Incompreso/Parte seconda/Capitolo II
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II.
La colpa non era di nessuno. Alle grida dei bambini i mietitori erano accorsi allo stagno, e li avevano tirati fuori immediatamente. Virginia aveva mandato subito il dottore, nessuno dunque aveva mancato al proprio dovere, o — come ho detto — ci aveva colpa, eccettuato la povera piccola vittima stessa.
Miles essendo stato slanciato dal ramo dritto nell’acqua, se l’era cavata con un bagno, ma Humphrey che era seduto più vicino al tronco non aveva schivato l’urto del ramo sott’acqua, e il dottore informò sir Everard che temeva che spina dorsale e testa fossero rimaste offese. Domandò un consulto e un uomo fu spedito coi telegrammi per due dei più rinomati medici di Londra.
La disgrazia era stata così improvvisa, così terribile, così inaspettata!
Sir Everard non poteva persuadersene e continuava a fraintendere i discorsi incoerenti del dottore.
Il povero vecchio, che lo aveva conosciuto fanciullo e lo amava, trovava difficile e penoso il dovergli dire che s’anco la vita di suo figlio fosse stata risparmiata, egli sarebbe rimasto per sempre un infermo.
Infermo! Humphrey! Humphrey giacere sul dorso tutta la vita!
Sir Everard non poteva afferrare questa idea, non poteva raccogliere i suoi pensieri per concepire una cosa così orribile. Non gli riusciva di seguire il dottore attraverso tutte le circonlocuzioni colle quali cercava di rivestire l’annuncio. Finalmente perdette la pazienza.
— Per amor di Dio! spiegatevi una volta! Possibile che vogliate dirmi che il mio ragazzo, quel bambino che mai, a quel ch’io sappia, si è seduto tranquillo un minuto in vita sua, non avrà più l’uso delle sue membra, mai più? Parlate chiaro. Ve ne scongiuro!
— Mai più, sir Everard: mai più...
Oh, non poteva esser vero! Voltò via il viso e corse fuori all’aria aperta, per veder di liberare il suo cervello dalla nebbia che l’avvolgeva, per mettersi faccia a faccia colle parole e sforzarsi di capire.
Non aver più l’uso delle sue membra, mai più! semplici parole che egli sapeva di poter capire, e pure gli parevano meri suoni, vuoti di senso.
Se le ripetè un’altra volta e un’altra, per veder che significato ne poteva tirare. Non aver più l’uso delle sue membra, mai più!
Questo vuol dire... Vuol dire che suo figlio, il suo irrequieto, impetuoso fanciullo, sarà incatenato su un sofà per tutta la vita, diviso per sempre da tutto ciò che aveva formato la gioia della sua giovane esistenza. Ecco cosa vuol dire! Vuol dire... — poichè ora che il pensiero cominciava a imporsi, ogni parola ch’era priva di senso diventava viva e chiara — vuol dire che tutto ciò che è stato non sarà più: che tutto ciò che il fanciullo chiamava vita era finito; che tutto ciò che formava la somma della sua esistenza era perduto. Che la morte nella vita sarebbe stata la sua parte per sempre e per sempre.
Poichè, che cosa significava la parola vita per Humphrey?
Il potere di cui egli era privato non era forse il germe della sua esistenza? per il quale egli era e si moveva, e aveva la sua vita?
Toglieteglielo. Che cosa gli rimane?
La vita privata di questo che cos’era per lui? Cosa è un guscio da cui il nocciolo è tolto, o un astuccio da cui il gioiello fu involato?
Sir Everard in quel momento non pensava alla gioventù troncata e alla fulminata virilità. Egli non pensava alla carriera di questa terra, annuvolata per sempre, alle speranze che per lui non sarebbero mai diventate realtà. Non vedeva che suo figlio sarebbe stato messo da parte in quella luminosa strada dell’utilità e dell’onore che l’uomo percorre con tanto piacere. No, nessuno di questi pensieri era venuto a turbarlo, eppure sul suo viso pallido e irrigidito vi era un’espressione di disperazione.
Egli pensava solo alla vivace personcina imprigionata nella seggiola d’infermo, e provava a figurarsi che i prati e i giardini non l’avrebbero più veduto saltare con allegria.
Contornato com’era dai luoghi dove il fanciullo s’era tanto divertito, egli non poteva credere che nell’avvenire tutto sarebbe mutato, che non echeggerebbero più del suo passo, nè risuonerebbero della sua allegra risata; che quelle gambette irrequiete non potrebbero più moversi e le sue mani sempre affaccendate non avrebbero più forza.
