Istoria del Concilio tridentino/Libro settimo/Lorena in congregazione

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Libro settimo

Lorena in congregazione

../I legati prendono sospetto di Lorena ../Lorena offende con le sue adunanze domestiche, ma a spagnuoli e francesi è fatta spia IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Storia

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Il 22 del mese di novembre fu risoluto il cardinale d’entrar il dí seguente in congregazione; si concertò che si sarebbono lette le lettere del re e che egli averebbe fatto un raggionamento; ma oltre questo propose il cardinale che un altro sarebbe fatto anco dall’ambasciatore Ferriero. A questo non acconsentivano li legati: la causa vera era perché quando una volta fosse permesso, averebbono voluto et essi e tutti gl’ambasciatori parlare e proponere, con pericolo di metter maggior confusione; ma tacendo questo, dissero che in quel concilio, né in quel tempo, né sotto Paolo e Giulio, s’era mai permesso che ambasciatori parlassero in congregazione, se non il giorno che erano ricevuti. Però non senza il consenso del pontefice non erano per acconsentire a tal novità. Ma Lorena rispose che essendo nuova lettera del re e nuova instruzzione, si può dir nuova ambasciaria, e quella sarà essa ancora come un primo ingresso; e dopo molte risposte e repliche, avendo Lorena datogli parola che non ricercherebbono piú di parlare oltra quella fiata, per dargli sodisfazzione et acciò non prendesse occasione di mostrar aperto disgusto, si contentarono.

Adonque il dí seguente, adunata la congregazione, fu letta la lettera del re con soprascrizzione: "A’ santissimi e reverendissimi padri congregati in Trento per celebrar il santo concilio". In quella diceva che essendo piaciuto a Dio chiamarlo al regno, gli è anco piaciuto affligere quello di molte guerre: ma però ha aperto ad esso gl’occhi, sí che, quantonque giovane, ha conosciuto la principal occasione de’ mali esser la diversità delle openioni nel fatto della religione; per la qual divina illuminazione dal principio del suo regno fece instanza per la celebrazione del concilio, nel quale essi allora erano congregati, sapendo che in quelli gl’antichi padri hanno trovato li piú proprii rimedii a simili infermità, et essergli dispiaciuto che, sí come è stato il primo a procurare cosí buon’opera, non abbia potuto inviare li suoi prelati tra li primi; del che essendo le cause notorie, stimava d’esserne a bastanza iscusato, e maggiormente vedendo arrivato nella loro compagnia il cardinale di Lorena accompagnato da altri prelati. Che due cause principali l’hanno persuaso a mandar il detto cardinale: la prima, la grande e frequente instanza da lui fatta d’aver licenza per satisfar al suo debito per il luogo che tiene nella Chiesa; la seconda, che essendo egli del conseglio regio secreto e dalla gioventú nudrito negl’importanti affari di Stato del regno, sa meglio d’ogni altro le necessità di quello e dove siano nate le occasioni; onde potrà ancora farne a loro la rilazione conforme al carico che gli è stato dato e ricchiederne per nome regio li rimedii che s’aspettano dalla loro prudenza et amor paterno, cosí per tranquillità del regno, come per salute universale di tutta cristianità. Soggionse che gli supplicava voler metter mano a questo con la solita sincerità, acciò si venga ad una santa riforma e che si vegga rilucere l’antico splendore della Chiesa catolica con unione di tutto ’l cristianesmo in una religione; che sarà opera degna di loro, desiderata da tutto ’l mondo, che ne averanno ricompensa da Dio e lode da tutti i prencipi. Concluse che rimettendosi egli, quanto a’ particolari, al voler e prudenza del cardinale, gli pregava dargli fede in quello che averebbe detto da sua parte.

