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Incompreso/Parte seconda/Capitolo IV

Da Wikisource.
Florence Montgomery - Incompreso (1869)
Traduzione dall'inglese di Sofia Bisi Albini (1915)
Parte seconda - Capitolo IV
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IV.

Prima di ritornare nella stanza dell’ammalato, sir Everard si sedette alla sua scrivania per iscrivere qualche lettera.

Chi mai poteva egli chiamare in questo momento di agitazione e di dolore? Sua madre era vecchia e non [p. 158 modifica]poteva muoversi di casa. Sua sorella... Dio mio, era una ragazza così inetta! Altri congiunti non ne aveva.

Non c’era che suo cognato che avrebbe saputo essergli d’aiuto e conforto, ma gli era stato appunto in quei giorni assegnato un bastimento, e sir Everard lo sapeva in gran faccende per i preparativi, e continuamente su e giù da Londra a Portsmouth. Ma siccome in questi suoi viaggi passava dalla stazione di Wareham, sir Everard gli scrisse pregandolo, se gli era possibile, di fermarsi una notte a casa sua.

Humphrey fu raramente in sè nei giorni che seguirono. Ora dormiva di un sonno pesante e affannoso, ora parlava, parlava di cento cose incoerenti, spesso inintelligibili, e mormorava fra sè con gli occhi fissi sul ritratto di sua madre.

Ogni volta che s’accorgeva della presenza di suo padre, si lamentava di un curioso rombo nella testa e gli domandava che cosa voleva dire quel ronzìo e quel tintinnìo che si sentiva nelle orecchie: ma prima che il babbo potesse rispondergli, egli domandava tutt’altra cosa, e non badava a ciò che succedeva intorno a lui.

Sir Everard, seduto per ore e ore accanto al lettino, pensava spesso alle parole del fanciullo, e all’occhiata con cui egli aveva accolta la sua domanda, come mai egli sapesse che quella figura del quadro era sua madre.

Molte parole che tratto tratto sfuggivano al fanciullo lo confondevano e desiderava ardentemente di interrogarlo su quel soggetto.

Una notte, scorgendo un lampo d’intelligenza in quegli occhi neri, egli s’accostò al sofà, e tentò di chiamare l’attenzione del bambino. [p. 159 modifica]

— Che cosa pensi, Humphrey?

— Mamma, egli rispose con voce fioca, quando vieni a prendermi?

Ma prima che vi fosse il tempo di rispondere, egli fu sopraffatto dal suo solito assopimento, e sir Everard non potè chiedere altro. Ma forse ciò che l’aveva sbalordito di più era il modo con cui il fanciullo lo aveva supplicato di lasciarlo morire. A sir Everard — che conosceva poco quel bambino — pareva un vero enimma.

Non era egli quel fanciullo sempre assorto nei piaceri del momento, di cui il passato e il futuro erano confusi con la gioia del presente? quella creatura su cui il dolore e la morte non avevano lasciato nessuna durevole impressione, ma avevano sorvolato, per dir così, lasciandolo più gaio e più spensierato di prima?

Durevole impressione! Ma sir Everard, da ciò che ne sapeva, avrebbe ben potuto dire che non avevan fatto nessuna impressione!

Cinque giorni dopo la morte di sua madre, egli lo aveva veduto saltare e divertirsi come il solito, e da quel giorno a questo, il nome di lei non gli era mai uscito dalle labbra!

E ora, ora parlava di lei come se ne avesse la memoria fresca e famigliare, e guardava la morte così tranquillamente come se l’avesse sempre contemplata. Come mai? quando aveva egli pensato a queste cose? Come mai egli, che aveva goduto con tanto trasporto i piaceri della sua giovane vita, era così pronto a rinunciarvi?

Era così difficile a capire? Sir Everard avrebbe dovuto andar da Wordsworth a imparar la sua lezione. [p. 160 modifica]

«I fanciulli, egli dice, sono benedetti e potenti. Il loro mondo è più equilibrato del nostro; parte giace ai loro piedi e parte si stende lontano davanti ad essi.»

Wordsworth ha ragione. Un fanciullo vive in ciò che lo circonda, si getta cuore ed anima nei piaceri e nei dolori del momento, ma egli guarda e s’interessa anche della strada che si apre diritta avanti a lui. Parlate anche solo per qualche minuto a un bambino, e vedrete se nelle descrizioni che egli fa delle sue gioie e delle sue speranze, non esce in qualche frase come questa: — Quando sarò grande, quando sarò un uomo; un giorno, quando io sarò più vecchio.

