Istoria del Concilio tridentino/Libro secondo/In Trento si passa il tempo in dispute

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Libro secondo

In Trento si passa il tempo in dispute

../La mossa d'armi turba il concilio ../Sono formati gli articoli de' luterani sopra il libero arbitrio IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Storia

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I legati in Trento, liberati dalla soldatesca, regolarono secondo lo stile di prima le congregazioni, ritornandole a’ giorni ordinarii e pensando tra loro come andar portando il tempo inanzi, secondo l’intenzione del papa: non trovarono altro modo se non con mostrar che l’importanza della materia ricercava essatta discussione, e con allongare le dispute de’ teologi, dando adito, et aggregando nuove materie, del che non era da temer mancamento d’occasione, atteso che, o per la connessione, o per intemperanza d’ingegno, sempre i dottori passano facilmente d’un ad altro soggetto. Consegliarono anco di fomentar le differenze e varietà d’opinioni, cosa di facil riuscita, cosí per la naturale inclinazione dell’uomo di vincere nelle dispute, come perché nelle scole, massime de’ frati, la sovverchia fermezza nell’opinione della propria setta è molto accostumata. Il Monte, come di natura ingenua, teneva il negozio per difficile, né si prometteva di poter servar constanza in cosí longa dissimulazione, de quale si vedeva bisogno. Ma Santa Croce, di natura melanconica et occolta, si offerí di pigliar in sé il carico di guidar il negozio.

Adonque nella congregazione de’ 20 agosto, parendo che sopra i 25 articoli fosse tanto parlato che bastasse per formare gli anatematismi, si propose di deputare padri a comporgli; e furono nominati 3 vescovi e 3 generali, e primo di tutti il Santa Croce, e fatta una modula de’ canoni e proposta per discutere nelle congregazioni seguenti, ritornarono le medesime dispute della certezza della grazia, delle opere morali de’ infedeli e peccatori, del merito de congruo, dell’imputazione, della distinzion della grazia e carità, e si parlò con maggior efficacia dalli interessati nelle opinioni, aiutando il cardinale gli affetti con mostrare che le materie erano importanti, che era necessario ben discuterle, e che senza la risoluzione di quelle era impossibile far buona deliberazione. La sola controversia della certezza della grazia essercitò molti giorni i disputanti, et ostinò e divise in due parti non solo i teologi, ma anco i prelati. Non però fu resa la questione chiara per le dispute, anzi piú oscurata.

Nel principio, come al suo luogo detto abbiamo, una parte diceva che la certezza d’aver la grazia è presonzione, l’altra che sí può averla meritoriamente. I fondamenti de’ primi erano che san Tomaso, san Bonaventura et il commune de’ scolastici cosí hanno sentito, causa perché la maggior parte de’ dominicani era nell’istessa openione. Oltre l’autorità de’ dottori, aggiongevano per raggioni non aver Dio voluto che fosse l’uomo certo, acciò non si levasse in superbia et estimazione di sé medesimo, acciò non si preferisse agli altri, come farebbe a’ manifesti peccatori chi si conoscesse giusto; ancora si renderebbe il cristiano sonnolente e trascurato e negligente ad operare bene. Per questi rispetti dicevano l’incertezza esser utile, oltre che meritoria, perché è una passione d’animo che lo affligge, la qual sopportata cede a merito. Adducevano anco luoghi della Scrittura: di Salomone, che l’uomo non sa se sia degno d’odio o amore; della Sapienza, che commanda non esser senza timore del peccato perdonato; di san Pietro, che s’attendi alla salute con timore e tremore; di san Paolo, che disse di sé medesimo: "Quantonque la mia conscienza non m’accusi, non però mi tengo giustificato". Queste raggioni e testimonii, insieme con molti luoghi de’ padri, erano portati et amplificati, massime dal Seripando, dal Vega e dal Soto.