Dopo questo parlò il cardinale. Nel principio narrò le miserie del regno: deplorò le guerre, le demolizioni delle chiese, le uccisioni de’ religiosi, la conculcazione de’ sacramenti, l’incendio delle librarie, delle imagini, delle reliquie de’ santi, la devastazione delle sepolture de’ re, prencipi e vescovi, l’espulsione de’ veri pastori; e passando alle cose civili, narrò lo sprezzo della Maestà regia, l’usurpazione delle entrate regali, la violazione delle leggi, le sedizioni eccitate nel popolo; e di tutti questi mali attribuí la causa alla corrozzione de’ costumi, alla disciplina ecclesiastica rovinata, alla negligenza usata nel reprimere l’eresia et usar li remedii instituiti da Dio. Voltato agli ambasciatori de’ prencipi, gli raccordò che quello che oziosi, vedono ora in Francia, pentiti tardi lo esperimenteranno a casa loro, se la Francia, cadendo con la sua mole, darà ne’ luoghi vicini; con tutto ciò disse restarci ancora rimedii: la virtú et indole del re, li consegli della regina e del re di Navarra e degl’altri prencipi, quali non perdonano alla vita et all’aver; ma il principale esser aspettato da quella sinodo, d’onde debbe venir la pace di Dio eccedente ogni senso. Del che essendo certo il re Cristianissimo, mosso dalla osservanza verso quella sinodo, e per la molestia che sente per i dispareri della religione, due cose da loro ricercava. La prima, che si fugissero le nuove discordie, le nuove et infruttuose questioni, e si procurasse sospensione d’arme tra tutti li prencipi e Stati, che non si dasse scandalo a’ protestanti con dargli occasione di credere che la sinodo attenda piú tosto ad incitar i prencipi alle armi, a trattar confederazioni e leghe, che a servar l’unità della pace. Che il re Enrico l’ha primieramente stabilita, e poi il re Francesco II continuata, et il presente re pupillo con la madre l’hanno sempre desiderata; il che se ben è infelicemente successo, convien però temer, come piú infelici, gl’avvenimenti della guerra: perché essendo posti tutti li stati del regno in pericolo di naufragio, uno non può l’altro aiutare. Onde desidera che si tenga qualche conto degli sviati dalla Chiesa, condannandogli quanto si può senza offesa di Dio, et avendogli per amici per quanto si può, e sino agl’altari. La seconda ricchiesta, commune al re coll’imperatore e gl’altri re e prencipi, era che si trattasse della riforma de’ costumi e della disciplina ecclesiastica, mettendoci seriamente la mano, al che il re gl’ammoniva e scongiurava per il Signor nostro Cristo, che verrà al giudicio, che volendo redintegrar l’autorità della Chiesa e ritener quel regno di Francia, non voglino misurar gl’incommodi de’ francesi co’ proprii loro; rallegrarsi che Italia sia tutta in pace e che la Spagna ne tenga il timone. La Francia esser caduta et a pena tenerlo con un dito. Soggionse che, se [di]manderanno a chi debbia ascriver la causa della tempesta e fortuna eccitata, egli non poteva altro rispondere, salvo che dicendo: "Per noi è stata questa fortuna, buttateci in mare". Perilché esser bisogno d’ardire e di cuore, e d’attender a se medesimi et a tutto ’l gregge. In fine disse aver finita la sua legazione e che gl’ambasciatori direbbono il rimanente; ma egli e li prelati seco venuti protestavano di voler esser soggetti, dopo Iddio, al beatissimo pontefice Pio, riconoscendo il suo primato in terra sopra tutte le chiese, li commandamenti del quale mai ricuseranno. Che hanno in venerazione li decreti della Chiesa catolica e della sinodo generale; che onoravano e riverivano li legati, offerivano concordia et unione a’ vescovi, e si rallegravano che gl’ambasciatori dovessero esser testimonii de’ pareri loro, tutto ad onor della Maestà divina.

