Istoria del Concilio tridentino/Libro ottavo/Consulta de' principali e congregazione sopra i decreti

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Libro ottavo

Consulta de' principali e congregazione sopra i decreti

../Si attende a temperar il decreto della residenza e della fonzione degli ordini ecclesiastici ../Ultima congregazione con disparere sopra i cardinali IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Storia

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Consulta de' principali e congregazione sopra i decreti
Libro ottavo - Si attende a temperar il decreto della residenza e della fonzione degli ordini ecclesiastici Libro ottavo - Ultima congregazione con disparere sopra i cardinali

Stabilite queste cose, fu risoluto di legger il tutto nella consulta di quei principali, acciò che nella congregazione generale le cose passassero con intiera quiete. Si contentarono ambe le parti, eccetto che per il sesto anatematismo, dove si dice la ierarchia esser instituita per ordinazione divina; l’arcivescovo d’Otranto et altri prelati pontificii s’insospettirono che le parole espresse in termini cosí generali, significando che tutti gl’ordini sacri, senza far differenza tra l’uno e l’altro, siano per ordinazione di Cristo, potesse inferire che li vescovi siano uguali al sommo pontefice. Ma li teologi e canonisti ponteficii gl’essortarono a non metter difficoltà, essendo cosa chiara da’ canoni antecedenti e seguenti che non si trattava se non de cosa pertinente all’ordine, nel che il pontefice non eccede gl’altri vescovi, e della giurisdizzione non si faceva menzione alcuna. I medesimi ancora ebbero in sospetto le parole del proemio del capitolo della residenza, dove si diceva che, per precetto divino, tutti quelli che hanno cura d’anime sono obligati conoscer le pecorelle sue, ecc., inferendo che quello fosse un modo di decchiarare che la residenza sia de precetto divino. Ma la maggior parte de’ medesimi ponteficii sentivano in contrario, dicendo che tutti quei particolari, che si dicono esser commandati da Dio a chi ha cura d’anime, si possono anco osservare in assenza, quantonque con la presenza s’adempino piú intieramente, e massime che le parole che seguono proveggono in maniera che non può esser alcun pregiudicio a Sua Beatitudine; aggiongendo anco che, essendo stato accommodato in quella forma dal cardinal di Mantova, era stato piú e piú volte posto in consultazione, né mai era stato fatto quel dubio sopra, e che a Roma medesmamente non l’avevano giudicato pregiudiciale. Non per questo fu possibile rimover dalla openione sua Otranto et altri che lo seguivano.

Alcuni de’ spagnuoli fecero diligente instanza della decchiarazione per l’instituzione de’ vescovi e per la residenza de iure divino, ma furono costretti a desistere, essendo persuasi la maggior parte de’ loro colleghi dal cardinal di Lorena, il qual usò con loro termini di conscienza, dicendo che non fosse cosa sicura e grata a Dio, vedendo di non poter far il ben che si desiderava, voler con una superflua e vana instanza causar qualche male; che assai era l’aver impedito il pregiudicio che altri pensavano far alla verità con stabilir contrarie openioni, e se non si poteva ottener tutto quello che si desiderava, si poteva però sperar qualche cosa nel tempo futuro con l’aiuto divino. Con tutto questo, Granata e Segovia con alcuni altri di loro non potero esser rimossi, sí come nemanco fu possibile superar dall’altro canto il patriarca di Gierusalem e l’arcivescovo d’Otranto con altri aderenti, quali erano convenuti di contradire a tutto quello che si proponesse, come a cose che non servivano a levar le differenze, ma solo ad assopirle, con certezza che, caminando inanzi, sarebbono date fuori con maggiori forza et impeto e che quando s’avesse avuto a rompere, meglio era farlo inanzi celebrar la sessione che dopo; né fu possibile che li legati potessero persuaderli.

