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Incompreso/Parte prima/Capitolo XII

Da Wikisource.
Florence Montgomery - Incompreso (1869)
Traduzione dall'inglese di Sofia Bisi Albini (1915)
Parte prima - Capitolo XII
Parte prima - Capitolo XI Parte seconda
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XII.

Era una deliziosa giornata — vera giornata di messe — quando sir Everard Duncombe e i suoi due bambini si incamminarono verso il campo di grano per veder funzionare la nuova falciatrice.

Sir Everard doveva andar in città quel giorno, ma, con gran gioia de’ fanciulli, aveva promesso che sarebbe andato per l’ultima volta, e che nella prossima settimana, al suo ritorno, si sarebbe fatto la gran festa della messe.

Il campo di grano presentava un aspetto gaio. La nuova macchina, tirata da due cavalli e guidata dal [p. 127 modifica]fattore, scorreva costeggiando il campo e seguita dagli operai che tiravan da parte man mano il frumento che essa atterrava e lo raccoglievano in fretta, poi lo legavano in covoni.

Humphrey, con un grido di gioia, si ficcò là in mezzo imbarazzando tutti, e allarmando suo padre.

Ma, come si può immaginare, egli non era punto soddisfatto di doversene star lì a guardare senza far nulla, e pregò il babbo di lasciarlo montare a cassetta a fianco del fattore.

Sir Everard ve lo collocò, e la macchina si rimise in moto seguita dai raccoglitori. Di tanto in tanto sir Everard guardava l’orologio e finalmente pensò che era tempo di avviarsi alla stazione, ma non aveva cuore di toglier di là i fanciulli che si divertivano tanto.

Ma con tanta gente intorno, non c’è pericolo, pensò; e poi passando da casa dirò a Virginia di venir qua. Humphrey era laggiù in fondo, e sir Everard incaricò Miles — che stava giocando colla bambinella più piccola di lui — di salutarglielo.

Il piccino sollevò il viso per essere baciato — un visino ben afflato ancora — e disse:

— Tornerai presto, babbino, e non andrai più via?

— Prestissimo, mio tesorino bello; e dopo non ti lascierò mai più, per un anno intero! Noi ci divertiremo allora: intanto tu devi essere un bravo ometto, e non ammalarti.

— Te lo prometto, babbino.

Sir Everard sorrise tristemente, e baciato e ribaciato il bambino, se ne partì.

Quando fu alla barriera si voltò a dar un’ultima oc[p. 128 modifica]chiata. Miles era ancora là dov’egli l’aveva lasciato e gli mandava baci colla manina.

Era una scena graziosa. Sul davanti, nel primo piano del quadro, si disegnava la figura di Miles sul fondo d’oro del frumento. Lontano, dietro di lui, si stendeva il paesaggio verde e ridente, e laggiù spiccava invece la falciatrice che tornava, costeggiando sempre il campo, al punto di partenza, seguita dai raccoglitori. Humphrey sedeva accanto al fattore, aveva in mano le redini e animava i cavalli col suo allegro hop, hop!

Fu così che sir Everard li lasciò.

Quel bel giuoco non poteva durare un pezzo, e dopo un poco Humphrey disse ch’era stanco di guidare e volle andar giù a giocare col fratellino.

Essi seguirono la falciatrice due o tre volte, spigolando il grano, ma era un serio lavoro, e vennero spesso a riposarsi sotto la siepe.

— Qui fa sempre molto caldo, disse Humphrey levandosi il cappello e facendosi vento. Io direi di andar a sederci sotto la pianta dove siamo stati quella domenica che c’era qui lo zio Carletto: su, Miles, andiamo; è qui nel campo vicino.

Essi scavalcarono la barriera, e due minuti dopo erano seduti sull’erba all’ombra della pianta.

— Com’erano belle quelle storie dello zio Carletto! disse Humphrey con un sospiro. Quanto mi piacerebbe di sentirle tutte ancora! È un gran peccato che babbo mi dica sempre di non arrampicarmi sul ramo che sporge in fuori. Sarebbe così bello arrampicarsi come faceva l’uomo nella storia. Il babbo dice che è marcio e poco sicuro. Io credo che egli deve essersi sbagliato. A guardarlo par così forte! [p. 129 modifica]

Egli sospirò ancora, e vi fu una lunga pausa.

A un tratto esclamò:

— Io non capisco perchè non possiamo andare a guardarlo. Dev’essere così vicino allo stagno.

— Oh, Humphie, fa piacere di non andare! Perderemo la strada e Virginia andrà in collera.

— Ma io so quella strada benissimo. È stato perchè ci siamo fermati da Dyson che allora l’ho perduta!

— Ma, Humphie, se ci bagniamo ancora? Io ho promesso a babbino di non ammalarmi più.

— Ma è stata la pioggia a bagnarti, Miles, non lo stagno: e oggi non piove. Guarda come il cielo è turchino!

I due fratellini guardarono in su. Era infatti sereno sovra le loro teste, ma vi erano de’ nuvoloni neri in lontananza.

— Quelle nuvole non verranno qui sino a questa notte, osservò Humphrey. Andiamo, non è molto lontano.

— È meglio di no, Humphie.

— Ma vado soltanto a guardare, Miles. Di che cosa hai paura?

— Non lo so, Humphie, rispose il ragazzino con un piccolo tremito nella voce, ma fa piacere, non andiamo.

