Vai al contenuto

Incompreso/Parte prima/Capitolo XI

Da Wikisource.
Florence Montgomery - Incompreso (1869)
Traduzione dall'inglese di Sofia Bisi Albini (1915)
Parte prima - Capitolo XI
Parte prima - Capitolo X Parte prima - Capitolo XII
[p. 118 modifica]

XI.

Fu una piacevole festicciuola quella che sir Everard godè co’ suoi fanciulli ne’ giorni che seguirono; e ci ripensò con tenerezza e con rimpianto anche molti anni dopo.

La salute di Miles migliorò realmente e dopo pochi giorni egli potè essere portato, nelle ore pomeridiane, nel gabinetto di toeletta di suo padre, ove, rannicchiato su una gran sedia a bracciuoli, col babbo e Humphrey seduti vicino, passava delle ore felici. Qualche volta giocavano, altre volte sir Everard leggeva ad alta voce dei racconti delle fate che aveva portato da Londra.

Un giorno ne lesse uno che entusiasmò i due fanciulli. Si trattava d’uno specchio meraviglioso in cui, se uno ci guardava, poteva vedere che cosa stavan facendo i suoi amici lontani.

— Oh come mi piacerebbe di avere un simile specchio! disse Humphrey con ardore.

— Come piacerebbe anche a me! fece eco Miles. [p. 119 modifica]

— Davvero? chiese sir Everard; e si può sapere perchè?

Humphrey non rispose: egli guardava fuori dalla finestra con un’aria pensierosa.

— Chi vorresti tu vedere, mio ometto? domandò sir Everard a Miles.

— Vorrei vederci te, caro babbino.

— Ma io son qui, carino.

— Non sempre, disse Miles posando la sua mano sulla mano del babbo. Quando tu sei via, a Londra, mi piacerebbe vedere cosa fai.

Era con queste parole seducenti e con queste manierine graziose che egli aveva saputo entrare così profondamente nel cuore di suo padre.

— Dunque tu desideri vedermi quando sono via? gli disse con tenerezza accarezzandogli la manina; e ti accorgi della mia assenza quando io sono lontano?

— Tanto, babbino. Io vorrei non vederti mai partire. Vero, Humphie, che quando babbino è via ci rincresce tanto, e che vorremmo che non se ne andasse mai?

Sir Everard diede un’occhiata al suo figliuolo maggiore come se sperasse di udirlo confermare le parole del suo fratellino, ma Humphrey guardava ancora pensieroso fuor della finestra, e non s’accorse di nulla.

— Che cosa pensa mai? sussurrò sir Everard a Miles.

— Non lo so, rispose Miles pianino; forse desidera uno specchio.

Se davvero il fanciullo aveva un un desiderio, doveva essere di qualche cosa ch’egli sentiva di non poter mai riuscire ad avere, perchè quei suoi bruni occhi [p. 120 modifica]che guardavano così fisso il cielo azzurro, erano pieni di lagrime.

— Aspetta un minuto, mormorò Miles, poi ti dirà che ci rincresce tanto quando sei via; ma quando avrà finito di pensare. Molte volte non mi risponde finchè ha finito di pensare.

Ma in quegli occhi brillanti di lagrime apparve a un tratto una nuova espressione: un’espressione di piacere.

— Un falco! proprio un falco! esclamò voltandosi. T’assicuro, babbo, che in un minuto piglia quella passera!

Sir Everard lo guardò deluso e si tirò Miles ancora più vicino.

— Egli non pensa a noi, non è vero, mio tesoro?

— Eh! esclamò Humphrey trasalendo; avete parlato con me? Che cos’hai detto, Miles?

— Abbiamo detto dello specchio, Humphie. Io dicevo che a noi piacerebbe di vedere qualche volta cosa fa babbino a Londra.

— Oh, come sarebbe bello! disse Humphrey sedendosi accanto a suo fratello. — Qualche volta noi lo vedremmo nel suo club, dell’altre, in vettura, e poi nella sala del Parlamento quando fa un discorso: vero, babbo? con un braccio alzato e un gran lenzuolo in spalla, proprio come la statua del signor Pitt che c’è dabbasso.

Sir Everard sorrise.

— Non mi vedreste molto spesso in una simile posizione, disse.

— Come potremmo vederti, babbino?

— Ma! nelle sedute di sera potreste vedermi molte [p. 121 modifica]volte così, rispose serrando le braccia al petto e chiudendo gli occhi.

