Incompreso/Parte seconda/Capitolo V
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V.
Calda e serena arrivò la settimana fissata per la mietitura, ma essa non fu salutata da nessuna festa nei campi e nei prati di Wareham Abbey.
I pennoni e le tende ch’erano stati preparati per il ballo, furono ripiegati e riposti nel magazzino; gli abiti festivi furono messi da parte non terminati.
Dolly, la lavandaia, nascose con un gran singhiozzo la sua fiammante percallina gialla coi puntini rossi che era andata a comprare fin laggiù al mercato del borgo. E le mamme del villaggio, raggruppate sulle porte delle loro casupole, bisbigliavano fra loro cogli occhi pieni di lagrime, dando ogni tanto un’occhiata ai loro irrequieti bambini. Tutto intorno si piangeva per quella giovine vita che stava per finire e ruvide voci s’affievolivano nel parlare di quella faccia raggiante e di quel riso squillante che presto non sarebbero stati che una memoria.
Humphrey declinava rapidamente; ma come una lampada che prima di spegnersi del tutto manda un ultimo guizzo di luce, così il suo cervello dopo molti giorni di vaneggiamento pareva riguadagnasse qualche cosa del suo solito vigore.
— Che cosa vuol dire?... che cosa, mio carino?
— Ma, questo curioso rumore qua, e si toccava la testa.
— Vuol dire che la tua povera testolina soffre.
— Oh, ma vuol dire qualche cosa d’altro: mi par di sentire gorgogliare e cantare, sempre gorgogliare, sempre cantare! Cosa sarà? Aiutami dunque a ricordarmi!
Sir Everard si torturava il cervello per vedere di soddisfarlo, ma inutilmente.
— Ma non provi, babbo? disse il ragazzo stizzosamente.
Sir Everard si chiedeva se a volte il fanciullo pensasse al gorgoglio dell’acqua nelle orecchie che — dicono — risentono le persone salvate dall’acqua, e rispose:
— È come il rumore dell’acqua?
— Sì, sì! esclamò Humphrey. È come il rumore... si fermò, ma poi aggiunse: di molte acque.
Sembrava colpito dalle proprie parole.
— Che cos’è cotesto, babbo? Dove l’ho sentito? A che cosa somiglia?
Sir Everard che aveva creduto d’averlo soddisfatto provò un vero malessere. Temeva che si sfinisse a furia di parlare.
— Te l’ho già detto, carino. È come il rumore dell’acqua.
— Ma no: tu sbagli, babbo. Non è acqua; è acque; molte acque.
— Sì, sì — disse sir Everard cercando di calmare la sua agitazione.
— Ma dillo ancora, babbo, dal principio alla fine.
Sir Everard ripetè: — un rumore di molte acque.
— Ecco! esclamò Humphrey. Ora che vuol dir ciò? Devi averlo capito adesso, cosa vuol dire!
Sir Everard era più imbrogliato che mai. Egli aveva creduto che la discussione fosse finita.
— Io proprio non lo so, fanciullo mio.
— Se tu avessi il rumore di molte acque nella tua testa, babbo, ti piacerebbe di sapere cosa significa! Oh, dove mai l’ho sentito spiegare? Dove sono stato? Chi era vicino a me, allora? Tu c’eri, babbo: son sicuro, perchè mi ricordo la tua faccia... E tutto quel tempo qualcuno ci spiegava cosa voleva dire quel gorgoglio e quel canto che ho nella mia testa.
Sir Everard credette che il fanciullo delirasse e non gli rispose. Era solito star seduto immobile per delle ore accanto al letto mentre Humphrey parlava e parlava incoerentemente.
Era inutile tentar di seguire il povero cervello attraverso i labirinti di pensieri in cui s’era immerso.
Di lì a poco Humphrey lo fece sussultare col dire:
— Che cosa vuol dire Carletto?
— Nulla di particolare, mio carino.
— Ma sì, ma sì, disse il fanciullo. Non vuol dire lo stesso come il rumore di molte acque?
— Sì, sì, disse suo padre credendo che delirasse ancora.
— Dunque se io dico — il rumore di Carletto — vuol dire lo stesso come il rumore che sento nella mia testa.
— No, no, caro, disse sir Everard sorpreso di sentirlo ragionare a quel modo.
