Inferno monacale/Libro terzo

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Libro terzo

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Libro secondo


È tale la condition di una perfetta eloquenza che con colori rettorici così vivamente dipingie e rapresenta su le carte qual cosa, sia che per l’ordinario, sia o in lode od in biasimo, restan più del merito i lodati o biasmati inalzatti od oppressi. Io però, non già per far apparir più horidi di quel che sian i tormenti e le passioni attrocci del’Inferno Monachale, ma per descriverli qual sono, bramarei esser proveduta di stil fuor d’ogni solito eloquente; ma, povera di concetti et inesperta d’ogni arte neccessario a chi ben scrive, conosco non arrivar col rozzo intelletto ad ombregiar né pur in minima parte le qualità d’una vitta, ben sì racchiusa et a forza rittirata dal mondo, ma altretanto sregolata, ad ispiegar le parti rappresentanti in questa vana ed infernal tragiedia, i tratti di donne religiose nel nome, ma nel cor et opere mondane. L’arte di tant’affetti tra loro e il viver simulato e chimerico con tant’abbondanza di scandali riccercarebbe altra facondia che la mia, mentre anche ogni più riccha vena riuscirebbe infeconda et infaconda in descriver sì gran massa di difetti, alla cui naratione sarebbe neccessario un core et una mente macchiati della medema pece, che son quelli che causan sì gravi dissordini nella Chiesa di Dio. Qual eloquenza saprebbe mai ridire, qual ingenio penetrare le passioni di quel’animo al quale, astretto da tirania paterna, conviene a suo dispetto tutto il tempo di sua vitta trattar con scempie, servir ad ingrate, chieder ad avare, trafficar con bugiarde e conversar con superbe? Il prettender di potter rifferire un puntual racconto delle diverse particolarità di tant’ingegni, sarebbe un presumer di se stessa troppo altamente!

Vi sarà tale che crederà a se stessa d’esser ne’ riccami un’Aracne et appunto come tale la competerebbe con Minerva, se ben i suoi lavori riescan ridicoli per l’estreme imperfettioni che in esse si trovano. Abonda ne’ chiostri chi fa proffession de apportatrice di tutte le nove del mondo, di saper gli interessi d’ogn’una, non mai però reccitandone una giustamente vera, né profferendone uno sinceramente reale. Han sempre in pronto un arteficio con che simulan pianto e riso a lor voglia in modo che di loro può dirsi come il Sanazzaro di non dissimili:

«Tal ride del mio ben che ’l riso simula,
tal piangie del mio mal che poi mi lacera,
dietro le spalle con accuta limola».

Son così inganatrici che paiono simulachri de gli huomeni e non solo adulano, ma tradiscan anche se stesse, fra’ quali taluna sarà per bruttezza defforme e nuttrirà in sé prettension d’uguagliarsi a Venere in beltà, sprezzando altra che rarissime belezze possieda. Non poco è ’l numero di quelle che, sciocche, si stimeran potterla competter di saviezza con una Sibilla. Altre sfrontate e di lingua sfrenata, par che godono di trovar di continuo da contendere con chi si sia, onde chi non vol dir spropositi o gridori egl’è neccessaria una rigorossa et ristretta solitudine. Ogn’angolo ha una curiosa de’ fatti altrui che va sempre inquietamente caminando con desio di veder novità e non è picciol vittio, mentre, come dice S. Tomaso, è nello stesso tempo mala inclinatione non meno del’inteletto che del senso, curiosità radice è di calunnia; Santo Agostino ci amoniva a fugir di riccercare e vedere per molti dispetti troppa varietà di cose. Queste, a guisa di quei mostri vili che hanno mille cori e mille faccie, per dar dimostrationi esterne diverse dal’interno dell’animo, usano di vestir e mangiar communemente con quelle a cui portan rancore sotto prettesto d’amicicia. E da queste poi, per ché ad un male è sempre l’altro congionto, nasce l’invidia, di che parlando Seneca dice: «Né dobbiam guardarci più da quella che regna nascosamente ne’ nostri animi amici che dalla scoperta de’ nemici, poi ché da coloro che dimostran l’odio scoperto non è difficil cautamente diffendersi, sì come riesce quasi impossibile il sottrarsi da quelli da’ qualli, tenendo asscosa nel cor l’invidia, non s’attende l’inganno.». In un terreno in cui sostenta tal volta la verga del comando, la più spinosa delle piante, non è maraviglia che nascan triboli di scandoli et altro non germogli che sterpi accuti di mormore, alle quali Dante nell'Inferno suo attribuisce sì attrocci pene che fa esclamar i mormoratori:

«Un diavol è qua dentro che n’ancisma
sì crudelmente al taglio della spada
rimettendo chiaschun di questa risma».

Ma di tal mormora né anch’i secolari ne vanno con vanto et a ragione in qualche conventicola di tal spine, dell’iniquità di questi sacrilegi prodotte, trovansi lingue più del maladicente Aretino pungenti, per sottrarsi dalle quali non basta un’imaculata consienza se meritan nome di venenose serpi mentre par appunto che bramin triplicata la lingua per più potter offensivamente dir male d’ogni attion altrui, sognansi favole per rapresentar le veracci historie, forman inventioni di testa e le naran per sogni. Ad altre adossan le proprie compossitioni, per il che direi che meritassero il castigo che fu dato al corvo per l’importuni suoi rapporti, quando non fosse maggior fallo malignamente inventar che giustamente rifferire, non è a questi proprio il prudente raccordo che ad ogni maledico vien dal tradutor d’Ovidio portato:

«Maledico loquace fatti esperto,
s’in mal non voi cangiar mantello e viso,
s’in giudicio non sei per forz’astretto,
non iscoprir già mai l’altrui diffetto».