Con tutto ciò, non ostanti tutte queste contradizzioni, stabilite cosí le cose con gl’altri principali, il dí 9 del mese di luglio s’incomminciarono le congregazioni generali: dove essendo prima letto quello che appartiene alla dottrina e canoni dell’ordine, il cardinal di Lorena diede essempio parlando brevemente e non mettendo alcuna difficoltà. Fu seguito dagl’altri sino al luogo di Granata, il qual disse esser cosa indegna aver tanto tempo deriso li padri trattando del fondamento dell’instituzione de’ vescovi e poi, adesso, tralasciandola; e ne ricercò la decchiarazione de iure divino, dicendo maravegliarsi perché non si decchiarasse un tal punto verissimo et infallibile. Aggionse che si dovevano proibire come eretici tutti quei libri che dicevano il contrario. Al qual parer aderí Segovia, affermando che era espressa verità, che nissuno poteva negarla e si doveva decchiarare per dannare l’openione degl’eretici che tenevano il contrario. Seguivano anco Guadice, Aliffe e Monte Marano con gl’altri prelati spagnuoli, de’ quali alcuni dissero la loro openione esser cosí vera come li precetti del decalogo. Il vescovo di Coimbria si lamentò publicamente che con astuzia si pregiudicasse alla verità, concedendo che potessero esser ordinati vescovi titolari, perché questo era decchiarare che la giurisdizzione non fosse essenziale al vescovato, né si ricevesse immediate da Cristo, e fece instanza che il contrario fosse decchiarato, replicando il concetto piú volte detto, esser cosí essenziale al vescovo aver chiesa e sudditi fedeli, come al marito aver moglie. Dopo proposto il decreto della residenza, il cardinal di Lorena l’approvò con la stessa brevità; solo raccordò che al passo dove si raccontano le cause dell’assenza, ponendo tra le altre l’evidente utilità della Chiesa, si aggiongesse quella parola: "e della republica", e questo per rimover ogn’impedimento che quel decreto potesse apportare all’esser ammessi li prelati agl’ufficii e consegli publici; di che ebbe l’applauso universale. Seguí il cardinal Madruccio, parlando nel medesimo tenore. Il patriarca di Gierusalem, l’arcivescovo Verallo et Otranto non volsero dir il parer loro sopra quel decreto, di che l’arcivescovo di Braga, quando fu il luogo del voto suo, si voltò a’ legati, quasi in forma di riprensione, con dire che dovessero usar la loro autorità et astringer li prelati a dir il loro parere e che era una cattiva introdozzione in concilio, quasi che o fossero costretti a tacere o avessero ambizione di non parlar, salvo che con seguito; onde altri che avevano deliberato immitargli, mutato proposito, acconsentirono al decreto. Seguirono approvando concordamente gl’altri decreti, secondo che letti erano; se non che Granata fece instanza che fosse decchiarata la residenza de iure divino con parole aperte, poiché - diceva egli - le parole ambigue del proemio erano indegne d’un concilio, il qual sia congregato per levare, non per accrescer le difficoltà, e che fossero proibiti li libri che ne parlavano in contrario, e che nel decreto fossero espressamente e nominatamente compresi li cardinali. Quest’ultima instanza toccante li cardinali si vedeva che a molti aggradiva; onde dal cardinal Morone fu risposto che s’averebbe avuto considerazione sopra, per parlar un’altra volta. Del rimanente si passò inanzi, et in fine il patriarca e li doi arcivescovi assentirono essi ancora al decreto, e questo fu il principio che fece aver speranza che si potesse celebrar la sessione al suo tempo, cosa stimata per inanzi impossibile, ma per desterità del cardinal di Lorena ridotta a buon porto.

Ne’ giorni seguenti si diedero li voti sopra gl’altri capi di riforma da’ padri, da’ quali non fu proposta altra variazione di momento, se non che per grand’instanza di Pompeio Zambeccari, vescovo di Sulmona, fu levata dal capo della prima tonsura una particola, dove si diceva che, se li promossi commetteranno delitto fra sei mesi dopo l’ordinazione, si presumino ordinati in fraude e non godino il privilegio del foro; e dove si decreta che nissun sia ordinato senza esser ascritto a chiesa particolare, era aggionta l’innovazione de’ decreti del concilio lateranense, che anco gl’ordinati a titolo di patrimonio dovessero esser applicati al servizio di qualche chiesa, nel quale attualmente s’essercitassero, altrimenti non potessero esser partecipi de’ privilegii, la qual parimente fu levata e nel rimanente, con leggier variazione di parole poco spettanti alla sostanza, fu data sodisfazzione a tutti li padri.

I spagnuoli, che non avevano potuto ottener in congregazione la decchiarazione desiderata dell’instituzione de’ vescovi, si congregarono la sera de’ 13 in casa del conte di Luna, dove Granata con gl’aderenti lo persuasero a far una protesta a’ legati, quando si fosse tralasciato di determinar quel capo; e disuadendo alcuni altri, come cosa che potesse esser causa di gran moto, si consummò la congregazione tutta in dispute e si finí in contenzione, con differir la risoluzione alla mattina seguente, quando il conte, uditi di nuovo li diversi pareri e considerato che sarebbe stato gran dispiacer al pontefice, a tutti li vescovi italiani et a tutti i francesi ancora che s’erano accommodati, pregò Granata e gl’aderenti di voler esser dell’opinione degl’altri, poiché qui non si metteva di conscienza, mentre non si trattava di definire piú in un modo che in un altro, ma solo di definir o tralasciare; né volendo Granata accommodarsi, ma dicendo che per conscienza sentiva esser necessaria la determinazione, lo ricercò che dicesse la sua opinione quietamente e liberamente, contentandosi, però, se dagl’altri non era abbracciata et astenendosi dalle contenzioni, e cosí promise egli e gl’altri ancora di fare.