Istoria delle guerre gotiche/Libro primo

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Istoria delle guerre gotiche Libro secondo
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DELLE ISTORIE DEL TEMPO SUO


TETRADE SECONDA


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LIBRO PRIMO


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CAPO PRIMO.


Zenone imperator di Bizanzio, Augustolo di Occidente. — Morto di ferro il costui padre Oreste, regna Odoacre. — Teuderico, re dei Gotti, dalla Tracia muove contro l’Italia per istigazione di Zenone. — Assedia Ravenna. — Uccide Odoacre — Padrone della penisola ne regge i popoli con lode. — Reo della ingiusta morte di Simmaco e di Boezio, sembratogli vedere in un piatto il capo del primo, inorridisce, e piangente sen muore.


I. Così nell’Africa le romane bisogne:1 ora passo a trattare della gottica guerra2, facendo innanzi tutto [p. 8 modifica]precedere la narrazione delle cose avvenute ai Gotti ed ai Romani prima di essa. Mentre Zenone dominava in Bizanzio imperò nell’Occidente Augusto, nomato dai Romani vezzosamente con voce diminutiva Augustolo3, sendo asceso al trono fanciulletto, succedutovi al genitore Oreste principe di ben rara prudenza. Per lo avanti, nè molto, i Romani fiaccati dalle stragi sofferte da Alarico ed Attila, come si legge ne’ miei precedenti libri, avevano fermato lega cogli Scirri, cogli Alani e con altre gottiche genti; ma sì operando quanto innalzavano la potenza e dignità delle barbariche truppe, tanto scemavano l’onore delle proprie, e coll’onesto nome di confederazione lasciavansi tirannicamente opprimere dagli stranieri. E di vero la costoro alterigia tal crebbe che dopo ottenuto di forza mal nostro grado più e più altri profitti, voleano sin compartecipare di tutte le italiane terre, e perchè Oreste loro ne rifiutò la terza parte, com e’pretendevano, venne di colpo spento. In allora uno di essi, per nome Odoacre e già lancia imperiale4, si fece innanzi promettendo compiere ogni lor desiderio se ne averse aiuto a salire il trono. Giunto di questo modo alla tirannide non peggiorò la sorte dell’imperatore; lasciando ch’e’ privatamente in ozio si vivesse; accordata poscia la terza parte dei colti ai barbari al tutto se li affezionò, corroborando in simigliante guisa per anni dieci l’usurpatosi impero.

[p. 9 modifica]II. Sotto a quel tempo i Gotti di stanza, con imperiale permesso, nella Tracia e capitanati dal patrizio e consolare Teuderico ribellarono dai Romani. Ma Zenone Augusto sapendo trarre ottimo partito dall’accaduto indusse il duce loro a venire in Italia, ov’e’ portando le armi contro Odoacre procurerebbe a sè stesso ed ai Gotti l’imperio occidentale, addicendoglisi vie meglio, come senatore in ispecie, il discacciare un tiranno, ed il costitursi re dei Romani e di tutta la penisola, che non il guerreggiare con suo grave pericolo Giustiniano; ed il ribello careggiato un tale consiglio batte la proposta via con sua gente e con molte carra piene di fanciulletti, di donne e di tutta la suppellettile, quanta poteane ognuno condurre seco. Pervenuti costoro al seno Ionico, nè avendo mezzo di valicarlo per mancanza di navilio, girarongli all’intorno calcando le terre dei Taulanzj5 e degli altri abitatori di que’ lidi. Fattesi in questa le truppe d’Odoacre ad affrontarli, e dopo molti combattimenti sbaragliate, ripararono col duce loro in Ravenna, e ne’ vicini fortissimi luoghi, che poi, cinti d’assedio, in molto numero ed in varie fogge, come la ventura di ciascheduno si volle, furono espugnati: Cesena tuttavia, castello a trecento stadj da Ravenna, e Ravenna stessa, ov’era Odoacre, non poteronsi vincere con la forza, nè averle a patti. [p. 10 modifica]Sorge Ravenna su di pianura all’estremità del golfo Ionico, e soli due stadj lunge da esso: non è città marittima, e sembra arduo cimento lo accostarvisi non meno con armata di mare che con eserciti, dal suo littorale tenendo indietro i vascelli sterminate sirti, che trenta stadj, e forse più, dilungansi in mare, e colle aggirate loro forte impediscono il proceder oltre ai naviganti, avvegnachè standovi di contro e’ veggansela ben dappresso. Chiudonvi poi l’entrata agli eserciti di terra le acque con che il fiume Po, o vuoi Eridano, disceso dai gallici monti, ed altri fiumi navigabili, e laghi attorniano dappertutto le sue mura. Ivi poi cotidianamente un che avviene, di vero stupendissimo. Col partirsi delle tenebre il mare a simile di fiume per tanto spazio trabocca sul continente, quanto ne puoi trascorrere camminando un intero dì con ispeditezza, e permette alle navi di procedervi nel mezzo: ritoglie quindi alla sera l’accordato traggetto, e con eguale riflusso tira a sè nuovamente le acque6. Il perchè le genti bramose di portar dentro quelle mura, o per viste commerciali o per cagione comunque, i bisogni della vita, o di là trasferirli altrove, collocate le merci sopra barche, e spinte queste laddove sogliono effondersi le acque, attendonvi il marino flusso, al principiare del quale sollevasi a poco a poco il navilio dal suolo, ed i marini posta mano all’opera compiono l’uffizio loro. Nè quivi solo ciò accade, ma pur anche incessantemente su tutta [p. 11 modifica]quella spiaggia sino alla città di Aquileia7, sebbene non sempre in egual modo e coll’eguale misura, imperciocchè al cominciar della luna più mite ribocca il mare, addivenuto poi risplendente per metà il disco di lei sinchè torna questo altra fiata con la stessa misura a noi visibile, e’ più cresce; ma di ciò basti.

III. Era già il terzo anno che i Gotti aventi a duce Teuderico cingevano indarno Ravenna, quando la noia da quinci dell’assedio e la difalta della vittuaglia da quindi costrinsero e gli assediatori e gli assediati a patteggiare, mediante il vescovo della città, che Teuderico e Odoacre viverebbero di pari sorte là entro. Il quale accordo ebbe qualche tempo il suo pieno vigore, ma poscia Teuderico scoperta, come si narra, una frode macchinatagli contro da Odoacre, invitò con mentita amicizia costui alia mensa, e tra le imbandigioni l’uccise; amicatisi di poi quanti eranvi de’ barbari nemici, ebbe in poter suo i Gotti e gli Italiani. Ed avvegnachè non s’arrogasse il nome di romano imperatore, nè gl’imperiali ornamenti, pago del titolo di re, voce usata dai barbari per indicare i supremi capi loro, nondimeno tal governò sua gente da non lasciar desiderio alcuno di quanto si conviene agli animi virtuosi degli Augusti, appalesandosi coltivatore insigne della giustizia, e difensore zelante [p. 12 modifica]delle leggi. Guardò inoltre ognora le sue provincie dalle offese de’ vicini barbari, pervenuto essendo all’apice non pur della prudenza che della fortezza, nè fece mai torto a sudditi, o perdonò a’ rei di simigliante colpa; se non che permise ai Gotti il partimento fra loro dei colti da Odoacre accordati alle genti di sua fazione. Laonde fu egli di nome tiranno, ma in fatto vero imperatore, cui non sapremmo anteporre altro di quelli che sin dal principio dell’imperio salirono ad altissima fama in così onorevole grado. Al pari de’ Gotti amavanlo assaissimo gl’Italiani, contro la consuetudine delle umane menti; imperciocchè nel maneggio delle cose civili nutrendo chi l’uno chi l’altro desiderio, il rettor sommo piace cui vanno a’ versi le tue deliberazioni, ed incresce alle genti che veggono delusa ogni loro speranza. Vivuto anni trentasette, formidabile mai sempre a tutti i suoi nemici, partì di questa vita desideratissimo dai popoli governati8. Vo a dirne la morte.

IV. Simmaco ed il costui genero Boezio, consolari entrambi e di nobilissima schiatta, riscuotevano i primi onori nel senato; nè aveavi chi li agguagliasse nelle filosofiche scienze, nell’amore della giustizia, e nella molta liberalità con che soccorrevano ai bisognosi, cittadini e’ fossero o stranieri. Saliti pertanto ad alta gloria trassersi addosso l'invidia di funestissimi personaggi, dalle cui frodi persuaso Teuderico, al venirgli accusati di amore per le civili novità, sentenziolli di morte, [p. 13 modifica]ponendone il patrimonio nel fisco. Trascorsi pochi giorni dalla terribile esecuzione, messa dai famigliari sul desco mentre e’ cenava la testa d’un grosso pesce, in lei parvegli scorgere quella di fresco spiccata dall’imbusto di Simmaco, la quale col bieco ed orribil suo cipiglio e coll'addentarsi del labbro inferiore pigliato avesse la sembianza di chi gravemente minaccia. Spaventato il re dal tremendo prodigio, e gelatogli fuor misura il sangue nelle vene corre tosto al suo letto, e fattovi distender sopra qualche numero di coltri, vi si tenne avvolto. Narrò poscia l’occorsogli ad Elpidio medico piangendo la commessa scelleraggine contro que’ due; e tal crebbe a cagione di ciò l’afflizion sua e l’ambascia, che non guari dopo mancò ai vivi; fu questa la prima ed ultima ingiustizia di che si contaminò negli animi de’ sudditi, e vi cadde profferendo la mortale condanna, fuor della propria consuetudine, senz’aver prima ben ponderato le accuse.


CAPO II.


Il pargoletto Atalarico successore del morto re dalla genitrice Amalasunta, commendatissima donna, fidato a’ precettori acciocchè attenda agli studi — La regina ne ha biasimo dai Gotti, odiatori d’ogni sapere. — Sua costanza e prudenza nello sventare una loro congiura.


I. Passato di questo mondo Teuderico ebbe il trono Atalarico (nè dopo gran tempo Giustiniano imperò in Bizanzio) nato di una sua figliuola ed in allora, d’anni otto appena, sotto la tutela della vedova [p. 14 modifica]genitrice Amalasunta 9, la quale ricca di prudenza, osservantissima del giusto e d’animo soprammodo virile governava nella qualità di tutrice il regno. Ella in tutto il suo reggimento non volle che si gastigasse con pene corporali, o con multe uom de’ Romani, frenando per lo contrario l’iniqua e ardente gottica brama di molestarli, e rimise nella eredità paterna la prole di Simmaco e Boezio; desiderosa inoltre che il figliuol suo venisse cresciuto nella vita e ne’ costumi de’ romani principi obbligollo ad attendere alle lettere, dandogli a precettori tre vecchi e distinti personaggi di sua gente, a lei ben noti per la grandissima loro sapienza e moderazione.

II. Se non che di tai cose non attagliavano punto i Gotti, preferendo costoro di essere governati dal novello re alla foggia barbarica, per avere più libero campo di superchiare i popoli soggetti. Quindi è che tal volta fra le altre sendosi il fanciullo, reo di qualche mancamento e dalla madre corretto con una guanciata, rifuggito piangendo nell’andronitide 10, que’ de’ Gotti a cui s’avvenne cominciarono a dar nelle furie, a profferire vituperj contro di Amalasunta, ed a calunniarla siccome donna che rivolto avesse ogni suo pensiero a procacciare sollecita morte al pargoletto nella vista di contrarre un secondo matrimonio, e di rendere con questo a sè stessa ed allo sposo durevole il principato su di loro e degli Italiani. Convenuti di poi insieme i [p. 15 modifica]ragguardevolissimi della nazione, e fattisi al cospetto di lei si lagnano che il re nè di conformità al grado suo, nè virtuosamente sia educato, avendovi distanza somma dalle lettere al valore, e convertendosi bene spesso in timidezza e pusillanimità gl’insegnamenti ricevuti dai vecchi. Volersi adunque il fanciullo, se riuscir debba valente nell’arte guerresca ed illustre per gloria, allontanare dalla tema de’ precettori, ed esercitare nelle armi. Adducono in pruova dell’esposto Teuderico stesso, il quale non permise mai alle genti sue di mandare la prole ai ginnasii, dicendo loro che indarno cercherebbesi di assuefare i giovinetti a mirar con occhio intrepido e non curante le aste e le spade, ov’e’ temuto avessero lo staffile; oltre di che egli stesso era giunto a conquistare sì gran numero di province ed un regno, quantunque le sue orecchie non avessero udito un che di lettere. «Or bene, o Regina, conchiudono, dà commiato di botto a questi pedagoghi, e disponi che Atalarico meni la vita in compagnia di giovincelli suoi pari, i quali crescendo con esso inducanlo a regnare generosamente e secondo le antiche nostre costumanze.»

III. Amalasunta ascoltò i consigli loro, ed avvegnachè poco le quadrassero, pure temendo qualche tradimento infinse averli cari, ed in tutto secondolli. Tolti adunque dai fianchi di Atalarico i precettori mettonsi a conviver seco de’ garzoncelli non pervenuti ancora alla pubertà, nè gran fatto di esso maggiori. Se non che il piccolo re tocchi appena i tre lustri, abbandonatosi precipitosamente ad instigazione de’ compagni alla crapula, alle donne, e ad ogni altra guisa di mal costume, [p. 16 modifica]venne sì disobbediente alla propria madre, che più non aveale fior di rispetto. Ma di già i barbari stessi congiurando alla scoperta contro a lei, con isfacciataggine aveanle comandato che rinunziasse alle cure del regno; ed ella intrepida alle costoro trame, sebbene femmina, punto non attristossi, che anzi dando pruova di sua reale autorità mandò ne’ confini d’Italia, e ben lunge l’uno dall’altro, tre chiarissimi personaggi de’ Gotti ed autori principali di quella sedizione a guardare le frontiere dalle nemiche scorribande. Questi nondimeno coll’opera degli amici e de’ congiunti comunicavansi i loro pensamenti, compensando la distanza de’ luoghi colla celerità de’ messi, e così apprestavano la rovina di Amalasunta; la quale addivenuta alla perfine intollerante delle costoro mene tra sè fermò di mandare in Bizanzio chiedendo all’imperatore se ad Amalasunta di Teuderico fosse lecito di andarlo a visitare. Giustiniano lieto della domanda invitala nella sua capitale, ed in pari tempo ordina che siale apprestato un bellissimo alloggio in Epidanno, acciocchè arrivando possa albergarvi e quindi, riposatasi a suo buon grado, proseguire il viaggio sino a Bizanzio. Costei allora scelti tra’ Gotti uomini valorosi e fidatissimi loro commette la morte dei tre autori principali, come or ora scrivea, delle sue traversie. Fa di poi imbarcare alcuni de’ suoi più bene affetti con quaranta mila aurei, senz’annoverare le altre ricchezze, e coll’ordine di navigare ad Epidanno, ove giunti ritraggansi pure nel porto, ma guardino il silenzio di quanto è in serbo nel vascello finoattantochè non abbiano da lei medesima nuovi comandamenti. Sì operando era [p. 17 modifica]tuttavia suo consiglio di non partirsi e di richiamare indietro la nave se fossele riuscita la uccisione dei tre, venendole meno con ciò ogni timore de’ nemici; che se poi taluno di loro campasse la morte, disperando allora affatto delle cose sue, ritrarrebbesi co’ proprj tesori ne’ cesarei dominj. Con questo scopo adunque si mandò la nave alla volta di Epidanno, ed afferratovi, i curatori del danaro compierono fedelmente gli ordini avuti. Ma non molto stante la regina, udita giusta i suoi desiderii la fine dei tre ribaldi, spedì avviso alla nave di retrocedere, e proseguendo a dimorare in Ravenna tenne con mano validissima lo scettro.


C A P O III.


Schiatta, costumi e risoluzione di Teodato. Ambasceria al romano Pontefice in Bizanzio. Giudizio di Procopio sulla religione. — Allo infermarsi d’Atalarico la genitrice, tenendosi mal sicura co’ Gotti, si vale ascosamente dell’opera di Alessandro per cedere a Giustiniano l’Italia. - Carteggio all’uopo tra’ due monarchi sotto coperta di scambievoli rimprocci. — Tornata dell’ambasceria in Bizanzio. L'imperatore manda Pietro in Italia.

I. Aveavi tra’ Gotti un Teodato figlio di Amalafrida sorella di Teuderico, uomo di età provetta, versato nella lingua latina e nella platonica filosofia, ma ignorantissimo dell’arte guerresca, pigro al sommo e d’avarizia enorme. Questi possedendo gran parte dell’agro toscano recava di continuo molestie ai confinanti proprietarj acciocchè si partissero, estimando infelicità [p. 18 modifica]l’aver che fare con de’ vicini. Se non che tanta sua ingordigia venendo frenata a tutta possanza da Amalasunta, erasi egli ridotto a portarle implacabil odio, e vinto dall’impazienza macchinava di sommettere a Giustiniano Augusto la Toscana, sperandone molto danaro in guiderdone, e di essere ascritto all’ordine senatorio per quindi passar la vita in Bizanzio. Mentre egli escogitava il mezzo di compiere la sna vendetta presentaronsi al romano Pontefice gli ambasciadori Ipazio vescovo degli Efesj, e Demetrio de’ Filippensi, macedoniche genti, per convenire seco intorno a un domma di religione sul quale dissentivano tra loro i cristiani; ma di questa controversia, avvegnachè benissimo informatone, tralascio di far parola, riputando un pazzo orgoglio il voler noi indagare la divina essenza, quando, a mio avviso, non pur lei, ma nemmeno la nostra n’è dato conoscere perfettamente; il perchè io giudicando miglior partito il passare con silenzio tali arcani, che soltanto voglionsi con pia fede venerare, contenterommi di ripetere la bontà infinita dell’Ente supremo, ed il suo dominio sopra tutte le cose: ognuno poi, o sacerdote o secolare, ne parli secondo la propria opinione. Teodato del resto abboccatosi con quell’ambasceria, esposele in aperto l’animo suo, e la incaricò di partecipare a Giustiniano Augusto il formato disegno.