L’ingratitudine ha, quivi più che altrove, il suo seggio per ché affatticati pure d’appagar l’instabil desio di questi corpi, in vitta all’Inferno condennati da chi vol farsi simia di Dio e studia, pur d’appagar ogni volontà impiegando ogni affetto e pottere in favorirle, che null’hai fatto né intieramente ad ogni lor chiribizzo satisfi. Plauto, de’ ingrati parlando, dice esser nattura d’huomo da poco, ma sfrontato, il farsi da ogni uno servire senza però mai nulla, di ciò che in suo servigio venga opperato, gradire. Il filosofo dispregiator delle ricchezze esprime, dell’ira scrivendo, tal sensi: «Non sol riesce affannoso, ma di grave pericolo il contratar con homo ingrato poi ché questi è facil a rissolversi di non statisfar a ciò che deve et abborre colui a cui è debitore in guisa che, havendo alcun seco commun amico operato, rittrova altro non haver fatto che acquisto di mortal nemico.» Non altrove son frequentati gli eccessi di ingratitudine che ne’ monasterij da quelle che forzattamente vi sono chiuse, fra le mura de’ quali, pur che conseguischin l’intento loro, l’ingrate non han mira di ricever benefficio, ingannar e tradire in un punto.

Ma rittorniamo alla naratione di un’altra ecclesiastica cerimonia che s’usa in molte relligioni di monache, se non in tutti, nomata consegratione che è della proffessa, doppo il corso di sua primavera e finito il quinto lustro celebrata, come che sia questa una riferma ed autenticatione del di lei sposalitio con il suo Signore.

Dica per me l’Amante Svisseratissimo Cristo, per noi exanimato, con quanta e qual ingratitudine venghi antecipatamente ricompensata la sua gran prodegalità et abusato l’honore che fa ad una vil creatura di congiungersi seco con vincolo di santità. Ah, che sì immenso benefficio vien prevenuto con offese degne d’etterna morte!

Voleva Seneca che l’homo, cui non piaceva riuscir ingrato, havesse un’ stabil e perpettua memoria di beneficij ricceutti e non si dementicasse in etterno. Ma, se questo filosofo ciò richiedeva per corrispondenza a favori di mondo, come, o come si doverebbe da queste vilissime creature conservar sempre viva la ricordanza dell’infinite gratie, nell’esser state ellette ancelle, anzi spose ed amanti del Creator, loro conseguite? Ciò, però, avviene per ché, ingratissime, non comprendono l’eminenza del benefficio, anzi, prive di verecondia nel volto e colme di displicenza nel core, solo forzate dall’imposte leggi per l’infamia, con labra immonde profferiscono le terribile parole del sacro Sposalitio: «Ecce, venio.» Con ciò, tornar doverebber a Lui confuse e pentite, ma dalla Sua bontà con che Egli è sempre pronto a ricever le inammorate, come legiadramente accena profano poeta:

«Torna qual fiume a fonte, o fiama a sfera,
qual linea a centro, o calamitta a polo,
l’alma stancha al suo Dio poi ché là solo
può trovar possa, onde fuggì leggiera
alla pietosa man da cui già s’era,
stendendo angel licencioso il volo,
sviata dietro a quel piacer ch’è duolo.
S’errò il dì, lunge hor si rivolge a sera
e, poi ché in questo mar che è senza sponde,
loco non ha dove ella fermi il piedi
fra le moli del senso e torbid’onde
con verde avio di speranza e fede
al suo Signor dalle tempeste immonde
candidetta colomba al fin se n’riede».

Così pur doveriano le sviate religiose, doppo haver un tempo solcato il torbido mar delle vanità, prender leggiere il volo ver la contemplatione dell’Etterna Divinità. Ma per ché, a guisa di piante tenacemente abbarbicate al terreno, son di soverchio troppo in sue fierezze proffondate, van dalle proprie colpe alla tomba accompagnate; e tal hor, per interessate discordie tra di loro e confessori, mancandole gl’opportuni spirituali aiuti, s’immergian a poc’a poco nelle proprie passioni, ma all’ lor stato improprie, e sottometton al sensual talento la raggione, si ché, nel mal habito invecchiate, s’haverà in lor ciò che fu cantato da un famoso cigno:

«Nattura inclina al mal e vien a farsi
l’habbito poi difficil a muttarsi».

Quando è radiccata la mala consuetudine del peccare, trovo così difficile il transito dal peccato alla virtù, dalla colpa alla gratia e dall’merito della pena a quel del premio, quanto riuscerebbe lo star con un piedi in terra et aggionger con la mano le subblime sfere del Celo. So però essersi vedute di queste stupende e maravigliose muttationi: Paolo, prima accerrimo persecutor della Chiesa, divenne poscia così ardente predicatore e così celebre dilattator della christiana fede; Madalena, di publica peccatrice diventò universal esempio di penitenza.

Ah, che sono rari quelli a cui venga dato, doppo longhezza di tenebre mentali, un sovrabondante raggio di divino lume! A tutti non è concessa la gracia efficace, ma molti lasciansi offuscar l’inteletto da ignoranza e dalle proprie passioni. In tutti gli animi non regnia la cognitione di se stesso, anzi rari la possiedono, essendo questa virtù così grande che tutti i cori non ne ponno esser capacci e, se dall’eccelenza del fine s’argomenta l’eminenza de’ mezzi, è cosa pregiatissima il conoscer se medema per ché da questa conoscenza nasce la vera umiltà che è prencipio, anzi sicurezza di salute, che è sicuro antidoto contro la superbia, mortifero veneno dell’anima. Tertuliano, nell'Appologetico a gentili, pone due maniere di cecità: l’una, non conoscer se stesso e suoi diffetti, l’altra, il veder in altrui quelle colpe che non sono. Ambidue questo si rittrovan nell’anima della non vera religiossa e dalla prima è congionta la seconda, poi ché l’esser talpe in iscorger i proprij diffetti fa che elle sian tant’Arghi occhiuti ne’ mancamenti delle sorelle, onde poi nasce che da ogni leggier sospetto sia orriginato temerario giudicio e che tal’una rimprovera altra di suoi proprij, anzi di minor, falli, di modo che ragionevolmente le se potrebbe dir: «Priusquam interroges ne vitupereas quemquam», «Qui predicas non furandom furaris», «Medice cura te ipsum». Così osservando l’altrui, non le proprie, colpe corron una dietro l’altra a briglia sciolta nelle consuetudine del peccar contro la regola, sì ché, doppo la precipitosa carriera, arrivan alla metta della morte donde non pon render altro conto dell’anime loro al Signore che d’haver passata la fanciulezza con ignoranza, la pueritia con negligenza, la gioventù con lascivia d’habiti e vanità di parole, l’adolescenza con malitia, la vecchiezza con superbia et ambitione aplicata in dar non buoni consigli, poi ché, come poc’anzi t’additai, per i raccordi di queste consigliatrici infernali, restati a offesa nelle pontualità religiose, la semplicità de gli innocenti petti feminili.

