Incompreso/Parte seconda/Capitolo III
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III.
Humphrey passò la notte in sogni pesanti e in febbrili inquietudini.
La sua prima domanda, la mattina dopo, fu per Miles, e la seconda per i signori che dovevano venir ad aiutarlo a guarir presto.
A quest’ultima gli fu risposto che non sarebbero arrivati che alle undici ore, poi sir Everard andò a prendere Miles e, dopo avergli raccomandato di non parlar troppo e di venir via presto, lo mandò dentro, ed egli rimase all’uscio ad assistere all’incontro dei due fratellini.
Miles s’avanzò timidamente: la stanza era oscura e ogni cosa sembrava così strana! Ma quasi subito egli distinse suo fratello e gli corse vicino.
— Humphie, alzati, alzati. Perchè stai a letto qui? e sei così bianco?
— Sono malato, Miles! gli rispose il fanciullo in un tono mezzo flebile e mezzo trionfante.
— Ma non bisogna essere malato... oh, non essere malato!
— Tu sei malato ogni momento, Miles; perchè non devo essere malato anch’io qualche volta?
— Non mi piace, disse il piccino, e i suoi occhi si empirono di lagrime. Oh, Humphie, io vorrei che non fossimo tombolati nello stagno!
In questo momento sir Everard fu chiamato e informato che i professori erano arrivati da Londra.
Li trovò nella sala da pranzo che stavan discorrendo del caso col medico del villaggio, e — dopo aver ordinato che fosse portata loro la colazione — egli ritornò per preparare il malato alla loro visita.
Guando fu all’uscio gli giunse la voce forte di Humphrey, e Miles si precipitò fuori con un viso spaventate.
— Oh babbino! babbino! vieni da Humphie! Piange tanto e vuole che tu venga subito, subito!
— Piange tanto! Che cos’ha? dimandò tutto rimescolato sir Everard.
— Oh, non so! Cominciò a piangere e a gridare così tanto quando io ho detto...
— Che cosa? che cosa gli hai detto?
— Oh, babbino, io ho detto che ho sentito Virginia che diceva che resterà sempre sempre boiteux, e io gli ho domandato soltanto che cosa vuol dire.
Tutta la notte quant’era stata lunga, sir Everard aveva cercato una frase con cui rivestire quella fatale notizia. Egli aveva rigettate frasi dopo frasi, perchè gli pareva che nessuna esprimesse neppur la metà dell’amore e della tenerezza ch’egli avrebbe voluto.
Le parole erano così dure, così fredde! così deboli sopratutto e così inadeguate a contenere tutta la pietȧ, tutta l’ardente simpatia che traboccava dal suo cuore.
E ora, senza nessuna preparazione, senza nessuna dolcezza, il crudele colpo era caduto!
Per un momento egli sentì mancargli tutto il suo coraggio: sentì che non poteva presentarsi al fanciullo, che non poteva affrontare il suo sguardo interrogatore, che non poteva colle sue proprie labbra confermare la fatale verità. Ma non c’era tempo di riflettere. La voce fioca di Humphrey lo chiamava, gli diceva di venir presto, ed egli s’avanzò come in sogno, e s’arrestò accanto al lettuccio.
— Babbo! gridò il fanciullo.
È impossibile esprimere la disperata preghiera, l’orrore senza nome che c’era nella sua voce.
— Non è vero?... Oh, di’ che non è vero!
Tutte le parole di conforto e di calma morirono sulle labbra di suo padre.
— Virginia dice sempre delle cose cattive, singhiozzo il fanciullo avviticchiandosi a suo padre. Non dovrebbe... nevvero? Non mi rispondi, babbo? Babbo? perchè non parli? perchè non mi dici presto che non è vero? — Più la sua paura cresceva e più la sua voce diveniva roca e le sue mani s’aggrappavano più fortemente al collo di suo padre.
— Rispondimi... babbo... perchè... non... parli?
