Istoria del Concilio tridentino/Libro quinto/Il papa imprende una riforma, ma non vuol concilio se non a Roma

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Libro quinto

Il papa imprende una riforma, ma non vuol concilio se non a Roma

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Il papa imprende una riforma, ma non vuol concilio se non a Roma
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Ma il pontefice fatti i fondamenti di sopra narrati, voltato alle cose spirituali, giudicò che era necessario acquistar credito appresso il mondo, il che non si poteva, se prima non si fosse veduta in fatti e non in parole riformata la corte di Roma. Perilché tutto intento a questo, nel fine di genaro del 1556 eresse una congregazione, dove erano 24 cardinali, 45 prelati et altre persone, le piú letterate della corte, al numero di 150; e gli divise in 3 classi, in ciascuna de’ quali erano 8 cardinali, 15 prelati et altri al numero di 50. A questi diede a discuter dubii tutti nella materia della simonia, i quali mise in stampa e mandò copia a tutti i prencipi, e diceva avergli publicati cosí, acciò pervenissero a notizia di tutte le università e studii generali e d’ogni uomo letterato, et avessero occasione tutti di far saper il parer loro, quale egli non aveva voluto ricchiedere apertamente, per non esser degnità di quella sede, che è maestra di tutti, d’andar mendicando il parer d’altri. Diceva ancora che per se medesimo non aveva bisogno d’instruzzione di nissuno, perché sapeva quello che Cristo commandava; ma aveva eretto la congregazione, acciò in una cosa dove tutti erano interessati non si dicesse che volesse far di suo capo. Aggiongeva che quando avesse nettato sé e la sua corte, che non gli potesse esser detto: "Medico guarisci te stesso", mostrerà a prencipi che nelle loro corti è maggior simonia e vorrà levarla, essendo cosí superior a prencipi come a’ prelati.

Nella prima congregazione della prima classe, la qual fu tenuta a’ 26 marzo inanzi il cardinale Bellai, decano del collegio, parlarono 12 e furono 3 opinioni: una del vescovo di Feltre, il qual difese che per l’uso della potestà spirituale non era inconveniente il pigliar danari, quando non sia per preggio, ma per altro rispetto; l’altra del vescovo di Sessa, che ciò non fosse lecito in nissun modo e con nissuna condizione, e che assolutamente fosse simonia detestabile cosí il dar, come il ricever, non potendo scusar pretesto di qualsivoglia sorte; la terza del vescovo di Sinigaglia, media tra queste due, che fosse lecito, ma in certo tempo solamente e con certe condizioni. Finiti i voti di quella classe ne’ giorni seguenti e portati al pontefice fatte le feste di Pasca, egli, vedendo la diversità delle opinioni, fu quasi in resoluzione di publicar una bolla secondo il suo senso: che non fosse lecito ricever premio o presente o elemosina, non solo dimandata, ma né meno spontaneamente offerta per qual si voglia grazia spirituale; e quanto alle dispensazioni matrimoniali, che non voleva piú concederne, et ancora era d’animo di rimediare, quanto si poteva senza scandalo, alle concesse per il passato. Ma tante furono le dilazioni e gl’impedimenti interposti da diversi, che non seppe venir a risoluzione.

Gli proponevano alcuni che era necessario trattar una tal cosa in concilio generale; il che sentendo egli con eccessiva escandescenza, diceva non avere bisogno di concilio, essendo sopra tutti. Ma al cardinale Bellai, qual soggionse non esser necessario concilio per aggionger autorità al pontefice, ma ricercarsi per trovar modo d’essecuzione, la qual non può esser uniforme in tutti i luoghi, concluse che, se bisognerà, farà concilio in Roma e che non è necessario andar altrove, e che per tanto egli mai aveva voluto dar il suo voto che il concilio si facesse in Trento, come era notorio che era un farlo in mezo i luterani: perché il concilio si ha da far da’ vescovi solamente; che si possono ben admetter per conseglio altre persone, ma catoliche solamente, altrimenti bisognerebbe admetter anco il Turco; e che era stata una gran vanità mandar nelle montagne 60 vescovi de’ manco abili e 40 dottori de’ meno sufficienti, come già due volte s’era fatto, e creder che da quelli potesse esser regolato il mondo meglio che dal vicario di Cristo col collegio di tutti i cardinali, che sono le colonne di tutta la cristianità, scielti per i piú eccellenti di tutte le nazioni cristiane, e con conseglio de’ prelati e dottori che sono in Roma, i piú letterati del mondo, e numero molto maggiore di quello che con ogni diligenza si può ridurre a Trento.

