Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte I/Capitolo VI

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Capitolo VI

Prime guerre Sannite

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CAPITOLO VI.


Non appena il popolo romano ebbe dichiarata la guerra ai Sanniti, entrarono in campagna i due consoli Valerio Corvo, o, secondo alcuni storici, Corvino, e Aulo Cornelio Cosso con due eserciti assai poderosi. Il primo di essi invase la Campania per combattere i Sanniti sparsi tra il Volturno e il golfo di Partenope, e l’altro, cui era affidata la difesa di Capua, e che dovea inoltrarsi nel cuore del Sannio, si attendò sulle alture del monte Marsico presso Saticula1.

Il console Valerio, il più strenuo guerriero di quei tempi, tentò sulle prime i Sanniti in varie scaramucce per saggiarne le forze, e, allorchè tenne probabile la vittoria, non si stette di sfidare il nemico a campale giornata sul monte Gauro presso Cuma. Ma quantunque i Romani dessero dentro le schiere nemiche con impeto irresistibile, non perciò rincularono i Sanniti, e per più ore contesero con egual valore il terreno ai Romani. Cadeva intanto il giorno, e malgrado la stanchezza dei combattenti, la pugna fervea con eguale successo tra i due eserciti, allorchè i Romani niente disanimati dopo tante prove, e come vinti da cieco furore, si lanciarono furibondi contro i Sanniti, avendo risoluto di vincere o di morire in quella decisiva battaglia. E i Sanniti, colti a tal vista da subito sgomento, si volsero in fuga lungo la via che da Capua adduce a Nola. E tosto dopo una sì gloriosa e disputata vittoria Valerio si mosse alla volta di Capua, e tutti i Campani uscirono giubilanti ad incontrarlo, e a congratularsi della riportata vittoria.

In quella l’altro console Cornelio Cosso, inoltrandosi senza sicure scorte nell’interno del Sannio, ebbe ad incorrere in un assai grave pericolo. Imperocchè, come pervenne negli ardui passi dell’Appennino fra Saticula e Benevento, fu circondato d’ogni intorno da numerose schiere Sannite, che [p. 46 modifica]gremivano le cime dei monti circostanti. I Romani allibirono a quella veduta, e non vedendo modo di retrocedere o avanzare si tennero irreparabilmente perduti. Ma i Sanniti, invece di trarre subitamente profitto d’una sì propizia occasione, e, secondando la propria fortuna, piombare improvvisi sui Romani, mostraronsi per buona pezza irresoluti, il che diede animo ai Romani; e un tal Decio, tribuno dei soldati, tentò un’audace impresa per aprire una via di scampo allarmata racchiusa tra quei monti. Egli adocchiò un colle che soprastava alla via per la quale avanzavano i Sanniti, e concepì il disegno di occuparlo con qualche truppa leggiera, e in poco d’ora col consenso del suo duce gli venne fatto di conseguire il suo intento. Indi da quel luogo tolse a bersagliare il nemico, nel fine di tenerlo a bada, e dar tempo ai Romani di trarsi fuori della valle, e accamparsi in luogo da combattere con vantaggio il nemico. Ai Sanniti tuttavia sarebbe riuscito agevole impedire il passo ai Romani e sopraffarli; ma in cambio si sbandarono in più drappelli, traendo in diversi punti, senza prendere un’energica risoluzione, e dando prova di poca scaltrezza nelle cose di guerra. Laonde i Romani, colto il tempo opportuno, trapassarono la valle, e si schierarono su talune alture di rincontro al nemico. I Sanniti allora giudicarono di essere stati tolti in mezzo da due eserciti Romani, e rimisero molto del loro ardire; cosicchè l’ardimentoso tribuno Decio Mure, che, separato dal grosso dell’esercito, era interamente in balìa del nemico, e che perciò nel principio della sua impresa fece stima di offrirsi in olocausto alla salvezza dei suoi, preso nuovo ardimento dall’esitanza e imperizia dei Sanniti, seppe, col favore delle tenebre, passare inosservato alle scolte, tra le stesse schiere nemiche, e congiungersi all’armata del console Cornelio da cui fu accolto con plausi infiniti, e festeggiato dai soldati come il loro salvatore.

Poi non appena spuntò in cielo il nuovo giorno che i Romani incorati dallo stesso Decio, il quale li esortava ad usare la fausta occasione, proruppero animosamente sul nemico. I Sanniti presi alla sprovveduta, non seppero ordinare [p. 47 modifica]le loro falangi, serrare le fila, e attendere uniti e a piè fermo il nemico; sicchè i Romani li combattettero alla spicciolata, e dopo aver depredato i loro alloggiamenti, tolsero alacremente ad inseguire i fuggitivi, che intendevano ricoverarsi in Benevento. Diversi scrittori Latini pretendono che nelle circostanze di questa città fossero periti in quel conflitto non meno di 30 mila Sanniti, e che perciò la città con nome inauspicato si fosse dimandata Maleventum; il che ritengo assai credibile, nè è contraddetto, per quanto io sappia, dagli storici posteriori.

I Romani vittoriosi si appressarono a Benevento, ma non ne tentarono l’assalto, poichè essa era a quel tempo una piazza forte, nè avrebbe potuto essere espugnata senza grandi apparecchi di guerra, e lungo e malagevole assedio, e perciò si ridussero dopo breve tempo nelle vicinanze di Capua.