— Come! addormentato! esclamarono i ragazzi.

— Profondamente addormentato.

— Ma la Regina allora sarà in collera con te? disse Miles.

— Ma anche lei, generalmente, a quell’ora, dorme come me.

— Come! nella sala del Parlamento?

— No, in uno dei suoi palazzi.

— Ma però lei non dorme sempre di notte, disse Humphrey in un tono di superiorità. — Spesso sta alzata più tardi e dà delle feste da ballo. In quel vecchio libro di figure che c’è dabbasso, c’è su la Regina che va al ballo.

Il volume in questione portava la data del 1710 e le incisioni rappresentavano la Corte della Regina Anna: ma per Humphrey era lo stesso.

— Sei stato qualche volta al ballo della Regina, babbino? domandò Miles.

— Sì, caro, ma tanto tempo fa.

— Il babbo è troppo vecchio ora per ballare, osservò Humphrey, non è vero?

— Già; sono passati quei tempi, disse sir Everard distratto. Egli pensò com’era bella sua moglie all’ultimo ballo di Corte a cui era intervenuta.

— Come fanno a ballare? come noi, su e giù?

— No, rispose sir Everard sorridendo, ballano le quadriglie e i valtzer.

— Ma quando tu eri giovane e andavi al ballo si usava ancora il minuetto, non è vero? disse Humphrey: portavi il codino, babbo? [p. 122 modifica]

— Ah! questa è magnifica! disse sir Everard; sentiamo un po’: quanti anni credete voi ch’io abbia?

I fanciulli non ne avevano proprio nessuna idea, e si divertirono per dieci minuti a tentar d’indovinare; essi erano incerti fra i sessanta e i novanta.

— Andiamo a far una corsa, babbo? disse a un tratto Humphrey.

— Fa un po’ caldo per correre, rispose sir Everard; ma se sei stufo di stare in casa puoi uscire in giardino. Io ti raggiungerò in giardino.

— Possiamo andare al villaggio a spendere i miei danari. Dyson ha il cornetto, dunque non c’è più bisogno di risparmiare; e mi piacerebbe spenderli.

— Benissimo; dove potrò io trovarti?

— Sarò là a dar da mangiare alla mia cornacchia o a lavorare nel mio giardino; oppure, aggiunse dopo un momento di riflessione, posso esser seduto sulla cima del melo, oppure starò correndo sotto il muricciuolo della ripa. Ma se non mi troverai in nessuno di questi luoghi guarda nel pollaio. Forse sarò là a raccogliere le ova per il thè di Miles.

— Ma il pollaio non è chiuso a chiave?

— Oh sì, ma non importa; io mi ficco dentro nell’usciolo da cui escono i polli.

— E ti aspetterai naturalmente ch’io faccia lo stesso.

— Ah! ah! il babbo così grande e grosso entrare per quell’usciolino largo due spanne!

L’allegra risata di Humphrey echeggiò nella stanza.

— Come sarebbe da ridere! esclamò, vederti dentro a metà e non esser più capace nè di entrare nè di uscire! Come sgambetteresti! [p. 123 modifica]

Il piccolo Miles rideva tanto da tossire, e sir Everard fu costretto a mandar subito Humphrey in giardino.

Egli non era occupato in nessuna delle cose nominate quando suo padre lo raggiunse un’ora più tardi: ma stava fissando una cornacchia zoppa che saltellava colla sua gamba di legno.

— Che strano ragazzo sei mai! disse suo padre, ponendogli una mano sulla spalla. Io credo fermamente che ti preme più questa brutta e vecchia cornacchia, di tutte le altre cose che hai. Non capisco davvero: mi pare la meno interessante di tutte le bestie; e sono sicuro che è molto ingrata. Più sarai buono con lei e più ella sarà stizzosa e caparbia.

— Sì, è vero; è molto sgarbata, povera vecchiona! Guarda! disse mostrandogli la mano che aveva dei segni molto chiari del becco dell’uccello. Fa sempre così quando le dò da mangiare, e mi becca, veh!

— Io allora non le darei più nulla.

— Ma io non voglio che muoia di fame, veh! E poi non ci ha colpa s’è sgarbata. Esser sempre obbligata a saltellare in un piccolo posto, invece di aver la libertà di volare per tutto il mondo? E se non era per colpa mia, aggiunse a bassa voce, a quest’ora volerebbe per l’aria chi sa dove!

