Istoria del Concilio tridentino/Libro primo/Il Vergerio tratta co' protestanti e con Lutero stesso

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro primo

Il Vergerio tratta co' protestanti e con Lutero stesso

../Paolo III spedisce suoi noncii a' prencipi intorno alla convocazione del concilio ../Il convento de' protestanti rifiuta tutti i partiti del papa IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Storia

Libro primo

Il Vergerio tratta co' protestanti e con Lutero stesso
Libro primo - Paolo III spedisce suoi noncii a' prencipi intorno alla convocazione del concilio Libro primo - Il convento de' protestanti rifiuta tutti i partiti del papa

Il Vergerio ritornato in Germania fece l’ambasciata del pontefice a Ferdinando, prima, e poi a qualonque de’ protestanti che andava a trovar quel re per gli occorrenti negozii; e finalmente fece un viaggio per trattar anco con gli altri. Da nissuno d’essi ebbe altra risposta, salvo che averebbono consultato insieme nel convento che dovevano ridurre nel fine dell’anno, e di commun consenso deliberata la risposta. La proposizione del noncio conteneva che quell’era il tempo del concilio tanto desiderato, avendo il pontefice trattato con Cesare e con tutti i re per ridurlo seriamente, e non come altre volte, in apparenza; et acciò non si differisca piú, aveva risoluto d’elegger per luogo Mantova, conforme a quello che già due anni era stato risoluto con l’imperatore. La qual città essendo di un feudatario imperiale e vicina ai confini di Cesare e de’ Veneziani, potevano tenerla per sicura; senza che il pontefice e Cesare averebbono data ogni maggior cauzione. Non esser bisogno risolvere, né parlare del modo e forma di trattare nel concilio, poiché molto meglio ciò si farà in esso, quando sarà congregato. Non potersi celebrar in Germania, abondando quella di anabattisti, sacramentarii et altre sette, per la maggior parte pazzi e furiosi; perilché alle altre nazioni non sarebbe sicuro andare dove quella moltitudine è potente, e condannare la sua dottrina. Che al pontefice non sarebbe differenzia di farlo in qualonque altra regione; ma non vuol apparire che sia sforzato e gli sia levata quella autorità, che ha avuto per tanti secoli, di prescrivere il luogo de’ concilii generali.

In questo viaggio il Vergerio trovò Lutero a Vittemberg, e trattò con lui molto umanamente con questi concetti, estendendogli et amplificandogli assai. E prima accertandolo che era in grandissima estimazione appresso il pontefice e tutto ’l collegio de’ cardinali, quali sentivano dispiacere estremo che fosse perduto un soggetto, che, implicatosi ne’ servizii di Dio e della Sede apostolica, che sono congionti, averebbe potuto portare frutto inestimabile; che farebbono ogni possibile per racquistarlo; gli testificò che il pontefice biasimava la durezza del Gaetano, la quale non era meno ripresa da’ cardinali; che da quella Santa Sede poteva aspettar ogni favore; che a tutti dispiaceva il rigore col quale Leone procedette, per instigazione d’altri e non per propria disposizione; gli soggionse anco che egli non era per disputare con esso lui delle cose controverse, non professando teologia, ma poteva ben con raggioni communi mostrargli quanto sarebbe ben riunirsi col capo della Chiesa. Perché, considerando che solo già 18 anni la dottrina sua era venuta in luce, e publicandosi aveva eccitato innumerabili sette, che l’una detesta l’altra, e tante sedizioni populari, con morte et esterminio d’innumerabili persone, non si poteva concluder che venisse da Dio: ben si poteva tenere per certo che era perniciosa al mondo, riuscendo da quella tanto male. Diceva il Vergerio: è un grand’amore di se stesso, et una stima molto grande dell’opinione propria, quando un uomo voglia turbare tutto ’l mondo per seminarla. "Se avete - diceva il Vergerio, - innovato nella fede in quale eravate nato et educato 35 anni per vostra conscienzia e salute, bastava che la teneste in voi. Se la carità del prossimo vi moveva, a che turbare tutto ’l mondo per cosa di che non vi era bisogno, poiché senza quella si viveva e serviva a Dio in tranquillità? La confusione - soggiongeva - è passata tanto oltre, che non si può differir piú il rimedio. Il pontefice è risoluto applicarlo con celebrar il concilio, dove convenendo tutti gli uomini dotti d’Europa, la verità sarà messa in chiaro, a confusione delli spiriti inquieti; et ha destinato per ciò la città di Mantova. E se ben nella divina bontà conviene aver la principale speranza, mettendo anco in conto l’opere umane, in potestà di Lutero è fare che il rimedio riesca facile, se vorrà ritrovarsi presente, trattare con carità, et obligarsi anco il pontefice, prencipe munificentissimo e che riconnosce le persone meritevoli". Gli raccordò l’essempio d’Enea Silvio, che, seguendo le proprie openioni, con molta servitú e fatica non si portò piú oltre che ad un canonicato di Trento; ma, mutato in meglio, fu vescovo, cardinale e finalmente papa Pio II. Gli raccordò Bessarione niceno, che, d’un misero caloiero da Trabisonda, diventò cosí grande e riputato cardinale e non molto lontano dal succeder papa.

