Istoria del Concilio tridentino/Libro settimo/Esamine del terzo articolo della ierarchia ecclesiastica

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Libro settimo

Esamine del terzo articolo della ierarchia ecclesiastica

../L'ambasciator cesareo insta per la riforma, secondato dagli spagnuoli ../Alcuni articoli trattati sommariamente IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Storia

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Esamine del terzo articolo della ierarchia ecclesiastica
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Ma tornando alla congregazione, quando parlò la classe seconda, mista de teologi e canonisti, Tomas Dassio, canonico di Valenza, disse che il metter dubio sopra la ierarchia ecclesiastica nasceva da crassa ignoranza dell’antichità, essendo cosa notissima che nella Chiesa il popolo è sempre stato governato dal clero, e nel clero gl’inferiori da’ superiori, sino che tutti li gradi sono ridotti ad un solo rettor universale, che è il romano pontefice. Et avendo con longa narrazione mostrato la proposta, soggionse che non vi era bisogno salvo che far apparir questa verità con levar gl’errori contrarii; li quali a lui pareva esser stati introdotti da’ scolastici, mentre col sottilizar troppo, alle volte oscurano le cose chiare, opponendosi a’ canonisti, che mettono tra gl’ordini la prima tonsura e l’episcopato. Di questo parergli cosa molto strana come confessino che sia proprio di quello la confermazione, l’ordinazione e tante altre consecrazioni, quali altri, che tentasse ministrarle, non farebbe niente, e neghino che non sia ordine, facendo poi ordine l’ostiariato per serrar le porte, che ugualmente saranno ben serrate da un laico. E quanto alla prima tonsura aver sempre sentito dir a’ teologi che sacramento è un segno esteriore, che significa una grazia spirituale; nella prima tonsura esserci il segno e la cosa significata, la deputazione alle cose divine, e però restar pieno d’ammirazione perché voglino levargli l’esser sacramento, gionto che per quello s’entra nel clero, si participa le essenzioni ecclesiastiche; che se quella non fosse da Cristo instituita, non si potrebbe dire che né il chiericato, né la essenzione di quello fosse de iure divino; esser chiara cosa che la ierarchia consiste negl’ordini ecclesiastici, né altra cosa vuol dire ierarchia, se non sacro ordine de superiori et inferiori, e questo non potrà mai ben stabilirsi, chi non mette tra gl’ordini, come li canonisti hanno con raggione posto, l’infimo, che è la tonsura, et il sommo che è il vescovato; e questo fatto, la ierarchia è tutta stabilita, seguendo necessariamente li mezi, dato il primo e l’ultimo, e restando quelli senza sussistenza, quando non siano posti questi.

Ma sopra l’altra parte dell’articolo, disse dalla lezzione de’ sacri canoni esser cosa molto chiara che nell’elezzione de’ vescovi e nella deputazione de’ preti e diaconi il popolo e la plebe era presente e rendeva il suo voto, overo prestava l’assenso, ma questo era per concessione del papa, tacita o espressa: perché non può alcun laico nelle cose ecclesiastiche aver alcuna autorità, se non per privilegio ponteficio, e questo fu concesso allora, perché il popolo et i grandi ancora erano devoti, e con questo si trattenevano nelle cose spirituali, e portavano perciò maggior ossequio e riverenza al clero, e si rendevano pronti ad aummentarlo con oblazioni e donazioni, di onde si vede la santa Chiesa venuta nello stato che si trova; ma dopo che la devozione è cessata, li secolari non hanno altra mira che usurpar quello della Chiesa et operar che siano posti nel clero persone aderenti alla loro volontà, e però fu conveniente levargli il privilegio datogli et escluderlo affatto dalle elezzioni et ordinazioni. E li moderni eretici aver trovato una diabolica invenzione con dire che fosse debito quello che per grazia fu conceduto; e questa è delle piú pestifere eresie che mai fossero inventate, poiché distrugge la Chiesa e senza quella non può star la fede. Allegò molte raggioni e congruenzie per quali l’ordinazione debbe esser in sola potestà dell’ordinatore, e quelle confermò con decretali de’ pontefici, et in fine concluse che non solo sentiva che l’articolo dovesse esser condannato per eretico, ma ancora che, essendosi levato via con giuste e necessarie raggioni il voto e consenso della plebe nelle ordinazioni, si correggesse anco il pontificale e si levassero quei luoghi che ne fanno menzione, perché, restando, sempre gl’eretici se ne valeranno per provare che l’intervento del popolo sia necessario. Li luoghi esser molti, ma, per recitarne uno, nell’ordinazione de’ preti il vescovo ordinatore dice che non senza causa fu statuito da’ padri che nell’ordinazione de’ rettori dell’altare intervenga il voto del popolo, acciò sia ubediente all’ordinato, poiché averà prestato il consenso suo ad ordinarlo: se questo et altri tal riti resteranno, sempre gl’eretici detraeranno alla Chiesa catolica, diranno che le ordinazioni al presente sono mostre et apparenze, come empiamente disse Lutero.