Una parola sola venne sul suo labbro: impossibile!
In simili momenti, come i nostri sentimenti si riflettono su tutte le cose intorno!
Ma mai come ora sir Everard si era accorto dell’infinito movimento della natura.
Forse, col pensiero della futura infermità di suo figlio, esagerava la benedizione del movimento. Ma certo non mai come ora aveva così profondamente osservato come ogni piccola foglia, ogni filo d’erba, si agitasse e ondeggiasse: come i rami dondolassero e i fiori s’inchinassero alla brezza che passava, come l’acqua del ruscello s’increspasse e corresse via. E questo è ciò che si chiama la natura inanimata! Un coniglio scelse proprio quel secondo, in tutte le ore di quel lungo giorno d’estate, per sbucar di sotto la siepe e sgambettar via attraverso l’erba, e i due agnelletti vennero a saltellare proprio sotto i suoi occhi come per farsi vedere. Oh, era crudele!
Quando mai l’aria era stata così piena di farfalle, di libellule e di coleotteri?
Le api s’affrettavano di fiore in fiore, gli uccelli s’inseguivano d’albero in albero, le zanzare non si riposavano neppure un istante: e Humphrey, di tutti i figli della natura il più vispo e felice, non si sarebbe più divertito sotto i raggi del sole, mai più?
Lui, dall’alba al tramonto sempre in moto! lui che non faceva che correre!
C’era sempre stata una specie di dissipazione nel suo modo d’amare, di godere l’esistenza, come se trovasse una felicità nel solo senso di essere e moversi.
Era sempre stato così anche da piccino. Si dibatteva nelle braccia della bambinaia, e le sgusciava fuori e si slanciava da sè, senza badare alle capate e alle tombolate che l’aspettavano per la strada.
Oh, in quei tempi, c’era ancora sua madre! Sir Everard si ricordò come ella si gloriava delle sue arie d’ometto, della sua energia e della sua attività, e chinò la testa ringraziando Dio che ella non fosse vissuta per vedere questo giorno.
Ancora una volta gli balenò il pensiero di quella personcina seduta, immobile, pallida e silenziosa nella sua sedia colle rotelle...
Che Dio aiuti il povero padre!
Nell’amarezza del suo spirito egli aveva quasi detto: — piuttosto che tagliargli le ali, lasciate che spicchi il volo.
Rifece i passi e tornò nel vestibolo ove Virginia, tutta tremante, l’informò che Humphrey aveva ricuperato i sensi e aveva parlato.
S’affrettò al salotto, ma il dottore, lì sull’uscio, gli fece segno di star indietro.
— Non entrate ancora, disse chiudendo la porta dietro a sè. Sembra ch’egli tema una vostra sgridata per qualche cosa, ed è tutto eccitato al pensiero di vedervi. Senza dubbio, aggiunse subito, commosso dall’espressione di dolore ch’era passata sulla faccia del padre, senza dubbio gli passerà quando sarà un po’ meno abbattuto.
— Capisce ciò che è accaduto?
— Oh, credo di sì. Sulle prime non sapeva capire perchè fosse nel salotto, ma a poco a poco si ricordò tutti gli avvenimenti del giorno. Nel momento in cui si rammentò della sua caduta nello stagno, divenne agitato e chiese ripetutamente del fratellino. Io credo che questa ansietà sia in relazione coll’inquietudine ch’egli prova al pensiero di vedervi. Forse voi capite meglio di me.
— Sono stato obbligato parecchie volte di sgridarlo perchè aveva condotto il suo fratellino in pericolo, e gli avevo sopratutto proibito quest’ultima malaugurata scappata. Voi sapete: Miles è così delicato che sono obbligato ad aver molta cura di lui.
E disse questo come se volesse scusarsi.
— Certo, è molto delicato, rispose il dottore. Bisogna averne cura, e sono sorpreso che ora se la sia cavata così facilmente. La costituzione di Humphrey è affatto diversa; di rado ho veduto un fanciullo di sett’anni così robusto e forte... Però, soggiunse con un sospiro, una ferrea costituzione non può nulla contro un accidente come questo. — Ma poi conchiuse: — ciò che m’avete detto, sir Everard, mi spiega il suo eccitamento. Posso dirgli che non ha nessuna ragione di temere la vostra collera?
— V’è bisogno di chiederlo? esclamò con impazienza, e il dottore ritornò nella stanza dell’ammalato.
Sir Everard passeggiò su e giù finchè la porta fu riaperta e il dottore gli fece segno di entrare.
S’avanzò verso il sofà.