Queste, che hanno veduto con gli anni mancarsi il nutrimento di lor male inclinationi, riducono tutta la sustanza della lor malvaggità in ambitione, con che ardiscono riputtarsi degnie di gran dignità. Non è perciò che con la scorta della Fraude et Hippocresia non giongan ad ottener gl’ambìti gradi primieri, non ostante haver tal’una di queste poco o nulla di merito. Queste tali però arrivan a tal honore non con altri meriti che con una bona apparenza sotto cui tengan celata una real e perfetta malitia. Il lor dessio ad altro non s’estende che andar di continuo opprimendo l’altre et avantaggiando se stesse. Di queste, parve che intendesse il salmista quando disse: «Usque quo diligitis vanitatem et quantis mendacium?». Entrato poi nel commando, si fan appunto sentir per un stepo di spine a punger le lor suditte nella più viva parte dell’honore, quando però non si fraponga l’interesse a trattenerle. Alcune di queste abbadesse formansi una polizia a lor modo, se non vogliam però dir che sia simile a quella di Tiberio imperatore di cui Tacito hebbe a dire: «Iam Tiberium corpus, iam vice nondum dissimulationis deserebat». Con dissimulationi iniqua compiaceno a chiascuna servendosi molto bene di quel proverbio, di Grecia trasportato: «Cretizzar con quei di Creta». Vedono che ’l viver della maggior parte è con inganno e conforme agli abusi di corte, onde stiman bene il bandir da loro la lealtà e seguir quel’arte che fu dal Machiavelli insegniata a’ prencipi per il governo de’ loro stati. Che si dirà di quelle supperiore o lor sustitute fra le quali ve ne sono non sol di subornate da’ presenti, ma di quelle che fomentan qualcheduna delle sugette ne’ loro humori e co’ lo scudo dell’autorità almeno in aparenza le diffendono, sì ché le missere in tanta sattisfattione di mente s’assicuran non solo di peccar contro la regola, ma, soverchiate da quella che lor pare felicità, prorompono:

«Chi la felicità negar presente
può, chi può dubbitar della fottura?».

Ben è vero, poi ché in fine le infelici restan gabbate e ogni volta che cessin di correr a pro’ e voglia delle non supperiori, ma tirane, l’usura illecita della libertà concessa loro - che non favorite ma tradite si deono chiamare - quest’è una hipocresia falsaria et una maniera fraudolente con la quale, senza cagion, si pongono quelle che meno il merita nell’indiscretta bocca del volgo e con malitia mettisi l’honor loro in compromesso. Cosa da stimarsi in guisa che Seneca hebbe a dire a Lucillo che ogni huomo non privo di raggione che habbia cor generoso e temma i rosori della vergognia, ama molto più di morir con honore che di viver con infamia e viltà.

S. Agostino dice in un suo sermone: «O povera Chiesa cattolica, o infelice Repubblica Christiana quando vedrai in color che ti governano avaritia ne’ vecchi, malitia ne’ saccerdotti, invidia, poi ché questi tre vitij uniti crocifissero il Figliolo di Dio!» Io mi faccio arditamente lecito l’aggiongere:

- Guai a te, monastero, in cui regnano queste tre piaghe dell’anima, dove non si conosce giustitia, né si castiga se non con quei motivi con quali li Hebrei maltratorono Cristo: «Quod per invidiam tradidissent eum».

Né fuori del mondo non è giudicato per reo chi non è convinto dal proprio delitto scoperto et a pettition di un accusator falso, interessato, senza chiari inditij, testimonij degni di fede, esamini rigorosi e pontuali e processi giuridici che comunicano di reità colui che è accusato per deliquente, egli non è condennato a pena veruna. Ma fra’ chiostri, ad ogni traditrice lingua è lecito oscurar altrui la fama, prestandole i superiori non solo ambe l’orecchie spalancate, ma anche il credito, quando, a guisa d’Alessandro il Grande, doveriano, venendo loro alcuno accusato, turarsi con la mano una dell’orecchie per servarla intiera alla parte accusata, che così anche vol Salamone che non mai si venga al sententiar se prima non si sono ascoltati ambo i contendenti.

Se così opprassero i prelati e vicarij delle monache, non havrian tanto di che goder quegli inganevoli fraudolenti dell’inventate ciancie contro le sorelle e del veder lor accuse false haver cagionato il precipitio alle perseguitate. Dal che, fatte animose, multiplican le maldezenze e querelle in altrui pregiudicio, attribuendo però ad altre, che non vi pensano, l’officio di accusatrici, e così feriscono più innocenti in un colpo. Onde di queste tali forse profeticamente intese il Re della Giudea quando disse: «Et lingua earum unus gladius acutus». Quell’infelici, per ciò, che deono udir la sentenza contro loro, senza pigliar termine ad aplicarsi ad altro tribunale, non pottend’altro, dansi alla disperatione, né sanno dove ricurarsi per restar ascose a gli occhi dell’Invidia e schermirsi da’ suoi livori.

Consideri chi nel cor ha pruritti honorati, qual sia l’animo di colei che, a torto traffitta nella reputatione, altro non può a sua difesa contro le maligne e false accusatrici che citarle al tremendo tribunale dell’etterna giustitia e qual affetto in lei produca il vedersi continuamente in ogni loco et in ogni affare le sue nemiche inanz’agli occhi!