Finito di parlare, il cardinale di Mantova con poche parole lo lodò della fatica presa per servizio di Dio, attestò che della venuta sua tutta la sinodo s’era rallegrata, fece anco onorata menzione de’ fratelli suoi, commendandogli che nella professione non mostrassero minor prontezza nel servizio di Dio e del regno, e si rimise alla risposta che per nome della sinodo averebbe dato l’arcivescovo di Zara a ciò deputato. Il qual disse che la sinodo con sommo dispiacere aveva sempre udito le sedizioni e tumulti di religione in Francia, della quale la quiete e tranquillità gl’era stata sempre a cuore, e tanto piú ne sentiva dispiacer allora, quanto con la narrazione di Sua Signoria Illustrissima gl’erano stati posti sotto gl’occhi; ma sperava che in breve il re potrà, imitando la virtú de’ suoi maggiori, reprimergli. Che la sinodo s’adopererà con tutto l’animo per far conoscer il vero culto di Dio, emendar li costumi e render la tranquillità alla Chiesa; al che sperava poter piú facilmente pervenire, aiutata dall’opera di Sua Signoria Illustrissima e da’ prelati con lei venuti. Si estese longamente nelle laudi del cardinale, e concluse che la sinodo ringraziava Dio per la venuta sua e si congratulava con lui, e s’offeriva d’ascoltar quello che a suo luogo e tempo dagl’ambasciatori fosse detto, non dubitando che debbia esser a gloria di Dio, utilità della Chiesa e somma degnità della Sede apostolica.

Dopo questo parlò l’ambasciator Ferrier, incomminciando a commendar l’animo del re inclinato alla religione, il che si rendeva piú manifesto per la venuta et il raggionamento del cardinale, dal quale appariva quanto la Francia procuri il bene della Chiesa catolica, potendo ogni uno conoscer che potentissime cause l’abbiano indotto a mandarlo, poiché s’era sempre valuto del conseglio suo ne’ gran negozii del regno; che potrebbe il re in tre giorni quietar tutte le sedizioni e ritener nella natural obedienza gl’animi di tutti i suoi sudditi, quando avesse solo mira alle cose sue e non alla Chiesa catolica et a ritener la degnità et autorità del pontefice in Francia, per quali solamente espone a pericolo il regno, la vita e l’aver di tutti i grandi e nobili; e descendendo alle ricchieste, soggionse che in quelle non sarebbono fastidiosi e difficili, che non domandavano se non quello che tutto ’l mondo cristiano dimanda. Che il re Cristianissimo ricchiede quello che dimandò il gran Constantino da’ padri del concilio niceno; che tutte le ricchieste regie si contengono nelle Sacre Lettere, ne’ vecchi concilii della Chiesa catolica, nelle antiche constituzioni, decreti e canoni de’ pontefici e padri. Che il Cristianissimo dimandava la restituzione della Chiesa catolica in integro da essi padri, constituiti giudici pretorii da Cristo, ma non per un decreto di clausula generale, anzi secondo la forma delle espresse parole di quell’editto perpetuo e divino, contra il quale non può aver luogo usurpazione o prescrizzione alcuna. Sí che ritornino finalmente come dalla captività nella santa città di Dio et alla luce degl’uomini quei buoni ordini che il demonio ha per forza rubbati e per longo tempo ascosti. Diede l’essempio di Dario, che quietò li tumulti di Giudea non con arme, ma con esseguir l’antico editto di Ciro; di Giosia, che riformò la religione con far legger et osservare il libro della Legge, occultato per malizia degli uomini. Passò poi ad un acuto motto, dicendo che se li padri dimanderanno perché la Francia non sia in pace, non si potrà risponder altro se non quello che Gieú disse a Gioran: "Come può esser pace restando ancora [..]?". E tacque le seguenti parole, ma soggionse: "Voi sapete il resto". Aggiongendo poi che, se non si attenderà a questa riformazione, saranno vani gl’aiuti del re di Spagna, del pontefice e degl’altri prencipi, et il sangue di quelli che periranno, se ben meritamente per li proprii peccati, sarà ricchiesto dalle mani d’essi padri. Concluse che prima che descendere a’ particolari che debbono dimandare, ricchiedevano che finissero presto le cose che avevano comminciato a trattare, acciò potessero attender quanto prima alle altre molto piú gravi e necessarie in quel tempo. Non dispiacque meno la pongente libertà di questo ambasciatore, che la usata di Pibrac, suo collega, alla loro venuta in Trento; nondimeno il timore che s’aveva de’ francesi fece metter in silenzio le offese di parole.