II. Atalarico intanto abbandonatosi fuor misura alla crapula cominciò a patire di consunzione: il perchè Amalasunta caduta in gravi pensieri, non potendo fidare nell’animo d’un sì tristo figlio, nè rimanendone priva tener più la propria vita sicura, in causa del [p. 19 modifica]mal trattamento fatto degli ottimati de’ Gotti, deliberò per la sua conservazione ridurre il regno e gl’Italiani sotto l’imperiale corona. Il senatore Alessandro a quei dì erasi trasferito in Italia, viaggiando co’ prelati Demetrio ed Ipazio, per commissione di Giustiniano, il quale consapevole che il vascello di Amalasunta pervenuto nel porto d’Epidanno ivi attendeva, e costei sebbene trascorso lungo tempo proseguiva a dimorare nella sua reggia, avea ordinato al senatore d’investigarne minutamente gli affari per quindi informarlo di tutto. Apparentemente poi e’ mandava quest’ambasceria all’uopo di significarle che di mal animo soffriva la repulsa avuta a Lilibeo, come narra il precedente mio libro 11, l’operatosi dal comandante di Napoli, Uliare, accusato di avere accolto col regale consenso dieci Unni disertati dall’africano esercito e condottili nella Campania, e finalmente le barbarie commesse dai Gotti, in guerra co’ Gepidi, presso di Sirmio contro Graziana città posta nei confini dell’Illirio. L’imperatore adunque inviò il foglio apportatore di tali rimbrotti col mezzo di Alessandro, e costui arrivato a Roma ed accomiatatosi dai vescovi colà rimasi per dare compimento alla mandata loro, corsa la via di Ravenna ed ottenuta udienza da Amalasunta d’ascoso comunicolle i segreti colloquj di Giustiniano, ed in palese le presentò la lettera imperiale che qui riportiamo.

III. “Il forte di Lilibeo toltoci ingiustamente è tuttora guardato dalle vostre armi, nè sin qui vi siete [p. 20 modifica]compiaciuti renderci i nostri disertori da voi accolti; per colmo poi d’ogni oltraggio arrecaste danni gravissimi alla mia Graziana. È forza quindi che tu ponga mente dove andranno a sboccare tali faccende.» Amalasunta, letto il foglio, così riscrisse: «È più dicevol cosa ad imperatore grande e magnanimo il proteggere un fanciullo orfano di padre ed all’oscuro affatto di quanto s’opera, che non il dichiararglisi nemico; essendo che d’un ingiusto conflitto non possiamo tampoco uscir vittoriosi con onore. Minaccevolmente rimproveri ad Atalarico e Lilibeo e i dieci fuggitivi, ed i mali per ignoranza arrecati ad una città amica dai nostri guerrieri nel correr dietro a’ nemici loro. Lunge da te, o Giustiniano, cosiffatto procedere; sovvengati piuttosto che noi, anzichè opporci alla tua impresa contro de’ Vandali, accordammo di buon grado il passo e la compera della vittuaglia sul tener nostro alle truppe dirette a guerreggiarli, e con tante altre cose le fornimmo di cavalli in sì gran numero da volersi meglio attribuire a questi, che non a tutto il rimanente, la tua vittoria sopr’essi. Ha diritto in fine al nome di confederato e di amico non pur chi d’armi il vicino, ma eziandio chi d’ogni altra occorrenza si fa palesemente suo aiutatore. Nè di grazia obbliare che in allora i soli porti della Sicilia erano aperti al tuo navilio, e che questo, ove fosse stato impedito dal vittovagliarvisi, non potea volgere mai più sue prore contro dell’Africa. Laonde tu devi ascriverci tutta la vittoria, addivenendo colui che appiana la via alle imprese meritevole di [p. 21 modifica]riportarne, condotte a felice termine, gloria e premio; ed in fè mia qual altro bene, o imperatore, è si apprezzato dall’uomo come il soggiogare i proprj nemici? Su di noi per lo contrario ne ricadde non mediocre danno, esclusi, in opposizione alle leggi della guerra, dal partecipare al bottino, e di presente spogliati del nostro dominio sopra Lilibeo, scoglio per verità da farne pochissimo conto, ma che impertanto se fosse stato da prima in tuo potere, lo avresti per lo meno dovuto ora cedere ad Atalarico, qual guiderdone dell’essersi per te adoperato in cose di gravissimo rilievo.» La regina pubblicamente in tal foggia rispondeva a Giustiniano, scrivendogli poi di soppiatto che farebbelo padrone dell’intiera Italia.

IV. Tornati gli ambasciatori in Bizanzio Alessandro consegna all’imperatore il foglio avuto ascosamente dalla regina, e Demetrio ed Ipazio gli riferiscono i discorsi tenuti loro da Teodato, dichiarando ch’agevol era a costui l’adempiere alla promessa mercè della somma autorità sua nella Toscana, possedendone la parte maggiore. Lietissimo Giustiniano di tutte queste cose manda subito in Italia Pietro da Tessalonica nell’Illiria, protettore 12 in Bizanzio, e personaggio di [p. 22 modifica]non comune prudenza, di piacevoli e bei modi, e valentissimo nel persuadere.


C A P O IV.


Amalasunta frena la rapacità di Teodato. — Chiamalo, morto il figlio, volendo seco rappattumarsi, a partecipare del regno. — Sua prigionia comandata dall’ingratissimo re. — Al quale Pietro, ambasciadore di Giustiniano, dopo la uccisione di lei intima la guerra.


I. In mezzo a queste faccende molti Toscani presentansi alla regina aggravando Teodato di estorsioni contro tutti gli abitatori della provincia, non contento di appropriarsi violentemente i soli colti di privata ragione, ma sin quelli spettanti alla Casa reale, e nomati patrimonio. Ella uditone chiamalo a dar conto delle rapine commesse, e vedendolo appieno convinto dagli accusatori, l’obbliga alla restituzione di quanto possedea con frode, e poscia rimandalo in patria. Il perchè intromessasi la discordia tra loro, addivenne odiosissima a costui, il quale rodevasi tutto per avarizia, sendo nella condizione di non poter più liberamente offendere, e sbramare di forza l'ardente sete della roba non sua.

II. Atalarico intanto passò di questa vita, consumato da tisichezza, dopo un regno di otto anni. La madre allora disperando affatto di sè, e non dandosi verun pensiero dell’indole di Teodato, nè de’ suoi freschi rigori contro di lui, imaginò che non verrebbegliene danno al mondo ove cercasse di cattivarselo con qualche gran benefizio. Manda perciò chiamandolo, e [p. 23 modifica]venuto a lei carezzalo; quindi con fermezza gli espone che già da lungo tempo erale nota la generale opinione su la vicina morte del figlio, non facendone più mistero tutti i medici, e vedendo co’ suoi proprii occhi aggravarglisi di giorno in giorno il male; e siccome ben conosceva non troppo vantaggiosamente sonare alle orecchie de’ Gotti e degli Italiani il nome di Teodato, unico rampollo della prosapia di Teuderico, ella erasi posta in cuore di ribattere quella turpe rinomanza per metterlo, giunta l’ora, senza ostacoli a parte del regno: se non che aver temuto, osservantissima del giusto, non talvolta coloro, i quali circondavanla, per richiamarsi d'ingiurie da lui sofferte, andassero dicendo apertamente mancare nello stato da chi sperar giustizia, sendo la repubblica nelle mani d’un loro nemico; or dunque per opera sua purgato da qualunque sospetto e tornato al possesso d’un’ottima fama invitavalo al trono; volere bensì nei più solenni modi e’ sagramentasse di viver pago del solo nome reale, e di lasciare il reggimento, come per lo innanzi, a lei. Teodato, udite le condizioni, giurando promise di mal animo e con frode, non dimentico sì presto delle trascorse vicende, che in tutto si conformerebbe ai detti di Amalasunta, la quale eziandio alla sua volta candidamente sagramentò questi accordi, e così vittima del suo inganno proclamollo re: mandati quindi ambasciadori di sua gente in Bizanzio partecipa il fatto a Giustiniano Augusto.

III. Teodato asceso il trono schernì del tutto le speranze della regina ad un tempo ed i suoi giuramenti: conciossiachè, pigliato a proteggere gli affini de’ Gotti, [p. 24 modifica]molti e chiarissimi tra questo popolo, da lei spenti, di subito condannolle a morte alcuni congiunti, e lei stessa prima che giugnessero gli ambasciadori in Bizanzio, rinchiuse in carcere. Havvi nella Toscana un lago (di nome Vulsino13), ed in esso un’isoletta munita di forte castello. Quivi egli ordinò che si custodisse la prigioniera, e temendo, come pur troppo avvenne, di offendere per tali crudeltà l’imperatore, mandògli tosto Liberio ed Opilione14, romani senatori, con altri pochi all’uopo di placarne accuratamente lo sdegno, assicurandolo di essersi guardato da ogni personale offesa, quantunque pessimamente da lei per lo addietro accolto; e dell’egual tenore volle di forza che scrivessegli la regina: di questa guisa procedevano colà le faccende. Pietro del resto ebbe comandamento da Giustiniano di abboccarsi in ascoso con Teodato, e, indottolo a giurare un profondissimo silenzio per rispetto ai discorsi posti tra loro in campo, di conchiudere in ferma guisa la cessione della Toscana. Dovea inoltre procurarsi un segreto colloquio con Amalasunta per istabilire con reciproco vantaggio la unione dell’Italia all’imperio: si partiva in fine sotto coperta di portare le imperiali querele a cagione di Lilibeo e delle cose or ora da me ricordate; nè sapevansi tuttavia in Bizanzio la morte di Atalarico, la salita in trono di Teodato, [p. 25 modifica]e le sciagure di Amalasunta. Se non che egli nel viaggio avvenutosi dapprima alla costei ambasceria ebbe avviso dell’innalzamento di Teodato, e poscia in Aulone15, città posta sul seno Ionico, incontratosi con Liberio ed Opilione venne a sapere da loro tutte le posteriori vicende; in grazia di che sospese quivi il cammino per darne avviso all'imperatore.

IV. Giustiniano Augusto informato degli avvenimenti d’Italia, concertando seco stesso i mezzi di gittar discordia tra’ Gotti ed il nuovo re, scrisse ad Amalasunta che avrebbene pigliato come vie meglio e’ potea le difese, ed ingiunse a Pietro di manifestare l’animo suo, anzi che farne un mistero, a Teodato ed ai Gotti tutti. Arrivata di poi l’italiana ambasceria in Bizanzio ognuno, del solo Opilione in fuori il quale con asseveranza dichiarava il re privo di colpa, riferì al sovrano que’ cambiamenti siccome in realtà accaddero; e più che tutti Liberio, uomo di singolare bontà, onestissimo ed incapace di contaminare le sue labbra con menzogne. Pietro quanto al resto mise piede in Italia, quando già Amalasunta era passata di questa vita, conciossiachè gli affini de’ Gotti da lei morti venuti a Teodato aveanlo persuaso non darsi nè per lui, nè per loro salvezza, ove subito non si fosse tolta di mezzo la prigioniera, ed applauditosi dal re alla proposta, corsi nell'isola diederle morte con grandissimo cordoglio non meno di tutti gl’Italiani che de’ rimanenti Gotti: donna per verità constantissima nell’esercizio d’ogni umana [p. 26 modifica]virtude. Laonde egli manifestò apertamente a Teodato ed a Gotti, che si attendessero, macchiati di così enorme delitto, una implacabile guerra da Bizanzio. Ma lo stolido principe mentre prodigava onoranze grandissime agli uccisori della regina cercava di persuadere al legato ed a Giustiniano, che i ministri di quella morte operato avessero di loro arbitrio, anzi riportandone da lui altissima riprovazione.


C A P O V.


Giustiniano prende a guerreggiare i Gotti facendo assalire da Mundo la Dalmazia, e da Belisario coll’armata di mare la Sicilia. — Scrive ai capi de’ Franchi. — Mundo espugna Salona; Belisario, impadronitosi di tutta la Sicilia, termina gloriosamente il suo consolato

I. Giustiniano sul volgere l’anno nono del suo imperio, come prima ebbe nuova della tristissima fine di Amalasunta ordinò la guerra, dando l’incarico a Mundo, maestro della milizia nell’Illirico, di prendere la via della Dalmazia, signoreggiata da’ Gotti, per tentare l'espugnazione di Salona: era costui di gesta barbarica, affezionatissimo all’imperatore, ed egregio nell’arte guerresca. Inviò ad un tempo nella Sicilia Belisario, famoso a que’ dì per la fresca vittoria avuta di Gelimero e de’ Vandali, con armata di mare, con quattro mila guerrieri tratti non meno dagli ordini militari suoi che dalle truppe confederate, e con forse tre mila Isauri. Primi nel comando erano Constantino e Bessa traci; e Peranio dall’Iberia vicina a’ Medi, congiunto di prosapia col re ibero, e da gran pezza, intollerantissimo delle [p. 27 modifica]persiane costumanze, disertato agli imperiali. A’ cavalieri soprantendevano Valentino, Magno ed Innocenzo; a’ fanti Erodiano, Paolo, Demetrio ed Ursicino; conduceva Enne gl’Isauri; compievano alla perfine il novero delle truppe dugento Unni confederati e trecento Mauri. A tutti i prefati duci poi imperava Belisario avente seco i pretoriani astati e lunghissima schiera d’illustri pavesai; e’ si partiva con Fozio, nato dalle prime nozze di Antonina sua moglie, imberbe ancora, ma d’una prudenza e robustezza molto al di sopra dell’età sua. Ebbe il duce in Bizanzio comandamento di fingere tutto quell’apparato diretto alla volta di Cartagine; ma postosi nelle acque della Sicilia, e pigliatovi terra col pretesto di qualche urgente bisogno, e’ dovea tentare l’isola ed impadronirsene, riuscendovi, a tutto bell’agio, guardandola quindi per modo che non fosse mai più costretto di abbandonarla; ove poi tramettessersi all’opera impedimenti e’ rivolgerebbe le prore verso l’Africa con al tutto menzognero proponimento.

II. Mandò similmente ai capi de’ Franchi un’ambasceria con lettera in questi termini: «Da che i Gotti non solo ricusano di restituire al nostro imperio l’Italia violentemente a noi tolta, ma di più senza una provocazione al mondo ci offesero con forti ed intollerabili oltraggi, vuol necessità che loro dichiariamo la guerra. A voi pertanto si conviene seguire le parti nostre, professando eguali dommi non contaminati dagli errori d’Ario, e non essendoci punto inferiori nell’averli in odio.» Così l’imperatore scrivea aggiugnendo al foglio un presente di molto danaro, e [p. 28 modifica]promettendone eziandio in copia maggiore posti che si fossero all’impresa; quelli riscrissero che di buonissimo grado entrerebbero in lega seco.

III. Mundo fattosi coll’esercito nella Dalmazia e vinti in battaglia i Gotti che osarongli contrastare il passo ebbe a forza Salona. Belisario afferrato coll’armata di mare nella Sicilia occupò Catania, e di là movendo gli si arrendettero di leggieri Siracusa e le altre città, di Panormo16 infuori, conciossiachè il gottico presidio fidando in quelle mura, di vero munitissime, non volle sommettersi a lui, imponendogli per lo contrario di subito allontanarsene. Egli pertanto estimando malagevolissimo cimento l’assaltare dalla parte di terra la città, introdusse il navilio nel porto, di qua dalle mura ed estendentesi fino ad esse, e non gnardato da truppe: coll’inoltrar poi delle navi osservato che i loro alberi soperchiavano l’altezza di que’ merli, fecevi ratto innalzare alle cime ed appendere tutti i paliscalmi riempiuti di arcadori. Pel quale stratagemma il presidio sopraffatto da gravissimo timore vedendosi offeso da un nembo di frecce, subitamente cedè Panormo, e da quell’epoca l’isola intiera è ligia dell'imperatore. Successero per verità allora tutte le cose a Belisario più felicemente assai di quanto dir si possa; imperciocchè ottenuto il consolato dopo la vittoria contro de’ Vandali, nel correr di esso tornò l'isola ai Romani, ed era appunto col nuovo giorno per uscire di carica quando in mezzo agli applausi dell’esercito e de’ cittadini mise [p. 29 modifica]piede in Siracusa gittando per le vie aurei nummi. Non fuvvi del resto nulla di premeditato in queste faccende, ma è uopo ascrivere al solo caso la circostanza che, ritornata all’imperio la Sicilia, in quel dì pervenisse nella menzionata città e quivi della sua magistratura si spogliasse, rimanendo consolare, anzichè nella curia di Bizanzio: non altrimenti in allora ei vide secondate le sue imprese dalla fortuna.