— Ma hai detto di sì, prima! esclamò il fanciullo con un singhiozzo. Se dici le bugie, babbo, andrai all’inferno come... Chi era che diceva le bugie del pranzo dei selvaggi? concluse eccitato.
— Lo zio Carletto, rispose suo padre. Ma non diceva bugie, caro: era soltanto uno scherzo.
E voltò via la testa perchè il ricordo del passato gli fece vedere quel fanciullo che si precipitava nella biblioteca pieno di vita, di salute e di bellezza. E il contrasto con la figurina logorata che giaceva sul letto, lo accasciò per un momento. Ma Humphrey non badò all’ultime parole di suo padre, nè alla sua commozione: egli continuava a ripetere fra sè: — Zio Carletto, zio Carletto. È forse questo che vuol dire?... Chi è zio Carletto?
In questo momento si sentirono delle voci e dei passi di fuori: qualcuno era arrivato. Ma Humphrey non sentì. Fu picchiato alla porta della biblioteca: una delle cameriere che era lì nella stanza, s’avviò in punta di piedi verso l’uscio, poichè sir Everard le aveva fatto cenno colla mano di far silenzio nella speranza che quel cervello affaticato potesse riposarsi un poco.
La porta s’aperse e un giovane entrò. Sir Everard s’alzò a incontrarlo e, dopo un minuto di sommessa conversazione, s’avvicinarono senza rumore al sofà. Essi rimasero così a guardare quel visino posato sul guanciale, cogli occhi chiusi.
— Aspetta! grida Humphrey debolmente come se quelle mobili ombre stancassero il suo cervello. Oh, vi prego! state fermi!
Riscosso dal suono della sua propria voce egli apre gli occhi, e prima di rinchiuderli li fissa per un momento sulla figura ritta accanto al suo letto.
Zitto! non rompete l’incanto!
La nebbia si dilegua, si rischiara; le ombre diventano più distinte.
Dal caos che fugge innanzi a lui, una figura si delinea, più chiara, più ferma delle altre. La figura d’un alto, biondo giovanotto.
Ha ritrovato il filo! Le grigie mura della vecchia chiesa s’innalzano intorno a lui; le pareti dell’antico banco di famiglia gli torreggiano intorno. Proprio di contro v’è il largo libro di preghiere col monogramma: Adelaide: e al suo fianco l’alto e biondo giovanotto.
Zitto, tutto ritorna, ora.
Là in fondo siede suo padre colle gambe incrocicchiate e la testa voltata verso il pulpito, dove sta il vecchio ministro colla Bibbia in mano.
Senza respiro, il fanciullo aspetta le parole che agogna di udire. Ma nessun suono viene dal labbro del predicatore. Il disinganno scende nel suo spirito; ma ecco che la figura seduta accanto a lui prende una matita e sottolinea qualche cosa sulla Bibbia.
— Ma certo! gridò Humphrey ad alta voce; lui lo sa, lui può dirmelo. Zio Carletto!
La vera figura accanto al letto trasalì e si sporse innanzi. Ma sir Everard lo trattenne.
— È soltanto un sogno. Non disturbarlo.
— È lo zio Carletto, mormorò Humphrey, e lui può dirmelo. Molte acque, e una matita, e una Bibbia... Lo zio Carletto seduto là... e poi... gli andò sulla faccia!...
A grande costernazione degli astanti, Humphrey scoppiò in un parossismo di riso stentato.
Un’idea glie ne presentava un’altra, e la sua mente s’era staccata dal punto su cui era fissata e rivedeva la lotta fra suo zio e la vespa.
— Lo pungerà! grida scotendosi tutto per il gran ridere, e posò la sua mano smagrita sulla bocca come se credesse d’essere in chiesa e di dover frenarsi. La figura ritta accanto al letto si volse a sir Everard e sussurrò qualche cosa: ma la risposta fu:
— Non è altro che sogno. Per amor di Dio, non isvegliarlo!
Completamente sfinito, Humphrey giace ancora tranquillo, ma ecco che la sua mente è turbata di nuovo: la figura di suo zio è sparita dalla sua visione ed egli tenta inutilmente di richiamarla.
— È andato, esclama con un singhiozzo, proprio nel momento che stavo per chiederglielo. Oh, torna, torna indietro, zio Carletto!
Qualcuno si inginocchia al suo fianco, qualcuno gli pone una mano sulla fronte, ed egli spalanca gli occhi con un sussulto. La chiesa, il banco, il libro di preghiere, tutto è sparito. Ma lo zio c’è.
