasi paura di osservar le cose; ma uno scellino nascosto nella tazza da denti attirò la sua attenzione e la sua curiosità.
— Oh, quello è il mio denaro, spiegò Humphrey, che metto da parte per comperare un cornetto per le orecchie del povero Dyson che è sordo. È l’unico posto sicuro che ho trovato.
— Quanto costerà questo cornetto? domandò il colonnello.
— Diciassette scellini, credo.
— E quanti ne hai tu?
— Ma non ho che quello, finora! rispose il fanciullo appuntando il dito sul solitario scellino, però non ho cominciato che ieri, sa?
Il colonnello gli fece parecchie domande intorno al vecchio Dyson, poi levò di tasca una mezza sovrana e la lasciò cader nella tazza da denti.
— Questa è la mia contribuzione, disse.
Humphrey rimase così colpito da questa inaspettata generosità che non disse neppure una parola gentile: ma la sua schietta sorpresa e la sua felicità valevano tutti i ringraziamenti del mondo.
Egli corse dal babbo a fargli vedere il tesoro, e tornò indietro senza fiato.
— Ma pensi! disse al colonnello Sturt, che l’altro signore mi ha dato sei scellini; così ora posso comprar subito la cornetta. E io che credevo che ci volessero delle settimane e delle settimane prima di arrivarci.
I fanciulli furono chiamati per il the, ed essi augurarono ai signori la buona sera, poichè non scendevano a pranzare con loro. Ma Humphrey volle prima strappare al colonnello la promessa che egli sarebbe andato a comperargli il cornetto acustico il giorno dopo, appena arrivato a Londra, e che l’avrebbe spedito subito dopo.
Sir Everard aveva quasi finito di vestirsi quella sera, quando l’uscio fu spalancato e i due bambini si precipitarono dentro.
— Ecco! prendilo, babbo! disse Humphrey porgendogli il porta-sigari, è per te! È il regalo per il tuo compleanno; il gran segreto! È inutile che noi lo teniamo ancora, perchè non possiamo proprio.
— Sei incantato, babbino? domandò il piccolo Miles battendo le mani; e Humphrey ripetè la stessa domanda con un tono di soddisfazione.
Sir Everard li assicurò con tutta la sincerità che non aveva mai provata tanta sorpresa nella sua vita; poichè, non fumando mai, un porta-sigari era proprio l’ultimo regalo ch’egli si sarebbe aspettato!
Ma il suo piacere e la sua gratitudine parevano così schietti che i due bambini andarono a letto beati del successo del loro regalo per il compleanno del babbo.