Fra Francesco Forrier, dominicano portughese, disse non potersi metter in dubio la ierarchia della Chiesa catolica, avendosi per tradizione apostolica e per testimonio di tutta l’antichità e per costume della Chiesa in ogni tempo. E quantonque il vocabolo non sia da tutti usato, nondimeno la cosa significata esser stata sempre in uso. Dionisio Areopagita averne fatto un proprio trattato et il concilio niceno averla approbata e nominatala costume antico; e quel che da’ padri nel principio del quarto secolo è chiamato antico, nissun potrà negargli l’origine al tempo degl’apostoli. Solo a lui pareva che non fosse luogo di trattarne insieme col sacramento dell’ordine, se ben molti de’ scolastici ne trattano in quel luogo, ponendo la ierarchia negli ordini superiori et inferiori, cosa che non sussiste, essendo certo che il pontefice è il sommo ierarca, seguono i cardinali, patriarchi, primati, arcivescovi, vescovi, e dopo ancora arcipreti, arcidiaconi e gl’altri de’ prelati subalterni sotto un capo, il papa. E tralasciata la disputa se il vescovato sia ordine, almeno è cosa certa che l’arcivescovato, patriarcato e papato non sono ordini, e sopra il vescovato non dicono se non superiorità e giurisdizzione. Adonque nella giurisdizzione consiste la ierarchia, et il concilio niceno in quella la pone, quando parla del pontefice romano e dell’alessandrino et antiocheno; e però, trattando dell’ordine, non esser opportuno trattar della ierarchia, accioché non vi sia luogo alla calunnia.

Molta diversità fu nella discussione di questi articoli, ritornando questi della seconda classe agl’anteriori, e disputando alcuni che il vescovato fosse ordine, et altri che sopra il presbiterato non aggiongesse altro che giurisdizzione, alcuni allegando san Tomaso e san Bonaventura, et altri apportavano una media opinione, cioè che sia una degnità eminente overo ufficio nell’ordine. Fu ben anco allegato il celebre luogo di san Girolamo e l’autorità di sant’Agostino in confermazione di questo, li quali vogliono il vescovato esser ben antichissimo, ma però ecclesiastica instituzione. Ma a questi Michel di Medina opponeva che la Chiesa catolica, come sant’Epifanio testifica, condannò per eretico Aerio, per aver detto che il vescovato non è maggior del presbiterato: nella qual eresia non è maraviglia se Girolamo, Agostino e qualche altro de’ padri è incorso, perché la cosa non era ben chiara per tutto. Fu con non poco scandalo udita l’audacia del dire che Girolamo et Agostino sentissero eresia; ma quel dottore tanto piú insisteva, sostentando la sua opinione, e si divisero li dottori in pari numero in due pareri intorno la ierarchia: altri la ponevano negl’ordini soli, allegando Dionisio, che nel nominar gli ierarchi non fa menzione se non de’ diaconi, preti e vescovi; altri seguirono il Forrier, che fosse nella giurisdizzione; sin tanto che uscí fuori una terza opinione, che consistesse nella mistione d’ambedue, la quale dopo piú universalmente fu approvata; perché, ponendola nell’ordine, non appariva come vi entrassero arcivescovi, patriarchi e quello che piú importa, il papa, essendo tutti d’accordo che questi gradi non siano ordini sopra il vescovato; se ben alcuni in contrario allegavano la commune sentenza: l’ordine episcopale è quadripartito in vescovi, arcivescovi, patriarchi e papa; e ponendola nella giurisdizzione, nissun de’ sacri ordini vi entrava.

Una gran disputa fu tra loro qual fosse la forma della ierarchia, alcuni dicendo la carità, altri la fede informe, altri l’unità, secondo l’opinione del cardinale Turrecremata; ma a questo era opposto che l’unità è una passione generica in tutto quello che è uno, et è effetto della forma che la produce: quelli che asserivano la carità portavano innumerabili luoghi de’ padri, che a quella attribuiscono l’unità della Chiesa; ma gl’altri opponevano che fosse l’eresia de Viglef, perché se cosí fosse, il prelato, perdendo la carità, sarebbe fuori della ierarchia e perderebbe l’autorità; però, nel porre la fede informe, non fuggivano la difficoltà, atteso che potrebbe esser un prelato, in suo secreto infedele, che la fingesse in esterno, il qual, quando non appartenesse alla ierarchia, il popolo cristiano non saprebbe chi ubedire, potendosi dubitare di tutti et avendo causa di farlo alcune volte. Come sogliono li teologi, massime frati, esser liberi nell’essemplificare, portavano anco in tavola il pontefice romano, dicendo che, quando fusse incredulo, perirebbe tutta la ierarchia per defetto d’esso, cosí ponendo per forma la fede, come la carità. Et essi mettevano il battesmo: ma le medesime difficoltà nascevano per l’incertezza di quello, ricercandosi essenzialmente, secondo la determinazione del concilio, l’intenzione del ministro, tanto piú occolta, quanto quell’altre due: per la qual causa non si può d’alcun affermare che sia battezato.