A sir Everard sfuggirono le ultime parole, ma il viso del ragazzo gli fece capire di aver toccato un penoso argomento e si affrettò a mutarlo, proponendo di incamminarsi verso il villaggio.

Humphrey si rasserenò subito, e cominciò a chiacchierare gaiamente secondo il solito.

Assolutamente quel discorso della cornacchia gli ridestava un rimorso. [p. 124 modifica]

Era stato molto tempo prima, in un giorno che egli e Miles giocavano in giardino. Una cornacchia passò volando sopra le loro teste. Humphrey, senza la più piccola idea di toccarla, le scagliò un sasso esclamando: via di qua, brutta bestia! Ma tirò così giusto che la pietra colpì l’uccello che, dibattendosi e svolazzando, cadde a terra.

Dolly, la lavandaia, fu presente allo scoppio di dolore e di rimorso di Humphrey quando, raccolta la cornacchia, la trovarono con un’ala e una gamba rotte.

Ella si incaricò di curarla, e quando fu guarita la forni di una gamba di legno; ma la sua vita, secondo Humphrey, era perduta, ed egli non passava mai davanti alla gabbia senza sentirsi una stretta al cuore.

Egli non ne parlava mai, ma da quel giorno le sue cure affettuose per l’uccello zoppo non erano mai cessate.

Mentre s’avviavano al villaggio, sir Everard interrogò il ragazzo intorno ai suoi progressi nello studio.

Humphrey aveva sempre dato splendide prove nel leggere, nello scrivere, nel francese, in tutto quello infine che gli avevano fatto studiare.

Però la fede di sir Everard su questo riguardo era stata un pochino scossa da una certa scena; e da allora non si fidava più dell’assicurazione di Humphrey ch’egli sapeva benissimo i verbi ausiliari.

La nonna, una signora della vecchia scuola, grande fautrice di una pronta educazione, aveva detto che Humphrey era molto indietro.

— Che! aveva risposto quasi offeso sir Everard, io credo invece che pochi ragazzi della sua età conoscano così bene il francese. Egli lo parla benissimo. [p. 125 modifica]

In prova di che, Humphrey fu chiamato dal giardino a coniugare il primo tempo del verbo avoir.

                                        J’ai
                                        Tu as
                                        Il a
                                        Nous sommes
                                        Vous êtes
                                        Il sont.

Che sferzata al povero babbo!

La conversazione non languì neppur un momento durante tutta la passeggiata.

Per quanto riguardava la storia, Humphrey non si credeva solo ben sicuro, ma lo era infatti. Essa alimentava la sua immaginazione e lo divertiva.

Sir Everard gli passò quasi tutta la storia contemporanea prima che arrivassero al villaggio, e Humphrey ci prese tanto gusto che aderì subito all’idea di non andar a far compere, e ritornarsene a casa per un’altra strada un po’ più lunga.

— In caso possiamo ripassare dal piccolo zoppo Tom, disse, e io posso dare a lui i miei danari, invece.

Il piccolo zoppo Tom era un piccolo storpio che stava seduto tutto il giorno in una sediolina di legno e faceva una gran compassione a Humphrey.

Una creatura che non aveva mai conosciuto cosa fosse il passeggiare, il correre, il saltare, e che doveva star seduto tutto l’anno su una seggiola!

Egli gli diede i suoi quattrini passandogli accanto e allora solo riprese la conversazione col babbo. [p. 126 modifica]

Quando rientrarono in casa era quasi l’ora del pranzo, e Miles li aspettava ansiosamente per giuocare una partita ai jonchets con sir Everard. Ma se Humphrey era presente, il piccino non voleva giocare senza di lui, di modo che quasi subito i jonchets furono riposti nella loro scatolina, e giocarono alla «Vecchia zitella» che piaceva tanto a tutti e due i fanciulli.

Nessuna signorina — di una certa età — avrebbe mostrato maggior impazienza di liberarsi della fatale Regina, di quello che mostravano i due ragazzi, ed essi giocarono come se il loro avvenire dipendesse da essa.

Ah! che piacere, quando, finito il giuoco, trovarono che tutti e due avevano sfuggito al destino del celibato! e con che batter di mani e che dimostrazione di trionfo sir Everard fu informato che egli «diventerebbe una vecchia zitella»!