Per non riuscir soverchiamente prolissa nell’annumerar gli ingiusti sucessi e le machinate frodi, vorrei pur dar fine a così esosa diceria, ma la multiplicità degli errori, che in chiusi loghi occorrono dagli homeni ad ogni felicità, ma aperti ad ogn’insidia e tradimento, soministra alla penna abbondante matteria non sol per far dilluviar laccrime dagli hocchi di buon cattolico, ma per impietosir le stesse tigre. Troppo è ingiusto e puzzulente alle nari di Dio e trop’odioso alla piettà di quegli huomeni che in ver son homeni - se pur ve ne è - il sacrificio che a Lui si fa delle figliole o parenti, a forza incarcerati nell’abisso. So che dovrei por un duro morso alla lingua per non insinuar me stessa in vitio tanto da me abborito quant’è la maladicenza, tanto più che soviemmi haver letto in Dante:

«Sempr’a quello ch’ha faccia di menzogna
dee l’huom chiuder la bocca più che puote
però che senza colpa fa vergogna».

Non posso, non di meno, non dire per ché parmi debito di chi è zelante della vera religione l’avisar coloro che sono le prencipali cagion di così enormi e mostruosi successi, acciò s’astringhino; e sovr’humana gratia stimerei se mie vote parole penetrasser al cor de’ fieri genitori e rimovesser da gli impetriti lor cori l’ingiuste risolutioni con che tradiscan l’anime proprie e dan le figlie in questo mondo a’ tormenti infernali. Ma ohimé, che il Ciel li ha troppo lungamente sofferti, onde, già nell’ingiustitia habbituati, premon lor più le politiche raggioni che la divina legge e commandamenti e che l’osservanza dell’institutioni de’ santi.

Se stimate pregiudicar la multiplicità delle figliole alla Ragion di Stato, poi ché, se tutte si maritassero, crescerebbe in troppo numero la nobiltà et impoverirebber le case col sborso di tante doti, pigliate la compagnia dattavi da Dio senz’avidità di danaro. Già a comprar schiave, come voi fatte le mogli, saria più decente che voi sborsaste l’oro, non elle, per comprar patrone. E poi, già che nel far serragli di donne e in altre barbarie imitate i costumi di Tracci, dovereste anche imitarli in uccider i parti maschi subito nati, un sol conservandone per ogni famigli, essendo molto minor peccato che sepelir vive le femine! Guai a voi a cui l’interesse politico ha levato la giustitia de’ sentimenti!

Già già parmi udir gli impetti del vostro sdegno profferir contro mia sincerità pungenti concetti, che non sprezza, non biasma né religiose, né religioni, anzi, col capo per riverenza chino, esalta alle stelle la santità e merito di quei monasterij e monache che son rettamente governati e che, chiamate da celeste inspiratione, vollontarie corrispondono esponendosi a pattimenti di monasticha vita. A chi, per elettion propria, cingesi di sacre bende, dole e il duol scacia la pena, caro il sente. Ma a quelle, che a forza entran nel claustral laberinto dove l’anima lor, dove s’annida, è legata ad indissolubili obligationi e ’l corpo astretto agli arbitrij et indiscretezza anche di vilissima canaglia, l’esser ivi condenate a stratio pegior d’Inferno, poi ché stan sempre de’ monasterij le mura sin da esploratori degli andamenti loro circondati et in sin delle più grave loro infermità, ne’ maggior pericoli le vien tolto il liberamente introdur medici, cirugici o chi si sia senz’haver prima ottenuta licentia da due o tre magistrati sì che se l’istessa morte non compatisce alle miserie loro col non uccidere, trappassan l’infelici all’altro mondo senza rimedi spirituali e corporali. La condition di coloro che son danati alla schiavitù de’ Turchi più crudeli è più e men deplorabili di quella delle sventurate, possia che han quelle, per sollievo, la speranza bandita affatto, da queste cui non è concesso l’effettuar cosa veruna conforme alle lor voglie ancor che honeste e giuste, ma da tutti tiraneggiate ed oppresse.

O quanto meglio opravan gli antichi Gentili col sol lume della nattura che oggi non fanno i christiani che dovrian haver la mente piena di raggi splendidissimi di Fede! Fabricavan gli Atteniesi a diversi dei altari sopra’ quali scrivevan il nome del dio a cui era dedicato. Trasferirsi a predicar loro S. Paolo e, vedendo sopra d’un’ara notate queste parole «Ignoto deo», li riprese insinuandole che quel era il vero Dio che haveva fatto il mondo con tutte le cose che in lui sono. I filosofi della medema città in vedendo nel dì della sì rara Redenzione la tenebrosa ecclisse e sentendo gli horibili terremotti, supponendoli non natturali, consecraro un altar a quel Dio che operava sì gran meraviglia, al quale non volevan che fosser offerte altre vittime o sacrificij che di pianti, preghiere e lacrime di tribulati che chiedesser missericordia per dinottar che tal Dio è riffuggio d’afflitti e più si compiacque de’ singulti, suspiri, lacrime et orationi che d’offerte d’animali e di fiere. Questi, col sol mezzo di ragioni natturali, ben ché non cognoseser chi adoravano, con tutto ciò in certo modo incontravan il voler di Dio, e voi, ingratissimi, che, non solo per congenture di sdegni veduti, ma per l’istesso Crocefisso che mirate, per voi morto, il quale sapete non apagarsi che di cori e volontà libere, profanate a’ Suoi altari con offerte di vittime violentate, se non svenate da coltello materiale, al men traffitte dal ferro di vostra tirannide. Ben gradisce Sua Divina Maestà le lacrime e singulti, non già quelli che mandan dagli occhi e dalla bocca le tradite donne, ben sì di quelli che escano da un cor pentito dalle macchinateli offese. S’Egli non più dilettasi di sacrificij di fere, tanto men riusciràgli grato quello che prettendete farli di figliole, forzatamente condotte a guisa d’animali, ad esser a Lui consignate! Della volontà s’appaga il Creatore, sia o di servirlo o d’offenderlo, e ne resta altrettanto appagato quanto dall’opere stesse. Qual cosa dunque potrete attender e sperare, ingrati, dal moltiplicar di continuo il numero delle tormentate in questo Inferno, se non tragico fine che vi rissulti in guai presenti e pene etterne? Forse saprete dalla Divina Mano ottener il regnio che ha promesso a’ Suoi fideli, mentre vi mostrate sì poco atti a sapper regger giustamente una casa, non ché sostener lo scetro di regno etterno? Già mai non udirete: «Venite benedicti patris mei, percipite regnum». Non è capace di celeste beneditioni chi con oppere sacrilighe merita maladitioni. Ben ponno l’infelici, derelite da’ parenti e da voi genitori che l’organizzaste i corpi, a ragion dire: «Elongasti a me amicum et proximum et notos meos a miseria»! Non è lor concesso veder i cari genitori in altra guisa che dietro a gratte di durissimi ferri e seco parlar - come si dice - ad ogni punto di luna per così angusti siti che in tal logo è dato a fatticha il passaggio alla voce. È spedita la lor libertà non solo in esser sequestrate dal mondo, ma anche esser sempre impiegate in qualche carrica od offitio che di continuo le tenga occupate.