— Bene, non venire se non ti piace. Andrò io solo. Non starò via tanto.

Ma Miles non aveva nessun gusto di restar solo nel campo e con un leggero sospiro s’alzò. Attraversarono il prato tenendosi per mano, e camminarono in silenzio finchè videro l’acqua dello stagno luccicare come l’argento sotto gli ultimi raggi del sole. Si fermarono sul margine l’uno accanto all’altro. [p. 130 modifica]

— Noi lo guarderemo soltanto, disse Humphrey.

Da un poco non avevano parlato, e Miles trasalì come se quelle parole fossero scese da quell’aria tranquilla. Esse parvero risvegliare gli abitatori di quella appartata macchia; un uccello spiccò il volo da un albero e fuggì con un garrito di spavento che risonò tristemente all’orecchio de’ due fanciulli; un topo d’acqua spiccò un salto di sotto una foglia di giglio e si tuffò nello stagno alzando uno spruzzo d’acqua melmosa.

Un’infinità d’insetti sfioravano l’acqua e una o due api ronzavano vagando da una ninfea all’altra.

Il ramo dell’albero che si protendeva sullo stagno tuffava le sue foglie nell’acqua con un suono pigro, mentre la brezza lo dondolava innanzi e indietro, e le ninfee danzavano leggermente col movimento dell’acqua. Su tutto v’era un senso di riposo e di abbandono che comunicò ai fanciulli la sua tristezza. Humphrey diventò silenzioso e Miles si sentì una gran voglia di piangere.

— Andiamo, Humphie.

— Aspetta, rispose Humphrey riavendosi dal suo accesso di distrazione e incamminandosi verso il famoso albero. Ho bisogno di guardare quel ramo... Ma come! non è marcio neppure un pochino! esclamò esaminandolo. Scommetterei qualunque cosa che può tenerci su benissimo!

Egli circondò colle braccia il tronco e vi si avviticchiò spingendosi man mano in su, e in un momento fu nel folto del fogliame.

Miles sospirò; egli non era ancora riuscito a liberarsi dalla malinconia che lo opprimeva, e non desiderava che di andar via da quel luogo così deserto. [p. 131 modifica]

In quella si udì il riso di Humphrey e Miles guardò in su e lo vide trascinarsi lungo il ramo che si chinava sull’acqua.

Il suo viso era rosso e i suoi occhi brillavano e pareva non accorgersi neppure della fragilità e del dondolìo del ramo.

Quando arrivò a un certo punto, si voltò, e gittate le braccia intorno a un ramo più alto, si rizzò in piedi diritto e trionfante.

— Ecco! esclamò. Ci sono riuscito! Chi vuol dire che è pericoloso, ora? Più sicuro di così non potrebbe essere! Vieni su, Miles, non puoi immaginare come è bello!

Miles trasse un lungo sospiro.

— Devo proprio, proprio venire?

— Perchè no? Vedi bene come ci son venuto facilmente. Dammi la mano e ti aiuto.

Ritto in alto, colla sua graziosa personcina che si disegnava nettamente sul fondo verde del fogliame e con un braccio avvinghiato intorno al ramo, stese l’altro verso il fratellino che guardava in su timidamente colle manine giunte, in aria incerta e supplichevole.

Involontariamente, Miles indietreggiò un poco e vi fu una pausa.

Egli guardava tutto intorno quella macchia chiusa come per cercare un aiuto, o per scoprire uno spiraglio da cui poter scappare a un momento estremo. Ma gli insetti che scorrevano sulla superficie dello stagno, le ninfee che danzavano graziosamente, erano le sole cose animate ch’egli potesse scorgere: e non udiva nessun suono fuorchè il tuffo del ramo nell’acqua e il tonfo del topo irrequieto. [p. 132 modifica]

Nulla poteva aiutarlo, e si rassegnò alla volontà di Humphrey.

— Io sono sicuro di ammazzarmi, ma verrò, disse; e gli stese la sua manina tremante. Humphrey lo afferrò strettamente e lo tirò su pianin pianino.

Poi cominciarono a moversi lentamente, a strascinarsi lungo il ramo che si stendeva sull’acqua. Avviticchiandosi con gambe e braccia, e ascoltando la voce incoraggiante di Humphrey, il piccolo Miles si stabilì sul ramo e Humphrey gli si strinse vicino e gli mise un braccio intorno alla vita.

— Evviva! gridò, eccoci su tutti e due!

Erano così immersi nel loro divertimento che non avevano osservato il cielo annuvolato. Quell’ammasso di nuvoloni che avean già veduto nel campo s’era alzato sulle loro teste; l’aria era pesante e si udì lontano il brontolio del tuono. Cominciarono a cadere de’ goccioloni.

Humphrey si rammentò sussultando l’ingiunzione di suo padre intorno a Miles e le cattive conseguenze della loro ultima scappata.

— Bisogna andare a casa! esclamò.

E dimenticando la loro pericolosa posizione si mossero così improvvisamente che fu un miracolo se non buttò giù il fratellino.

Istintivamente stese la mano per salvarlo, e Miles si aggrappò al ramo per non perdere l’equilibrio.

Ma quei loro movimenti combinati misero alla prova il legno marcio che cedeva già sotto il loro peso. Dondolò... tremò, crepitò, poi con uno scroscio si ruppe il tronco, e ragazzi e ramo furono lanciati nell’acqua sottostante.