C A P O VI.


Teodato patteggia con Pietro ambasciadore di Giustiniano. — Sua pusillanimità appalesata in un lepido colloquio. - Commercio di lettere tra Teodato e Giustiniano.

I. Pietro venuto in cognizione delle prefate cose vie più sollecitava di continuo Teodato ed incutevagli mille timori. Costui pusillanimo e sbigottito non meno che se, partecipe dell’egual sorte di Gelimero, fosse già prigione, fatti allontanare i consiglieri volle da solo a solo intendersela con Pietro. Alla perfine egli consentì di cedere tutta la Sicilia a Giustiniano Augusto, di mandargli annualmente un’aurea corona del peso di trecento libbre, e di mettere a disposizione di lui tre mila guerrieri gotti quando ne avesse inchiesta. Prometteva inoltre di non uccidere senza l’imperiale permesso uom qualunque dell’ordine sacerdotale o senatorio, e di non porre nel fisco i loro patrimonj: volendo similmente ascrivere nel numero de’ senatori o de’ patrizj alcuno de’ proprj vassalli, e’ suggetterebbesi ad inviarne anzi domanda [p. 30 modifica]all’imperatore che farlo di sua autorità, e negli spettacoli, giuochi circensi, e dovunque il popolo romano suole prorompere in festive acclamazioni, Giustiniano Augusto avrebbe in queste ognora la preminenza: approvava da sezzo che non venissegli eretta statua di bronzo o di altra materia comunque se non se avente alla destra quella imperiale; appena confermati gli accordi, coll’apporvi il suo nome, accomiatò l’ambasciadore.

II. Non guari dopo cadde Teodato in gravissimo spavento ed in eccessivi timori, che alteravangli fuor misura la mente, ridotto a perdersi affatto d’animo al solo udire la parola Guerra, tenendola pronta ed inevitabile se non attagliassero in Bizanzio le stipulate convenzioni. Laonde spedisce tosto richiamando Pietro, pervenuto già in quel degli Albani, ed al ricomparirgli innanzi tiratolo da banda vuol saperne a quattr’occhi s’egli creda lo stabilito or ora essere per riuscire grato all’imperatore. Che sì rispostogli dal legato, e’ soggiunse: ma qual sarebbe mia sorte ove accadesse il contrario? Pietro: di necessità, o re, dovresti cimentarti colle armi — Teodato: Come? ambasciadore carissimo; il tuo detto è al di là d’ogni giustizia — Pietro. E perchè reputi ingiusto, o sire, che uom segua, operando, le sue inclinazioni? e richiestogli spiegamento di queste parole proseguì: Tu ami assaissimo la filosofia, ambisce invece Giustiniano rinomanza di generoso imperatore de’ suoi popoli; passa quindi tra l’una e l’altra disposizione dell’animo questa differenza: al filosofo disconvenire, secondo gli ammaestramenti dello stesso Piatone, l’esporre uomini siccome lui, ed [p. 31 modifica]in sì gran numero soprattutto, a morte: del che sendo tu benissimo informato canserai di contaminare tua vita con ogni maniera di strage. Quando al contrario Giustiniano può senza rimordimento aver ricorso alle armi per rivendicare provincie di antico diritto spettanti al suo imperio. Teodato persuaso dalle costui ragioni promise di rinunziare all’imperatore il regno, e sacramentò in uno colla moglie che terrebbe la data parola. Richiese tuttavia nel tempo medesimo dall’ambasciadore il giuramento, ch’e’ metterebbe in campo la proposta cessione del regno sol quando vedesse rigettate le prime convenzioni. Datogli quindi a compagno Rustico (romano sacerdote ed intrinsichissimo del re) acciocchè in Bizanzio operassero concordemente in suo favore, consegnò un foglio ad entrambi.

III. Pietro e Rustico terminato il viaggio loro esposero, fedeli ai voleri di Teodato, i primi accordi all’imperatore, ma udendolo non contento di essi presentangli la scritta posteriormente ricevuta, che alla lettera qui riportiamo. «Non è cosa nuova per me il regno, nato essendo nella reggia del fratello di mia madre, e cresciuto come si conveniva allo splendore della mia prosapia, se non per nulla fummi l’esperienza maestra dell'arte della guerra e delle costei trambuste, conciossiachè addivenuto sin dalla fanciullezza amantissimo delle lettere, e datovi opera indefessamente, sono giunto a questa mia età ben lontano dall’importuno strepito di Marte; sembrami pertanto strano il dover ora imprendere, sedotto dalla sola cupidigia del regnare, la perigliosissima carriera delle armi, potendo, [p. 32 modifica]a un colpo trarmi fuori d’entrambi, della guerra intendomi e del regno, inetti a fe mia sì l’una che l’altro a rendermi beato, questo gravandomi colla sazievolezza sua e colla nausea cui soggiacciono tutte le soavi cose, e quella increscendomi perchè ogni novità genera perturbamento. Se adunque abbia di mia ragione colti idonei a rendermi annualmente non meno di mille e dugento libbre d’oro, io anteporrolli di buon grado al regno, e consegnerotti di posta la sovranità de’ Gotti e degli Italiani, amando meglio coltivare la terra con animo tranquillo, che vivere in mezzo alle regali cure, e mai sempre lor mercè pericolante. Laonde senza indugiare mandami abile persona all’uopo di ricevere da me l’Italia e quant’altro s’appartiene alla mia corona.» Così Teodato a Giustiniano, il quale, avuta grandissima allegrezza della reale determinazione, riscrissegli. «La fama prima d’ora aveamiti presentato per uomo di somma prudenza, ma in oggi io stesso fattone sperto debbo tale riconoscerti per quel tuo proponimento di non attendere i successi della guerra; stolta aspettativa, il confesso, da cui già quanti non rimasero delusi! Nè tu avrai in tempo alcuno a pentirti della fatta risoluzione di convertire in amicizia la nimistà nostra. Or dunque ad ogni tua inchiesta aggiugnerò di soprappiù l’ascriverti all’amplissima delle romane magistrature. Spedisco del resto Atanasio e Pietro a combinar teco le faccende in guisa che n’abbiamo entrambi da uscire con pienissimo nostro soddisfacimento. Belisario stesso non tarderà a venire presso di te coll’incarico di porre [p. 33 modifica]fine a tutti gli accordi stipulati fra noi.» Giustiniano quindi ordinò che partissero a quella volta col suo foglio Atanasio fratello di Alessandro, ed in epoca più lontana spedito ambasciadore ad Atalarico, siccome altrove narrammo, e nuovamente Pietro protettore, anch’egli di già menzionato, i quali assegnar doveano a Teodato i fondi spettanti alla casa reale, nomati patrimonio. Or questi allorchè ebbero disteso e ratificato co’ giuramenti le convenzioni mandarono chiamando Belisario nella Sicilia all’uopo di ricevere la consegna del palazzo, e di custodire, pigliatone il possesso, tutta l’Italia, sendo stato per lo avanti il duce prevenuto di recarsi immediatamente colà al primo lor cenno.

C A P O VII.


Morte di Mundo e del figliuol suo profetizzata, giusta la fama, dalla Sibilla. — Teodato manca alla data parola, e fa disonorevole accoglienza all’imperiale ambasceria. Colloquio tra lui e gli ambasciadori. Lettera di Giustiniano agli ottimati de’ Gotti. — Constanziano mandato dall’imperatore con esercito in Dalmazia; la sottomette ai Romani. Termina l’anno primo della guerra contro i Gotti.

I. Intantochè Giustiniano dava opera a questi maneggi e gli ambasciadori correvano la via dell’Italia, i Gotti con forte esercito capitanato da Asinario, Grippa e da altri duci metton piede sulla Dalmazia, e procedendo a Salona viene ad incontrarli piccola mano di armati sotto gli ordini di Maurizio figlio di Mundo, coll’intendimento anzi di esplorare che di combattere. [p. 34 modifica]Appiccata impertanto un’ostinata zuffa tra loro, caddero spenti da quinci i principali ed i valorosissimi de’ Gotti; da quindi poco meno che tutti i Romani collo stesso Maurizio. A tal nuova Mundo forte addolórossi per la uccisione del figlio; ma poscia tramutatosi il dolore in isdegno mosse alla rinfusa per assalire il nemico. Aggiuntolo, si pugna da ambe le parti con singolare bravura, a dapprincipio la vittoria volge propizia ai Romani, vittoria impertanto addivenuta ben presto cadmea17, da che trucidati molti barbari e ridotti gli altri ad una manifesta fuga, Mundo forsennato nella strage e malaccorto nel perseguitarli, impotente di rattemperare dopo la sofferta sciagura l’animo suo, morì da nemica mano trafitto. Cessatosi allora dal correr dietro a’ fuggenti, i due eserciti si partirono. Tornò per ciò in mente ai Romani l’oracolo sibillino, tenuto al primo suo divulgamento annunziatore d’un grande prodigio, vo’ dire che dopo la conquista dell’Affrica l’universo intiero con la sua progenie ridurrebbesi affatto al nulla. Vedine le parole: Capta Africa, Mundus cum nato peribit. Ora con la voce mundus latinamente esprimendosi l’universo intiero, ad esso veniva riferita la predizione, ma di ciò basti. Nessuno de’ combattenti poi entrò in Salona, essendosi restituiti i Romani, privi di tutti i loro duci, nelle terre imperiali, ed i Gotti, giuntatovi il nerbo dell’esercito, [p. 35 modifica]ripararono per lo timore anzi ne’ luoghi forti della regione, che nella città, consapevoli di essere in odio ai Romani, abitatori di lei.

II. Teodato dopo sì lieto annunzio pigliò a non tener conto alcuno degli ambasciadori venuti già presso di lui, sortito avendo dalla natura un animo in guisa perfido e volubile che lo vedevi ad ogni variar di fortuna, stoltamente ed in onta alla personale e regia dignità, o fuor misura atterrito dallo spavento, o in preda a tale orgoglio da non avere io qui parole atte ad esprimerlo. Intesa adunque la morte di Mundo e di Maurizio, sopra modo e al di là di quanto portassero le faccende, imbaldanzitosi cominciò a schernire l’ambasceria, e un giorno tra gli altri, udito rimprocciarglisi da Pietro la violazione degli accordi stipulati con Giustiniano, fatti a sè venire gl’imperiali oratori profferì loro questa diceria. «L’essere eletti all'ufficio di ambasciadori è per verità augusto incarico, e di grandissimo rispetto degno appo tutte le genti; ma di tale onoranza e’ godonsi meritamente sino a che guardano con modestia la nobiltà dell’uffizio loro. È per lo contrario diritto ad ogni popolo comune l’ucciderli se addivengano colpevoli di manifesti insulti alla reale persona, o di mescolamento con altrui donna.» Il re di questo modo ammonì Pietro, non già che il volesse riprendere di commesso adulterio, ma per mostrargli avervi pur troppo di quelle colpe che render possono reo di capitale sentenza l’ambasciadore. Fu la risposta de’ Romani: «Non di conformità ai detti tuoi, o principe de’ Gotti, passano le cose, nè voler ora con frivoli e vani [p. 36 modifica]pretesti accagionare di gravi colpe l’ambasceria. Conciossiachè non può uom destinato alle nostre funzioni, per quanto il brami, peccare di adulterio, non accordandoglisi tampoco la facoltà di gustare agevolmente dell’acqua senza riportarne il permesso in anticipazione da cui vien custodito. Per rispondere poi a’ tuoi detti, vuole a non dubitarne ragione che ov’egli con fedeltà eseguisca l’ambasciata, se abbiavi in lei colpa ne paghi il fio chi ne diede il comando e non l'oratore, nel quale devi tu riconoscere non più che l'opera di ministro: laonde non passeremo con silenzio verbo di quanto udimmo dalla bocca stessa dell’imperatore; e tu con animo tranquillo porgi orecchio ai nostri discorsi, mercecchè avendolo turbato potresti di leggieri violare que’ diritti che voglionsi in noi, siccome ambasciadori, osservare. È omai tempo che tu di moto proprio adempia tutte le promesse fatte a Giustiniano, ed eccoti appunto il motivo che ci ha condotti alla tua presenza, e l’argomento delle pistole, che ti abbiamo consegnate, scritte da lui alla tua persona; quelle poi indiritte agli ottimati de’ Gotti solo nelle mani loro da noi si deporranno.» Allora quanti eranvi presenti ragguardevolissimi tra’ barbari dichiararono che le scritte loro si consegnassero a Teodato, e vi leggevi: «Desideriamo accogliervi nel corpo della nostra repubblica, del che dovete voi andare lietissimi, certi che non calo d’onoranza, ma accrescimento anzi cumulo attende coloro che si danno al nostro impero. Vagliavi per tutto che noi non invitiamo i Gotti a prendere stanza quali forestieri uelle [p. 37 modifica]nostre città, o in luoghi da loro sconosciuti; ma cerchiamo ricongiungerci con persone famigliari dopo qualche tempo d’interrotta amicizia. Con questo divisamento vi abbiamo spedito Atanasio e Pietro, l’opera de’ quali è vostro interesse di secondare in ogni cosa.» Tale era il contenuto ne’ fogli; il re compiutane la lettura, ben lontano di voler attenere la sua parola ad Augusto, comandò che si ponesse l’ambasceria sotto di austera guardia.

III. Giustiniano poichè ebbe udito queste faccende e i sinistri alle sue truppe sopravvenuti nella Dalmazia, spedì nell’Illirico il conestabile18 Constanziano acciocchè vi mettesse in piedi un esercito col quale poscia tentare ad ogni costo l’espugnazione di Salona: ingiunse altresì a Belisario di passare con prontezza in Italia trattandovi nimichevolmente i Gotti. Constanziano arrivato in Epidanno e fattavi qualche dimora apprestò la soldatesca; ma i Gotti in quel mezzo aventi a duce Grippa entrati nella Dalmazia rinforzarono Salona. Il Romano come si fu ottimamente provveduto d’ogni suo bisogno levò le àncore dal porto e con tutta l’armata di mare afferrò ad Epidauro, città alla destra di chi entra nel seno Ionico. Quivi tenevansi allora gli esploratori de’ Gotti, e parve agli occhi loro in mirando l’esercito ed i vascelli imperiali, che dappertutto così dal mare [p. 38 modifica]come dalla terra scaturissero genti agguerrite; rivenuti pertanto al duce assicuraronlo che procedeva Constanziano seguito da non poche miriadi di combattenti. E quegli sorpreso dalla riferta giudicava mal sicuro consiglio l’affrontare il nemico per istrada, nè tampoco volea essere dai Cesariani, fortissimi padroni del mare, assediato là entro. Le mura in ispecie di Salona diroccate nella maggior parte, ed i grandi sospetti intorno agli animi de’ cittadini verso i Gotti recavangli molta pena: il perchè uscitone a fretta con tutto il presidio andò a oste tra Salona e Scardona città. Constanziano levatosi da quel porto navigando con l’intiero novero de’ vascelli afferra a Lissa posta nel seno, e di là manda a spiare gli andamenti di Grippa per averne subito avviso, e informatone appuntino piglia la via di Salona. Giunto in vicinanza della città e fatto dare in terra alle truppe vi pose gli steccati; ordinò quindi a Sifillan, altra delle sue lance, di occupare con cinquecento armati i luoghi stretti, a lui noti, ne’ sobborghi, e tosto furon eseguiti i suoi comandamenti. Al dimane poi tutto l’esercito entrò e da terra e da mare in Salona, gittando le àncore de’ vascelli in quel porto; dopo di che il duce volse ogni sua cura a risarcire prontamente le rovine de’ muri. Grippa e le gottiche schiere correndo il settimo giorno dall’ingresso degli imperiali nella città, disertato il campo, batterono la via di Ravenna, lasciando con la partenza loro in poter de’ Romani la Dalmazia e tutta la Liburnia19, [p. 39 modifica]dove riuscì a Constanziano di cattivarsi gli animi di que’ gottici abitatori; qui abbian tregua le cose avvenute presso i Dalmati. Col verno terminò il primo anno di questa guerra da Procopio tramandata per iscritto alle genti avvenire.


C A P O VIII.


Belisario entrato in Italia strigne amicizia con Ebrimut, genero di Teodato; quindi assedia Napoli. — Risponde a Stefano, originario di quella città, il quale stoglievalo da tale impresa. — Fermatosi dai cittadini l’arrendimento, Pastore ed Asclepiodoro induconli co’ loro discorsi a cangiare sentenza.