Trascorso il tempo alla superiorità di vecchia abadessa, la nova, costituita nella suprema dignità, fa una notta, dovendo chiascuna chiamar per ordine il suo grado, le quali al suon d’una campanella, doppo l’Ave Maria, nel’ordinato loco compariscano tutte a rinonciar il vecchio et accettar il novo offitio. Nell’intonarsi da quella il «Veni creator spiritus», non s’attende da lei la divina inspiratione, ma sol ha riguardo alla notta già di sua man formata, ben ché fosse ingiusta. Rinunciato che ha ciascuna nelle di lei mani le chiavi appartinenti al passato carico, ella torna ad impiegarle in novi offitij e lor, con un abassamento di capo e con bacciarli le mani, mostran segnio di gradirli. Ma il tutto è finto: restan la maggior parte mal sodisfatte, nessuna a pieno contenta, trattene le buone e volontarie che in tutto si forman col voler di Dio e delle loro maggiori.

Non v’è fontione che vada disgiunta da dispendij, ché questo pur anche risulta in augumento d’infortunij per l’infelici destinate a tanti tormenti. Le neccessità della celleraria, per loro sattisfattioni intorno alla mensa et i vari pareri di quelle in dimande e tall’hor in lamentationi, promoverebbero il riso in Eraclito, ma quivi tutto questo riesce sogietto e cagion di pianto. Non son tenute l’infermiere a governar pontualmente l’ammalate, accadendo che l’inferma sia vilissima, nata in contado, e la servente del maggior sangue della città.

Devono l’elette alla caneva, aiutate da poche, far di continuo conveniente quantità di pane, dispensarla alle mense e sentirsi sovente ferir l’orecchie da querulla voce, con agiunta a questo d’altri molti impieghi che riescan insofribili e d’incessante fastidio alle ben nate. Son tenute a sonar campane senza numero alla giornata le sagrestane con aplicatione ad altre mille minutie.

Non descendo, no, a ramentar di part’in parte ogn’altra - come diciam noi religiose - obedienza, come di lavandara, tosera, vestiaria et altre, per non indur tedio nel lettore. Dirò solo che, finito l’anno, oltr’essersi con sudori e pensieri affaticata, altro non resta che haver speso il suo proprio e senza merito.

O dolori, o inesplicabili tormenti patiscano quelle che, non havendone, gli bisognia trovarne per scender al pari delle più commode! O grand’ingiustitia! Queste son le fortune che conseguono alle sventurate, dalle lor case escluse come se fossero altrove nate. A queste da’ parenti s’impone il nome di sore per poi dar titolo di signore alle più mecchaniche della città che, a migliaia fattesi meretrici, godon ne’ vostri dispendij con che comprate gl’infami diletti. La portion a queste tribolate dovuta dinota che poco son dissimili dal povero fugitivo Jona. Uscito questo dalla balena, vedendos’in tante misserie involto, s’elesse una capanetta per suo ricuero, coperta da grand’edera che, avviticchiata, faceale ombra. Colà ripossando prendeva alle continue sue passioni qualche respiro. Permisse Iddio che questo profetta hedera tutta secca da rosicante verme nelle radici mirasse. Di ciò l’infelice angustiato querelandosi doloroso dicea:

- Signore che più far in questa valle di lacrime e misserie, d’ogni ristoro privo?! Levami da questo mondo, già sentomi impotente a più tollerar colpi sì fieri!

«Petivit anime sue ut moreretur». Uscite le private d’ogni speranza dalla balena del mondo, afflitte per trovarsi da’ suoi proprij abandonate, se non fugitive, scacciate da’ raggi della bella luce del Celo, per forza ricovransi nella capanetta ria della cella per schivar al possibile ogni sinistro incontro et apunto piglian a lor sollievo qualche diletto, o d’herbe che inombrino, o d’uceletti, o d’altro conforme alla diversità d’inclinationi. Ma eccotti, d’indi a poco, non mancar il verme dell’invidia che le fa venir una parte con scomunche del prelato et abandonar anche tal poco, honesto e dilettoso trattenimento, poi ché d’una maligna il livore, a forza di mormorazioni, detrattioni e persecutioni, fa lor ogni application di questi gusti innocenti cadere et è pur la malignante ne’ medemi errori che ella attribuisce alla Regola contrarij, molto più d’esse imerse. Se sia ciò di noia alle sconsolate, immagini cui non manca prudenza per conoscer d’invidiose la falsità e ingiustitia. Oppresse perciò da dolor insofribili gridan a gara con Jona:

- A qual parte, o Signore, ho da volgiermi s’altro che spine a traffigermi preparate non miro, et ortiche a pungermi pronte?