Ma quando andò nuova a Roma della concessione del calice dal duca di Baviera fatta a’ suoi sudditi, entrò in grandissima escandescenza contra di lui: pur mise questa appresso le altre cose, a’ quali dissegnava proveder tutt’insieme, pieno di speranza che ogni cosa gli dovesse esser facile, riformata la corte, e non turbandosi, quantonque vedesse il numero crescere. Imperoché pochi giorni dopo l’ambasciatore di Polonia, andato espresso per congratularsi con Sua Santità per la sua assonzione al pontificato, gli fece per nome del re e del regno 5 dimande: di celebrar la messa nella lingua pollaca; di usar la communione sub utraque specie; il matrimonio de’ preti; che il pagamento delle annate fosse levato, e che potessero far un concilio nazionale per riformar i proprii abusi del regno e concordar la varietà delle opinioni. Le qual dimande ascoltò con indicibile impazienza e si pose a detestarle acerrimamente ad una per una con eccessiva veemenzia. E per conclusione disse che un concilio generale in Roma farebbe conoscer le eresie e le male opinioni di molti, alludendo alle cose fatte in Germania, in Austria et in Baviera. Et essendo il pontefice per queste raggioni quasi risoluto in se stesso, o volendo mostrar di esserne, che fosse necessario far il concilio, disse a tutti gl’ambasciatori che scrivessero a suoi prencipi la deliberazione di far un concilio lateranense simile a quell’altro cosí celebre. E destinò noncii all’imperatore et al re di Francia per essortargli alla pace tra loro, se ben in Francia aveva negoziazione piú secreta. Diede commissione di raggionargli del concilio; e nel concistoro con longo raggionamento, come egli era molto abondante, disse esser necessario celebrarlo presto, poiché oltra la Boemia, Prussia e Germania, quali erano grandemente infette (tal furono le formali parole), la Polonia ancora stava in pericolo; né la Francia e la Spagna stavano ben, dove il clero era mal trattato. Quanto alla Francia, quello che egli principalmente riprendeva era l’essazzione delle decime, che il re riscuoteva dal clero ordinariamente. Ma contra Spagna era maggiormente irritato, perché, essendo stato concesso da Paolo III e Giulio all’imperatore Carlo, per sussidio delle guerre di Germania, i mezi frutti e quarte, egli, non sodisfatto del recesso d’Augusta, revocò la concessione. Ma in Spagna si perseverava, riscuotendo anco per forza di sequestri e carceri.

Non s’asteneva di dir che l’imperatore era un eretico, che ne’ principii favorí gl’innovatori di Germania per abbassar quella Santa Sede, a fine di farsi patrone di Roma e di tutta Italia; che tenne Paolo III in perpetui travagli, ma non gli riuscirebbe l’istesso verso lui. Aggiongeva che, se bene a questi inconvenienti tutti egli aveva autorità di rimediare, non voleva però farlo senza un concilio, per non pigliar tanto carico sopra sé solo; che l’averebbe convocato in Roma e chiamato lateranense; et aveva dato commissione di significarlo all’imperatore et al re di Francia per urbanità, ma non per aver da loro consenso o conseglio, perché vuole che obediscano. Che era ben certo non dover piacer a nissun de’ 2 prencipi, per non esser a loro proposito, vivendo come fanno, e che diranno molte cose in contrario per disturbarlo; ma lo convocherà contra il loro volere e farà conoscer quanto può quella Sede, quando ha un pontefice animoso. Il 26 del mese di maggio, anniversario della sua coronazione, desinando con lui, secondo il solito, tutti i cardinali et ambasciatori, dopo il desinar entrò in raggionamento del concilio e disse la sua deliberazione esser di celebrarlo onninamente in Roma e che per urbanità lo faceva intender a’ prencipi, et accioché i prelati avessero le strade sicure. Però, quantonque non vi fossero andati altri prelati, l’averebbe fatto con quelli soli che si ritrovavano in corte, perché sapeva ben lui quanta autorità aveva.