I. Belisario guernite di truppe Siracusa e Panormo venne coll’esercito da Messana a Regio, dove i poeti fingono accaduti i famosi portenti di Scilla e Cariddi. Frotte di paesani accorrevano senza posa a lui, non volendo pigliare la difesa delle proprie città perchè smantellate da lungo tempo di muro, ma soprattutto perchè erano gli animi loro adiratissimi contro ai barbari, e di ragione, in causa dell’aspro governo cui viveano suggetti. Dei Gotti Ebrimut, addivenuto genero di Teodato collo sposarne la figliuola Teodenanta, con tutto il suo corteo disertò ai Romani, e subito dopo itosene a Bizanzio fu dall’imperatore, passando con silenzio le altre onoranze conferitegli, accolto nell'ordine de’ patrizj. Da Regio l’esercito con viaggio pedestre corse le piagge dei Bruzj e de’ Lucani, seguito dai vascelli a breve distanza. Messo piede nella Campania giunse ad una [p. 40 modifica]marittima città (Napoli ha nome) assai forte, e guardata da grosso presidio di gottica gente. Quivi il condottiero, dato ordine ai vascelli che entrati nel porto gittassero le àncore a un tiro d’arco dalle mura ed eretti gli steccati, ebbe a patti un castello de’ sobborghi; accordò poscia ai cittadini, secondandone la preghiera, che inviassero ne’ suoi alloggiamenti alcuni degli ottimati, per manifestargli col mezzo loro quanto e’ sapessero bramare, e per averne risposta. E di subito vide al suo cospetto l’ambasciadore Stefano, il quale espose in questi termini la sua mandata: «Operi ingiustamente, o duce, nel guerreggiare innocenti Romani abitatori d’una cittadetta, e per guisa tenuti in freno da presidio di barbari padroni, che pur volendo in nulla possono contraddirli. Eglino di più col venire alla difesa delle nostre mura nelle mani di Teodato lasciarono i figli, le mogli, ed ogni preziosissima suppellettile; il perchè se unissersi ben anche a noi per tendergli qualche insidia, estimerebbonsi meglio traditori di loro stessi che non della città nostra. Aggiugnerò in oltre, se m’è dato confessarti liberamente la verità, essere a voi medesimi perniziosa la fatta risoluzione di assalirci; imperciocchè riusciti una volta ad impossessarvi di Roma, addiverrete similmente e con tutto vostro agio padroni di Napoli, e rispinti da quella non potrete aver sicurezza neppur tra noi; laonde assediandoci spendereste indarno il vostro tempo.» Così l’ambasciadore.

II. Rispondeva il romano duce all’orazione di Stefano. «Se bene o male, se con prudente e diritto consiglio noi siamo qui venuti nol sommettiamo [p. 41 modifica]all’esamina de’ Napoletani; bramiamo solo che voi attentamente ponderiate le conseguenze della nostra deliberazione, e quindi abbracciate quanto sarà di vostro maggior profitto; e certo lo rinverrete accogliendo l’esercito dell’imperatore spedito a voi, non meno che a tutti gli altri Italiani, all’uopo di rendervi liberi, e non anteponendo ai buoni consigli i pessimi. Gli uomini intolleranti della servitù o d’altra infamia comunque volgonsi alle armi, e se la fortuna arride loro ne traggono doppio frutto, la vittoria dico e l’andar liberi delle sofferte molestie; e sia pure che rimangano sconfitti nella pugna, confortali impertanto almeno quel seguire a malincorpo un’avversa fortuna. A chi per lo contrario è dato scuotere il giogo senza i pericoli della guerra, ove a questa ricorra lo riterrà più fortemente, imperciocchè la stessa vittoria, se per ventura giunge ad acquistarla, addiverragli di gravissimo nocumento; se poi ritraggasi perdente dal campo, a cumulo di tutte le altre sciagure avrà eziandio la riportata strage; ciò valga a’ Napoletani. Quanto è a Gotti con voi di stanza, sia in facoltà loro il voler piuttosto d’ora in avanti unitamente a noi obbedire al grande imperatore, o il tornare sani e salvi ai loro focolari. Abbiate poi voi tutti fermo nella mente che se, rigettate queste proposizioni, oserete venire con noi a battaglia, non potremo a meno, coll’aiuto del Nume, di accogliere ostilmente chiunque ci farà contro. In fine quando i Napoletani amino seguire le parti di Augusto io sono pronto a riceverli ed a conceder loro la somma de’ beni che [p. 42 modifica]facemmo dapprima sperare ai Siciliani, e su de’ quali ora eglino a torto accuserebbonci di falso giuramento.»

III. Il duce ordinò in pubblico a Stefano di riferire questa sua diceria ai Napoletani, ma da solo a solo promisegli grandi premj ov’e’ riuscisse a volgere gli animi loro all’amicizia di Augusto. L’ambasciadore tornato a’ suoi narrò le cose udite da Belisario, ed aggiugnendovi il proprio consiglio dichiarava pernizioso il guerreggiare i Romani, e seco lui ne conveniva Antioco originario della Siria, ed a motivo del commercio marittimo stabilitosi da gran pezza in Napoli, ov’era tenuto in molta estimazione per la sua bontà e prudenza. Dimoravano similmente colà Pastore ed Asclepiodoto, oratori d’assai rinomanza presso quel popolo. Costoro intrinsichissimi de’ Gotti e contrarj ad ogni novità nella repubblica, concertato insieme di sturbare l’impresa, sollecitavan la plebe a proporre di molte gravi condizioni, e ad obbligare con giuramento il condottiero de’ nemici all’immediata esecuzione delle sue promesse. Scritte di questo tenore sopra un foglio tutte le domande loro, in guisa forti che disperava ognuno di vederle accolte dai Romani, consegnaronle a Stefano, il quale introdottosi nuovamente nel campo cesareo e presentato al duce il foglio interrogòllo s’e’ volesse aderire ad ogni parte del contenuto in esso, e nell’affermazione sagramentare la sua parola? Belisario promettendo che verrebbe il tutto adempito gli dà commiato. I Napoletani fatti partecipi della risposta cominciarono ad alta voce a dichiarare il consentimento loro; a gridare che si ricevesse l’esercito imperiale; a spacciare con sicurezza [p. 43 modifica]malissimo fondato ogni sospetto di frode, mettendo fuor di timore l’esempio de’ Siciliani, i quali or ora francatisi dai barbari tiranni per fidarsi a Giustiziano godono di presente una libertà scevra affatto di molestie: e sì dicendo tutti correvano tumultuariamente ad aprire le porte. Incolloritisi i Gotti nè forti abbastanza da resistere si partivano; quando Pastore ed Asclepiodoto ragunati i cittadini ed i barbari tennero il seguente discorso: «Nulla v’ha da stupire che una popolazione metta a gravissimo ripentaglio sè stessa e le cose sue; ed in ispecie quando, non fatto partecipe de’ proprj divisamenti alcun saggio ottimate, vuol erigersi in arbitro de’ pubblici affari. Ma noi, sendo imminente la comune rovina, non possiamo contenerci dal prestare almeno l’ultimo servigio alla patria con questa esortazione. Voi dunque, o cittadini, procacciate in tutti i modi, come vediamo, di assoggettare le vostre persone e la città a Belisario, il quale vi promette monti e mari d’oro con santissimi giuramenti. Nessuno per certo negherà convenirvi tali offerte, quando egli unitamente a queste possa eziandio obbligarsi di soggiogarvi colla guerra; conciossiachè riterremmo dementissimo chiunque non adoperasse di amicarsi al futuro signore. Ma se per lo contrario dubbia è l’impresa, nè mortale può entrare idoneo mallevadore per la fortuna, non porrete voi mente alle calamità che cercate di vostra posta trarvi addosso? Egli è certo innanzi tutto che i Gotti se usciranno dell’arringo trionfanti ci danneranno, quali odiosissimi loro nemici, ad acerbe pene, consapevoli che non da necessità costretti, [p. 44 modifica]bensì da perfida codardia lusingati demmo opera al tradimento. Belisario anch’egli se mai giunga a vincere ne riputerà infedeli e traditori de’ nostri principi. Che più, Giustiniano stesso a diritto ci terrà ognora in freno, come disertori, con forte presidio; essendo che l’uomo trovato l’esecutore de’ suoi pravi disegni all’ottenere il compimento loro compiacesi del benefizio ricevuto; ma ben presto addivenendogli sospetto per la frode commessa l’odia e lo teme, avendone le pruove d’infedeltà nell’animo suo. All’opposto se ora noi ci serberemo leali co’ Gotti valorosamente combattendo, questi riusciti vincitori ne ricolmeranno di grandissimi beni; ma quand’anche la vittoria si dichiarasse pel nemico, e’ non ci negherà il perdono, dovendo essere al tutto inumano chi punisce un amore disgraziatamente fedele. Senza che, viva Iddio, qual motivo è in voi per temere cotanto un assedio dalla parte romana? Non difettiamo qui entro di vittovaglia, nessuno ci vieta o impedisce il foraggio, e tutto il dover nostro si riduce a rimanere in pace nelle proprie case, avendovi piena sicurezza mercè di queste mura, e del presidio che veglia alla difesa loro. E sì che il duce imperiale ove nutrisse qualche speranza di espugnarlo non avrebbe mai più aderito, come va intorno la voce, alle nostre gravissime condizioni. Oltre di che s’egli avesse fermo intendimento di osservare la giustizia e di procurare i nostri vantaggi non sarebbesi indotto a sbigottire i Napoletani, ed a consolidare il suo potere contro ai Gotti col mezzo d’una nostra [p. 45 modifica]furfanteria: chiamerebbe in vece a battaglia Teodato e le genti di lui, venendo seco loro a composizione che la città fosse il premio della vittoria, senza nostro pericolo e tradimento.» Messo termine all’arringa Pastore ed Asclepiodoto invitano i Giudei a comparire innanzi per attestare che sono quelle mura provvedute di tutti i bisogni della vita, ed il presidio colla maggiore asseveranza dichiara che non le cederà mai al nemico; il popolo adunque persuaso da tali affermazioni manda a Belisario intimandogli di levarsi a tutta pressa da là. Costui nondimeno attese all’assedio, e venuto più volte agli assalimenti dovè sempre tornare indietro con perdita di molta e valorosissima truppa; imperocchè erano di grave imbarazzo all’accostarvisi da quinci il mare, da quindi i burrati, e sì per altre cagioni, sì per l'ertezza dei baluardi non aveavi di che temere dagli assalitori. Nè tampoco il duce apportò grave danno ai Napoletani col tagliare l’acquidotto della città, non potendo la rottura di esso recar loro che lieve disagio, avendovi là entro pozzi sufficienti ad ogni occorrenza della vita. [p. 46 modifica]

C A P O IX.


Un prodigio appalesa a Teodato, re dei Gotti, i futuri destini della guerra. — Belisario adoperasi vanamente contro i Napoletani; fatto nondimeno avvertito della via che metterebbelo al possesso della città, ordina che la si adatti con segretezza all’uopo. — Invita quindi i cittadini a composizione, rammentando loro i mali cui soggiacerebbero vinti.

I. Gli assediati di nascosto al nemico inviarono a Roma domandando pronto aiuto di truppe al re, ma costui di natura assai pigro, come ho narrato, non avea fatto provvedimento alcuno di guerra. Molti nondimeno aggiungono altro motivo, un prodigio vo’ dire che lo sbigottì, e diedelo in preda a gravissimi terrori, nè tralascio di qui riferirlo sebbene, a mio giudizio, immeritevole di fede. Egli esperto nel consultare gl’indovini e nel prestar loro credenza, ridottosi allora incapace di consiglio, potentissimo incitamento bene spesso a’ mortali di rivolgersi all’arte divinatoria, ebbe ricorso ad un ebreo di gran fama, e il domandò come andrebbe a finire la guerra. E il mago ingiunsegli di collocare trenta maiali in tre cellette, per modo che ciascheduna rinserrassene dieci; di porre nome Gotti alla prima decina, Romani alla seconda, e imperiali soldati alla terza; quindi lascerebbeli rinchiusi per un determinato numero di giorni: e il re con ogni esattezza ne fece il comando. Nel dì stabilito poi andati entrambi a visitare quegli animali rinvennero tutti, meno che due, i soprannominati Gotti privi di vita, pochi essere gli estinti de’ [p. 47 modifica]cosiddetti soldati imperiali, e de’ Romani, denudatisi le schiene di lor setole, viverne ancor cinque. Si vuole dunque che il re, ponderata seriamente la faccenda, e congetturandone quale sarebbe il finir della guerra, cadesse in profondo timore, comprendendo assai bene dalla ventura di que’ maiali che i Romani, campandone la vita una sola metà, verrebbero abbandonati dalla fortuna: che poche sopravviverebbero delle gottiche genti, e che l’imperatore ne uscirebbe con lieve perdita vittorioso; laonde punto non gli attagliava di battagliare con Belisario. Ma di ciò parli ognuno secondo che vi presta, o vi rifiuta sua fede.

II. Il duce imperiale nell’assediare da terra e da mare i Napoletani si perdea grandemente d’animo tenendo per fermo che la città non capitolerebbe giammai, nè sperava prenderla di forza opponendovisi oltre misura la malagevolezza del luogo. Arrecavagli di soprappiù non lieve travaglio il consumar tempo indarno sotto quelle mura, antivedendo che sarebbe stato poscia costretto ad assalire nel verno e Teodato e Roma. Laonde comandava alle truppe che affardellassero per levarsi di là, quando nel mezzo delle sue dubbiezze e di tanti gravissimi pensieri venne la propizia sorte a confortarlo di questa guisa. Nacque in tale degli Isauri la brama di conoscere la struttura dell’acquidotto, e come ne avessero i cittadini l’acqua. Entratovi pertanto, lunge dalla città e per la rottura fattavi da Belisario, a tutto bell’agio ne trascorse una parte senza rinvenirvi, in causa del taglio, un filo d’acqua. Se non che vicino alle mura fu arrestato da un sasso [p. 48 modifica]enorme ivi giacente per opera non umana, ma della natura stessa, mentre i vecchi artefici dell’acquidotto sollecitati a proseguire il lavoro aveanlo forato quel tanto ch’era mestieri al corso dell’acqua, non già al valicare d’un uomo. Di guisa che mancava al canale una larghezza dappertutto uniforme, tale ristringendosi giunto al sasso da non accogliere uman corpo armato di lorica e scudo. Parve tuttavia all’Isauro, posta mente alla faccenda, che l’esercito intiero di leggieri penetrerebbe nella città ove si dilatasse, nè molto, quel foro. Il perchè essendo egli di umili natali ed affatto inesperto del parlare co’ duci, pensò manifestare la cosa al patriota Paucaride, inclito soldato tra’ pavesai del condottiero, il quale ne fece tosto avvertito Belisario. Questi provando immensa gioia della scoperta eccitò il rapportante con la promessa di molto danaro a metter mano all’opera in compagnia di altri Isauri per accelerare vie più il taglio del macigno; comandavagli poi di condurre l’impresa cautamente sì che uom non potesse averne sentore. Il pavesaio adunque scelti dalla sua gente quanti giudicò meglio idonei all’uopo calò di ascoso nell’acquidotto con essi; e pervenuti là dove era quell’impedimento, danno mano allo sgretolare e proseguono in esso, lasciando e scuri e scarpelli da banda per tema non il romore disvelasse l’insidia al nemico; ma pigliato a rastiarlo senza posa con acuti ferri, n’ebbero in brev’ora che un di loro vi potesse con lorica e scudo a bell’agio passar oltre.

III. Avvegnachè di questo modo le cose dovessero [p. 49 modifica]camminare a maraviglia, Belisario nondimeno, pensando che ove l’esercito irrompesse in Napoli avrebbevi e strage d’uomini e l’intiera somma de’ mali soliti incogliere una popolazione di forza caduta in poter del nemico, mandò chiamando a sè immediatamente Stefano e venuto dicevagli: «Fui le moltissime volte spettatore di conquistate città, e la sperienza m’ha apparato qual sia spessissimo in quel frangente la sorte loro. Il ferro con isfrenatezza orribile incrudelisce sino all’eccidio contro gli abitatori adulti; perdona alle femmine, sebbene avidissime di morte, per serbarle ad un vituperoso scherno, sorgente di atroci e miserandi patimenti: i fanciulli privati della libertà loro e d’ogni disciplina vengono costretti ad opere servili da odiatissimi padroni, le cui mani e’ videro tinte del paterno sangue. Vano è qui il rammentare, o amatissimo Stefano, gl’incendj, voragine delle ricchezze e del cittadinesco splendore. Or dunque mentre io mi fo a mirare come in uno specchio cotesta Napoli in preda alle medesime traversie cui soggiacquero in addietro le vinte città, sentomi tutto compassione e per lei e per voi; conciossiachè hommi già pronte macchine dalle cui rovine sperereste indarno salvarla. Increscerebbemi, vel giuro, che un’antica città popolata da seguaci di Cristo, ed anche in altri tempi da Romani, fosse avvolta in sì crudele scempio, trovandomi soprattutto io alla testa delle imperiali truppe, ed annoverando ne’ miei campi molti barbari, dei quali non varrò certamente a reprimere il furore se di forza entreranno in quelle mura, pur troppo ricordevoli [p. 50 modifica]ancora che innanzi ad esse perderono e consanguinei e fratelli. Or dunque finchè avete in poter vostro la scelta d’un più vantaggioso destino, l’appaciarvi con noi, aderite a chi vi consiglia per lo migliore, ed evitate la sovrastante calamità, dalla quale una volta oppressi, come havvi tutto a supporre, non potrete di pieno diritto accagionarne la fortuna, ma la sola pertinacia vostra.» Dopo queste parole Stefano ebbe commiato da Belisario, e restituitosi nella città ridisse con lagrime e sospiri al popolo le cose udite dalla bocca del duce, ma inefficaci furono le sue ammonizioni, non essendo riuscito a incutergli timore nè a persuaderlo di arrendersi all’esercito nemico. Quindi è manifesto che Iddio severamente punir volea quel popolo prima di assoggettarlo a Giustiniano.