Disperate anch’esse vedono le lor pene irremediabili: «Petunt animabus suis ut muriantur».

Cessi homai la maraviglia che nasse dal legger che nell’assedio di Gerussaleme, spinte le madri da rabbiosissima fame, si sattollasser con le carni de’ proprij figli, poi ché minor crudeltà era la lor che, tratte da estrema necessità, non volontarie ma astrette, con lacrime agli occhi e dolorosa passion al core, comettean tal misfatto, sol offendendo il corpo non l’anima di quei parti che liberavan da’ tormenti di vitta, che non è l’empietà di quei padri che uccidon l’anima incarcerando i corpi delle figliole. Assai meglio fora sbranarle, ingoiarle, che satiarebbesi quel’ingorda fame che avete del’oro, per cagion del qual traditte il proprio sangue, da voi posto a gustar tutte di questo mondo sublunare le pene, privandole d’ogni speranza di rimedio! Non v’ha incendio d’infortunio, sciagura o tribulatione in cui spirando l’aurea di speranza non resti mitigate, ma quel mal che è irremediabile non una volta ma mille dala morte.

Per non tediarti, o lettore, mi restringo ed avicino il fine, quando che io habbia in parte sottisfatto alla prima mia propossition di provarti che sian questi luochi chiusi realissimo Inferno. Facciamoci dunque da capo e, sì, dicciamo se le tormentose infernali pene hebber dalla superbia in prima origine - apunto la superbia de’ iniqui genitori è quella che condanna a’ chiostri del monachal Inferno le sventurate.

Son elle in guisa macchiate di questa pece e sì la conservan in se stesse che non v’è gente più altiera di finte religiose, quali a pena degnansi di parenti. Le putte a spese, per mecchanice che siano, entratte in monastero la spendono alla grande. Le suore converse, se prima di vestir l’habito, eran sallariate serve in case private, entratte fra mura claustrali, guai a colei che le raccordasse l’essere state fanti, tutte quasi disendan da hillustrissima prosapia! Cose ridicole per ché l’animo, tanto differente dall’inventate ciancie, le fa conoscer serve di nascita e di pensieri, non servendo che chi meglio paga. Ben a raggion per la superbia fabricòsi l’Inferno, poi ché tal pernicioso mostro d’ogni altro mal è radice. Dice S. Gregorio: «Radix quippe cuncti mali est superbia». Conchiudasi che, s’attrocci tormenti pattiscan ne’ penosi abissi i superbi, eguali ne provan le forzate monache, dovendo mascherar in se stesse la terribil ferza di questo vitio con manto de umile agnella. E’ pur anche fatto l’Inferno, per ché resti in esso acremente punita l’avaritia di cui è proprio centro e, come ho già accenato, tien ella ne’ monasterij il proprio seggio, provando quei cori in cui alberga magior cruccij de’ dannati, poi ché convien lor far di quei danati che tant’amaro apparente rifiuto. Nel centro della terra provan pene inesplicabili gl’iracondi; patiscan le coleriche religiose tutti nell’anima i spasmi d’Averno, essendo astrette rittener lo sdegno nel core che, apunt’a guisa di sopito foco, acquista forza. Ascoltisi Dante ciò che nel sesto cerchio del suo Inferno dice agli iracondi:

«Questi si percotean non pur con mano
ma con la testa, col petto e co’ piedi
troncandosi con denti a bran a brano».

Se non s’impiegano le monache in queste sì crude operationi di sbranarsi fra loro, qualche volta pugnian con le parole e, dove manca la corporal forza per tema de’ castighi, suplisce la rabbia, così che s’attribuiscano mille infamie di che participan anche i loro parenti, di modo che ambo le parti restan a vicenda saturate una degli obrobrij dell’altra.

Vien cruciata fra l’infernali caligini la gola, che pur anche nell’religioso Inferno sopra modo patisce, ove alle tormentate è tolto il sattolar sì voracce bestia che da Aristotile nel libro degli Animali vien chiamata bocca di lupa. Diceva Cattone esser l’ubriaco un volontario pazzo et alla gola per il più segue l’ubriaghezza. Archita Tarentino la dice capitalissima peste dell’huomo. Plattone le dice titolo d’esca d’ogni male. Galleno l’apella infirmità e morte espressa del’huomo, aportando tal sentenza: «Gulosi nec vivere possunt diu, nec esse sani». E pur, vitio così essecrabile vien praticato ne’ luochi consecratti al Dio, senz’haver verun riguardo a quel passo dell’Esodo detestante le crapule e l’ebrietà, ove s’accenna che dal mangiar e bevere soverchio nascan altri inconvenienti: «Sedit populus manducare et bibere et surrexerunt ludere».

Quand’altr’Inferno non fosse fra mura claustrali, se ’l compongan da se stesse l’invidiose, ma, per ché di lor altrove ho parlato, basta il dire che lor penose angoscie passan di gran lunga i tormentosi morsi de’ spiriti infernali per ché, se ben dal’altrui impietà son in angusto sito incarcerate, non è però che l’anima, con occhio di lince, non veda tutto il circuito del mondo e, mirando tutte le felicità mondane con invido sguardo, non si duolga d’esserne stata privata e non invidij sino lo stato delle più mecchaniche e libere. Onde in tali s’adempie quel giusto desio del prudentissimo Seneca, il qual bramava che ogni invidioso potesse in un tempo haver gli occhi et orecchie in qual si sia luogo a fine che, vedendo infiniti per beni di fortuna, per scienze e per valor celebri, da invissibili ponture traffitto, patisse doppia pena e martire.