In quel mentre l’avanzo dell’armata dei Sanniti, che fu messa in rotta dal console Valerio, erasi accampata presso Suessela, ove convennero da varie bande numerose truppe Sannite, risolute di tentare nuovamente la fortuna d’una campale giornata. Valerio mosse subito loro incontro, ma, avendo difetto di molte cose necessarie per un conflitto decisivo, condensò le sue schiere in un luogo assai angusto, a qualche distanza dal nemico. I Sanniti, senza frapporre indugio alcuno, ordinarono le loro schiere, che attelaronsi contro il nemico, con la certezza che questo, reso animoso dalle precedenti vittorie, non avrebbe esitato ad accettare la battaglia. Ma poi, vedendo che non facea vista di muoversi, si fecero più presso alle loro tende, e scorgendo il poco spazio occupato dai Romani, giudicarono che fossero in sì poco numero da non osare di combattere con essi. E, divenuti per tale ragione assai fidenti nelle proprie forze, si proposero d’investire allora allora le tende dei Romani. Ma dissuasi dai loro capitani, i quali, dubitando d’inganno, si studiavano di temperarne la foga, si diedero, dimentichi d’ogni altra cosa, a scorrazzare per quelle vicinanze in traccia di vettovaglie.

In quel mentre il console Valerio, stupito a tanta temerità del nemico, come vide le poste mal fornite di guardie, si [p. 48 modifica]mosse tosto all’assalto del campo, e, occupatolo con mirabile celerità, vi lasciò in custodia due legioni, e poscia si recò col rimanente delle schiere a combattere i Sanniti. E questi, circondati d’ogni intorno dalla cavalleria e non parati alla pugna, mal sapevano sotto quale insegna raccogliersi, e a qual partito appigliarsi; sicchè, volti in breve negli amari passi di fuga, molti di essi furono passati per le armi dai Romani, i quali fecero ritorno nel campo nemico onusti di preda che fu egualmente divisa tra i soldati.

Il fausto successo d’una tale giornata fu pei Romani di gran momento, dacchè incussero tema a tutti i popoli confinanti, e acquistarono la stima di lontane nazioni, e gli stessi Cartaginesi, ammirati di tanto valore, spedirono a Roma i loro legati con il dono d’una corona d’oro che fu collocata nel tempio di Giove Capitolino.

I Sanniti allora, che sentivano la necessità di rifare le loro forze, chiesero pace ai Romani, che gliela concessero di buon grado, avendo avuto sentore che nuovi nemici, cui dava ombra la loro cresciuta potenza, si apparecchiavano a invadere le loro terre, ma apposero a condizione della pace che i Sanniti pagassero alle truppe Romane un anno di stipendio e tre mesi di viveri. (Livio VIII, 2.)

Non andò guari che i Latini, i quali aspiravano a riacquistare la propria libertà, collegatisi coi Volsci, Aurunci, Sidicini e Campani, invasero con forze preponderanti le terre del Sannio, nella lusinga di occuparle prima che i Romani si levassero in armi, e fecero conoscere agli stessi di avere impugnate le armi, affinchè le due nazioni addivenissero una sola repubblica, nella quale i cittadini del Lazio partecipassero ai dritti politici dei Romani. La domanda era giusta, ma parve intollerabile all’orgoglio romano, per cui non appena i legati Latini palesarono nella curia un tal desiderio, l’intero popolo Romano, indignato per siffatta pretensione, si tenne a fatica di non porre le mani in quel medesimo punto sulla persona degli ambasciadori spediti dalle città Latine, e fu tosto dichiarata una solenne guerra per decidere se i Latini sarebbero addivenuti cittadini o sudditi di Roma.

[p. 49 modifica] In tale condizione di cose bisognava che i Sanniti si fossero confederati incontanente coi Latini per combattere, insieme agli altri popoli Italiani, il comune nemico, che agognava dar fine a tutte le antiche nazionalità d’Italia; però non seppero cogliere l’istante propizio, e si mostrarono fidi ai Romani con la speranza che essi non avrebbero attentato novellamente alla loro indipendenza.

Ma sconfitte le armate della lega italica, e sottomesse le città latine ai Romani, questi avean l’occhio unicamente a suscitare nemici ai Sanniti; sicchè le due emule nazioni si consideravano come nemiche, e i Romani, per prorompere a nuove offese, spiavano cupidamente l’occasione, la quale non tardò molto ad offrirsi. I Sanniti avean posto molto studio ad amicarsi gli abitanti di Palepoli e di Neapoli, due città fondate dai greci di Cuma nel luogo ove ora sorge la nostra Napoli, e che allora erano fiorenti di commercio.

Quei popoli, che aveano in odio i Romani per l’acquistata potenza nella Campania, sobillati dai Sanniti, presero a devastare l’agro romano e falerno. Di ciò si tennero offesi i romani, e dopo di essersi adoperati con ogni sforzo per fare che i Palepolitani e Neapoli tani rifiutassero l’alleanza sannita , strinsero fieramente d’assedio Palepoli, la quale fu validamente soccorsa da Sanniti e Nolani. I Romani mossero per questo aiuto molte lagnanze ai Sanniti, tacciandoli di violazione dei trattati, e i Sanniti di rimando risposero assai fieramente, e conchiusero in ultimo che nelle pianure della Campania si sarebbe deciso a quale dei due popoli fosse predestinato l’impero d’Italia.


Note

  1. Saticula, città della Campania, è probabile che sia l’odierna Caserta.