Incompreso/Parte seconda/Capitolo I
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I.
Sir Everard Duncombe, lasciato il campo della mietitura, seguitò la strada verso le scuderie, ma passando da casa gridò a Virginia — che era seduta alla finestra della nursery a lavorare — di andar a raggiungere i bambini.
Arrivato a Londra, andò al club per vedere se v’erano lettere, e incontratosi sulla scalinata con un amico, andò con lui giù per Picadilly, poi entrò nel parco da Hide Park Corner. Si fermarono accanto ai cancelli a guardar le file di carrozze colle loro eleganti padrone, ma sir Everard dopo un poco si congedò dall’amico e s’avviò verso il Serpentine in cerca d’un po’ d’aria.
La gracilità di Miles, ch’era il suo gran pensiero, l’occupava anche ora, e si domandava se crescendo si sarebbe risanato, se un inverno sul continente lo avrebbe potuto ristabilire, e se non sarebbe stata una buona cosa il portarlo a Londra per farlo visitare da qualche rinomato specialista per le malattie di petto.
Arrivato al laghetto del Serpentine, la vista dell’acqua gli richiamò alla mente lo stagno di Wareham e la spedizione ch’era stata la causa dell’ultimo guaio. Poi si ricordò, con un sussulto, che aveva lasciato i bambini molto vicini a quel luogo tentatore, poichè dal campo dove si stava mietendo si poteva quasi scorgere lo stagno. Per un momento si domandò se era stato prudente di fidarsi ancora di Humphrey, ma poi riflettè che Virginia doveva averli raggiunti subito, e che c’era molta gente intorno. Inoltre erano tanto interessati nella mietitura!
Quando poi si ricordò le severe parole ch’egli aveva detto a Humphrey e il rimorso e il pentimento di lui, si tranquillò interamente.
Pure non poteva liberarsi da quel pensiero, e mentre guardava l’acqua, s’augurò d’aver quel tale specchio magico per poter vedere sino a Wareham.
Se in quel momento il suo desiderio fosse stato esaudito, egli avrebbe veduto Humphrey e Miles a cavalcioni del ramo infracidato, coi loro visini rossi e esultanti!
Mutò il tempo a Londra come a Wareham. Ombrelle e mantici di vetture furono presto inalberati e in un momento il parco fu deserto. Sir Everard ritornò al suo club, e stava tranquillamente chiudendo il suo ombrello nel vestibolo, quando gli fu consegnato un telegramma.
Lo scorse frettolosamente, poi si slanciò nella via chiamando una vettura.
— Stazione di Waterloo, gridò gettandosi dentro. Doppia paga se arrivi a tempo al treno.
L’occupazione e la confusione, se non sono punto comodi nè piacevoli, sono però utili in tali momenti. Impediscono alla mente di fissarsi troppo sulle cose penose, e ammortiscono il colpo.
Sir Everard era già nel treno che lo portava velocemente ma tranquillamente verso Wareham, quando comprese tutta la realtà della sua situazione.
Fino allora i suoi pensieri erano stati intieramente assorti dall’oltrepassar quella carrozza, dal rasentare quell’omnibus, dallo svoltare quell’angolo.
Egli s’era irritato ad ogni fermata, inquietato ad ogni indugio, e non aveva potuto pensare ad altro che al treno che partiva.
Ma ora che quella tensione era cessata, si abbandonò sui cuscini del vagone ed esaminò a lungo il telegramma.
Non c’era molto da apprendere da esso; era breve e poco soddisfacente come son quasi sempre simili messaggi: appena chiaro abbastanza per non spegnere la speranza, eppure abbastanza indefinito per lasciar libero il campo all’immaginazione.
Conteneva queste parole: «Successo accidente. Ambedue signorini caduti nello stagno. Nessuno annegato. Venite subito.»
Chi ha letto e riletto telegrammi e inutilmente cercato di comprenderne qualcosa, può capire come sir Everard si torturasse durante il quarto d’ora che seguì.
Non poteva essere questa una parte della verità e il resto nascosto? Non poteva essere inteso come una preparazione?
Ma no; se il telegramma non era una deliberata menzogna, «nessuno era annegato.»
Perchè allora dirgli di venir subito se la condizione di Miles dopo quella sua immersione nell’acqua non fosse stata più che seria?
Un bagno non è nulla per Humphrey: non può dunque trattarsi che di Miles. E pensò come gli era apparso gracile e debolino all’ultima occhiata che gli aveva dato là nel campo di frumento.
