Istoria del Concilio tridentino/Libro secondo/Diverse openioni sopra 'l canone de' libri sacri

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Libro secondo

Diverse openioni sopra 'l canone de' libri sacri

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Libro secondo

Diverse openioni sopra 'l canone de' libri sacri
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Nel secondo articolo le openioni furono conformi in questo, che secondo gli antichi essempii si facesse catalogo de’ libri canonici, nel quale fossero registrati tutti quelli che si leggono nella Chiesa romana, eziandio quelli del Vecchio Testamento che dagli ebrei non sono ricevuti; e per prova di ciò fu da tutti allegato il concilio laodiceno, Innocenzio I pontefice, il III concilio cartaginense e Gelasio papa. Ma furono 4 openioni. Alcuni volevano che doi ordini fossero fatti: nel primo si ponessero quei soli che da tutti sono sempre stati ricevuti senza contradizzione; nell’altro quelli, quali altra volta sono stati reietti o di loro dubitato; e si diceva che, se ben ciò non si vede fatto precedentemente da nissun concilio o pontefice, nondimeno era sempre cosí stato inteso; perché sant’Agostino fa una tal distinzione e l’autorità sua è stata canonizata nel canone In canonicis, e san Gregorio, che fu posterior anco a Gelasio, sopra Iob dice de’ libri de’ Macabei che sono scritti per edificazione, se ben non sono canonici.

Fra Aloisio di Catanea dominicano diceva che questa distinzione era fatta da san Gierolamo, ricevuto come regola e norma dalla Chiesa per constituir il canone delle Scritture, et allegava il cardinal Gaetano, il quale esso ancora gli aveva distinti, seguendo san Gierolamo come regola infallibile dataci dalla Chiesa, e cosí scrisse a papa Clemente VII, mandandogli l’esposizione sua sopra i libri istoriali del Vecchio Testamento. Altri erano di parere che tre ordini fossero stabiliti: il primo di quelli che sempre furono tenuti per divini; il secondo di quelli che altre volte hanno ricevuto dubio, ma, per uso, ottenuto autorità canonica, nel qual numero sono le sei Epistole, e l’Apocalisse del Nuovo Testamento et alcune particole degli evangelisti; il terzo di quelli che mai sono certificati, quali sono i sette del Vecchio Testamento et alcuni capi di Daniele e di Ester. Altri riputavano meglio non far alcuna distinzione, ma immitare il concilio cartaginense e gli altri, ponendo il catalogo senza dire piú parole. Un altro parere fu che si dicchiarassero tutti, in tutte le parti, come si ritrovano nella Bibia latina, essere di divina et ugual autorità. Maggior pensiero diede il libro di Baruc, il quale non è posto in numero né da’ laodiceni, né da’ cartaginesi, né da’ pontefici romani, e si sarebbe tralasciato cosí per questa causa, come perché non si sapeva trovar il principio di quel libro; ma ostava che nella Chiesa se ne legge lezzione, raggione stimata cosí potente che fece risolvere la congregazione, con dire che dagli antichi fu stimato parte di Ieremia e compreso con lui.

Nella congregazione del venere 5 marzo, essendo andato aviso che i pensionarii del vescovo di Bitonto dimandavano in Roma d’essere pagati, e per questo l’avevano fatto citar inanzi l’auditore, facendo instanza che fosse costretto con scommuniche et altre censure, secondo lo stile della corte, a fare il pagamento, egli si lamentava dicendo che i suoi pensionarii avevano raggione, ma né egli aveva il torto, perché, stando in concilio, non poteva spendere manco di 600 scudi all’anno e, detratte le pensioni, non ne restava a lui piú che 400, onde era necessario che fosse sgravato o sovvenuto degli altri 200. I prelati poveri, come in causa commune, s’adoperavano in suo servizio et alcuni d’essi passarono in qualche parole alte, dicendo che questo fosse un’infamia del concilio, quando ad un officiale della corte di Roma fosse permesso usare censure contra un prelato essistente in concilio; esser una mostruosità, che averebbe dato da dire al mondo che il concilio non fosse libero; che l’onor di quel consesso ricercava che fosse citato a Trento l’auditore, overo usato verso di lui qualche risentimento che conservasse la degnità della sinodo illesa. Alcuni anco passavano a dannare l’imposizione delle pensioni, dicendo essere ben causa giusta et usata dall’antichità che le chiese ricche sovvenissero le povere, non però costrette, ma per carità, né levando a se stesse le cose necessarie; cosí anco aver insegnato san Paolo; ma che i poveri prelati, di quello che era necessario per la sostentazione propria, fossero costretti con censure a rifondere a’ ricchi, essere cosa intolerabile; e questo esser un capo di riforma da trattar in concilio, riducendo la cosa all’antico e veramente cristiano uso. Ma i legati, considerando quanto fossero giuste le querele e dove potevano capitare, quietarono ogni cosa con promettere che averebbono scritto a Roma e fatto onninamente desistere dal processo giudiciale et operato che in qualche modo fosse proveduto al vescovo, sí che potesse mantenersi in concilio.

Avendo tutti i teologi finito di parlare, il dí 8 fu intimata congregazione per il seguente, se ben non era giorno ordinario, non tanto per venir a fine di stabilire decreto sopra gli articoli disputati, quanto per decoro del concilio, che in quel giorno dedicato a festa profana del carnovale, i padri si occupassero nelle cose conciliari; et allora fu da tutti approvato che le tradizioni fossero ricevute come di ugual autorità alla Scrittura, ma non concordarono nella forma di tessere il catalogo de’ libri divini; et essendo 3 openioni, l’una di non descendere a particolar libri, l’altra di distinguer il catalogo in tre parti, la terza di farne un solo, ponendo tutti i libri d’ugual autorità, né essendo ben tutti risoluti, furono fatte tre minute, con ordine che si pensasse accuratamente per dire ciascuno quale ricevesse nella seguente congregazione, che il giorno 12 non si tenne per l’arrivo di don Francesco di Toledo, mandato dall’imperatore ambasciatore per assistere al concilio come collega di don Diego; il qual fu incontrato dalla maggior parte de’ vescovi e dalle famiglie de’ cardinali.

Arrivò in Trento in questo tempo il Vergerio, di sopra piú volte nominato, andato non per volontà d’intervenir al concilio, ma fuggendo l’ira del suo popolo, concitato contra lui come causa della sterilità della terra, e da frate Annibal Grifone inquisitore; né sapeva dove poteva stare con degnità et avere commodo maggiore di giustificarsi dalle imputazioni del frate, che lo publicava per luterano non solo nell’Istria, ma appresso il noncio di Venezia et il papa; delle qual cose essendo anco i legati del concilio avisati, l’esclusero d’intervenire negli atti publici come prelato, se prima non si fosse giustificato appresso il pontefice, dove lo essortarono efficacemente andare, e se non avessero temuto di far parlare contra la libertà del concilio, sarebbono usciti dalle essortazioni. Ma egli, vedendo di star in Trento con maggiore indegnità, pochi dí dopo si partí con animo di tornar al vescovato, reputando la sedizione populare esser acquietata; ma gionto a Venezia, gli fu proibito d’andarci dal noncio, quale aveva ricevuto ordine da Roma di formare processo contra di lui; di che sdegnato o intimorito o per qualche altra causa che fosse, non molti mesi dopo uscí d’Italia.