— Mio povero, povero piccino!
Un singhiozzo, poi silenzio.
— Alza la faccia, babbo... Lasciami... vedere... la tua faccia!
Che cosa egli vi vide che lo colpì di terrore, e gli portò con un palpito di dolore la convinzione, prima ancora che quelle parole balbettanti uscissero dalle labbra bianche di suo padre?
— E se fosse vero... e dopo...
Ah! e dopo? Il suo povero cervello sbalordito si rifiutò di aiutarlo a capire che cosa volevan dire quelle parole. Esse echeggiavano con un forte battito nella sua testa, le sue labbra inaridite si sforzavano di ripeterle, ed egli si agitava smaniosamente coi sensi che gli mancavano, sforzando ogni vena per trovare una domanda. Inutile! Ogni vena della sua testa pareva gli afferrasse le parole e le picchiasse dentro nel suo cervello.
L’aria era piena di voci, e voci e vene gridavano insieme. E dopo! e dopo!
Ma la domanda fu senza risposta perchè Humphrey era svenuto...
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Sir Everard chiamò in furia i dottori ed essi fecero tutto il possibile per fargli riprendere i sensi.
Dopo un poco cominciò a dar segno di vita, e per impedire che i suoi pensieri tornassero ancora su quel soggetto che l’aveva tanto agitato, essi pregarono sir Everard di ritirarsi, e rimasero accanto al letto.
Humphrey tornò in sè lentamente, e certo non si rammentò che cosa gli fosse accaduto, ma pure sentì che vi era un pensiero da cui istintivamente rifuggiva.
Accade così a tutti noi quando ci risvegliamo dopo un poco. Che c’è qualcosa di male lo sentiamo; ma siamo così confusi che non ci ricordiamo che cosa sia.
Desideriamo di poterci raccapezzare e nello stesso tempo ci piglia uno sgomento, e vorremmo dimenticare affatto per paura di perdere quella pace momentanea in cui il sonno ci ha immersi.
In tale stato passivo sarebbe rimasto Humphrey, se i dottori non l’avessero riscosso toccandogli la fronte. Egli sbarrò i grandi occhi bruni.
Ma li richiuse subito e non rispose alle loro interrogazioni: ma a un tratto le sue palpebre si rialzarono e il suo sguardo si arrestò sul ritratto di sua madre... e il suo pensiero volò indietro, non al ricordo che essi temevano, ma a un altro non meno penoso.
Che cosa passò in quella mente turbata?
Egli era solo: solo nel triste appartamento, nel chiuso disabitato salotto. Il crepuscolo veniva innanzi adagio adagio, e dentro e fuori di lui c’era un gran vuoto e un gran silenzio. Disopra, nella nursery, Miles era moribondo — forse già morto.
Nessuno lo aiutava, nè aveva compassione di lui. Il suo petto si sollevò affannosamente e le sue labbra si mossero:
— Mamma, torna qui ancora; tutti sono in collera con me, e io sono così infelice!
Nessuna risposta, nessun suono.
— Mamma, mettimi le braccia intorno! Mettimi la testa sulla tua spalla!
Silenzio ancora.
Oh, non è che un ritratto...!