Egli guarda laggiù a qualche cosa: egli è ansioso di raggiungere questo qualche cosa che non conosce, ma che dev’essere più perfetto di ciò di cui ora gode.

«Dolci melodie, dalla lontananza fatte più dolci.»

Ma vi è qualche altra cosa che egli aspetta e non conosce, e che lo attira perchè indefinita, perchè misteriosa, eppur certa nella sua aureola di mistero. Forse, chi lo sa! quella «terra così lontana» è più vicina a lui che a noi, e la via che vi conduce si stende diritta, senz’ombra, davanti a lui, come quella della sua vita futura in questo mondo.

E così pieno di misteri il mondo per un bambino! Tutto è per lui così meraviglioso e inesplicabile, che fra i misteri di questa vita e quelli dell’altra egli non sa che esista altra differenza se non quella — che per lui non è che una parola — di eterno. Dove tutto è strano, come può egli vedere che una cosa sia più strana dell’altra?

Guardate quante cose inesplicabili accadono intorno [p. 161 modifica]a lui ogni giorno. I misteri della nascita e della morte, per esempio. Come egli vi si abitua presto! Dopo pochi giorni, par che la nuova sorellina o il nuovo fratellino siano sempre stati con lui; e quando la morte non entra nella casa, nè lo colpisce molto davvicino, egli di rado fa domande, e si contenta di riassumere l’accaduto press’a poco così: — Povera mamma! Ieri piangeva: e noi metteremo gli abiti neri.

Egli accetta ogni cosa senz’altro: crede tutto ciò che gli si dice: non sofistica, non arguisce, non ragiona. Egli crede che i grandi siano infallibili. E infatti non hanno sempre, sempre ragione? Non potendo capire da sè, bisogna ch’egli creda agli altri; e a una fede illimitata e a una vivida immaginazione che cosa deve parere impossibile?

Forse qualcuna di queste idee passò nella mente di sir Everard, seduto accanto al figliuolo che dormiva: a quel suo povero bambino, fino allora incompreso.

Un giorno Humphrey si svegliò in sussulto come da un sogno, e disse ansiosamente:

— Ma non mi avevi promesso di non farmi guarire?

— Sì, mio carino.

— Io ho creduto per un momento, ma forse ho sognato, che stavo bene... ed era...

— Che cosa? domandò sir Everard tremando per paura che un desiderio di vita sorgesse in fondo al suo cuore ed il rimpianto, della cui assenza egli s’era maravigliato, rinascesse finalmente.

— Era così orribile! disse il fanciullo rabbrividendo.

Strano, che dobbiamo essere soggetti a tali improvvise rivoluzioni di sentimenti! [p. 162 modifica]

Proprio quelle parole che lo tranquillarono, urtarono dolorosamente il suo cuore, e quasi senza saperlo, egli disse con un tono di rimprovero:

— Orribile, Humphrey, a stare con me?

— Ma non ti ricordi, babbo, non ti ricordi che cosa sarei?...

— Ma io t’avrei fatto così felice, mio piccolo Humphrey, proruppe sir Everard. Tu non avresti mai...

Egli si fermò, gli occhi del fanciullo parevano fissi lontano, ma ad un tratto si volsero con ardore al ritratto di sua madre.

Sir Everard pensò ch’egli non l’ascoltasse più. Ma dopo qualche minuto egli disse:

— Se la mamma fosse ancora al mondo, allora sì, sarebbe bello. Star lì tutto il giorno in braccio a lei, come una volta; ma adesso...

— Starai in braccio a me, mio tesoro.

— A te, babbo? Ma tu hai sempre Miles. Non pigli mai me.

— Non ho mai pensato che tu potessi desiderarlo, mio piccino.

— Oh, molte volte mi sarebbe piaciuto: ma io sapevo che a te piaceva più di aver lu...

— Oh, zitto, zitto! Quando avresti voluto venire?

— Oh, non tante volte, babbo! soltanto qualche volta... molto tempo fa.

— Ma mio figliuolo, io t’avrei pigliato volontieri; e pigliavo Miles perchè è più piccolo. Perchè dici che mi piaceva di più aver lui?

— Mi pareva, babbo, perchè sorridevi in un modo tutto diverso quando guardavi lui, e gli dicevi: «ca[p. 163 modifica]rino!» molto più spesso che a me. E lo baciavi, oh, tante volte di più!

Sir Everard avrebbe voluto supplicarlo di fermarsi; prese nella sua quella mano sottile e l’accarezzò.

