Istoria del Concilio tridentino/Libro primo/Le indulgenze contese da Lutero

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Libro primo

Le indulgenze contese da Lutero

../Nel tempo di Leone X ../Lutero è citato a Roma IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Storia

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Dalle quali cose eccitato Martino Lutero, frate dell’ordine degli eremitani, li portò a parlar contra essi questori; prima riprendendo solamente i nuovi eccessivi abusi, poi, provocato da loro, incominciò a studiare questa materia, volendo vedere i fondamenti e le radici dell’indulgenza; li quali essaminati, passando dagli abusi nuovi alli vecchi e dalla fabrica alli fondamenti, diede fuora 95 conclusioni in questa materia, le quali furono proposte da esser disputate in Vitemberga; né comparendo alcuno contra di lui, se ben viste e lette, non furono da alcuno oppugnate in conferenza vocale, ma ben frate Giovanni Thecel, dell’ordine di san Domenico, ne propose altre contrarie a quelle in Francfort di Brandeburg.

Queste due mani di conclusioni furono come una contestazione di lite, perché passò inanzi Martino Lutero a scrivere in difesa delle sue, e Giovanni Ecchio ad oppugnarle, et essendo andate cosí le conclusioni, come le altre scritture, a Roma, scrisse contra Lutero frate Silvestro Prierio dominicano. La qual contesa di scritture sforzò una parte e l’altra ad uscir della materia e passar in altre di maggiore importanza.

Perché, essendo l’indulgenze cosa non ben essaminata ne’ precedenti secoli, né ancora ben considerata come si difendesse e sostentasse, o come si oppugnasse, non erano ben note la loro essenza e cause. Alcuni riputavano le indulgenze non esser altro ch’una assoluzione e liberazione, fatta per autorità del prelato, dalle penitenze che negli antichissimi tempi, per ragion di disciplina, la Chiesa imponeva a’ penitenti, (questa imposizione fu ne’ seguenti secoli dal solo vescovo assonta, poi delegata al prete penitenziario, e finalmente rimessa all’arbitrio del confessore), ma non liberassero di pagar il debito alla divina giustizia. Il che parendo ad altri che cedesse piú a maleficio, che a beneficio del popolo cristiano, il quale, coll’esser liberato dalle pene canoniche, si rendeva negligente a sodisfar con pene volontarie alla divina giustizia, entrarono in opinione che fossero liberazione dall’una e dall’altra. Ma questi erano divisi, volendo alcuni che fossero liberazione senza che altro fosse dato in ricompensa di quelle, altri, aborrendo un tal arbitrio, dicevano che, stante la communione in carità delli membri di Santa Chiesa, le penitenze di uno si potevano communicar all’altro e con questa compensazione liberarlo. Ma perché pareva che questo convenisse piú agli uomini di santa et austera vita, che all’autorità de prelati, nacque la terza opinione che le fece in parte assoluzione, per il che se li ricerchi l’autorità, et in parte compensazione. Ma non vivendo li prelati in maniera che potessero dar molto de loro meriti ad altri, si fece un tesoro nella Chiesa pieno de’ meriti di tutti quelli che ne hanno abondanza per loro proprii. La dispensazione del quale è commessa al pontefice romano, il quale, dando l’indulgenze, ricompensa il debito del peccatore con assegnare altretanto valor del tesoro. Né qui era il fine delle difficoltà, perché opponendosi che essendo i meriti de’ santi finiti e limitati, questo tesoro potrebbe venir a meno, volendolo fare indeficiente, vi aggionsero i meriti di Cristo che sono infiniti: d’onde nacque la difficoltà a che fosse bisogno di gocciole de’ meriti d’altri, quando si aveva un pelago infinito di quelli di Cristo. Che fu cagione ad alcuni di fare essere il tesoro delli meriti della Maestà sua solamente.

Queste cose cosí incerte allora e che non avevano altro fondamento che la bolla di Clemente VI fatta per il giubileo del 1350, non parevano bastanti per oppugnar la dottrina di Martino Lutero, risolvere le sue ragioni e convincerlo; perilché Thecel, Ecchio e Prierio, non vedendosi ben forti nelli luoghi proprii di questa materia, si voltarono alli communi e posero per fondamento l’autorità pontificia et il consenso delli dottori scolastici, concludendo che, non potendo il pontefice fallare nelle cose della fede et avendo egli approvata la dottrina de’ scolastici e publicando esso le indulgenze a tutti i fedeli, bisognava crederle per articolo di fede. Questo diede occasione a Martino di passar dalle indulgenze all’autorità del pontefice, la qual essendo dagli altri predicata per suprema nella Chiesa, da lui era sottoposta al concilio generale legitimamente celebrato, del quale diceva esservi bisogno in quella instante et urgente necessità; e continuando il calore della disputa, quanto piú la potestà papale era dagli altri inalzata, tanto piú da lui era abbassata (contenendosi però Martino nei termini di parlar modestamente della persona di Leone e riservando alle volte il suo giudicio). E per l’istessa ragione fu anco messa a campo la materia della remissione de peccati e della penitenza e del purgatorio, valendosi di tutti questi luoghi i romani per prova delle indulgenze.

Piú appositamente di tutti scrisse contra Martin Lutero, frate Giacomo Ogostrato, dominicano inquisitore, il qual tralasciate queste ragioni, essortò il pontefice a convincer Martino con ferro, fuogo e fiamme.