S’egli potesse arrampicarsi su, al posto di quel baby, e starci per sempre, per sempre! Come fare per andar su con lei? Lei è in cielo. Ci è andata perchè è stata malata e moribonda. Perchè non può ammalarsi e morire anche lui? Miles è moribondo, la mamma è morta... Sarebbe così bello se potesse morire anche lui. Ma è impossibile. Egli non è mai malato, non ha mai neppure un raffreddore. Miles l’ha preso il raffreddore, perchè sono andati allo stagno dove vi eran i gigli d’acqua. Che quiete c’era! e che fresco! Come ballavano sull’acqua que’ bei gigli e quell’uccello che cantava... e poi il topo che faceva ciaf nell’acqua!... Vieni su, Miles, non c’è proprio pericolo. Più sicuro di così non potrebbe essere... Ma aspetta!... Miles è moribondo. — Come deve fare a venir su? Ma no: Miles è venuto qui nella stanza e mi ha parlato della... della cornacchia, non è vero? La povera cornacchia zoppa... Miles è moribondo... Come ha fatto a venir qui?... Oh, eccola la cornacchia che viene a salti, a salti! povera vecchietta! Ma che cosa ha detto Miles? Boiteux! Ma non è il suo nome; noi l’abbiamo sempre chiamata Jack. Boiteux vuol dire... Ancora la cornacchia! viene a salti, a salti!... Non volerà più, mai più! Povera vecchietta zoppa!... Ma è proprio vero che non volerà più, più? Oh, non è vero. Ma se fosse vero, e dopo?.... Boiteux! Chi è che continua a domandarmi cosa vuol dire boiteux?... Boiteux! E dopo? Boiteux vuol dir cornacchia, no — vuol dir zoppo — no — vuol dire... storp...
È finita: lo sconosciuto timore ha preso forma; il ricordo s’è precipitato su di lui!
— Oh, ma no, no! non può essere quello!
Ma la speranza, sempre l’ultima in fondo al vaso, resiste debolmente contro la certezza. Potenti palpiti, come colpi di martello, gliela battono giù sul fondo del cuore, gliela stritolano, gliel’annientano e al suo posto rimane un vuoto orribile. È vero — e in un lampo egli comprende tutto ciò che questo è vero vuol dire: vede davanti a sè, illuminato da una subitanea luce, la vita che l’aspetta con tutte le sue croci d’ogni giorno, d’ogni ora.
Che momento per una natura come la sua!
I pensieri s’inseguivano l’un l’altro in una furia ardente attraverso il suo cervello; una confusa fantasmagoria passava e ripassava davanti a lui, dileguandosi e confondendosi sempre più, finchè non rimasero che due distinte figure: la cornacchia che saltellava sulla sua gamba di legno e il piccolo Tom zoppo seduto sulla sua seggiola d’infermo, al crocicchio del villaggio.
Egli indietreggiò con orrore; la sua anima si sollevò con ribrezzo: anelò, s’agitò smaniosamente e si dibattè con un grido soffocato.
— Oh, per carità, mio tesoro! ti farai male!
Era la voce di suo padre: ed egli si volse e gli s’aggrappò convulsivamente.
— Non m’importa niente. Non m’importa niente... Voglio farmi male. Voglio morire. Io non voglio vivere così!
Alla vista dei dottori la sua eccitazione raddoppiò, ed egli s’avviticchiò ancora più forte a suo padre.
— No, no! mandali via! Non voglio che mi guardino, che mi tocchino. Vogliono cercare di farmi guarire, e io non voglio guarire! Non voglio!
I dottori si ritirarono sperando che si calmasse, e sir Everard tentò di svincolarsi dalla sua stretta, ma non vi riuscì.
Ma dopo un poco Humphrey perdette le forze, le sue mani s’allentarono e gli caddero, e sir Everard potè adagiarlo sul guanciale. Il parossismo era passato, perchè un dolce viso che lo guardava dalla parete aveva esercitato anche questa volta il suo antico fascino.
— Babbo, pregò con un filo di voce, lasciami morire. Promettimi che non cercheranno di farmi guarire.
Sir Everard non potè rispondere.
Non gli pareva vero di sentirlo parlare così: gli pareva che l’idea della morte dovesse essere così ripugnante e strana per una creatura tanto spensierata!
— Me lo prometti, vero, babbo? Tu sai che io non posso vivere così! Lasciami andar a vivere colla mamma in Cielo. Guarda — e indicò colla manina il quadro — come ero contento quand’ero un baby, e mi teneva in braccio. Ho tanta voglia di andar là ancora. Un momento fa, quando io credeva che fosse ancora la notte che Miles era malato, prima di sapere che non camminerò e non correrò più, pensavo che mi sarebbe tanto piaciuto di ammalarmi e di morire, per poter andar là con lei. E ora lo voglio ancora di più. Io credevo allora di non potermi ammalare, perchè io sono così robusto: ma ora che sono malato, mi lascerai morire! Promettimi che non cercherai di farmi guarire, babbo!