Nel roseo delle sue guancie, intorno ai suoi occhi lucenti e alle sue labbra scolorite si vedevano ancora le traccie dell’ultima malattia.
Più il treno si avvicinava a Wareham, più la sua ansietà cresceva, e nella sua eccitazione diede la colpa dell’accaduto a tutto e a tutti.
— Perchè erano andati allo stagno ancora? si domandava stizzito. Era l’atto più ardito di disubbidienza che Humphrey avesse mai fatto.
In quel momento sentì che non avrebbe potuto mai perdonare a quell’ostinato fanciullo. Più e più volte la salute di Miles e persino la sua vita, erano state in pericolo per sbadataggine di Humphrey.
Sbadataggine? cocciutaggine deve dire. Egli era stato troppo indulgente! Ma d’ora innanzi prenderà misure più severe; il ragazzo dovrà e sarà forzato a imparar a ubbidire.
Egli è stato debole ma ora non lo sarà più. Ora nessuna punizione può essere abbastanza severa per Humphrey, e sarà certamente punito.
Poi pensò che era forse un pretendere troppo da una creatura così giovane e cominciò a gettare un po’ di biasimo sugli altri.
Virginia, perchè non era là? perchè non aveva impedito ch’essi andassero allo stagno? Persino i mietitori e il fattore s’ebbero la loro parte della sua collera. Ma possibile che fra tante persone non ci sia stata quell’una capace di proibir ai fanciulli di allontanarsi dal campo?
Ma dopo tutto, Humphrey era sempre il più colpevole e sir Everard sentì che non doveva neppur provarsi di risparmiarlo col gettare il biasimo sugli altri.
Alla stazione non c’era la carrozza ad aspettarlo e nessuno potè quindi dargli informazioni più precise di quelle del telegramma.
Ordinò che gli si preparasse un cab, ma poi non potendo sopportare l’indugio s’incamminò a piedi.
La sua ansietà cresceva man mano che si avvicinava a Wareham. Prese una scorciatoia attraverso il parco. Non c’era nessuno intorno; neppure un servo, neppure un giardiniere.
Il coraggio gli mancò, ma camminò a gran passi, arrivò alla porta del vestibolo, entrò e salì le scale a quattro gradini alla volta.
Ancora nessun suono, nessuna voce.
Le stanze dei bambini erano vuote: chiamò: nessuna risposta. Gridò... Come risuonò orribile la sua voce giù per i corridoi deserti!
Suonò furiosamente il campanello, ma senza aspettar la risposta si precipitò ancora da basso e aperse la porta della biblioteca.
Un bisbiglio di voci colpì il suo orecchio, e davanti ai suoi occhi si presentò confusamente un gruppo di gente. Ma egli distinse solo una piccola personcina a cui corse incontro colle braccia stese e con un’esclamazione di fervido ringraziamento!
Miles era fra le sue braccia, salvo, caldo e illeso.
Con che avidità ascoltava il piccolo polso e fregava quelle manine e lo palpava, e gli chiudeva la bocca coi baci quand’egli voleva parlare!
Era così occupato del ricuperato tesoro, che non s’accorse del profondo silenzio che s’era fatto al suo entrare in quel crocchio di gente.
Ma finalmente si voltò a una delle cameriere e le chiese com’era accaduto l’accidente.
— Ma appunto, aggiunse, dov’è il signorino Humphrey?
Nessuno rispose.
— Dov’è il signorino Humphrey? ripetè il baronetto.
— Mi hanno detto di non dirlo... cominciò il piccolo Miles.
Ma suo padre guardò fisso uno dei giardinieri e l’uomo fu obbligato a rispondere.
— Vede, sir Everard, noi abbiamo portato il signorino là dentro... e indicò il salotto.
— Dentro lá? disse il baronetto attonito.
— Vede, sir Everard, era la prima stanza che abbiamo trovato, e l’unica dove c’è un sofà.
Prima che avesse finito di parlare, sir Everard era nel salotto.
Un’imposta era stata aperta e c’era appena luce abbastanza per veder Virginia chinata sopra il sofà, e intorno un gruppo di persone.
Gli venne incontro il dottore, ma sir Everard non gli bado e s’avanzò al sofà.
Là, sotto il ritratto di sua madre, senza colore, senza moto, e in apparenza senza vita, giaceva il fanciullo, per il quale nessuna punizione poteva essere abbastanza severa, e la cui disubbidienza egli aveva sentito che non avrebbe potuto perdonare.