— Miles è così bambino, sai! Io non credevo che tu fossi geloso di lui.

— Geloso, disse Humphrey un po’ imbarazzato. Geloso vuol dire in collera, non è vero?

— Sì: press’a poco.

— Oh, allora io non era geloso! disse il fanciullo con ardore. Perchè io non fui mai in collera. Povero piccolo Miles, egli non può ricordare la mamma, vedi, e io lo posso. Dunque è giustissimo. Soltanto ogni poco... qualche volta...

— Che cosa, mio caro figliolo?

— Sentivo di voler la mamma, così terribilmente, disse Humphrey mentre i suoi occhi si empivano di lagrime. Ma ora, — aggiunse sonnolentemente, poichè l’assopimento ricominciava a impadronirsi di lui, — io vo con lei, cioè il Signore la manderà a prendermi.

E chiuse gli occhi.

Sir Everard rimase seduto meditando. Ripensava al tempo passato, quando sua moglie gli aveva detto che Humphrey era affettuoso quanto Miles, ed egli l’aveva interamente negato. Pensava alla responsabilità di educare i figli, e alla necessità di vivere costantemente con essi per riuscir a comprendere le complicazioni del loro carattere, e rifletteva tristemente sulla irreparabile perdita che i suoi figli avevano fatta della loro madre, che avrebbe saputo capirli così bene.

Egli non era uomo nervoso e non si rimproverò per [p. 164 modifica]ciò che era stato inevitabile, poichè un uomo appartiene più al mondo che alla sua casa: e la famiglia non deve essere un impedimento nella carriera sociale, nella vita pubblica.

Ma egli si disse chiaramente che aveva mancato, che, soddisfatto di veder i suoi figli sani e felici, non era andato più in là, e aveva così ignorato tutto ciò che le semplici parole di Humphrey gli avevano ora svelato.

Si sentì colpito d’ammirazione davanti a quella natura sì generosa, che aveva sopportato con tanta pazienza la predilezione di suo padre per il fratellino, e che aveva addormentato quel sentimento — che evidentemente s’era sollevato qualche volta dal fondo del suo cuore — colla riflessione: «è giustissimo». Egli pensò che le stesse circostanze in un diverso temperamento avrebbero potuto condurre all’odio, ed egli non se ne sarebbe mai accorto.

E con un irresistibile sentimento egli s’inginocchiò accanto al letto e coperse il fanciullo di baci.

Humphrey aperse gli occhi e sorrise.

— Ho sognato della mamma, disse. Mi domandò se avevo qualche cosa a dirle da parte tua.

— Dille, mio caro, quanto ti amo, e come mi rincresce di lasciarti andare.

— Ti rincresce di lasciarmi andare? ripetè con una espressione di trionfo. E che tu m’ami tanto, tanto come Miles, devo dire?

— Tanto come Miles, disse sir Everard.

— Ma è proprio vero, babbo?

— Proprio vero, mio tesoro!

Un sorriso balenò sul suo viso, e chiuse gli occhi dicendo: [p. 165 modifica]

— Io dimenticavo quasi sempre quel che mi dicevi; ma questa volta non lo dimenticherò.

Di lì a un poco si riscosse ancora e disse:

— Mi piacerebbe di fare quello che la gente fa prima di morire.

— Che cosa?

— Non mi ricordo il nome in inglese. In francese è lo stesso come i Vangeli e le Epistole.

— Lo stesso come i Vangeli e le Epistole? cosa vuoi dire?

— Virginia li chiamava le Nouveau Testament. Come si dice questo?

— Nuovo Testamento.

— Ah, sì! testamento: va bene. Io voglio fare il mio testamento. Vuoi scriverlo intanto ch’io te lo dico?

Sir Everard andò a prendere l’occorrente per scrivere, poi tirò un tavolino accanto al letto. Humphrey dettava.

— In lettere grandi, babbo, scrivi:


TESTAMENTO DI HUMPHREY.