— Oh, zio Carletto, singhiozzò il fanciullo sforzandosi di gettargli le sue braccia indebolite intorno al collo. Sei proprio tu, eh? Di dove vieni? Tu mi dirai tutto. Tu mi aiuterai a ricordarlo.
— Dirti che cosa, mio caro figliuolo?
— Non so che cosa! Non posso dire che cosa! E qualche cosa che voglio ricordare, e non so cosa è.
— Come era? dimandò lo zio Carletto.
— Era come una chiesa, rispose Humphrey con premura, ed era come una mattina, e tu e io e babbo eravamo seduti tranquilli e qualcuno ci raccontava che cosa vuol dire il suono nella mia testa. Non posso ricordarmi cosa diceva, ma se almeno lo sapessi non mi importerebbe niente di questo gorgoglio e di questo canto: perchè quando l’ho sentito allora tutto intorno era così felice e così bello! ma tu eri, là con me, zio Carletto, e tu devi saperlo, perchè tu lo scrivevi colla matita.
— Te l’ho detto, Everard, disse il giovane a suo cognato. L’avevo capito subito che tentava di ricordare il sermone sulle rivelazioni che udimmo quella domenica che sono stato qui.
— Ma non me lo dici, zio Carletto, singhiozzò Humphrey.
— Te lo dico, te lo dico, figliuolo mio. Ma lascia che vada a prendere la Bibbia perchè non mi ricordo le parole precise.
— Bisogna proprio che tu vada? oh non andare, zio Carletto. Non sparire come prima. E se non torni più?
Lo zio Carletto lo rassicurò e si svincolò dolcemente dalla sua stretta.
— Fa presto, fa presto, mormorò ansando il fanciullo.
Sir Everard cercò di calmarlo: ma appena lo zio fu uscito, capì che Humphrey si struggeva di dirgli qualche cosa prima che lo zio tornasse.
Il suo sfinimento e l’ansietà resero le sue parole ancora più incoerenti.
Dopo aver ripetuto due o tre volte il nome di suo zio, la voce gli mancò del tutto, e sebbene le sue labbra s’agitassero, nessun suono ne uscì.
Sir Everard si sentì desolato. Il fanciullo gli fissava in faccia con una tale espressione di preghiera quei suoi grandi occhi incavati, tentava con tanto fervore di spiegarsi, che il non poter comprenderlo straziava il cuore di suo padre.
Tutti i suoi nervi erano tesi per afferrare le parole, ma inutilmente.
L’eccitamento che produsse nel fanciullo il passo di suo zio che tornava gli diede una momentanea forza, e afferrata la mano di suo padre, gli disse:
— Prometti!...
— Ti prometto, carino mio, rispose sir Everard frettolosamente, lieto di aver potuto capire almeno una parola.
E nessuno seppe mai che l’ultima preghiera del fanciullo era stata di non dire allo zio Carletto ch’era stata la sua storia a fargli venire in testa di salire su quel ramo che si stendeva sull’acqua.
Intieramente sfinito, si lasciò deporre sul guanciale, e aspettò, cogli occhi chiusi, che suo zio trovasse nella sua Bibbia il passo sottolineato.
«E io udii una voce dal cielo come il rumore di molte acque e come il suono di molte arpe toccate dai suonatori. Ed essi cantavano come un cantico nuovo e nessuno poteva impararlo, fuorchè i centoquarantaquattro mila uomini che sono stati redenti dalla terra.»
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Non più questioni irrequiete, non più perplesse ricerche sopra il passato. Non parlò: non rispose all’ansiosa domanda di suo padre, se era quella cosa che aveva tanto cercato di ricordare. Giaceva così immobile che per un momento credettero che fosse spirato senza aver udite le parole tanto agognate.
Ma l’espressione malcontenta era scomparsa e suo padre vide che la sua anima era tranquilla.
I due uomini, chinati sopra di lui, spiavano il suo respiro.
Passò del tempo prima che parlasse ancora, ma quando lo fece, era evidente che non era più in sè.
— Diventa molto scuro, mormorava, — e il cuore di sir Everard si strinse poichè il sole cominciava appena a tramontare.
— È ora d’andare a letto. Dov’è Miles?
Sir Everard salì per prenderlo e lo trovò in camicina da notte che ripeteva la preghiera che Virginia recitava. Dopo poche e frettolose spiegazioni lo prese in braccio e lo portò via.