Ma il Catarino col Marinaro avevano altri luoghi de’ medesimi padri in contrario, il che ben mostrava che in questo particolare avessero parlato per accidente, come le occasioni facevano piú a proposito, ora per sollevar i scrupolosi, ora per reprimer gl’audaci; però si restringevano all’autorità della Scrittura. Dicevano che a quanti si legge nell’Evangelio Cristo aver rimesso i peccati, a tutti disse: "Confidati che i peccati sono perdonati", e sarebbe assordità che Cristo avesse voluto porger occasione di temerità e superbia; e se fosse utile o merito, che egli avesse voluto privar tutti di quello. Che la Scrittura ci obliga a render a Dio grazie della nostra giustificazione, le quali non si possono rendere se non sapiamo d’averla ottenuta, e sarebbe inettissimo et udito come impertinente chi ringraziasse di quello che non sa se gli sia donato o no. Che san Paolo apertamente asserisce la certezza, quando raccorda a’ corinti di sentire che Cristo è in loro se non sono reprobi; e quando dice che abbiamo ricevuto da Dio un spirito per saper quello che da Sua Divina Maestà ci è stato donato; e piú chiaramente che lo Spirito Santo rende testimonianza allo spirito nostro che siamo figli di Dio; et è gran cosa d’accusar di temerità quelli che credono allo Spirito Santo che parla con loro, dicendo sant’Ambrosio che lo Spirito Santo mai parla a noi, che non ci faccia insieme saper che egli è desso che parla. Appresso questo aggionse le parole di Cristo in san Giovanni: "Che il mondo non può ricever lo Spirito Santo, perché non lo vede, né conosce, ma che i discepoli lo conosceranno, perché abitarà in loro et in loro sarà". Si fortificava il Catarino alla gagliarda con dire esser un’azzione da sognatore il defendere che la grazia sia ricevuta volontariamente, non sapendo d’averla, quasi che a ricever una cosa volontariamente non sia necessario che il ricevitor spontaneo sappia che gli è data, che realmente la riceve e, dopo ricevuta, che la possede. La forza di queste raggioni fece prima retirar alquanto quelli che la censuravano di temerità e condescender a conceder che si potesse aver qualche congettura, se ben non certezza per ordinario; condescendendo anco a dar certezza ne’ martiri, ne’ nuovamente battezati et a certi per special rivelazione, e da congiettura si lasciarono anco condur a chiamarla fede morale; et il Vega, che nel principio admetteva sola probabilità, vinto dalle raggioni et entrato poi a favorire la certezza, per non parer che alla sentenzia luterana si conformasse, diceva esservi tanta certezza che escludi ogni dubio e non può ingannare; quella però non essere fede cristiana, ma umana et esperimentale; e sí come chi ha caldo è certo d’averlo e senza senso sarebbe quando ne dubitasse, cosí chi ha la grazia in sé, la sente e non può dubitarne per il senso dell’anima, non per rivelazione divina. Ma gli altri defensori della certezza, costretti dagli avversarii a parlar chiaro se tenevano che l’uomo potesse averla o pur anco se fosse a ciò tenuto e se era fede divina o pur umana, si ridussero a dire che essendo una fede prestata al testimonio dello Spirito Santo, non si poteva dire che fosse in libertà, essendo tenuto ciascuno a credere alle rivelazioni divine, né si poteva chiamare fede se non divina.