L’ultimo de’ sette capitali peccati, sì come non resta escluso dal loco destinato dalla divina giustitia a’ condennati a pene etterne, così anche di continuo assiste al tormentoso Inferno delle forzate monache, che fra gli accidiosi portan la palma, poi ché, sempre negligenti anzi aghiacciate nel serviggio del Creattore, trascorrono il tempo. Il Savio ne’ proverbij invia quest’ottiose e lenti nel ben oprar alla formica per ché imparri da così picolo annimaletto, non sol le dovute operationi, ma ad anticipatamente proveder a’ bisogni sì del corpo, sì dell’anima: «Vade, piger, ad formicam». E questa per il più dassi al dettestabil vitio dell’otio, qual, come ben disse il Petrarca, è causa d’ogni male:

«La golla, il sonno e l’ottiose piume
hanno dal mondo ogni virtù sbandita»

In summa, per questo vitio registrate ad una ad una le pene de’ dannati, tutte son compendiate in questo real Inferno de’ viventi. Parlando Isaia dice di quelli: «Vermes eorum non morsit». A queste infelici vive di continuo nella consienza il verme della sinderesi che lor aspramente l’anima morde. Legesi di quel giovine che, in virtù di Cristo, fu resusitato da S. Giovanni che, narrando l’attrocci pene della tenebrosa region, diceva:

«Vermes et tenebras flagellum, frigus et ignis,
demonis aspectus, scelerum confusio, luctus».

Niun di tali martìri manca all’imprigionate di vostra tiranide, o padri, o parenti! Se la perpetuità di crucij e la privation della divina vissione sono i due maggior tormenti de’ condennati all’Averno, eccoli ambo in eccelenza nel monastico Inferno, ove s’entra senza spene di mai più in etterno riuscirne; e disperatamente entrandovi, non solo non si conosce e vede la Divina Maestà, ma si riman anche prive di veder l’opere dal Perfetissimo Architettore fatte, cioè la vaghezza di sì maraviglioso teatro com’è il mondo che pur, tanto per le monache quanto per altri, dalla Suprema Man fu fabricato.

M’estenderei a provar - come nel fin della Tirannia patterna promissi - che quivi né anche mancano i penosi dolori di Titio, Isione e delle Bellidi e d’altri, ma non vo’ mischiar favolosi inventioni a verità infallibili, ché non mendico poetiche fintioni per far conoscer che in nulla differiscano i pattimenti d’involontarie religiose, le quali non mai più vedon speranza da pottersene liberare dai crucij che obligono i sentimenti della divina giustitia ad infernal tormenti. Chi fia dunque che, in oposto all’aportate mie raggioni, porti argomenti valevoli, s’alcun, più loquace che eloquente, m’accuse di libera troppo e mordacce in matteria sì delicata, risponderògli che molte cose trapasso modestamente sotto silentio che pottriansi da me dire, anzi di più direi, ma il ver di falso ha faccia.

Ah che nessuno mi sgriderà per zelo, ch’egl’habbia che si pregiudichi agli spiritual interessi di Santa Chiesa, ma più spinto da quel dolor che gli ha mentre sente scuoprisi gl’abusi introdotti da’ sue barbarie!

Io di novo sinceramente replico che le chiamate della divina gratia et inspiratione si ponno chiamar angioli terreni e dir di loro quel istesso che canta la Chiesa di Benedetto il santo: «Vittam angelicam gerens in terris». Ben nell’ultima parte di questo mio sconcertato parto, a cui da me sarà dato titolo di Paradiso monachale, abastanza son per provarvi che, se ben i venerandi corpi delle religiose habitan in terra, non dimeno le lor menti rapite in Celo godon tutte le glorie di beati, le quali, in virtù dello Spirito Santo, vengan ampiamente diffuse fra questi miracoli della divina gratia. Di quelle, dico, che, non forzate, ma di propria voglia, chiedono in sin con lacrime d’esser anoverate fra’ religiose serve di Cristo, a cui spontaneamente offrono il corpo e cor intatto alieno da mondane cure. A queste, sì che son Sue vere e care amanti, il Riamante e Liberal lor Sposo dice: «Petite et accipietis, querite et invenietis, pulsate et aperietur vobis». Simil piante doverian pullular ne’ giardini de’ monasterij che sarian così deliciosi Paradisi, non tormentosi Inferni. Il dissuader animi così rissoluti nel servigio di Dio è da me stimato sacrilegio non disugual a quello che commettesi nel far che le meschine per cagion diversa spargon lagrime e singulti.

O come cognioscan, nel prender essiglio dal mondo, che la lor vitta altro non ha da esser che penosa morte, onde meste e lente entran nel preparato munumo, che lor tanto più orrido appare quanto che ad imitatione de’ veri cimiterij, lo scorgan immobil, ma stabil in un istesso sito etternamente. O quanto mai è noioso il rittrovarsi sempre ad una tavola con l’istesse vivande! O quanto mai tormentoso il coricarsi ogni sera in un medemo letto, respirar sempre la medema aria, pratticar sempre le medeme conversationi e veder sempre le medeme faccie!

Ma che ascolto che tu, o malvaggio hipocrita, vai susurrando e mormorando? Sappi che non trapasso i limitti e in niente offendo, con miei detti, Dio; anzi è mia intention distinguer la zizania, «Inimicus homo» . A te dico, o homo a Dio nemico, a te che col parlar ben, ma viver male, non vai tra’ veri figli di Santa Chiesa, ma ben indegno sei del nome di christiano et un vero ritratto sei del vantator fariseo:

«La vitta persuade di chi parla
non il parlar di bel color dipinto».

So che qual tu crederai che altri sia tale, onde, ingannato dalla tua lascivia, con lingua mordace bugiardamente dirai che quella, che su questi fogli ti fa santamente veder la verità, desia di goder quella prima libertà praticata nell’età del’oro in quel modo che da molti poeti vien descritta e massime con mirabil arte da Luigi Tansilo o pur dal Tasso che in questi pochi versi la restringe:

«Nel’età d’or quando la ghianda e ’pomo
era del ventre human lodevol pasto,
né femina sapeva, né sapev’huomo
che cosa fosse honor, che viver casto.
Trovò debil vecchion, da gl’anni domo,
queste leggi d’honor, che ’l mondo ha guasto».