«Io lascio il mio temperino con due lame a Miles. Una delle lame è rotta, ma l’altra è buonissima, e Virginia non deve aver paura che si faccia male perchè è spuntata e arrugginita perchè ho tagliato le unghie a Fido e poi l’ho dimenticato fuori tutta la notte alla pioggia. E bisogna che Dolly curi il mio giardino e non lasci morire i fiori. E tu, babbo, avrai il mio libro di preghiere e il mio microscopio: e già bisogna che lasci a Virginia il mio piccolo spillo d’oro, perchè me l’ha chiesto tante volte: e adesso non diventerò più grande [p. 166 modifica]da metterlo con una cravatta blu come avevo l’intenzione. E Dolly può tenere uno de’ miei libri: forse non potrà capire la strenna di Peter Parley, e sarà meglio darle I ragazzi cacciatori. Poi c’è il furetto, i porcellini d’India e i conigli. Penso che è meglio dare a Dolly anche quelli perchè so che li curerà bene. Che cosa ho d’altro? Ah sì! C’è la mia canna da pesca, i miei pattini e le mie cose del cricket; tutti questi sono per Miles. Io ho venti centesimi in qualche luogo, ma non so precisamente dove. Dalli a Tom, il povero zoppo del villaggio, e digli che adesso mi rincresce ancora più che sia così! E qualcheduno penserà alla mia povera cornacchia? So che tutti voi la trovate molto brutta. È stizzosa, e becca proprio, ma, prego, per amor mio, curatela! perchè sono l’unico amico che ha nel mondo e ora vado via. Forse è meglio che l’abbia Tom, perchè egli sa come è brutto l’esser zoppo e star fermo tutto il giorno. E il mio geranio sulla mia finestra è per Giovanna: ci vuole tant’acqua. Io ci versavo su tutto il mio inaffiatoio quattro o cinque volte al giorno. Ma non ha mai fiorito quel geranio! Forse ce ne mettevo troppo dell’acqua. Ma Giovanna vedrà lei cosa bisogna fare. Bene: mi pare che abbiamo finito. Addio tutti.»

— Hai messo addio tutti? chiese con premura.

— Sì, rispose sir Everard cercando di render ferma la voce. L’ho messo, caro. C’è qualche altra cosa?

— La gente non scrive il suo nome, babbo? Non potrei scrivere il mio, eh?

— Non credo, carino, rispose suo padre sempre colla voce rauca. Ma lo scriverò io per te.

— Tutti i miei nomi, veh, babbo! Humphrey, Everard [p. 167 modifica]e Carlo. Che quantità, nevvero? esclamò il fanciullo con un lampo della sua passata allegria.

— Posso provare a far la croce, babbo?

— Se vuoi, caro, disse tristemente il padre, poichè sapeva che era impossibile che quella manina e quel braccio potessero fare un tale sforzo.

E Humphrey appena si provò a muoversi, lo capì anche lui, e abbandonò l’idea.

— Ora nascondilo, babbo, esclamò febbrilmente, perchè nessuno deve leggerlo prima. Sono contento d’aver fatto il mio testamento, aggiunse con un sospiro di stanchezza, e, sfinito, chiuse gli occhi e si dispose a dormire.

Mezz’ora dopo fu portata a sir Everard una lettera.

Era di suo cognato e conteneva queste poche linee:


«Mio caro Everard,

«Ho pochi giorni disponibili, e andando a Portsmouth farò una fermata a Wareham. Di’ a Humphrey che spero essere in tempo per la festa della messe: e pregalo di trovarmi una bella ballerina.

«Tuo ecc.»


Sir Everard guardò la data: non poteva essere certo la risposta alla sua lettera. Il bollo di posta gli fece capire ch’era stata scritta qualche giorno prima da Portsmouth, ed era stata indirizzata al suo club a Londra, da dove gliel’avevano mandata.

— Non ha ricevuto la mia, riflettè sir Everard. Poveretto, che colpo sarà quando arriva!

Proprio in quel momento nella camera di un albergo [p. 168 modifica]di Londra, Carletto leggeva la lettera di suo cognato. Gli cadde di mano e rimase atterrito.

— È troppo tardi questa sera, disse guardando l’orologio, ma col primo treno domani mattina.

Si scosse e s’affacciò alla finestra. Ma mentre guardava l’incessante corrente di vetture nella strada affollata, i suoi pensieri tornavano a Wareham, a quella tranquilla domenica, e alla bellezza e robustezza del fanciullo. Lo vedeva raggiante di salute e di vivacità, ritto sul gradino a sventolare il suo fazzoletto mentre la carrozza partiva. Ma lo ricordava ancora più distintamente arrampicato sulle sue ginocchia, nel momento che gli diceva: «Buona notte» e lo pregava di continuar domani la sua storia.

— Te ne vai domani? che visita corta!

— Ve ne farò una più lunga un’altra volta.

— Ma quando sarà quest’altra volta?

— Sì, quando sarà?

· · · · · · · · · ·

— Ah! chi lo sa! sospirò lo zio Carletto.