— Ma babbino, disse Miles mentre scendevano, non avevo ancor finito. Non ho detto il mio inno.
— Non importa, carino. Lo dirai a Humphrey per questa sera.
Lo portò nel salotto e lo depose sul sofà.
Miles si spaventò di quel silenzio e di quell’oscurità e si strinse vicino a suo fratello.
— Humphie! Humphie! svegliati, e dammi la tua mano.
— Non aver paura, Miles, mormorò con voce insonnita il malato.
— Vieni vicino a me. Io ti curerò.
E cercava di tirarsi sull’orlo del sofà come se credesse che il letto del suo fratellino fosse lì accanto; e gettò il suo braccio intorno a Miles nel solito modo protettore.
— Non parleremo tanto questa sera, Miles, perchè ho sonno. Buona notte.
Aggiunse qualche altra cosa flebilmente, intorno a sua madre, ma Miles disse:
— Non ho capito, Humphie.
Un’espressione d’impazienza passò sul viso di Humphrey.
— Già, naturalmente... non puoi. Perchè... non puoi... ricordarti di lei.
— Già, disse il piccolo Miles umilmente. Ma tu me lo dirai, Humphie.
— Domani, mormorò, potrò spiegare meglio... domani. Buona notte... buona notte.
E nel silenzio che seguì, fu udito i due fratelli ricambiarsi l’ultimo bacio.
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— Non posso vederli, disse sir Everard colla voce rauca. Che qualcuno alzi quella tenda.
Il sole che tramontava illuminava, prima di sparire, i luoghi e i compagni del fanciullo, ma pareva avesse serbato il suo più splendido raggio per i due bambini e mentre la tenda saliva lentamente si versò nella stanza un tal torrente di luce che sir Everard ne rimase abbagliato.
Ma un istante dopo egli potè vederli.
Erano là, nei raggi dorati, che pareva volessero baciare i loro piccoli visi e le teste ricciute: a indugiare lì, come se sapessero che non avrebbero più potuto posarsi su quei due fratellini abbracciati.
Sir Everard, chinatosi sopra di loro, vide un turbamento sul viso di Humphrey.
— Che cosa può avere? pensò. È dolore fisico o qualche cosa che gli turba il pensiero? Che sia la paura della morte?
Non potendo più frenarsi, esclamò:
— Humphrey, carino, che cos’è? cosa posso fare per te?
Niente: con tutto il suo amore, niente! poichè nella testa del fanciullo c’è ancora il gorgoglio e il canto e con essi un nuovo timore.
— Potrò io imparare quel canto? I bambini lo imparano? Anche in chiesa non posso mai tener dietro ai canti. Sempre troppo presto o troppo tardi.
E nessun uomo poteva impararli fuorchè... ma dei bambini non dice niente.
Quel bimbo morirà inquieto, o vi sarà un miracolo in suo favore? No: le vie di Dio non sono le nostre. Infinito ne’ suoi poteri, egli si rivela però coi mezzi più semplici. E questa volta è colla voce di suo fratello.
— Parlami, Humphie. Non dormire ancora. Non ho detto il mio inno. Devo dirlo ora?
E senza aspettar la risposta, Miles s’inginocchiò sul letto e giunse le manine.
E la sua voce infantile recitò:
Di bimbi un nembo d’oro |
Diventarono più forti, più insistenti il gorgoglio e il canto nella testa del fanciullo, ma il dubbio era sparito.
Ogni cosa pareva girare e girare, e come per salvarsi spalancò gli occhi. Su che cosa caddero?
Là, di fianco, sopra a lui, inondata di luce, con un’aureola intorno alla fronte, c’è sua madre che lo guarda con un sorriso. E con un sorriso egli le risponde, stende le mani e grida:
— Il Signore t’ha mandata a prendermi, finalmente, mamma? Oh mamma, vengo, vengo!
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Si vide l’espressione di dolore mutarsi nell’antico, luminoso sorriso. Le sue labbra si mossero, le sue mani si sporsero e i suoi occhi rimasero un momento fissi sul quadro sopra cui batteva l’ultimo raggio di sole. Si chiusero, ma il sorriso s’indugiò ancora intorno alle labbra semiaperte. Il breve respiro divenne più breve... s’arrestò... e poi...
— Inutile dire il resto, disse il piccolo Miles, perchè Humphie dorme.
Fine.