Et altrove:

«Solo chi segue ciò che piace è saggio
et in sua staggion degl’anni il frutto coglie».

Ma in ciò mille volte mentì, ché non mai sì laidi pensieri allignaro in cor di donna! Diceva pur il sopra cenato:

«Femina è cosa garula e loquace».

Ovidio, condenando a perpettua sete e fame Tantalo, per esser stato troppo loquace, fa ampia fede esser la loquacità più propria del maschile che del feminil sesso:

«Querit aquas in aquis et poma fugaccia captat
Tantalus hoc illi garrula lingua dedit».

Che si trovi che gli huomeni parlino o scrivino contro le donne, nulla in lor biasimo risulta, essendo la di lor malvaggità notissima. Ma che un di loro contro l’altro o in voce o in scritti s’offenda, è prova indeficiente di verità...! Borbotti, pur dunque, per tanto e vibri in me maledica lingua le sue saette, che dal Real Profetta fur dette «Sagitte putentis acute», che io, in vece d’opprimerle, glorieròmmi di sue vanne et ingiuste ferite, che, per castigo di Dio, nel voler ferir me innocentemente, si rittorneranno contro chi le vibrò e verificherassi in lor quel santo detto: «Linguas suas defixerunt ad versus se ipso tamquam gladios». Il Supremo Motore che, sempre giustissimo et indifferente, penetra a veder i recessi più interni dell’anima e conosce la sincerità de’ miei sensi e fini, sia quello che mi diffenda da quelle cuppe voragini delle perverse bocche che tentoron di assorbere in sè l’honor mio; et a Lui col Suo amato Re riccorro, prorompendo in lacrime, per ottener il riscatto da quella missera servitù in che n’han posto costoro che poi voglion anche acuir contro di me le maligne lor lingue: così dunque suplicovi, o mio Signore, «Redime me a calumnis omnium».

Chi, con desinteresata mente, s’applicherà alle mie parole, non negherà esser i chiostri veri Inferni di viventi e chi con hipocrite e politiche raggioni vorrà contradirmi, sappia che io, ad immitatione di Danielle, chiamo sopr’il suo capo quel’istessa vendetta che egli invoccò sovra i perfidi e fraudolenti vecchi che machinarono insidie contro l’innocente Susanna. Sol gli scelerati loderan l’iniqua operatione di serar a forza fra mura le figlie e parenti, non è chi quelle ami de puro e di sincero amore! N’insegnia Tullio nel libro d’amicitia che di quello due segni si danno luoco: il benefficio che si conferisce, l’altro l’affanno che patisce per la persona amata. Argumentiam da questo la tua palese bugia: qual benefficio fai alla figliola che dici da te esser amata, mentr’innocente in carcer la condani, astringendola a rigorosissime leggi sol osservabil e dolci a chi si compiace menar vitta di santi?! Come per lei patisci, se per agiar a te stesso i comodi e piaceri, violenti l’infelici a continui tormenti e pattimenti?! Non merti che la terra ti sostenga! Non so come che l’aria non ti disperda e non ti fulmini il Celo! Per amolir tuo impetrito core et indurlo a retta giustitia, sarebbe a proposito un novo Mosè che, levando tutti i primigeniti, participasse a te tutti i flagelli che cader sovra l’Egitto. Quel gran Talete filosofo, interrogato in qual guisa l’hom potesse giustamente vivere, diede simil risposta:

«S’egl’operasse ciò che comanda ad altrui».

Cavate voi consequenza da queste parole, qual siasi ’l stato vostro. Rittornate in voi stessi, o mentecati, né stimensi da voi altrov’indrizzate le mie parole che al zelo dell’anime et al culto divino. Trovate voi raggioni da opponervi in contrario, per le quali mi si confuti che ad una mente forzata il monastero non sia tormentosissimo Inferno. Un agitato da qual si sia più grave tribulatione confida nell’oratione e spera nella sovrana misericordia, ma l’incarcerate in un chiostro non han in cui confidare e, per così dire, vengono legate le mani dell’Onipotenza dall’humana malitia a soccorerle. Sanno che quante penitenze, astinenze et orazioni sono state essercitate dagli Antonij, da’ Geronimi et Hilarioni non sarebbero valevoli d’intender loro la liberatione. Son sicure, non han di che dubitare che, a far penetrar loro clamori in Celo, non v’è intercession bastevole ed è lor notto che le lacrime, ancor che amare come di Susana, nulla oprano a loro pro’. «Si decreveris salvare nos continuo liberabimur» disse, piena di speranza, la bella Ester, ond’ottenne il liberar da morte tutto il suo populo. Ma tal fede, nell’infelici monacate, riuscirebb’inutil e vana. Ciascuno, sempre che con fiduccia a s’è posto nelle braccia d’orationi e penitenza, rimettendo, tottalmente rimettendo le sue cause in Dio, ha ottenuto quanto l’ha ricchiesto. Così la saggia Giudit, armatasi d’intrepida fortezza e di sicura fede, levò l’assedio dalla città di Bettuglia. Diceva: «Peniteamus et indulgentia eius frugis lacrimis postulemus». Ezechiel re, con sì possente mezzo, aggiunse a se stesso quindic’anni di vitta; Giosuè rattene il sole; David ottene il perdono e ’l bon ladro il Paradiso. Ma ben ponno le misere con effuse lacrime esclamar della lor innocente prigionia come la moglie di Gioachino, gridar con la regina di Persia «Continuo liberabimur», armarsi di penitenza colla valorosa vedova guerriera hebrea, orar con pari fervor di quello di Giosuè, chiamars’in colpa col Cittareda reale e confessar Dio con più prontezza che non fece il ladron in croce, che ad ogni modo gettan al vento loro fattiche per ché, posto c’habbiano il piedi di là alla claustral soglia, si può dire che: «Discendunt in Infernum viventium», ove è lor tolto lo sperar reffrigerio di mai più sciogliersi anzi son sicure di perpetuar ivi per tutta l’etternità lor dolorosi omei.

FINE.