Et angustiati dall’obiezzione che, se quella è fede non ugual alla catolica, non esclude ogni dubio; se uguale, adonque tanto debbe il giusto credere d’essere giustificato, quanto gli articoli della fede, rispondeva il Catarino che quella era fede divina di ugual certezza et escludente ogni dubio, cosí ben come la catolica, ma non essere catolica essa; asseriva esser fede divina et escludere ogni dubitazione quella che ciascuno presta alle divine rivelazioni fatte a sé proprio; ma quando quelle sono dalla Chiesa ricevute, allora è fatta fede universale, cioè catolica, e che sola questa risguarda gli articoli della fede, la quale però nella certezza e nella esclusione del dubio non è superiore alla privata, ma la eccede solo nell’universalità; cosí tutti i profeti, delle cose da Dio rivelategli, aver prima avuta fede privata, delle quali medesime, dopo ricevute dalla Chiesa, hanno avuto fede catolica. Questa sentenzia alla prima udita parve ardua, et i medesimi aderenti al Catarino, che erano tutti i carmelitani, perché Giovanni Bacon, loro dottore, fu di quell’opinione, et i vescovi di Sinigaglia, Vorcestre e Salpi, al principio mal volontieri passavano tanto inanzi; ma poi, pensata e discussa la ragione, è maraviglia come da parte notabile de’ prelati fu ricevuta, sgridando il Soto che fosse troppo a favore de’ luterani, e defendendo gli altri che non sarebbe da censurare Lutero, se avesse detto che dopo la giustificazione segue quella fede, ma ben perché dice che quella è la fede che giustifica.

Alle raggioni dell’altra parte rispondevano che non si debbi attendere li scolastici, quali hanno parlato fondati sopra la ragione filosofica, che non può dar giudicio de’ moti divini; che l’autorità di Salomone non era in quel proposito, poiché dicendo: "Nissun potere saper se è degno d’amore o d’odio", applicandola qui, concluderebbe che il sceleratissimo peccatore con perservanza non sa d’esser in disgrazia di Dio; che il detto della Sapienza meno si può applicare e la tradozzione rende inganno, perché la voce greca ilasmòs non significa peccato perdonato, come è stata tradotta, ma espiazione o perdono, e le parole del Savio sono un’admonizione al peccatore di non aggiongere peccato sopra peccato per troppo confidenza del perdono futuro, non del passato; che non bisognava sopra un errore dell’interprete fondar un articolo della fede (cosí in quel tempo li medesimi che avevano fatto autentica l’edizione volgata parlavano di quella; il che anco potrà ogni uno osservare da’ libri stampati da quelli che intervennero al decreto dell’approbazione); dicevano che l’operare con timore e tremore è frase ebrea che non significa ambiguità, ma riverenza, perché timor e tremor usano i servi verso i patroni, eziandio quando da essi sono commendati e sanno esser in grazia loro; che il luogo di san Paolo faceva a favore, quando avesse parlato della giustificazione, perché dicendo: non sono conscio di mancamento, né per ciò son giustificato, inferirebbe: "ma son giustificato per altro", e cosí proverebbe la certezza; nondimeno il vero senso essere che san Paolo parla del mancamento nell’ufficio del predicare e dice: "la mia conscienza non m’accusa d’aver in cosa alcuna mancato, non però ardisco dire d’aver intieramente sodisfatto, ma tutto riservo al divino giudicio".

Chi non avesse veduto le memorie scritte da quei che ebbero parte in queste dispute e quello che mandarono alla stampa, non crederebbe quanto fosse sopra questo articolo disputato e con quanto ardore, non solo da’ teologi, ma anco da’ vescovi, parendo a tutti intenderla et aver per sé la verità; in modo che Santa Croce si vidde avere piú bisogno di freno che di sproni, e con frequente procurare di passar ad altro e divertire quella controversia, desiderava metterci fine. Due volte fu proposto in congregazione de’ prelati di tralasciare quella questione, come ambigua, longa e molesta; con tutto ciò vi tornavano, attratti dall’affetto. Pur finalmente il cardinale, col mostrar che si era parlato assai e che conveniva ripensare le cose dette per risolversene piú maturamente, ottenne che si parlasse delle opere preparatorie e della osservanza della legge; con qual occasione fu introdotta da molti la materia del libero arbitrio, e dal cardinale non fu trascurata, ma propose se pareva ben trattare insieme anco quel particolare, poiché tanto connesso appariva, che non si sapeva come trattarlo separatamente. Adonque furono deputati prelati e teologi a raccogliere gli articoli dalle opere de luterani per sottoporli alla censura.