Istoria del Concilio tridentino/Libro quinto/Nuovo conclave, il qual crea papa Paolo IV

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Libro quinto

Nuovo conclave, il qual crea papa Paolo IV

../Giulio III muore, et è eletto Marcello II, il quale vuole concilio e riforma ../La dieta d'Augusta, dopo molte contese, fa il decreto della pace di religione IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Storia

Libro quinto - Giulio III muore, et è eletto Marcello II, il quale vuole concilio e riforma Libro quinto - La dieta d'Augusta, dopo molte contese, fa il decreto della pace di religione

Onde congregati di nuovo i cardinali in conclavi, facendo molta instanza il cardinale d’Augusta, aiutato anco dal Morone, che tra i capitoli soliti formarsi e giurarsi da’ cardinali vi fosse posto che il futuro pontefice, con conseglio del collegio, per dar fine alla riforma incomminciata, per determinar le rimanenti controversie della religione e per trovar modo come far ricever il concilio celebrato in Trento alla Germania, fra termine di 2 anni ne convocherebbe un altro, et essendo il collegio de’ cardinali numeroso molto fu anco capitolato che per 2 anni non potesse il nuovo pontefice creare piú di 4 cardinali. Et a 23 del seguente fu creato Giovanni Pietro Caraffa, che si chiamò Paolo IV, ripugnando quanto potero i cardinali imperiali, perché era stimato poco amico di quella Maestà per antichi disgusti ricevuti essendo in Spagna alla corte regia, dove serví 8 anni, vivendo ancora il re Ferdinando Catolico, e per il possesso negatogli pochi anni inanzi dell’arcivescovato di Napoli per la commune inclinazione de’ baroni napolitani. A questo s’aggiongeva la severità de’ costumi suoi, che rese ancora tutta la corte molto mesta, e la pose in maggior timore di riforma che tutto il passato sostenuto nelle trattazioni del concilio. La severità del viver, quanto alla persona e casa sua, la depose immediate creato; ché interrogato dal maestro di casa come voleva che gli fosse apparecchiato, disse: "Come ad un gran prencipe conviene". E volle esser coronato con maggior pompa del solito, che tale non era in memoria: et in tutte l’azzioni affettava di tener magnificamente il grado et apparir pomposo e sontuoso; e co’ nipoti e parenti si mostrò cosí indulgente, come qual pontefice fosse preceduto; la severità verso gl’altri affettò d’asconderla, mostrando grandissima umanità; però in poco tempo ritornò a mostrar il suo naturale.

Ricevette a grande sua gloria che il primo giorno del suo pontificato entrarono in Roma li 3 ambasciatori inglesi spediti sotto Giulio, come s’è detto, et il primo concistoro dopo la coronazione fu publico: in quello furono introdotti, dove prostrati a’ suoi piedi, a nome del regno accusarono i falli passati, narratigli tutti ad uno ad uno, che cosí il papa volle, confessandosi ingrati de infiniti beneficii dalla Chiesa ricevuti e chiedendone umil perdono. Il pontefice gli perdonò, gli levò di terra et abbracciò, et in onor di quei re diede titolo di corona regale all’Ibernia, concedendogli tali degnità per l’autorità che il pontefice ha da Dio, posto sopra tutti i regni, per spiantar li contumaci et edificarne de nuovi. Dagl’uomini di giudicio, che allora non seppero la vera causa di tal azzione, fu riputata una vanità, non vedendosi che profitto, né di potestà, né di onorevolezza sia ad un re l’aver piú titoli nel paese che possede, e vedendosi piú onorato il re Cristianissimo per il solo titolo di re di Francia, che se fosse il suo Stato diviso in tanti titoli regii, quante provincie possede. Né pareva molto opportuno in quei tempi il dire d’aver da Dio autorità d’edificar e spiantar regni. I consapevoli della vera causa non l’ebbero per vanità, anzi per arcano solito da molto tempo usarsi. Enrico VIII, dopo separato dal pontefice, eresse l’Ibernia in regno e si chiamò re d’Anglia, Francia et Ibernia. Questo titolo, continuato da Edoardo, fu assonto anco da Maria e dal marito. Il papa, subito creato, entrò in risoluzione ch’il titolo d’Ibernia fosse da quei re deposto, affermando constantemente non appartener ad altri che a lui dare titolo regio. Ma difficil cosa pareva poter indur l’Inghilterra a deponer un titolo che già da 2 re era usato e dalla regina, senza altro pensare, continuato; trovò temperamento, dissimulando di saper il fatto da Enrico, d’eriger esso quell’isola in regno, che in quella maniera poteva il mondo creder il titolo esser usato dalla regina come donato dal papa, non come decretato dal padre. Cosí spesso i papi hanno donato quello che non hanno potuto levare a’ possessori, e questi, per fuggire le contenzioni, parte hanno ricevuto le cose proprie in dono, e parte hanno dissimulato di saper il dono e la pretensione del donatore. Ma ne’ raggionamenti che passarono tra il papa e gl’ambasciatori in privato, riprese che non fossero stati intieramente restituiti tutti i beni della Chiesa, dicendo che ciò non era da tolerarsi in modo alcuno, e che in ogni maniera era necessario ricuperargli tutti sino al valore d’un minimo quadrante; perché le cose di Dio non possono mai ritornar ad uso umano, e chi teneva qualsivoglia minima parte di quei beni era in continuo stato di dannazione: e se egli avesse facoltà di concedergli, lo farebbe prontissimamente per pietà paterna e per aver esperimentato la loro filial ubedienza; ma la sua autorità non estendersi a poter profanare le cose dedicate a Dio, e dover Inghilterra esser certa che quello sarebbe un anatema et una contagione, che averebbe per divina vendetta tenuto sempre quel regno in perpetua infelicità. Incaricò gl’ambasciatori di scriverne immediate; né contento d’averne una volta parlato, con ogni occasione replicava l’istesso. Gli disse anco chiaramente che quanto prima si mettesse ordine di ritornar in uso l’essazzione del danaro di san Pietro, per qual causa egli, secondo il costume, averebbe mandato un essattore; che quel carico d’essattore era stato essercitato 3 anni da lui, mandato a questo effetto in Inghilterra con molta sua edificazione, vedendo la prontezza nel popolo e ne’ plebei maggiormente; gli inculcava che non potevano sperare che da san Pietro fosse loro aperto il cielo, mentre che usurpassero le cose proprie di quel santo in terra. Questa relazione, fatta alla regina con molti altri ufficii che successivamente erano da Roma continuati, fecero che ella s’adoperò con tutti gli spiriti a questo. Ma perché molti della nobiltà, e massime de’ piú grandi, avevano incorporato diverse entrate nella case loro, non si poté esseguire. Essa ben restituí tutte le decime e qualonque cosa ecclesiastica applicata al fisco regio dal fratello e dal padre. Gl’ambasciatori partirono da Roma molto lodati e favoriti dal papa per la sommissione da loro usata, modo col quale facilmente s’acquistava la sua grazia.

Immediate dopo la creazione del nuovo pontefice, gl’imperiali et i francesi a gara usarono ogni arte per acquistarselo. Ma il cardinale di Lorena, che molto ben penetrava l’umore, lo confermò nell’affezzione francese, dicendogli in consistoro, oltre diversi ufficii fatti in privato, che il re conosceva la Chiesa gallicana aver bisogno di riforma et esser parato d’aiutar Sua Santità, o mandando i prelati al concilio, se ella giudicava ben, o in qualonque altro modo gli fosse parso piú opportuno.