Le risposte di Lutero furono, secondo il naturale costume suo, veementi e concitate, con dire che non faceva nissuna stima del conto in che fosse appresso la corte romana, della quale non temeva l’odio, né curava la benevolenza; che ne’ servizii divini s’implicava quanto poteva, se ben con riuscita di servo inutile; che non vedeva come fossero congionti a quei del pontificato, se non come le tenebre alla luce; nissuna cosa nella vita sua essergli stata piú utile che il rigore di Leone e la durezza del Gaetano, quali non può imputare a loro, ma gli ascrive alla providenza divina. Perché in quei tempi, non essendo ancora illuminato di tutte le verità della fede cristiana, ma avendo solo scoperto gli abusi nella materia delle indulgenze, era pronto di tener silenzio, quando da suoi avversarii fosse stato servato l’istesso. Ma le scritture del maestro del sacro palazzo, la superchiaria del Gaetano e la rigidezza di Leone l’avevano costretto a studiare e scoprire molti altri abusi et errori del papato meno tollerabili, i quali non poteva con buona conscienzia dissimulare et restar di mostrare al mondo. Aver il noncio per sua ingenuità confessato di non intender teologia, il che appariva anco chiaro per le raggioni proposte da lui, poiché non si poteva chiamare la dottrina sua nuova, se non da chi credesse che Cristo, gli apostoli et i santi padri avessero vivuto come nel presente secolo il papa, i cardinali et i vescovi; né si può far argomento contra la dottrina medesima dalle sedizioni occorse in Germania, se non da chi non ha letto le Scritture e non sa questa essere la proprietà della parola di Dio e dell’Evangelio, che, dove è predicato, eccita turbe e tumulti, sino al separar il padre dal figliuolo. Questa esser la sua virtú, che a chi l’ascolta dona la vita, a chi lo ripudia è causa di maggiore dannazione. Aggionse che questo era il piú universale difetto de’ romani: voler stabilir la Chiesa con governi tratti da ragioni umane, come se fosse uno stato temporale. Che questa era quella sorte di sapienza che san Paolo dice esser riputata pazzia appresso Dio, sí come il non stimare quelle raggioni politiche con che Roma governa, ma fidarsi nelle promesse divine e rimettere alla Maestà sua la condotta degli affari della Chiesa, è quella pazzia umana che è sapienza divina. Il far riuscir in bene e profitto della Chiesa il concilio non essere potestà di Martino, ma di chi lo può lasciare libero, acciò che lo spirito di Dio vi preseda e lo guidi, e la Scrittura divina sia regola delle deliberazioni, cessando di portarvi interessi, usurpazioni et artificii umani: il che, quando avvenisse, egli ancora vi apportarebbe ogni sincerità e carità cristiana, non per obligarsi il pontefice, né altri, ma per servizio di Cristo, pace e libertà della Chiesa. Non poter però aver speranza di veder un tanto ben, mentre non aparisce che lo sdegno di Dio sia pacificato per una seria conversione dell’ipocrisia; né potersi far fondamento sopra la radunanza di uomini dotti e letterati, poiché, essendo accesa l’ira de Dio, non vi è errore cosí assordo et irragionevole che Satan non persuada, e piú a questi gran savii che si tengono sapere, i quali la Maestà divina vuol confondere. Che da Roma non può ricevere cosa alcuna compatibile col ministerio dell’Evangelio. Né moverlo gli essempii di Enea Silvio o di Bessarione, perché non stima quei splendori tenebrosi, e quando volesse anco essaltare se stesso, potrebbe con verità replicare quello che da Erasmo fu detto facetamente, che Lutero, povero et abietto, arricchisce et inalza molti; esser molto ben noto ad esso noncio, per non andar lontano, che al maggio prossimo egli ha avuto gran parte nella creazione di Roffense et è stato causa totale di quella di Scomberg. Che se poi al primo è stata levata la vita cosí tosto, questo è d’ascrivere alla divina providenza. Non poté il Vergerio indurre Lutero a rimetter niente della sua fermezza, il quale con tanta costanza teneva la sua dottrina come se fosse veduta con gli occhi, e diceva che piú facilmente il noncio et anco il papa averebbe abbraciata la fede sua, che egli abbandonatala.

Tentò ancora il Vergerio altri predicatori in Vitemberg, secondo la commissione del pontefice, et altrove nel viaggio, né trovò inclinazione, come averebbe pensato, ma rigidità in tutti quelli che erano di conto, e quelli che si sarebbono resi, gli trovò di poco valore e di molta pretensione, sí che non facevano al caso suo.