Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Introduzione

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Introduzione

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Presentazione Parte I - Capitolo I
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INTRODUZIONE


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Che Benevento non sia seconda, dopo Roma, a veruna altra città italiana per la sua splendida storia è omai una verità confessata da chiunque si conosce di storici studii, e io confido che tutti ne converranno in breve volgere di tempo, quando, per le cure indefesse del nostro governo, diverrà comune agli italiani la notizia della loro istoria. E in verità Benevento, sia come città principalissima del Sannio, sia per la sua postura, non ebbe poca parte nelle svariate vicende dell’istoria romana: fu la metropoli d’un fioritissimo stato nell’età di mezzo, e segno ad assidue incursioni di popoli stranieri; nè venne meno la sua importanza durante la signoria dei pontefici di Roma. Laonde la sua nominanza si estese a tutta l’Europa incivilita; e non pure nelle istorie d’insigni scrittori oltramontani, ma sino nei romanzi di Walter Scott e di Bulwer è mentovata Benevento tra le città più illustri d’Italia. E se talora c’imbattiamo in qualche forestiere che, ignaro d’ogni sapere, percorrendo le secondarie anguste vie di Benevento, — ove, a brevi intervalli, e tramezzate da belli ed ornati palagi, umili casette [p. 6 modifica]s’addossano l’una all’altra senza armonia di disegno nella costruzione, — mostra di non averla in molto pregio, e fa stima che essa perda al paragone di altri capoluoghi di provincia: mi compensa largamente della sua noncuranza il considerare che qualsiasi colta persona tocca per la prima volta questa terra così feconda di storiche rimembranze, si sente compresa di riverenza, e mirando avidamente ogni sasso, ogni zolla, non può fare che non si affaccino alla sua immaginazione i fantasmi della passata grandezza d’una tanto illustre e celebrata città.

La massima parte degli scrittori d’Italia, che impresero a narrare qualche periodo della storia patria, non omisero, nè ometter poteano i più importanti fatti storici di Benevento; ma io reputo inutile enumerarli tutti, e mi limito unicamente a indicare coloro che trattarono con maggiore ampiezza, acume e diligenza qualche parte della nostra istoria; e sono il Pellegrini, che scrisse le gesta dei duchi longobardi, Erchemperto, monaco cassinese, che dettò l’istoria dei principi di Benevento, il Muratori negli annali italiani, e il de Meo negli annali della istoria di Napoli. Inoltre nei due ultimi lustri alcuni tedeschi versatissimi negli studii di archeologia, e che trascorsero alquanti giorni in Benevento, intesi allo studio delle nostre antichità, pubblicarono alcuni pregevoli lavori coi quali si proposero d’illustrare qualche punto più oscuro della nostra storia; e di questi scritti il più segnalato si è un opuscolo di Ferdinando Hirsch da me tradotto varii anni or sono, che s’intitola «Il ducato di Benevento fino alla caduta del regno longobardo

Ma le storie municipali, o d’una singola città, riescono sempre imperfette se non vi pongono mano gli scrittori che vi sortirono la cuna, o che vi fecero lunga dimora. Nè Benevento patì mai difetto di uomini preclari per ingegno e vario sapere, i quali attendessero agli studii di antichità e delle cose patrie. E infatti, per ciò che concerne le antiche iscrizioni, egli è indubitato che niun’altra delle città del mezzodì, d’Italia ebbe tanti pazienti e diligenti raccoglitori di [p. 7 modifica]codici di epigrafìa, dei quali non poco si giovò il Mommsen nella sua lodatissima raccolta delle iscrizioni romane. E delle stesse 105 iscrizioni inedite pubblicate nel 1855 dal Garrucci, molte furono probabilmente desunte dai manoscritti smarriti del Verusio e del Viglione, o dagli scritti inediti di Mario della Vipera, o anche dalle schede conservate nella famiglia Pacca.

Come scrittori di storia patria, meritano poi specialissima menzione Giovanni de Vita vescovo di Rieti, autore dell’opera Thesaurus antiquitatum Beneventanarum; Giovanni de Nicastro arcidiacono di Benevento, autore della Pinacotheca Beneventana; il Sarnelli vescovo di Bisceglie, autore della Cronologia dei vescovi ed arcivescovi di Benevento; e il cardinale Borgia, già governatore di Benevento, che scrisse in tre volumi le Memorie storiche della città di Benevento. Ma di assai maggiore importanza era forse l’istoria di Benevento di Alfonso de Blasio, patrizio beneventano, opera inedita divisa in quattro volumi, che andò, salvo pochi frammenti, miseramente dispersa, intorno alla quale l’autore avea lavorato assiduamente per lo spazio di 30 anni, e di cui il Giannone, che ne lesse il manoscritto, affermava nel libro 26° della sua istoria «che avrebbe l’autore acquistato un nome immortale dalla sua opera, e che era una vergogna non essersi ancora trovato chi l’avesse fatta pubblicare.1»