C A P O X.


Apprestamenti di Belisario per entrare in Napoli armata mano — L’acquidotto ne fornisce agli imperiali il mezzo. — Eccidio nella vinta città. — Improvvisa morte di Pastore. Alterco fra Stefano ed Asclepiodoto. L’ultimo è fatto in brani dal popolo.

I. Il condottiero tentato invano di ridurre a miglior consiglio i Napoletani deliberò sorprendere la città: in sul primo annottare adunque, scelti da quattrocento militi e dato loro a duce Magno capo dei cavalieri, ed Enne cui obbedivano gl’Isauri, ammonìlli che stessersi ad attendere quietamente, ed armati di lorica, di pavese e di spada gli ordini suoi. Chiamato inoltre Bessa [p. 51 modifica]gl’ingiunge che non debba partire dal suo fianco, protestando aver uopo di lui per cose risguardanti sua vita. Avanzatasi quindi la notte comunicò a Magno ed Enne come si stesse l’affare, ed accennando al luogo dov’era il taglio dell’acquidotto incaricolli d’introdurre, forniti di lumi, per quella via i quattrocento in Napoli: diede similmente loro due trombettieri al doppio scopo di mettere cioè, valicate le mura, in costernazione il popolo con forti strombazzate, e di annunziare in pari tempo all’esercito il felice termine dell’impresa. Egli di più avea in pronto moltissime scale, fatte dapprima costruire, e mentre che gli altri nell’acquidotto camminavano alla città, disponea dal suo campo con Bessa e Fozio quanto era del caso, mandando in giro negli steccati ordine che tutti vegghiassero con le armi in mano, e fidava sua vita a un drappello di prodi. Se non che in questo mezzo la maggior parte di coloro i quali insidiosamente accostavansi alle mura, spaventata dal pericolo tornò indietro, sorda affatto alle ferventi esortazioni di Magno premurosissimo di riaverli seco; il perchè da ultimo egli medesimo esperimentato vano ogni suo dire pigliò di nuovo con essi la via del campo. Il condottiero accoltili con acerbe parole subito fe eletta di altri dugento, e comandò loro che si partissero con Magno. Fozio allora, agognando anch’egli la gloria di capitanare quella mano di gente, saltò nel canale, ma Belisario non gli consentì di proseguir oltre. Alla perfine quanti dapprima non aveano voluto sapere di pericolo, ora grandemente di vergogna arrossendo pel rimbrotto avutone e per l’esempio di [p. 52 modifica]Fozio, posersi da coraggiosi una seconda volta al cimento insieme co’ loro compagni. Partiti ch’e’ furono, Belisario, paventando non il presidio nemico di guardia sulla torre prossima all’acquidotto avesse alcun sentore della frode, trasferitosi da quella banda ingiunse a Bessa di pigliare a discorrere con esso in gottica lingua, acciocchè non pervenissegli alle orecchie il menomo fragore delle armi. E costui ad altissima voce esortavalo che si arrendesse al suo capitano, il quale avrebbelo guiderdonato con gran copia di beni. Ma i Gotti per ogni risposta proferivano scherni e villanie contro il duce e l’imperatore stesso. Di tal modo Belisario e Bessa da quivi agevolavano il prospero successo alle tramate insidie.

II. L’acquidotto era costruito di guisa che proseguiva, coperto da alta volta di mattoni cotti, non sino alle mura di Napoli solamente, ma lungo tratto eziandio per entro esse, mercè di che i guerrieri condotti da Magno ed Enne dopo averle oltrepassate più non sapevano dove si fossero, nè per qual parte uscirne. Come Dio volle nondimeno giunti i primi in luogo ove il canale era scoperto, ai loro sguardi appresentossi una pressochè abbandonata casipola, in cui riparava tal poverissima e sola donnicciuola, ed un ulivo nato e fatto albero sopra l’acquidotto. Appena egli ebbero veduto il cielo e conosciuto essere quivi il centro di Napoli, divisarono saltar fuori; ma privi di ogni mezzo per levarsi di là, massime armati, ergendosi ai fianchi loro alte mura e ben malagevoli da salire, stavano tutti nella maggior incertezza, e gli uni addosso agli altri, essendo [p. 53 modifica]strettissimo il luogo e sorvenendo continuamente folla di nuovi seguaci; quando tale di essi pensò cimentarsi alla salita. Il perchè deposte incontanente le armi o colle mani e co’ piedi inerpicandosi penetrò nella casipola, ed al rinvenirvi la padrona minacciolla di morte se non si tacesse, e colei caduta in gravissimo timore ammutolì. Il milite allora legata al tronco dell’ulivo una forte coreggia, ne mandò giù nell’acquidotto l’altro capo ai compagni, i quali attaccandovisi ad uno ad uno con molta fatica si trassero fuori di là20. Rimaneva ancora la quarta parte della notte quando i Romani accostatisi di soppiatto alle mura uccidonvi le malaccorte sentinelle di guardia sopra due torri volte a settentrione, ed a molto breve distanza da quivi intrattenevasi appunto il duce supremo in compagnia di Bessa e Fozio ad aspettare con gradissimo batticuore la fine dell’impresa. Quelli dato nelle trombe invitaronli ad attaccare le mura, se non che fattevi dal condottiero appoggiare le scale e comandato alla truppa di montarle [p. 54 modifica]si vede che neppur delle tante una raggiugnevane la sommità, colpa e difetto dei lavoratori, i quali per tenere occultissima l’opera loro non aveano osato di prendere le giuste misure. Laonde formatone all’istante d’ogni due una, la truppa le ascese e giunse a dominare que’ merli. Da questa parte non altrimenti procedevano le cose agli imperiali.

III. Il muro intanto volto al mare e guardato anzi dai Giudei che dai barbari era inaccessibile alle truppe, non potendovisi nè accostare le scale, nè approssimarlo. Imperciocchè tal gente consapevole di essere in odio ai Romani per averli impediti dal conquistare la città senza spargimento di sangue, venuti in disperazione fortemente combattevano sebbene entrato di già il nemico, e resistevano fuor d’ogni credenza all’impeto degli oppugnatori: collo spuntar del giorno tuttavia assaliti coraggiosamente da que’ dalle scale, e saettati poscia da tergo dalle truppe di Magno si volsero in fuga. Vinta dunque Napoli di forza con le armi, e spalancatesi le porte tutto il romano esercito ne valicò i limitari. La soldatesca in pari tempo attelata fuori di quelle verso oriente fecevi il suo ingresso, per mancanza di scale, ardendone le imposte senza opposizione, imperciocchè i custodi sottrattisi di là a furia lasciato aveano tal parte di muro affatto in balìa del nemico. I vincitori tutti ribollenti di sdegno, e massime quelli che nell’assedio giuntato aveano il fratello o il parente, contaminarono di enorme strage l’entrata loro, uccidendo non pietosi al sesso od all’età quanti incontravan per via. Penetrati quindi nelle case metteanvi a sacco donne, fanciulli ed [p. 55 modifica]ogni maniera di suppellettile; infierendo più che tutti i Massageti, i quali profanatori sin dei tempj macchiaronsi col sangue di molti vinti speranzosi là entro di salvezza. Tale imperversarono le cose finchè Belisario trascorrendo per ogni dove non ebbe represso il furore de’ suoi, e raccoltili a parlamento diceva loro: «Mal noi corrispondiamo al benefizio ricevuto dal Nume, di essere ciò è fatti degni della vittoria e d’un sì glorioso trionfo, riducendo in poter nostro una città sino ad ora inespugnabile, coll’appalesarci immeritevoli di cotanta grazia; quando per lo contrario colla molta umanità nostra è mestieri diamo pruova che a buon diritto ella fu da noi soggiogata. Non vogliate adunque portare odio perpetuo ai Napoletani, nè dilungarlo oltre i limiti della guerra; giusto essendo che nessun vincitore abbia più da infierire contro i vinti, imperciocchè morendo costoro non uccidiamo più nemici, ma gente a noi sommessa. Ponete quindi un termine ai vostri gravissimi oltraggi, nè assecondate l’ira che v’anima in guisa da permetterle ogni eccesso, turpe essendo che i vincitori dei nemici lascinsi poi vincere da lei. Sia vostro, in premio del mostrato guerresco valore, tutto il conquistato danaro, ma rendansi cui spettano donne e fanciulli; appareranno con ciò i vinti di quali amici venissero privi un tempo dalla imprudenza loro.» Dopo questa esortazione il duce restituì mogli e prole, e tutti gli altri prigionieri, senza che neppur urto dei tanti patisse oltraggio, ai Napoletani, riconciliando insiememente gli animi delle truppe con quella malaugurata popolazione. Costei adunque nel correr [p. 56 modifica]d’un giorno perdè la propria libertà, ricuperolla, e tornò al possesso della parte maggiore di sue ricchezze. Imperciocchè quanti erano forniti d’oro o di altre suppellettili preziose aveanle di buon’ora nascoste entro la terra, e così poterono all’insaputa de’ nemici riacquistare ad un tratto e case ed averi: di tal modo ebbe fine l’assedio prolungato oltre i giorni venti. Belisario serbò eziandio sani e salvi non meno di ottocento Gotti caduti in sue mani, ed ebbeli onninamente a governo come i proprj soldati.

IV. Pastore alla cui instigazione, come testè narravamo, la plebe erasi indotta ad impazzare, veduta la patria in mano del nemico fu colpito da apoplessia, ed in brev’ora si moriva del male, avvegnacchè per lo innanzi sanissimo e non molestato da alcuno. Il suo compagno poi di quella mena, Asclepiodoto, unitamente agli ottimati superstiti, fecesi da Belisario, dove Stefano pigliò a svillaneggiarlo di questo modo: «Osserva, o iniquissimo tra mortali, quante sciagure hai tu recate alla patria col tuo favoreggiare i Gotti a danno e tradimento della pubblica nostra salvezza. Ed in fe mia che se la vittoria si fosse dichiarata pe’ barbari, tu ne avresti ottenuto il guiderdone, e ti saresti fatto innanzi ad incolparci, quantunque seguaci di migliore consiglio, siccome rei di patteggiate insidie co’ Romani. Ora nondimeno, venuta Napoli sotto l’imperiale dominio e salvati noi tutti dalla magnanimità di questo duce, tu hai l’impudenza di presentarti a lui, quasi scevro da ogni macchia verso i cittadini e le cesaree truppe!» Con queste parole Stefano, forte lagrimando i pubblici [p. 57 modifica]mali, sfogò la sua bile contro Asclepiodoto, ma costui rispondeagli: «Non poni mente, o uomo illustre, che ci tributi lode con quel tuo rimprocciare la nostra benevolenza ai Gotti, imperocchè nessuno all’infuori d’un animo costante prenderà mai a palleggiare co’ suoi pericolanti padroni. Nè v’ha dubbio che i vincitori mi troveranno mai sempre fermo nel difendere la repubblica loro come sperimentarommi già nemico, sendo incontrastabile che un animo di sua natura fedele non cangia col variare della fortuna. Ma tu, ove le nostre vicende seguito avessero un differente corso, all’accostarsi di gente quantunque ne avresti di subito accolto le offerte condizioni, non potendo a meno chi ebbe in sorte dalla natura l’incostanza di rompere al primo timore la fede giurata ben anche ai suoi più cordiali amici.» Così egli; se non che in partendosi di là i Napoletani, vedutolo, accorsero in frotta, e chiamandolo autore di tutti i presenti lor mali, non cessarono dagli oltraggi che quando l’ebbero morto e fattone in brani il corpo. Entrati quindi in casa Pastore e cominciato a cercarlo, i servi attestavanne la morte; non datasi fede alla testimonianza loro, e’ mostraronne il cadavere, e queglino pigliatolo andarono ad appiccarlo per la gola nel borgo. Pregato di poi Belisario che dimenticasse quanto e’ operarono nel bollore dello sdegno, ebberne grazia e partironsi. Di tal modo i Napoletani uscirono de’ sofferti guai. [p. 58 modifica]

C A P O XI.


Sospetti pigliati in Roma dai barbari contro il monarca loro. — Vitige, creato re dei Gotti, fa morire Teodato. — Sue parole sulla utilità d’un temporeggiare giudicioso, e dell’apprestarsi convenientemente alla guerra. — Presidiata Roma va a Ravenna, e vi sposa Matasunta figliuola di Amalasunta.

In questo mezzo, se pur non prima, i Gotti dimoranti in Roma o in que’ dintorni forte maravigliavano che Teodato annighittisse a segno di non voler muovere contro il nemico in marcia alla sua volta, ed assalirlo; nè lieve era il sospetto ch’egli cercasse tradire di suo arbitrio a Giustiniano Augusto la repubblica loro, addivenuto non curante di tutto, fuorichè di menare la vita in opulento riposo. Non sì tosto adunque ebbero avviso della caduta di Napoli in poter dei Romani che, sopra lui versando la colpa delle presenti calamità, vennero ad un luogo distante da Roma dugentottanta stadj, e nomato da costei cittadini Regeta, avendolo giudicato opportunissimo per camparvi in grazia degli abbondanti pascoli a benefizio della cavalleria, e d’un fiume, che irrigavalo, dai paesani detto con voce latina Decennovio, sendochè trascorsi diciannove miglia, oppure centredici stadj, mette foce nel mare presso Tarracina21 [p. 59 modifica]città in vicinanza del monte Circeo, dove la fama narra avvenuto il conversare di Circe con Ulisse. Ma io non vi presto fede sempre che Omero collochi rettamente il domicilio della maga in un’isola. Confesso non di meno che il monte dilungasi entro l'acqua sì, quanto gli è mestieri per acquistare la simiglianza d’un’isola, ed in effetto tale sembra durante grandissimo tratto non solo ai vascelli in corso lungh’esso, ma eziandio a’ pedoni camminandone i lidi: se non che alla fin fine ognuno arrivandovi s’accorge come fosse caduto nell'inganno, e forse il poeta alludendo a questa simiglianza nomò isola quel luogo. E qui rannodo il filo del mio primo discorso.

II. I Gotti raunatisi presso Regeta eleggono a re di lor gente e degli Italiani Vitige, uomo per verità non d’illustre prosapia, ma salito a gloria somma per le battaglie vinte nelle adiacenze di Sirmio, quando Teuderico era in guerra co’ Gepidi. Teodato all’udire queste [p. 60 modifica]innovazioni riparava con precipitosa fuga a Ravenna; Vitige allora comanda al gottico Ottari di tenergli dietro senza posa volendolo o vivo o morto in sue mani. Il duce poi eletto all’uopo odiavalo assai, e vo a dirne la cagione: ambiva costui le nozze di certa pulzella ricca di ereditadi ed avvenentissima della persona, Teodato non di meno, aescato da offertogli danaro, ne lo privò e diedela in isposa ad altro pretendente; l’offeso adunque e per isfogare la passione dell’animo suo, e per obbedire a Vitige si pose volentierissimo e con tutto l’ardore a seguirne le peste, nè requiò di giorno o di notte infino a tanto che, aggiuntolo in su la via, non lo ebbe gittato a terra, ed a foggia di vittima così a rovescio com’era sgozzato. In questa funestissima guisa Teodato compié sua vita dopo tre anni di regno.

III. Vitige entrato in Roma coi Gotti che avea seco riseppe a non dubitarne la fine di Teodato, e pigliatone grande contento fecene imprigionare il figliuolo, Teodegisclo; poscia vedendo la somma delle pubbliche faccende non ancora bene ordinata, giudicò miglior partito quello di trasferirsi prima di tutto a Ravenna per metterle in assetto avanti di cominciare la guerra: con questo intendimento raccolte le truppe iva loro dicendo: «Le grandi imprese, o commilitoni, sogliono condursi a felice termine co’ prudenti consigli, e non già col precipitosamente correr dietro alle occasioni, riuscito essendo il più delle volte utilissimo un opportuno temporeggiare; quando per lo contrario un operar veemente e fuor di senno carpì a molti la speranza di felici successi. Nè v’è a ridire che gli eserciti forti [p. 61 modifica]di numero ma non curanti degli apparecchi necessarj, se guerreggino con nemici di quantità inferiori sieno per essere vie meglio vinti, che non quelli i quali in minor novero ma apparecchiatissimi escono in campo. Non vogliamo pertanto essere i fabbri della nostra rovina col secondare un subito ed immoderato desio di rinomanza, giovando assai più l’aprirsi il varco con qualche poco di momentanea vergogna ad una gloria immortale, che non ischivata per brevissima ora l’ignominia soggiacere ad obbrobrio eterno. Nessuno meglio di voi è al fatto che moltissimi nostri confratelli e quasi tutti gli apprestamenti guerreschi stannosi ora nelle Gallie, in Venezia ed in altre lontanissime regioni; abbiamo di più intrapreso co’ Franchi una guerra per nulla inferiore a questa, di modo che sarebbe, in fe’ mia, la massima delle stravaganze il cominciarne altra innanzi di condurre a buon termine quella, volendo ragione che addivenga contraria la sorte delle armi a chi pretende occuparsi di molte imprese, e non entrare in gara con un solo nemico. Laonde è mio proponimento che ci facciamo tosto a Ravenna, e quando avremo pace co’ Franchi, ed ottimamente provveduto alle nostre bisogne torneremo ad assalire con tutto il gottico esercito il duce imperiale. Non increscavi adunque il retrocedere meco, o chiamate pur fuga questa ritirata; ma ricordivi ognora che siccome opportuna voce di timore fu utile a molti, così gittò altri nel precipizio un nome intempestivo di fortezza; che la indovina mai sempre chi attende alla sostanza ed ai vantaggi delle umane faccende, [p. 62 modifica]e non alle speciose parole; che non il principio d’una illustre azione, ma il suo termine rende testimonianza alla virtù di chi ne fu l’autore. Nè dir si conviene pauroso del nemico un esercito che appena fattosi vie più agguerrito vola a combatterlo, di tali sono bensì quanti ritraggonsi dalla pugna per istarsene di continuo sani della persona. Abbiavi ancor meno tra voi chi tema perdere questa città; imperocchè se i Romani parteggiano di buon grado con noi sapranno, costantemente fedeli, serbarcela, e di ottima voglia al nostro pronto ritorno ci riaccoglieranno: se per lo contrario macchinarono ai nostri danni, coll’introdurre il nemico entro lor mura ne apporteranno minor nocumento, meglio essendo il venire alle prese con iscoperti avversarj; provvederò tuttavia che nulla di simile ne accada, e copiose truppe capitanate da espertissimo duce rimase quivi di mio volere sapranno ad ogni evento prenderne opportuna difesa. Così stabilito il tutto ne’ debiti modi non ci proverrà in fede mia dalla nostra partenza il minor danno.»