Mentre il papa è attento alla riforma, andò aviso a Roma esser stata conclusa per mezo del cardinale Polo, che per nome della regina d’Inghilterra s’interpose, la tregua tra l’imperatore et il re di Francia a’ 5 febraro; le qual cose resero attonito il pontefice e maggiormente il cardinale Caraffa, essendo trattata e conclusa senza loro. Al papa principalmente dispiaceva per la diminuzione della riputazione e per il pericolo che portava, se quei prencipi si fossero congionti, a discrezione de’ quali gli sarebbe convenuto stare. Al cardinale, impaziente della quiete, pareva che 5 anni nella decrepita età del zio gli levavano totalmente le occasioni di adoperarsi a scacciar dal regno i spagnuoli, tanto da lui odiati; con tutto ciò, non perduto d’animo, mostrò il papa sentir allegrezza della tregua, non però contentarsene intieramente. Poiché per il concilio che dissegnava fare diceva esser necessaria una pace, la qual egli era risoluto trattare, et a questo fine mandar legati all’un e l’altro prencipe, essendo certo di doverla concludere, perché voleva adoperar l’autorità. Non voleva esser per le loro guerre impedito dal governo della Chiesa, commessogli da Cristo. Destinò legati, all’imperatore Scipion Rebiba, cardinale di Pisa, et al re di Francia il cardinale Caraffa, nipote. Questo andò in diligenza, all’altro fu dato ordine di caminar lentamente. Al Rebiba diede instruzzione d’essortar l’imperatore all’emendazione di Germania, la quale non s’aveva sin ora effettuato, perché nissun aveva in quell’impresa caminato di buon piede. Conosceva i mancamenti de’ suoi precessori, i quali per impedir la riforma della corte, impedirono ogni buon progresso del concilio. Tutt’incontrario egli deliberava esser il promotor della riforma e deliberava di celebrar un concilio inanzi sé e da questo capo incomminciare, con certezza che, quando i protestanti avessero veduto tolti quegli abusi per quali si sono separati dalla Chiesa e restano tuttavia contumaci, desidereranno e concorreranno a ricever i decreti et ordinazioni e si farà un concilio, dove si riformerà non in parole, ma in fatti, il capo, i membri, l’ordine ecclesiastico e laicale, i prencipi et i privati. Ma per far cosí buon’opera non esser bastante una tregua di 5 anni, imperoché nelle tregue i sospetti non sono minori che nella guerra, e sempre si sta sul prepararsi per quando finiranno: esser necessaria una pace perpetua, che levi tutti i rancori e sospizzioni, acciò unitamente tutti possino senza fini mondani tender a quello che concerne l’unione e riforma della Chiesa. Dell’istesso tenore fu l’instruzzione che diede al Caraffa et ebbe gusto che queste si publicassero e ne oscisse qualche copia.

Credeva la corte universalmente che il papa facesse cosí frequente et efficace menzione di concilio, acciò altri non lo proponesse a lui e con quello minacciasse prencipi e tutto ’l mondo, a fine di far che l’aborrissero; ma si conobbe dopo che per altra via egli dissegnava liberarsi dalla molestia data a’ suoi precessori. Imperoché quando si proponeva la sola riforma del pontefice e della corte, e degl’essenti e privilegiati dependenti dal pontificato, si giocava solo sopra il suo, et ogni un, cosí prencipe, come popolo e privato, non trattandosi di poter perder per loro, insisteva in sollecitar concilio; ma proponendo egli riforma dell’ordine ecclesiastico tutto e laicale ancora, e de’ prencipi massime, con una inquisizione severissima che dissegnava instituire, metteva le cose al pari, sí che non s’averebbe trattato di lui solo, ma degli altri piú principalmente; e questo era l’arcano col quale dissegnava tener tutti in timore e sé in riputazione di bontà e valore: e quanto al concilio governarsi secondo le congionture; tenendo però fermo il ponto di farlo in Roma.

Ma tornando a’ legati: al nipote diede instruzzione libera di tentar l’animo del re, e quando lo vedesse risoluto a servar la tregua, intonargli l’istesso canto del concilio, et al Rebiba ordinò di governarsi nel piú e nel meno della via conforme a quello che il nipote gli avesse avisato. Il Caraffa portò al re la spada et il capello benedetto dal papa la notte del Natale, secondo l’uso. Della pace non fece alcuna menzione, ma rappresentò al re che per la tregua de 5 anni, se ben non era violata la lega, era nondimeno resa vana, con gran pericolo del zio e di tutta la casa sua, poiché già per le operazioni de’ spagnuoli ne avevano sentito qualche odore. Gli raccommandò con grand’efficacia di parole la religione et il pontificato, de’ quali i suoi maggiori avevano tenuto unica e singular protezzione, et il pontefice stesso e la casa tanto devota a Sua Maestà; il che non era alieno dalla mente del re, solo restava ambiguo per la decrepità del papa, temendo che potesse mancar a ponto quando fosse maggior bisogno. Caraffa, penetrato questo, trovò rimedio, promettendo che il papa farebbe tal numero de cardinali parziali di Francia e nimici de’ spagnuoli, che averebbe sempre un pontefice dalla sua. Le persuasioni del cardinale con la promessa della promozione e l’assoluzione che gli diede per nome del papa dal giuramento delle tregue, congionte con gl’officii del cardinale di Lorena e fratello, fecero risolver il re a muover la guerra, con tutto che i prencipi del suo sangue e tutti i grandi della corte aborrissero l’infamia di romper la tregua e ricever assoluzione dal giuramento. Fatta la conclusione, il Caraffa ricchiamò il legato destinato all’imperatore, che era gionto a Mastric, e lo fece divertir dall’andar a Cesare, dal quale era lontano due sole giornate, e voltar in Francia. Il che diede indicio manifesto all’imperatore et al re suo figlio che in Francia fosse stata conclusa cosa contra di loro.