La stanza era così oscura ch’egli non potè distinguere che i contorni della tostina ricciuta abbandonata sui guanciali; ma una manina si alzò verso di lui e lo tirò giù.
— Babbo, disse con un filo di voce, tutto è andato bene. Non s’è fatto male neppure un pochino... neppure un raffreddore! Sono tanto contento che mi sono fatto male io invece.
— Zitto, carino, zitto.
— Non sei in collera, babbo, con me? Mi rincresce tanto di essermi arrampicato. Non lo farò più. Dimmi che non sei in collera, papà.
— No, no, mio povero figliolo! non sono in collera; soltanto dispiacente di vederti così malato.
— Sono ammalato tanto? Che cos’ha la mia testa? Ma guarirò presto, eh?
— Lo spero, carino. Domani verranno dei signori che ti aiuteranno a guarire in fretta.
— Sarò guarito per la festa della mietitura?
— La festa della mietitura? Quando?
— Ma, mi hai detto di fissarlo io il giorno; nella settimana ventura. Non ti ricordi, babbo?... Che giorno devo fissare?
— Io... io non so... quello che vuoi, Humphrey.
— Hai visto come cadeva subito il grano stamattina, quando lo mietevamo? Segno che è maturo. Dobbiamo fissare martedì, babbo?
Nessuna risposta, fuorchè un mormorio inarticolato che pareva un singhiozzo.
— Dunque è fissato. Starò bene abbastanza, martedì, da poter ballare con Dolly?
Ballare! Dio mio! doveva suo padre prepararlo? Chi doveva farlo se non lui? Chi altri avrebbe dovuto dirgli del colpo mortale ch’era caduto sulla sua giovane vita?
— Che cosa ne dici, babbo? Starò bene presto?
Egli non poteva dirglielo. Egli potè solo baciare la piccola mano e mormorare:
— Dio lo voglia, bambino mio.
— Ma io non potrò star qua fermo un pezzo, veh! Se non fosse perchè mi sento così stanco, mi piacerebbe saltar su.
— Sei molto stanco, Humphrey?
— Sì, e sospirò. Mi duole la schiena, e anche la testa, in un certo modo così curioso! Mi fa girare gli occhi e mi mette un sonno...
— Non parlare; cerca di dormire.
— Sì: mormorò il fanciullo, e i suoi occhi si chiusero. Mi sveglierò guarito domani.
— Un buon segno, sussurrò sir Everard al dottore.
Il dottore non rispose e il baronetto salì nella nursery per veder Miles.
Il piccino guardava fuor della finestra canticchiando un’allegra canzoncina che risuonò tristamente all’orecchio del suo povero babbo.
Egli si prese il bambino fra le braccia.
— Cosa fai, mio tesoro?
— Niente: sono così stufo senza Humphie. Quando verrà a giocare?
— Presto, spero.
— Humphie dorme tutta la notte in sala? Sarà bello, neh? Posso andar giù a dargli la buona notte?
— No: questa sera no.
Gli occhi di Miles si empirono di lagrime.
— Non posso dormire senza dir buona notte a Humphie, io.
— Oh, non piangere, mio tesoro, disse il povero padre con voce supplichevole.
I suoi sentimenti avevano subìto da tante ore una tal tensione, che sentiva di non poter più sopportarla.
Cercò di mutar discorso.
— Dimmi, disse con un sorriso forzato: che canzoncina era quella che cantavi quando sono entrato?
— Era l’Humpy-Dumpty, disse Miles tristemente.
— Sentiamo un po’. Humpy-Dumpty era un uovo, non è vero?
— Sì: ma quel signore che c’era qui domenica, diceva invece che Humpy-Dumpty era Humphie. Non è vero, eh, babbino?
— No, tesoro. Se era un uovo non poteva essere Humphrey.
— Però Humpy-Dumpty è caduto anche lui, ma dal muro non dalla pianta.
— Ah, già: è vero... sospirò sir Everard.
— Humpy-Dumpty sul muro sedeva, Humpy-Dumpty dal muro, cadeva... E poi? babbino, cosa viene dopo?
Perchè sir Everard mise giù così improvvisamente il bambino? e perchè la voce gli tremò quando ripetè quella semplice cantilena infantile?
Humpy Dumpty sul muro sedeva,
Humpy-Dumpty dal muro cadeva;
Cavalieri e cavalli del re
Non potranno rimetterlo in piè.
— Com’è ridicola, neh, babbino?
— Sì; ha delle stupide rime: è proprio una cosa ridicola!
Ma, ahi! come il ridicolo e il sublime molte volte si toccano in questo nostro mondo!