Ma non ostante tali scritti editi ed inediti, allorché Benevento fu eletta capoluogo d’una florida provincia, fu comunemente sentito quanto importasse di possedere una [p. 8 modifica]compiuta storia di sì antica e rinomata città; e tutti i forestieri dotati di non comune coltura, che ebbero occasione di soffermarsi alquanti giorni in Benevento, non rifinirono mai di esortare i nostri concittadini a imprendere un tal lavoro. Ed io che ne avea concepito il disegno nell’ultimo lustro della pontificia dominazione in Benevento, e che ne intramisi la esecuzione per la successiva mutazione del governo, mi studiai, or ha tre anni, di costituire, direi quasi un sodalizio di pochi cultori degli studii storici e di archeologia, per compilare un’istoria di Benevento, seguendo il sistema, ora in uso tra i dotti, di vagliare ed illustrare i fatti più oscuri della storia antica con la ponderata e profonda investigazione dei superstiti monumenti. E per tal modo appunto venne fatto al Garrucci di determinare tutte le forme di governo che si alternarono in Benevento, da che addivenne colonia latina. Il sommo Goethe solea dire che «una raccolta di antichità vale più che tutte le ipotesi storiche. In esse trovate almeno l’orma della vita passata. La storia come l’arte figurativa, la storia civile come la storia naturale hanno bisogno d’essere vedute, studiate, meditate sul vero. Il resto è copia di copia, e riflesso.» E se vera dobbiamo ritenere la citata sentenza, egli è innegabile che per iscrivere una storia interamente, o in gran parte almeno, desunta dalle scrutate reliquie dell’antichità, non havvi città d’Italia che più di Benevento offra agli studiosi ampissimo subbietto di erudite indagini e meditazioni. E certamente la sola investigazione degli avanzi dei patrii monumenti, benchè scevra dell’aiuto degli storici, sarebbe sufficiente a stabilire la sua più remota e, quasi potremmo dire, leggendaria antichità, le diverse nazioni che l’hanno signoreggiata, e le sue svariate vicende. Il salutifero emblema della cristianità si eleva su sculti simboli e geroglifici della più antica mitologia, ed edificii di architettura greca e romana alternansi con iscolture e fabbriche di costruzione gotica e longobarda. Iscrizioni romane sono mescolate ad altre in caratteri longobardi, e tutti quelli che percorrono curiosi le vie della città si avvengono con meraviglia, ad ogni passo quasi, in [p. 9 modifica]torsi, capitelli, bassorilievi, e tronchi di colonne di graniti e bigi, e rossi tebani, di africano e di cipollino che con tanto splendore la decorarono un tempo.

E a porre ad effetto il mio divisamento si aggiunse agli altri impulsi la calda parola del sindaco di quel tempo Cavaliere Pietro de Rosa, e tuttavolta non si venne a capo di nulla sol perchè l’opera non dava lusinga di un sufficiente guiderdone. E allora volsi l’animo a comporre, senza la speranza dell’aiuto altrui, la storia del mio paese, con proposito di non darmi vinto alla malagevolezza del lavoro. E studiando i nostri antichi monumenti, nonchè molti documenti che esistono nei nostri Archivii, e nel vagliare i fatti storici di Benevento mi avvidi che l’utilità d’una tale istoria non è circoscritta ai comuni, o alle provincie che composero l’antico Sannio, o il ducato longobardo di Benevento, e si può senza taccia d’orgoglio affermare, o ch’io m’inganni, che la nostra istoria ha benanche un’importanza, come or si direbbe, nazionale. Ma se tuttavia la cosa non fosse in questi termini, non mi torrei per questo dal mio proposito, avvegnacchè son convinto della verità della massima che quanto più un popolo si tien lontano dall’altezza che potrebbe aggiungere, tanto maggiormente giova richiamarlo agl’incliti esempi degli avi, non per futile orgoglio municipale, ma affinchè si provi di emularli in ogni maniera di morali e civili virtù. E perciò io credo che anche lo studio di antichi monumenti, metà corrosi dal tempo, d’informi macerie, e di consunti papiri, può riuscire proficuo con lo svegliare a nuova vita un popolo, che già venne in fama di sapienza e di coltura. E questo concetto ebbe in animo un poeta contemporaneo allorchè cantava:

     «Chi mai su quei sassi nell’alma inquieta
Non dice animoso: mi sento poeta?
La voce degli avi spirando mi va?

     Son quelle rovine non tenebre mute,
Ma chiudon faville di patria virtute.
Qual mente gagliarda svegliarle saprà?»

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E però se mi sarà dato, riandando le vetuste glorie dei nostri maggiori, ravvivare alquanto nei miei concittadini l’amore delle patrie cose, non riterrò spese indarno le mie cure: e in ciò è riposto l’unico guiderdone al quale ferventemente aspiro col mio lavoro.



Note

  1. Il de Blasio compì la sua opera nel febbraio del 1656, cioè nell’anno della famosa peste in cui di 18 mila abitanti, che noverava allora Benevento, rimasero in vita appena 4 mila, e in cui perì egli stesso e la sua famiglia. E del suo manoscritto mi fu dato nel 1870 di rinvenire nella biblioteca dei baroni dell’Aquila due libri del primo volume, in cui narratisi le guerre sannite, e pochissimi altri frammenti degli altri volumi: insomma pochi brani dell’opera irreparabilmente perduta.