IV. Vitige si tacque, ed i barbari fatto eco a’ suoi detti affardellarono prontamente. Raunato di poi con Silverio vescovo della città il senato ed il popolo romano, diede loro molti consigli, e rammentando il regno giustissimo di Teuderico esortavali tutti a guardare di buon occhio le gottiche genti; senza che obbligolli con santissimo giuramento a rimanergli fedeli. Scelti quindi non meno di quattro mila valenti guerrieri loro fidò la custodia di Roma preponendose al comando Leuderi uomo di provetta età e di specchiata prudenza [p. 63 modifica]prudenza, quindi alla testa di tutto l’esercito calcò la via di Ravenna portando seco in ostaggio gran novero di senatori. Giuntovi impalmò Matasunta di Amalasunta, (vergine di età opportuna al matrimonio, condotta impertanto mal suo grado a tali nozze) intimamente così legandosi colla prosapia di Teuderico per assicurarsi vie più il regno. In processo di tempo fatta dappertutto leva di militi ed inscrittili ne’ ruoli comandò che fossero disciplinati nell’arte della guerra, dando a ciascuno armi e cavalli giusta il poter suo e il grado loro. Guardossi non di meno dal richiamare le truppe di guernigione per le Gallie, temendo novità dalla parte de’ Franchi, popoli anticamente nomati Germani; quali poi si fossero le primitive stanze loro, di che guisa occupassero il gallico suolo, e come avessero nimicizia e guerra co’ Gotti addiverrà tosto argomento del mio discorso.

C A P O XII.


Descrizione di alcune parti dell’Orbe; antiche stanze dei Franchi. — Dominio dei Visigotti. — Arborichi e Franchi riuniti in un popol solo. — I Visigotti padroni di tutta la Gallia. I Franchi legansi con Teuderico re d’Italia; vincono i Burgundioni; uccidono Alarico re de’ Visigoti; assediano nuovamente Carcassona. Impresa di Teuderico nella Gallia. — Teudi tiranno.

I. La parte dell’Orbe a sinistra di coloro che navigano dall’Oceano e da Gadi sul Mediterraneo ha nome Europa, come scrivea ne’ precedenti libri. L’opposto continente fu Libia, chiamato di poi Asia da [p. 64 modifica]coloro che vanno innanzi. Non posso descrivere le più lontane parti della Libia, impedito da’ suoi immensi deserti; ed ecco il perchè ignoriamo affatto la sorgente del Nilo, che di là giusta la comune sentenza corre nell’Egitto. L’Europa subito nel suo principio, affatto simile al Peloponneso, da ambo i lati è bagnata dal mare, e la prima sua parte, quella che vie più si estende verso l’Oceano e l’occaso, vien nomata Spagna sino alle alpi del monte Pireneo, gli abitatori di lei significando col vocabolo alpi le valicabili gole de’ monti. Segue la Gallia così appellata sino ai confini della Liguria, dove altre alpi separano le due regioni. Ella pertanto, come può ognuno vedere, supera di gran lunga la Spagna in larghezza, conciossiachè l’Europa nel suo principio angustissima va col proceder oltre sommamente allargandosi. Il lato aquilonare d’ambedue è circondato dall’Oceano, l’australe dal mare detto Tirreno. Di tutti i fiumi che irrigano la Gallia meritano particolare menzione il Rodano e il Reno, opposti né corsi loro per modo che il primo depone le sue acque nel mare Tirreno, ed il secondo nell’Oceano. Hannovi similmente di molte paludi, antico soggiorno di que’ Germani or nomati Franchi, gente barbara e pochissimo in prima conosciuta. Erano loro confinanti gli Arborichi, già da gran tempo con tutta la Gallia e la Spagna ligii de’ Romani. Dopo questi i Toringii abitavano la orientale regione, ottenuta da Cesare Augusto, primo degli imperatori. Non lunge poi da essi verso Austro entràvi in quel de’ Burgundioni, e di là da’ Toringii dimoravano e Suabi ed Alemanni, valorosissime [p. 65 modifica]genti. Ora i prefati popoli ab antico, liberi affatto, occupavano quel suolo.

II. In processo di tempo i Visigotti corsi armata mano sopra le terre imperiali assoggettaronsi tutta la Spagna e le provincie della Gallia oltre Rodano, ed ebberle tributarie. I Romani a que’ dì aveano confederati seco in guerra gli Arborichi, a’ quali volendo i Germani imporre e giogo e legge, siccome a popoli confinanti ed allontanantisi dall’antica forma di repubblica, principiarono dal guastarne le terre, e di poi a dirittura assaltaronli, venendo tutti stimolati da forte pizzicore di guerra. Ma gli Arborichi a dimostrare lor generosità e benevolenza verso i Romani portaronsi valorosamente nel conflitto; di maniera che gli altri nulla ottenendo colla forza invitaronli a strignere società e parentela seco, ed eglino volentieri acconsentironvi professando ambedue le genti i dommi cristiani: per cosiffatta guisa formatisi in un sol popolo addivennero potentissimi al sommo. Oltre di che alcuni romani soldati di presidio nell’estrema Gallia impediti dal ripatriare, nè volendo tampoco disertare a nemici ariani, diedero sè stessi co’ vessilli e la regione, da loro in avanti guardata a pro dell’imperio, agli Arborichi e Germani, non rinunziando con ciò alle patrie costumanze, le quali passate quasi in retaggio a loro posteri osservansi tuttavia religiosamente. Conciossiachè e’ ritengono pur ora gli ordini medesimi con cui soleano dapprima formare lo schieramento, ed inalberando i proprj vesilli vengono in campo; solo che vestono alla foggia romana, ed in ispecie acconcianvi lor teste. [p. 66 modifica]III. Del rimanente l’imperatore ebbe suddita la Gallia di qua dal fiume Rodano sino a tanto che durò presso de’ Romani l’antica forma di governo; ma convertito questo da Odoacre in tirannide22, i Visigotti col consentimento di lui occuparono tutta la regione sino alle alpi a confine de’ Gotti e de’ Liguri. Avvenuta poscia la morte di Odoacre i Toringii ed i Visigotti paventando la già formidabile potenza de’ Germani (addivenuti fortissimi per l’aumento della popolazione, e disterminatori con aperta violenza di quanto si parava loro innanzi) cercarono premurosi di strigner lega co’ Gotti e con Teuderico; e costui non meno bramoso di averli a compagni, v’acconsentì, nè ricusò imparentarsi seco loro dando in matrimonio la sua vergine figliuola Teudicusa ad Alarico il giovane, re dei Visigotti, ed Ameloberga figliuola di Amalafrida sua sorella ad Ermenefrido re dei Toringii; e per tale motivo appunto i Franchi paurosi di Teuderico guardaronsi dal combatterli portando in cambio la guerra ai Burgundioni. Una seconda lega contro a questi fecero nel tratto successivo e Franchi e Gotti, collo scopo di debellarli e d’impadronirsi delle terre loro; e si convennero di più che ove gli uni o gli altri riuscissero a vincerli senza un reciproco aiuto, il vittorioso, ricevuta dal confederato certa quantità d’oro a titolo di ammenda, farebbelo impertanto partecipe del suolo conquistato colle armi. I Germani adunque giusta gli accordi con grande esercito affrontano i Burgundioni nel mentre che Teuderico, [p. 67 modifica]simulato in principio di approntarsi alla spedizione, sospende la partenza delle truppe, indugiando a bella posta per attendere l’evento dell’impresa. Ma dato finalmente all’esercito l’ordine di marciare, comanda ai duci che procedano con lentezza, ed al giugner loro la nuova della rotta de’ Franchi più non vadan oltre; se per lo contrario abbiano avviso ch’e’ uscirono trionfanti, avvaccino d’inoltrare. I duci obbidientissimi ai voleri di Teuderico lasciano che i soli Germani guerreggino i Burgundioni, e venutosi ostinatamente alle mani, da quinci e da quindi molti perdonvi la vita. Lunga pezza durò quel battagliare, ma da ultimo i Germani, volto in fuga il nemico ed incalzatolo sino agli estremi confini muniti di forti castella, occuparono tutto il restante delle sue terre. I Gotti allora, fattine consapevoli, pronti aggiungono i confederati, e rimbrottati da questi della tardanza loro adducono a propria discolpa la malagevolezza della calcata via; quindi soddisfatto all’ammenda partonsi giusta gli accordi la regione co’ vincitori. Così crebbe vie più lo splendore della prudenza di Teuderico, il quale senza perdere uom de’ sudditi acquistò collo sborso di poc’oro la metà del suolo nemico: così finalmente una parte della Gallia fu posseduta dai Gotti e da’ Germani.

IV. Questi ultimi in appresso aumentati di forze e spogli d’ogni timore e considerazione verso Teuderico, ruppero guerra ad Alarico ed ai Visigotti. L’assalito, avvertitone, chiamò tosto in suo aiuto Teuderico, al venir del quale con poderosa oste i Visigotti fannosi incontro ai Germani sapendoli a campo vicino della città di [p. 68 modifica]Carcassona e circondatisi pur eglino di steccato s’arrerestano; ma dopo lungo soggiorno vedevano di mal animo le proprie terre in balìa dell’altrui furore. Prorumpero adunque in mille ingiuriosi discorsi contro Alarico, rinfacciandogli quel suo gravissimo spavento de’ nemici, e detestando l’indugiare del suocero spacciansi ad una e per fortezza e per coraggio nelle militari imprese non da meno degli assalitori, e che ben più di leggieri avrebbero da soli vinti i Germani. Il re loro a cotanta millanteria, avvegnachè non arrivati ancora i Gotti, fu costretto di venire a giornata, ed i Germani usciti vittoriosi del campo uccidono re Alarico e molti Visigotti, occupano gran parte della Gallia, ed assediano con ogni poter loro Carcassona, dove si volea in serbo l’imperiale tesoro, che in epoca anteriore il vecchio Alarico avea portato via dalla conquistata Roma. Vedevi in esso la preziosissima suppellettile di Salomone re degli Ebrei23, molti vasi cioè adorni di pietre prasie, caduti ab antico in poter dei Romani nelle guerre gerosolimitane24. I Visigotti superstiti dopo la battaglia salutarono re loro Giselico figlio naturale di Alarico, sendo tuttavia di tenerissima età Amalarico, nato della figliuola di Alarico. Sopraggiunto poscia Teuderico alla testa delle gottiche truppe, i Germani pigliati da timore sciolsero quell’assedio, e partitisi andarono a [p. 69 modifica]soggiogare le galliche terre che di là dal Rodano volgono all’Oceano. Teuderico pertanto non potendoneli cacciar fuori, accordò loro che se le avessero in proprietà: venuto quindi al possesso della rimanente Gallia, e tolto di mezzo Giselico diede il regno de’ Visigotti ad Amalarico suo nipote, per parte della figliuola, dichiarandoglisi, in grazia della tenerissima età di lui, tutore. Impossessatosi finalmente di tutto il tesoro guardato entro le mura di Carcassona ratto sen tornò a Ravenna, da dove col mandare spesse fiate prefetti nella Gallia e nella Spagna attendeva con provvido consiglio a consolidarvi stabilmente il suo regno. Impose altresì un tributo annuo ai prefetti di quelle provincie, e ricevendolo, per non essere tenuto in conto di avaro, lo convertiva in un donativo col quale annualmente guiderdonava l’esercito de’ Gotti e de’ Visigotti. Ne avvenne quindi in processo di tempo che queste genti, a dimora sotto lo stesso principe e sopra il suolo medesimo, s’apparentassero colle scambievoli nozze de’ proprj figli.

V. Teudi, uom gottico, fu in appresso eletto da Teuderico a capitano dell’esercito e mandato in quelle parti, ove ammogliòssi con donna spagnuola non già della schiatta de’ Visigotti, ma prole d’un ricco nazionale, posseditrice ella stessa di ben molto danaro, e signora in patria di numerose terre. Il perchè avendo egli raccolto da due mila soldati ed essendosi munito di non poche guardie, era per verità di nome condottiero de’ Gotti, giusta il volere di Teuderico, ma di fatto un manifesto tiranno. Il re adunque, uomo di singolare prudenza e sperimentatissimo, temendo nel [p. 70 modifica]mover guerra a un suddito non venissergli contro, avendovi tutte le apparenze, i Franchi, o non tramassero novità i Visigotti, anzi che levarlo dal comando glielo conferì perpetuo sopra ogni sua arma. Ingiugneva non di meno segretamente agli ottimati de’ Gotti di suggerire a costui per iscritto ch’e’ farebbe bell’opera e degna della sua sapienza conducendosi a Ravenna per ringraziare Teuderico. Ma Teudi, avvegnachè diligentemente adempisse gli ordini reali nè tardasse mai l’annuo tributo, non volle farsi alla reggia, nè tampoco prometterlo a coloro ch’erangli stati con lettere di ciò consiglieri.


C A P O XIII.


Toringii e Burgundioni debellati dai Franchi. Amalarico passato a nozze colla sorella del costoro monarca appaciasi con Atalarico. Cade spento dai Franchi in una battaglia. - Accordi fatti con questi da Teodato, ed orazione di Vitige ai suoi per riportarne il consentimento loro. — Dopo la quale egli strigne lega coi re dei Franchi.

I. Morto Teuderico i Franchi pienamente liberi di oppositori, portan le armi contro i Toringii, ed uccisone re Ermenefrido riduconsi ligie tutte quelle genti. La reale consorte allora fuggendo co’ figliuoli riparò alla corte di suo fratello Teodato monarca de’ Gotti. Poscia i Germani assaliti gli avanzi de’ Burgundioni e vintili, rinchiusero il re in un forte della regione e vel custodirono; ridottine di più i sudditi in poter loro obbligaronli a militar seco nel tempo avvenire, come [p. 71 modifica]portava la condizione dei vinti in guerra, e fecersi tributarj tutti i luoghi per lo innanzi dal nemico abitati. Ora il capo dei Visigoti Amalarico cresciuto negli anni si congiunse in matrimonio, temendo la potenza dei Germani, con la sorella di Teudeberto re loro, e nel dividere la Gallia coi Gotti e col suo consobrino Atalarico diedene ai primi tutta la parte di qua dal Rodano, e lasciò che i Visigotti godessersi quanto eravane di là dal fiume. Ebbevi patto eziandio tra essi che non si pagherebbe ai Gotti il tributo posto da Teuderico; oltre di che il tesoro da costui tolto alla città di Carcassona per ordine di Atalarico fu restituito in buona fede al Visigotto. E siccome questi due popoli contratto aveane parentele co’ matrimonj, così egli permise a chiunque ammogliato si fosse con femmina dell’altra nazione o di trasferirsi nel costei paese, o di condurla tra sua gente, il perchè se molti di propria elezione menarono le donne seco, pur molti passarono ad abitare le patrie di esse. Amalarico poscia fu pagato con usura dal fratello di sua moglie delle ingiurie a lei fatte, imperciocchè professando egli le dottrine d’Ario non solo proibiva alla consorte cresciuta nei veri dommi di rimanervi fedele e di conservare nel divin culto i patrii instituti, ma per cumulo, vedendola ferma nell’opporsi ai riti dell’ariana setta, trattavala indegnamente: la regina adunque più non potendo tollerare siffatti modi appalesò il tutto al fratello. Suscitatasi pertanto la guerra tra Germani e Visigotti, e venuti ad una ostinatissima battaglia, Amalarico da ultimo vi rimase vinto con orribile strage de’ suoi ed ucciso. Teudeberto allora si ripigliò [p. 72 modifica]la sorella con tutte le dotali ricchezze, ed unì al suo regno la parte della Gallia toccata ai Visigotti. Quanti poi camparono dalla strage, partiti con le mogli e la prole di colà rifuggirono sul tenere spagnuolo presso Teudi sin da quei giorni manifesto tiranno. Di questa guisa la Gallia fu signoreggiata dai Gotti e dai Germani.

