Istoria del Concilio tridentino/Libro quinto/Pio IV, eletto papa, si pacifica con Ferdinando, e pensa al concilio

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Libro quinto

Pio IV, eletto papa, si pacifica con Ferdinando, e pensa al concilio

../Filippo in Spagna procede con ogni rigore contra i luterani, et in Francia il Borgo è arso per la medesima causa ../Il duca di Savoia chiede permissione d'una conferenza di religione IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Storia

Libro quinto

Pio IV, eletto papa, si pacifica con Ferdinando, e pensa al concilio
Libro quinto - Filippo in Spagna procede con ogni rigore contra i luterani, et in Francia il Borgo è arso per la medesima causa Libro quinto - Il duca di Savoia chiede permissione d'una conferenza di religione

Ma in Roma, dopo varie contenzioni e prattiche per crear papa Mantova, Ferrara, Carpi e Puteo, finalmente la notte seguente il 24 decembre fu creato pontefice Giovanni Angelo cardinale de’ Medici, che si chiamò Pio IV, il quale, quietati i tumulti della città et assicurati gl’animi di tutti con un general perdono delle cose commesse in sedizione, voltò l’animo subito a’ due capi giurati, concernenti le cose piú communi, et il 30 del stesso mese, congregati 13 cardinali e con loro consultato sopra la reiezzione dell’ambasciaria di Ferdinando e la deliberazione di Paolo di non riconoscerlo per imperatore, fu commun parere che gli fosse stato fatto torto. Ma trattando longamente come rimediare all’inconveniente e, dopo molte cose proposte e discusse, non trovando come introdur negozio senza pericolo di maggior incontri, quando gl’elettori fossero intromessi in questa meschia, come sarebbe stato impossibile tenergli fuori, fu commun parer che ogni negoziazione fusse da fuggire, come quella che terminerebbe con qualche indegnità del pontefice, e che meglio era non aspettar che l’imperatore facesse alcuna ricchiesta. Fu approvato il parere dal pontefice, parendogli che era prudenza donare quello che non si poteva né vender, né ritenere, e mandò immediate a chiamar Francesco della Torre, ministro dell’imperatore che era in Roma, e gli disse che egli approvava la rinoncia di Carlo e la successione di Ferdinando all’Imperio, e che gl’averebbe scritto co’ titoli consueti e che di ciò dovesse avisare.

Applicò l’animo dopo questo al concilio, certo in se stesso che gliene sarebbe fatto instanza da diverse parti. Molte difficoltà gl’andavano per l’animo, sí come esso diceva, conferendo col cardinale Morone, in che confidava per la prudenza et amicizia, se era ben per la Sede apostolica far il concilio o no, e se non, quello che fosse meglio: negarlo assolutamente et opporsi alla libera a chi lo chiedeva, o mostrar di volerlo, mettendogli impedimenti oltra quelli che il negozio da sé porterebbe; e se il celebrarlo era utile, quello che fosse meglio: aspettar d’esser ricchiesto, o pur prevenire e ricchiedere. Se gli rapresentavano alla mente le cause perché Paolo III sotto colore di traslazione lo disciolse, et i pericoli scorsi da Giulio, se la buona ventura non l’avesse aiutato; non esservi già un Carlo imperatore al presente, del quale si possi tanto temere, ma quanto i prencipi sono piú deboli, tanto i vescovi esser piú gagliardi e doversi aver maggior avvertenza a questi, che non possono alzarsi se non sopra le rovine del ponteficato. L’opporsi a chi domanderà concilio all’aperta esser cosa piena di scandalo, per il nome specioso e per l’openione che il mondo ha, se ben vana, che ne debbia seguir frutto, e perché ogni uno è persuaso che per l’aborrimento della riforma venga ricusato il concilio, esser cosa di tanto maggior scandalo, e se poi per necessità si venga a conceder quello che assolutamente sia negato, esser una total perdita della riputazione, oltra che incita il mondo a procurar l’abbassamento di chi s’è opposto. In queste perplessità teneva il pontefice per cosa chiara non potersi far concilio con frutto alcuno della Chiesa e de’ regni divisi e senza mettere in pericolo l’autorità ponteficia, e che di questa verità il mondo era incapace; perilché non poteva opporsi all’aperta. Ma restava incerto se, ricercandolo i re o i regni, le congionture delle cose future potessero divenir tali che gl’impedimenti occolti avessero effetto. Tutto pensato, concluse in ogni evento, per restar piú nascosto, esser ben mostrarsi pronto, anzi desideroso, e prevenir i desiderii degl’altri [per restar piú nascosto] nell’attraversarli e per aver maggior credito in rapresentare le difficoltà contrarie, rimettendo alle cause superiori quella deliberazione alla quale il giudicio umano non può giongere.

Cosí risoluto di queste tanto, e non piú oltre, fatta la coronazione all’Epifania, il dí 11 del mese tenne una numerosa congregazione de cardinali, nella quale con longhe parole manifestò l’animo suo esser di riformar la corte e di congregar il concilio generale, imponendo a tutti che pensassero le cose degne di riforma et il luogo, tempo et altri preparatorii per congregar una sinodo, che non riuscisse con frutto di quella che già due volte fu congregata; e dopo questo, ne’ privati raggionamenti cosí con cardinali, come con ambasciatori, in ogni occasione parlava di questa sua intenzione; non però operava cosa che la dimostrasse piú chiaramente.

Andò l’aviso all’imperatore a Vienna di quello che il papa aveva al suo ministro intimato; il qual immediate deputò ambasciatore, et inanzi la partita di quello scrisse al pontefice, rallegrandosi dell’assonzione sua e ringraziandolo che paternamente e saviamente aveva posto fine alla difficoltà promossagli da Paolo IV contra raggione et equità, dandogli conto dell’ambasciatore destinato. Questo fu Scipione conte di Arco, che a’ 10 febraro gionse in Roma, e nel principio riscontrò in gran difficoltà, avendo commissione dall’imperatore di render al papa solo riverenza, et essendo il papa risoluto che gli rendesse ubedienza, mostrando che gl’altri ambasciatori cesarei cosí avevano usato verso i precessori suoi, parlando risolutamente che in altra maniera non era per admeterlo. L’ambasciatore di Spagna et il cardinal Pacceco lo consegliavano a non trapassar le commissioni avute, in contrario lo inducevano il cardinale Morone e Trento: il parer de’ quali fu seguito dal conte, perché l’imperatore gli aveva commesso che con quei cardinali consegliasse tutte le cose sue. Spedita in consistoro la ceremonia con sodisfazzione del papa, nella prima audienza privata, dovendo l’ambasciatore per nome di Cesare pregarlo a convocar il concilio per componer i dissidii di Germania, fu dal papa prevenuto con molto contento dell’ambasciatore, quale, credendo dover trattar col papa di cosa dispiacevole, s’era preparato di rapresentarla con molta dolcezza per farla ascoltare piú facilmente. Gli disse il papa che, essendo in conclavi, tra i cardinali s’era trattato di rimetter il concilio, nel che egli era stato parte molto principale e fatto pontefice era maggiormente confermato nella stessa deliberazione; non volendo però caminar in questo alla cieca, ma in modo che non s’incontri difficoltà, come le altre volte è avvenuto. Ma prima siano premesse le disposizioni necessarie, acciò ne succeda il frutto desiderato. Trattò l’istesso dopo con gl’ambasciatori di Francia e di Spagna, e scrisse a’ noncii suoi di rappresentar l’istesso a loro re. Ne parlò anco con gl’ambasciatori di Portogallo e de’ prencipi italiani che erano in Roma.