Tre volte sir Everard tentò di rispondere e tre volte la voce gli mancò; gli riuscì però di mormorare qualche cosa che suonò come un’affermazione, e il fanciullo, soddisfatto, si tranquillò.
Ma molte delle sue parole erano riuscite inintelligibili a sir Everard, sopratutto quelle che riguardavano sua madre.
Egli aveva sempre creduto che il salotto fosse rimasto chiuso a chiave; e non supponeva neppure che i bambini vi fossero entrati, e sapessero l’esistenza di quel ritratto. E posando la mano sulla testa del fanciullo egli chiese:
— Come fai a sapere che quella è la tua mamma, Humphrey?
Il fanciullo lo fulminò con un’occhiata così piena di stupore, che sir Everard ne provò un senso come di rimprovero e non continuò la conversazione. In quel momento rientrarono i dottori.
Humphrey questa volta non oppose nessuna resistenza, e si lasciò visitare ed esaminare senza pronunciare una sola parola.
Lasciato il medico del villaggio accanto al letto, sir Everard condusse i professori nella biblioteca per udire la loro opinione. Egli non avrebbe saputo dire che cosa desiderasse. L’orrore di Humphrey per il suo destino gli aveva fatto una tale impressione che non avrebbe voluto sentirsi dire che il fanciullo sarebbe vissuto a quel modo. Eppure quando i dottori gli dissero che il suo figliuolo sarebbe morto, scoppiò in lui una rivoluzione di sentimenti, e il suo cuore si ribellò con un grido: — Qualunque cosa, fuorchè questa!
— Presto? balbettò poi.
— Non può essere molto lontano, gli fu risposto.
— Soffrirà?
Speravano di no — credevano di no: e dopo una stretta di mano essi partirono.
Egli li seguì nel vestibolo e aspettò, ritto con loro sulla scalinata, che la carrozza s’avanzasse. Era un tranquillo mattino d’estate; pareva che la natura aspettasse, silenziosa e senza respiro, la sentenza.
Ma nel momento che i dottori montarono in carrozza, s’alzò una brezza leggiera che fece frusciare e dondolare i rami con un suono lamentevole come se l’avessero udita e volessero comunicarla ai campi intorno.
Sir Everard rimase immobile sul primo gradino della scalinata a guardare la vettura che s’allontanava con quei celebri professori di Corte, che, con tutta la loro fama e con tutta la loro scienza, non sapevano far nulla per il suo fanciullo, — nulla!
Egli ascoltava il sospiro del vento e guardava gli alberi che s’inchinavano tristemente davanti a lui, e si domandava vagamente qual era il linguaggio dei venti, e con che parole la natura annunciava il destino del fanciullo. Gli pareva che il vento inseguisse i dottori, lanciando dietro loro nubi di polvere, come se volesse schernirli della loro impotenza: ma poi tornato alle quercie e ai faggi riprese il suo malinconico lamento.
Alla mente di sir Everard tornò, come un sogno, la vecchia favola che piaceva tanto ai suoi bambini: la storia di quel tempo antico in cui i venti sussurravano attraverso gli alberi ai passeggieri il segreto che essi avevano udito nel seno della terra.
Zitto, madre terra! che nessun uomo oda
Che il re Mida ha le orecchie d’asino.
E, nel momento che rientrava in casa, un soffio improvviso del vento risuonò stranamente al suo orecchio, o forse fu semplicemente la sua memoria che gli portò nella mente le ultime strofe della canzone dei bambini:
Cavalieri e cavalli del Re
Non potranno rimetterlo in piè.