II. Terminate le antedette faccende Teodato re dei Gotti all’udire la venuta di Belisario nella Sicilia patteggia co’ Germani che ove i capi loro muovano in suo aiuto nella presente guerra verranno da lui guiderdonati con tutta la parte della Gallia compresa nella sua monarchia, e con due mila aurei; ma egli compiè la mortale carriera prima di condurre a fine gli accordi; ed ecco il perchè un gran numero di valorosissimi Gotti capitanati da Marcia eran di presidio in quelle parti. Nè Vitige potevali senza tema di là richiamare, nè li tenea pari in forze ai Franchi, i quali avrebbero corso a non dubitarne la Gallia e l’Italia ov’egli fosse partito con tutte le truppe alla volta di Roma. Invitati adunque a concione quanti eranvi principalissimi de’ Gotti, fece loro il seguente discorso: «Qui v’ho raccolti, o miei connazionali, per darvi alcuni avvisi poco in vero giocondi, ma necessarj; i quali bramerei che fossero pacatamente da voi ascoltati acciocchè possiamo quindi pigliare quelle provvidenze che voglionsi dagli imminenti disastri. Per verità quando le imprese tradiscono i nostri desiderj cercheremmo invano trarci dal presente stato non cedendo alla necessità e al destino. Egli è fuor di dubbio che tutte le cose necessarie alla guerra siensi da noi [p. 73 modifica]ottimamente approntate, ma temiamo de’ Franchi nostri antichi nemici, ai quali resistemmo fin qui, sebbene con assai grave sagrifizio di gente e danaro, perchè non avevamo intanto un secondo avversario a combattere. Ma in oggi, costretti a rivolgere le armi altrove, prudenza vuole che ci rappattumiamo con essi; altrimenti e’ perseverando nell’inimicarci unirebbero per certo a danni nostri lor genti alle romane, dettando natura a coloro i quali hanno comune il nemico di stare tra sè congiunti in amicizia e confederati. Che se noi assaltiamo alla spartita ambedue gli eserciti non potremo a meno di soggiacere da quinci e da quindi a gravi sciagure. Egli è più dicevol cosa adunque serbare con lieve sagrifizio la massima parte del regno, che non il ridurci per la brama di nulla perdere ad essere dal nemico spogllati e della vita e d’ogni nostra signoria. Del resto io sono d’avviso che i Germani deporranno l’odio loro contro di noi e farannosi eziandio nostri compagni in questa guerra, ove li mettiamo al possesso della confinante Gallia e con lei di tutto il danaro di che aveano da Teodato promessa. Nè alcuno di voi prenda a fantasticare il come, riuscendo a buon fine l’impresa, giugneremo a ricuperare il suolo ceduto; vi basti rammemorare l’antico dettato, il quale insegna a ben provvedere prima di tutto alle cose presenti.»

III. Gli ottimati de’ Gotti posto orecchio al reale divisamento, e giudicatolo opportuno alle faccende loro, consentirono che si mandasse ad effetto. Spedisconsi a rotta pertanto ambasciatori ai Franchi coll’ordine di [p. 74 modifica]strignervi lega mettendoli al possesso della Gallia e del prefato danaro. Erano di que’ tempi regi dei Franchi Childeberto, Teudeberto e Clotario, i quali partironsi concordi giusta i reali possedimenti di ciascheduno la gallica regione e il danaro, promettendo in pari tempo ai Gotti amicizia somma ed occulti aiuti, non della gente dei Franchi, ma scelti dalle altre nazioni loro suggette; imperciocchè non potevano confederarsi apertamente contro i Romani, avendo poco prima dato parola all’imperatore di soccorrerlo in questa guerra. Gli ambasciatori, compiuto lo scopo della mandata loro, tornano a Ravenna, e Vitige fatto consapevole della pace stabilita co’ Franchi richiamò alla fin fine Marcia colle truppe da lui capitanate.


C A P O XIV.


Belisario, guernite Napoli e Cuma, piglia la via di Roma; arrendimento de’ costei cittadini; descrizione della via Appia — I Gotti abbandonano la città; entrata in essa delle armi imperiali, e provvedimenti del capitano per sostenere un assedio.


I. Nel mentre che Vitige operava queste cose Belisario volgendo i suoi pensieri a Roma disponesi alla partenza, fidando Napoli alla custodia di trecento guerrieri presi tra’ fanti, e capitanati dal prefetto Erodiano: manda pure nel forte di Cuma tanta truppa, quanta giudica sufficiente a guardarlo; né eranvi nella Campania, di Napoli e Cuma all’infuori, altri luoghi moniti. In quest’ultima città poi gli abitatori mostrano una [p. 75 modifica]grotta in cui al dir loro vaticinava la Sibilla Cumana, situata alla marina e lontana da Napoli stadj centoventotto25. I Romani all’avviso che Belisario metteva in punto l’esercito per la partenza, temendo incontrare sciagure simili a quelle di Napoli, dopo maturo esame, instigati soprattutto a comportarsi com’e’ fecero dal vescovo Silverio, deliberarono per lo meglio loro di accogliere le truppe imperiali entro le proprie mura. Laonde spediscono Fidelio originario di Milano, città della Liguria, ed assessore in prima di Atalarico (magistrato detto qnestore in lingua romana) a Belisario invitandolo nella città, colla promessa che avrebbongliela ceduta senza far pruova delle armi. Il duce condusse l’esercito per la via Latina26, lasciando a sinistra la Via Appia fatta accomodare, dandole il suo [p. 76 modifica]nome, da Appio console27 romano, nove cento anni prima. Voglionvi poi cinque giorni di spedito cammino a trascorrere questa via che da Roma procede sino a Capua, ed è sì larga per tutta la sua lunghezza da potervi a loro bell’agio passare due carra moventisi di fronte. Nè havvene altra più magnifica, sendo tutta lastricata di pietre molari durissime, le quali Appio fe di certo condurvi da qualche lontana cava, non avendovene di cosiffatte nel suolo vicino; ed appianate e riquadrate unille con arte somma insieme senza frapporvi metallo o altro cemento; eppur sono tuttavia sì legate e connesse tra loro, che al vederle diresti quella unione opera non dell’arte, ma della stessa natura. Ed avvegnachè per tanti secoli abbiano fornito il passo a gran numero di carra e somieri d’ogni maniera, serbano ancor nondimeno il perfetto ordine loro; nè appresentansene all’occhio di crepate o frantumate, e che più si è nulla hanno tampoco perduto della primiera nitidezza. Tanto è uopo sapersi della Via Appia.

II. I Gotti di presidio in Roma avvisati che procedevan oltre i nemici e consapevoli della intenzione del popolo erano costernatissimi, vedendosi non forti abbastanza da tenere in freno la città e da resistere in pari tempo ai venienti. Abbandonate pertanto quelle mura col pieno consenso de’ Romani ripararono tutti in Ravenna, ad eccezione del loro capo Leuderi, il quale mi do a credere si rimanesse per vergogna della presente sciagura. Nello stesso giorno pertanto mentre che [p. 77 modifica]Belisario coll’imperiale esercito entrava dalla porta nomata Asinaria, i Gotti uscivano per l’altra detta Flaminia28. Così fu riconquistata Roma nel dì nove dicembre e nell’anno undecimo dell’imperio di Giustiniano, correndo l’anno sessantesimo dall'epoca della sua caduta in nemiche mani. Belisario quindi mandò Leuderi comandante dei Gotti e le chiavi della città all’imperatore, e tutto applicóssi al risarcimento delle mura, per la maggior parte diroccate, costruendovi i merli foggiati ad angolo nell’estremità loro. V’aggiunse parimente dal sinistro lato un secondo bastione, affinchè i custodi non fossero da quivi esposti ai dardi degli assalitori, e circondollo di profonda e larga fossa. Per le quali cose andavano i Romani encomiando la provvidenza del condottiero ed il perspicacissimo ingegno suo, risplendente soprattutto nella forma di que’ merli; affliggevansi non di meno e si facevano di grandi maraviglie che fossegli venuto in mente di entrare in una città, nel dubbio d’esservi rinchiuso, incapace di sostenere un assedio tanto per la malagevolezza d’introdurvi i bisogni della vita, quanto per la enorme circonferenza delle sue mura, e per la sua posizione sopra un pianissimo suolo, il quale di per sè dà facile accesso agli assalitori. Il duce imperiale avvegnachè informato appieno d’ogni loro diceria condusse a termine quanto era mestieri per non temere un assedio, e tenne ascoso ne’ pubblici granai il frumento portato seco dalla Sicilia. Volle di più che i Romani, sebbene a loro malincuore, facessero venire in città l’annona messa in serbo nelle proprie campagne. [p. 78 modifica]

C A P O XV.


Parte del Sannio arrendesi a Belisario: Benevento perchè detto ab antico Malevento: Diomede, suo edificatore, trasportòvvi i maravigliosi denti del Cinghiale Caledonio, e vi diede il Palladio troiano ad Enea; descrizione della immagine di esso Palladio. — Il seno Ionico, la Magna Grecia ed altre parti dell’Italia.


I. A questi avvenimenti anche Pitza, gottico di origine, partitosi dal Sannio pose nelle mani di Belisario sè stesso, i suoi dimoranti colà seco lui, e metà della parte marittima di quella regione, sino al fiume29 da cui è attraversata; dei Gotti nondimeno abitatori oltra il fiume nessuno volle seguirlo, nè sottomettersi a Giustiniano; l’imperiale duce pertanto rimandatolo con pochi soldati fidògli la custodia di quel tratto di paese. Ma qui prima d’ora eransi di proprio volere dati a Belisario, non avendovi tra di loro gottico presidio, i Calabresi e gli Apuli, tanto quelli a dimora lungo il mare, quanto gli altri entro terra, nel novero delle cui città avvene una dai Romani ab antico detta Malevento, ed in oggi Benevento, per evitare l’esecrazione impressa in quel suo primo nome, la origine del quale vuol essere qui riferita. La voce latina Ventus dinota l’aura spirante; nella Dalmazia poi situata di contro a questa [p. 79 modifica]città sull’opposto continente infuria un malo e fortissimo vento, allo imperversare del quale non vedi più uomo per istrada, tutti riparando nelle case; ed investe con tale e tanta foga da portare in aria cavaliere e cavallo, e raggiratovelo gran pezza l’uccide gittandolo abbasso ovunque attaglia al destino. Or dalle sue molestie non va privo affatto Benevento giacendo, come scrivea, di contro alla Dalmazia ed in luogo elevato. Questa città fu opera di Diomede, figlio di Tideo e discacciato da Argo dopo l’eccidio di Troia, il quale vi lasciò in ricordanza i denti del Cinghiale Caledonio, toccati in premio della caccia a Meleagro suo zio; e vi si conservano tuttavia all’età nostra, maraviglia a vedersi, essendone la circonferenza non minore di tre palmi. Si racconta inoltre che pur quivi Diomede venisse a colloquio con Enea di Anchise, e dessegli per comandamento dell’oracolo il simulacro di Pallade, che rapito avea in compagnia d’Ulisse allora quando ammendue entrarono esploratori in Troia, prima che se ne impadronissero i Greci. Ora è fama ch’egli infermatosi e consultato l’oracolo intorno al suo malore avessene risposta che disperasse della guarigione fino a tanto che non consegnerebbe ad uomo troiano quella statua, la quale ove sia al presente i Romani attestano di non sapere, nè altro posson mostrarne che il ritratto su d’una pietra intagliato, ed esistente pur ora nel tempio della Fortuna, rimpetto al simulacro di bronzo della Dea, che sta a cielo scoperto nel lato orientale del tempio. È quell'immagine lapidea ti s’appresenta con abito guerriero e con la sua lancia in resta come atteggiata di combattere. Ha veste [p. 80 modifica]talare, nè assomigliane il volto alle greche statue di Minerva, in cambio vi scorgi tutti i lineamenti di quelle formate dagli antichi Egizj. Se poi vogliamo prestar fede ai Bizantini Constantino Augusto sotterrò il Palladio nel foro, cui diede il suo nome. E di ciò basti.

II. Belisario non altrimenti conquistò tutta la Italia che di qua dal golfo Ionico dilungasi fino a Roma e al Sannio, avendo avuto Constanziano il resto oltre il golfo sino alla Liburnia. Or piacemi di qui esporre le situazioni di coloro che abitano l’Italia. Il mare Adriatico diffondendosi in un lungo recesso del continente formavi il seno Ionico, ma non a simile degli altri luoghi ove lo scorrimento marittimo termina con un istmo. Così il seno detto Criseo col finire al Lecheo, laddove è la città di Corinto, vi produce un istmo largo al più stadj quaranta. E l’altro seno che riceve l’Ellesponto, e Melas (nero)30 ha nome, riduce il Chersoneso in un istmo non maggiore della prefata misura. Dalla città di Ravenna, ultimo limite del seno Ionico, al mare Tirreno v’ha celeremente camminando il viaggio di otto giornate, sendo che il mare internatovisi nel suo procedere vada spaziando mai sempre alla destra. Di qua da questo seno è la città Idro, oggi chiamata volgarmente Drio; alla sua destra vedi i Calabri, gli Apuli ed i Sanniti; a questi succedono i Picentini, aventi a confine Ravenna. Alla sinistra oltre la rimanente Calabria i Bruzj coi Lucani v’hanno stanza, e dopo essi abitano i Campani, [p. 81 modifica]fino alla città di Taracena31. Di qua procedendo entri nell’agro romano. Questi popoli occupano i liti di ambedue i mari, e tutta la regione mediterranea intra essi è appunto quella che i nostri antenati nomavano Magna Grecia. Nei Bruzj hannovi i Locrii, gli Epizefirii, i Crotoniati e i Turii. Di là dal golfo primi stanziano i Greci detti Epiroti arrivando alla marittima città d’Epidanno. Quindi succede la Prebale regione, cui tien dietro la nomata Dalmazia e le altre terre unitamente a lei comprese nei limiti dell’occidentale imperio, la vicina Liburnia, vo’ dire, l’Istria, e da ultimo il tener dei Veneti che ha termine colla città di Ravenna. Tali sono gli abitatori vicino al mare sopra de’ quali i Siscii ed i Suabi, non quelli signoreggiati dai Franchi ma altri ben diversi, occupano le interne parti del suolo. Passati costoro vengono i Carnii ed i Norici, alla cui destra menan lor vita i Daci ed i Pannonii, ove tra le altre città voglionsi annoverare Singidone e Sirmio, confinanti col fiume Istro: al principio di questa guerra i Gotti a dimora oltre il seno Ionico aveano ligie tutte le mentovate nazioni. Di là da Ravenna percorrendo la sinistra del fiume Po appresentansi i Liguri e dalla costoro banda aquilonare gli Albani in ottimo paese detto Languvilla. All’occaso vai ad incontrare i Galli, e poscia gl’Ispani. Il Po colla sua destra bagna l’Emilia e la Tuscia sino alle frontiere di Roma. Così stanno le cose in ordine ai popoli

antedetti. [p. 82 modifica]

C A P O XVI.


Truppe di Belisario nella Tuscia. Bessa padrone di Narnia, Constantino di Spoleto e Perugia: costui vittoria. Vitige mandata soldatesca nella Dalmazia parte a furia per Roma. — I Gotti assediano Salona. — Domanda fatta dal re gotto ad un sacerdote uscito di Roma, e costui risposta.


I. Belisario venuto al possesso di tutte le adiacenze di Roma sino al fiume Tevere, fortificolle. E tosto ch’ebbe acconciamente regolato ogni cosa inviò Constantino alla testa di forte schiera de’ suoi pavesai con parecchie lance, tra cui Zanter, Corsomano ed Esemano masssageti, e con altri guerrieri nella Tuscia all’uopo di soggiogarla: fece similmente comando a Bessa di occupare Narnia, munitissima città della provincia. Questo duce era gotto di origine, e della schiatta di coloro che in antico abitavano la Tracia, né aveano seguito Teuderico quando egli condusse nell’Italia i Gotti; dotato d’un pronto ingegno e pieno di guerresco valore a maraviglia imperava alle truppe, e di per sè con iscaltrezza ben rara maneggiava gli affari. Egli occupò Narnia senza opposizione dei cittadini, e Constantino ebbe nello stesso modo Spoleto, Perugia ed altri luoghi, venendo spontaneamente accolto dai Tusci entro le proprie mura; e presidiato Spoleto fermò colle truppe sua dimora in Perugia, prima città de’ Tusci. Vitige informato di queste faccende spediscevi un esercito co’ duci Unila e Pissa. Quegli muove ad incontrarlo, e gli dà battaglia in un sobborgo, nel quale conflitto [p. 83 modifica]essendo i barbari superiori di numero mostrossi da principio dubbia la sorte, ma quindi i Romani valorosamente procacciatasi la vittoria sbaragliano il nemico, e voltolo in fuga lo incalzano uccidendone poco manco che all’esterminio; e fattine prigionieri i duci mandanli a Belisario. Vitige alla nuova di tanto sinistro non volle prolungare vie più sua dimora in Ravenna, dove si rimaneva in attesa di Marcia non per anche di ritorno colle truppe dalla Gallia. Inviò adunque Asinario e Uligisalo seguiti da poderoso esercito nella Dalmazia colla vista di ricondurla sotto il dominio de’ Gotti, e coll’ordine di battere a dirittura la via di Salona appena giugnessero le truppe de’ barbari originarii della Suabia. Diede loro inoltre molte lunghe navi acciocchè avessero mezzo di assediare da terra e da mare quella città. Fatti questi provvedimenti egli con tutto l’esercito corre alla volta di Belisario e di Roma, seco menando non meno di cencinquanta mila armati, tra fanti e cavalieri, molti de’ quali erano, uomo e cavallo, catafratti.

