Istoria del Concilio tridentino/Libro settimo/Il pontefice rifiuta a' francesi la dilazione della sessione

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Libro settimo

Il pontefice rifiuta a' francesi la dilazione della sessione

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Il pontefice rifiuta a' francesi la dilazione della sessione
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Il pontefice, veduta l’instruzzione del re di Francia, non potendo sentir cosa piú ingrata che di allongarsi il concilio, a che egli aveva concetto dover nella seguente sessione de’ 12 novembre definir tutto quello che rimaneva di trattare, se qualche cosa fosse restata, al piú longo doversi finire, sospendere, o dissolvere nel fine di quell’anno, all’ambasciator residente appresso di sé, che gli faceva instanza di differir la trattazione de’ dogmi alla venuta de suoi prelati e tra tanto trattare di riforma, rispose, quanto all’aspettar li prelati, esser avisato che il cardinale di Lorena aveva risoluto d’aspettar la presa di Burges e poi accompagnar il re ad Orliens, cose che ben dimostravano che la sua partita di Francia sarebbe stata molto tarda e forse anco mai sarebbe effettuata; che non era giusto sopra dissegni cosí lontani trattener tanti prelati in Trento; che le ricchieste de dilazione sono parole per tenerlo esso et i prelati in spese, non per volontà che i francesi abbino d’andar al concilio, e se con le dilazioni lo costringeranno continuare a consummar il danaro, protestava che non averebbe potuto seguitare in dar aiuti al re. Fece gran riflesso, narrando che per 18 mesi i francesi sono stati aspettati in Trento, trattenendo lui con varie e frivole scuse. Si dolse ancora della sua condizione: che, se il concilio usa qualche rispetto verso lui, che lo fa ben in poche cose, gl’ambasciatori che sono là si lamentano che il concilio non è libero, e con tutto ciò essi medesimi lo ricercano di ordinare dilazione, che è la cosa piú ingiusta e piú aborrita da’ padri di ogni altra. Concluse che quando avesse certezza o verisimilitudine della loro andata, farebbe opera che fossero aspettati. Aggionse d’aver dato ordine d’esser avisato per corrier espresso quando partirà il cardinale, et allora farà opera che sia aspettato; tra tanto non gli parer giusto fare che i padri stiano oziosi; e quanto alla riforma, esser piú necessario aspettarlo che per le materie de’ dogmi, le quali non toccano a lui, che è buon catolico et è certo, che non può dissentire dagl’altri, ma ben nella riforma è giusto ascoltarlo, quale gli appartiene, essendo un secondo papa con molti beneficii e 300000 scudi d’entrata de’ beni di Chiesa, dove esso pontefice non aveva piú d’un beneficio solo, del qual si contentava; che aveva con tutto ciò riformato se stesso e tutte le parti della sua corte, con danno e perdita di molti officiali di quella, e farebbe ancora di piú, se non vedesse chiaro che, diminuendo le sue entrate, egli faceva il fatto degl’avversarii suoi, indebolendo le forze proprie e li nervi del suo Stato, et esponendolo, insieme con tutti i catolici che sono nella sua protezzione, alle ingiurie de’ suoi nemici. E per quello che s’aspetta alle reggioni non soggette a lui in temporale, la destruzione della disciplina nasceva da loro medesimi e da’ re e prencipi che con instanze indebite et importune lo costringono a provisioni e dispense estraordinarie; esser misera la sua condizione, che se nega le ricchieste inconvenienti fattegli, ogni uno di lui si duole e si tiene offeso et ingiuriato; se le concede, a lui viene ascritto tutto ’l male che per causa loro segue e si parla di riforma, come gli ambasciatori del re hanno fatto in Trento con termini generali, senza che si possi intender quello che vorrebbono. Vengano, disse, una volta all’individuo e dicano quello che vogliono nel regno riformare, che in 4 giorni se gli sodisfarà; che li prelati in Poisí hanno regolato molte cose; che egli confermerà quegli ordini se sarà ricchiesto, ma il voler star sopra gl’universali e riprender tutto quello che si fa, non proponendo alcuna cosa, dimostra poca buona volontà.