II. Intanto che Asinario fa leva d’un barbarico esercito presso della Suabia Uligisalo di per sè conduce i Gotti nella Liburnia, dove cimentatosi co’ Romani vicino alla città di Scardona fu vinto e costretto a riparare in Burno, città, rimanendovi poscia in aspettazione del suo collega. Constanziano risaputo l’apprestamento di Asinario, privo di quiete su i destini di Salona, chiamò a sè le truppe che guardavano tutti i castelli della regione; cinse in oltre le mura di continuo fosso, e con diligenza grande provvide il bisognevole [p. 84 modifica]per resistere ad un assedio. In questo mezzo Asinario raccolte immense schiere di barbari si portò nella città di Burno, ed unite le sue forze a quelle de’ Gotti comandate da Uligisalo, mossero tutti insieme alla volta di Salona, ed al loro arrivo cintala di broccato all’intorno rinserraronne le mura opponendovi dal lato del mare navi piene di truppe, acciocchè fosse compiutamente assediata da ogni sua parte. I Romani impertanto con repentino assalto costretto avendo i vascelli nemici a dar volta molti ne sommersero pieni di combattenti, e molti ne pigliarono ma vuoti. I Gotti nondimeno vollero proseguire l’assedio, che anzi con vie più austera oppugnazione rattennero mai sempre là entro i nemici: di questa guisa gli eserciti imperiale e gottico si comportarono nella Dalmazia.

Vitige informato dagli originarj provenienti da Roma che le truppe di Belisario riuscivan loro molestissime, provava grande rincrescimento dell’essersi di colà partito, nè poteva dar quiete all’animo suo, ma vampante d’ira marciava a quella volta, quando nel cammino avvenutosi ad un sacerdote uscito della città domandollo, così la fama, premurosamente se il duce imperiale vi fosse ancora di permanenza, quasi temendo non poterlo raggiugnere e vederselo in anticipazione ritirato di là. Il sacerdote lo esorta a deporre i concepiti timori, ed a tenere per fermo che Belisario non fuggiva mai, e conservava sempre le conquiste fatte colle sue armi. Vitige uditone affretta il passo bramoso di gittare lo sguardo sulle romane mura innanzi che le abbandoni il condottiero nemico. [p. 85 modifica]

C A P O XVII.


Constantino e Bessa per volere di Belisario dalla Tuscia tornano a Roma. Posizione di Narnia. — Vitige presso della città. Ponte fortificato dal condottiere imperiale; fuga de’ suoi custodi.


I. Belisario alla nuova che tutte le gottiche truppe venivano ad attaccarlo principiò a titubare fortemente. Imperocchè da un lato il piccol numero de’ combattenti rimasti seco persuadevalo a non volersi più a lungo privare delle genti capitanate da Constantino e Bessa; dall’altro giudicava male a proposito lo sguernire di soldatesca i luoghi muniti della Tuscia, temendo non i Gotti occupasserli per quindi valersene a pregiudizio de’ Romani. Se non che ponderata bene la faccenda ordinò a que’ duci di subito presidiare accuratamente i più necessarii punti della regione, e di retrocedere poscia col resto dell’esercito a Roma. Constantino obbediente al comando presidiate Perugia e Spoleto rapido sen corre con tutte le altre schiere alla città. In quanto poi a Narnia, mentre che Bessa va disponendo con minore prontezza le cose, i Gotti calcata in molto numero quella via giungono ad occuparne il terreno suburbano, ed eran essi il vanguardo dell’esercito che dovea comparire tra poco. Il duce vedendoseli di contro uscì ad assalirli, e fuor d’ogni speranza costrettili a dare il tergo fecene grande strage; ma vedendosi ognor più alle prese con un sempre crescente lor numero tornò di nuovo entro le mura; dopo di che munitela [p. 86 modifica]di gente marcia, giusta il comando ricevuto, a Roma colla notizia che ben presto vi comparirebbero i nemici, avendovi tra amendue le prefate città il solo intervallo di trecento cinquanta stadj. Vitige lasciate da banda Perugia e Spoleto, fortissime città, estimando cosa disutile il perdervi tempo intorno, poneva ogni suo desiderio nel sorprendere in Roma Belisario prima ch’e’ si desse alla fuga. Avvertito similmente che il nemico possedea tuttavia Narnia deliberò non molestarla, consapevole quanto azzardoso e malagevole fosse il divenirne padrone; sendo la città edificata su d’elevato monte, alle cui radici scorre il fiume Nar, dal quale ebbe il nome. Due salite, l’una da oriente, l’altra da occaso mettono alle sue porte, e da quivi ti si appresentano gole pressochè impraticabili tra dirupati scogli; da quinci un ponte costruito sul fiume ti conduce alle mura. Questo ponte, opera di Cesare Augusto, è per verità degnissimo di ammirazione, superando l’altezza sua tutti gli altri archi sin qui da noi veduti.

II. Vitige adunque rinunziato ad un vano indugiare procede viaggiando con tutto l’esercito per l’agro sabino alla volta di Roma, ed erane ad un intervallo non maggiore di quattordici stadj quando pervenne al ponte del Tevere fortificato poco prima da Belisario con una torre munita di feritoie e di presidio. Non già perchè ai nemici fosse questo l’unico mezzo di valicare il fiume, avendovi in molti altri luoghi e navi da carico e ponti; ma perchè attendendo premurosamente dall’imperatore nuove truppe era nel proposito di tenerli a bada quanto più potea nel [p. 87 modifica]loro cammino: arrogi che i Romani avevano così agio di trasportare entro le porte una maggior copia di vittuaglia. Conciossiachè i barbari ove da qui respinti s’accingessero a rintracciare altro ponte non sarebbonvi riusciti, giusta il parer suo, in meno di venti giorni, ed anche più grande sembravagli dover essere la perdita del tempo s’eglino fossersi dati a condurre nel Tevere

tutto il navilio occorrente all’esercito per valicarlo. Il duce imperiale di questa guisa argomentando aveavi messo custodi, e i Gotti pernottaronvi da presso in continuo moto e nella persuasione che alla dimane si espugnerebbe la torre: disertarono intrattanto al campo loro ventidue barbari soldati romani e cavalieri della turma comandata da Innocenzo. Destossi con ciò in Belisario il pensiero di appressare il suo campo al fiume per essere meglio in istato d’impedire il passo al nemico, e per far mostra di quanto gli imperiali confidassero nel proprio coraggio. Se non che la guarnigione lasciata, come scrivea, alla custodia del ponte sbigottita dall’immenso numero de’ Gotti e trepidante al gravissimo pericolo, abbandonato di notte tempo il luogo diedesi alla fuga, e pensando che sarebbero per lei chiuse le porte di Roma pigliò furtivamente la via della Campania, indottavi o dalla tema di essere gastigata dal condottier supremo, o dalla vergogna di comparire innanzi ai suoi commilitoni. [p. 88 modifica]

C A P O XVIII.


Belisario, venute le truppe ad ostinatissima battaglia, cavalcando un destriero balan pugna valorosamente, e con propizia sorte. — I Gotti fuggenti mettono in rotta gl’imperiali; rinnovamento del conflitto. — Il romano duce ripara alle mura, e sbaraglia altra fiata il nemico. Mirabile caso del gotto Visando. I cittadini romani da Vitige instigati alla ribellione.


I. I Gotti col seguente giorno fracassate di leggieri le porte della torre, non rincontrandovi resistenza valicarono il fiume. Belisario fin qui non sapevole per niente della fuga de’ custodi, pigliati seco mille cavalieri indirizzossi a quella volta per meglio allogare gli accampamenti. Venutivi da presso trovano già il nemico di qua dal fiume, ed avvegnachè a malincuore assalgonne una schiera combattendo ambe le parti in arcione. Questa fiata il duce, sebbene per lo addietro mai sempre guardingo, non si rimase nell’officio di capitan generale, ma come privato fantaccino iva pugnando nelle prime file con sopraggrande pericolo delle armi romane, su di lui gravitando tutto il peso di quella guerra. Cavalcava durante la mischia un destriero bellissimo e valente nel togliere d’impaccio il suo cavaliere, erane l’intiero mantello di color fulvo, se non che nell’anterior parte del capo dalla sommità della fronte alle froge gli vedevi una pezza bianca di mirabil candore. Falion32 sarebbe stato il suo nome presso de’ Greci, [p. 89 modifica]e balan presso de’ barbari. Molti Gotti pertanto aveanlo fatto, unitamente al suo cavaliere, bersaglio dei dardi e del saettamento loro. Imperciocchè alcuni disertori, capitati il giorno prima nel campo, non appena ebbero veduto Belisario a combattere nelle prime file che, sapendo il morir di lui trascinar seco l’immediata rovina de’ Romani, esortarono con altissime grida a ferire il destriero balan. Di là tal voce corse per tutto l’esercito de’ Gotti, ma costoro, siccome accader suole ne’ grandi tumulti, non davansi carico d’indagare che si volessero quelle grida; nè aveano punto conosciuto il duce. Congetturando impertanto non essere fuor di proposito il ripetere da per tutto l’avviso fecer sì che molti, posto in non cale ogn’altro, volgessero le armi contro il duce supremo. E di già i valorosissimi tra loro punti dagli acuti stimoli della gloria, spronati i cavalli, erangli sopra per averlo comunque potessero, ed accesi di grandissimo sdegno tentavano ferirlo d’asta e di spada; ma Belisario al venirgli innanzi or gli uni, ora gli altri, senza darsi tregua mettevali a morte. Nel quale trambusto chiaro apparve in ispecie quanto si fosse l’amore portatogli dai pavesai ed astati della sua guardia, conciossiachè tutti circondandolo fecero pruova di tal valore, quale, a mio avviso, non ha fin qui esempio nelle storie. Eglino covertando e duce e destriero co’ loro scudi ricevevan sopr’essi i dardi avventati dai Gotti, né cessavan ad una di respignere chiunque osasse approssimarsi: per sì fatta guisa tutto l’impeto del nemico inveiva contro il corpo d’un solo uomo. In questa fazione caddero spenti non meno di mille [p. 90 modifica]barbari; così pure della famiglia di Belisario vi giuntarono la vita molti e valentissimi personaggi, intra quali Massenzio sua lancia rendutosi immortale con azioni da eroe. Ma soprattutto in quel giorno il duce ebbe sì la fortuna dalla sua, che quantunque fosse addivenuto nel combattimento il bersaglio universale, pure ne campò salvo ed illeso da ogni maniera di percosse e ferite.

II. Il romano coraggio finalmente riuscì a mettere in rotta i barbari, il cui sterminato numero non cessò dalla fuga che al raggiugnere del suo campo, dove pedoni freschi ed ancora invulnerati fecero petto al furore degli imperiali e ributtaronli senza pena. Sorvenute quindi nuove turme di cavalieri in loro aiuto costrinsero i Romani a riparare precipitosamente sopra un colle, ma assalitili pur quivi co’ loro cavalli tornossi a nuovo equestre cimento. In questo Valentino pavesaio di Fozio prole d’Antonina fe’ chiaro in singolar modo il valor suo; conciossiachè saltato per entro alle gottiche schiere e frenatone l’impeto fu salvatore de’ proprj compagni, i quali trattisi così dal pericolo corrono alle mura di Roma co’ barbari persecutori alle peste, e tutti insiememente arrivano alla porta Belisaria, ora così nomata. I cittadini paventando non entrasse co’ fuggenti il nemico ricusavano di aprire, quantunque il duce con preghiere e minacce ne desse loro ad alta voce il comando; sendo che le scolte della torre non potevanlo in conto alcuno ravvisare mirandone il volto coperto di polvere e sudore; il tramonto del sole inoltre offuscava i loro occhi, e per [p. 91 modifica]ultimo tenevanlo morto, dacchè tutti i volti in fuga nella precedente rotta e campati entro la città aveanvi sparsa la voce della sua uccisione mentre ch’e’ valorosamente combatteva nelle prime file. I barbari intanto accorsi in gran numero ed avvampanti di sdegno erano per valicare la fossa, ed assalire quanti si stavano dalla opposta banda, e per guisa condensati presso le mura ed in sì breve spazio ristretti che gli uni addossavansi agli altri. Quelli poi entro le porte senza duce e niente in ordine, temendo per sè e per Roma non potevano soccorrere i compagni esposti a sì grave pericolo.

III. In tale frangente destossi nell’animo di Belisario un ardito pensiero, che fuor d’ogni aspettazione apportò salvezza ai Romani. Conciossiachè animati colla sua voce quanti erangli dattorno pigliò ad assalire il nemico; questo ed in pessima ordinanza per le tenebre, e sbigottito dalla prontezza degli assalitori al vedersi attaccato improvvisamente da que’ medesimi che avea poc’anzi messi in fuga, tenendoli in possesso di nuove truppe venute dalla città volta pieno di grandissimo terrore le spalle. Dopo di che il duce imperiale contenendosi dall’incalzarli tornò di fretta alle mura: i Romani allora da questo felice successo incorati accolgono entro le porte con tutte le truppe dimoranti seco lui. A cotanto risico soggiacquero le imperiali faccende e il capitan supremo! La notte del resto pose fine al battagliare cominciato nella mattina prima di giorno, ed in esso dalla parte romana egregiamente in fe’ mia portossi Belisario, e da quella gotica Visando Bandelario, [p. 92 modifica]avendo costui sempre combattuto intra’ primi nel bollor della mischia intorno al romano duce, e solo dato tregua al suo braccio quando gli fu d’uopo cadere grondante di sangue in tredici parti del corpo; qui estimando i compagni che tramandato avesse l’ultimo spiro, il piansero ucciso, e abbandonaronlo, quantunque vincitori, sul campo. Se non che dopo tre giorni, piantate le tende sotto le mura di Roma, inviarono a seppellire ed a rendere gli estremi uffizj ai trapassati loro; quelli pertanto di ciò incaricati nel rimestare ed esaminare i cadaveri posero le mani su di Visando che stavasi tuttavolta in transito. Alcuno de’ commilitoni allora procaccia averne con preghi qualche voce, tenendosi il meschino tutto silenzioso a motivo delle esaurite sue forze per la grande arsura fatta più intensa nelle viscere dall’inedia e dagli altri malori. Domandò finalmente il duce che nella sua bocca s’infondesse dell’acqua, e da questa rinvigorito si potè levare dal suolo e condurre nel campo. In grazia di che Bandalario, cresciuto in altissima fama presso de’ Gotti, lungo tempo sopravvisse con gloria somma. Tali cose avvenivano correndo il terzo giorno dopo il conflitto.

IV. Belisario colle sue genti postosi in salvo, e ragunate vicin delle mura le truppe e quasi tutto il popolo romano, comandò che si accendessero spessi fuochi, e si stesse durante l’intiera notte in guardia; facendone poscia il giro commise, tra gli altri provvedimenti, la custodia d’ogni porta a un duce. Bessa in seguito, da cui dipendeva la Prenestina33, [p. 93 modifica]mandò a lui annunziandogli l’entrata in Roma de’ nemici per la porta di là dal Tevere avente con S. Pancrazio comune il nome. Alla riferta quanti erano ai fianchi del condottiero persuadevangli di campare la vita uscendo per altra parte. Ma egli intrepido e fermissimo nell’accusare di falsità la nuova spedì all’istante parecchi cavalieri oltre il fiume, i quali di ritorno, esplorata la regione, manifestarono che nulla da colà i Gotti aveano tentato contro le difese. Laonde inviò subitamente comandando ai duci incaricati di guardare le porte, che se per ventura odano altra simigliante cosa non istiano ad accorrere nè partansi dalla propria stazione, ma silenziosi vi rimangano a lui fidando la cura del resto; e sì operava perchè non fossero una seconda volta messi in iscompiglio da menzognere voci. Roma poi era tuttavia in agitazione e tumulto quando Vitige destina contro la porta Salaria Vaci, nome non oscuro tra suoi guerrieri, il quale avvicinatovisi principia a rimproverare que’ cittadini di perfidia verso de’ Gotti, ed a rimbrottarli del tradimento fatto, e’ diceva, contro sè stessi e contro la patria coll’anteporre alla potenza [p. 94 modifica]gottica quella de’ Greci, inetti a difenderli, e da cui l’Italia non avea mai veduto uscir fuori che tragèdi, istrioni e pirati: terminate quindi tali ad altrettali dicerie retrocedette alla volta de’ suoi. A’ Romani sembrava intanto meritevolissimo di riso Belisario, il quale a grave stento campato dai nemici volea ch’e’ si stessero tranquilli, e tenessero a vile i barbari aggiungendo essere più che certo di pervenire a sconfiggerli con la forza; ed in qual modo concepito avesse cotanta fiducia del valor suo formerà l’argomento de’ miei futuri discorsi. Era ben avanzata la notte quando sua moglie e tutti gli amici quivi presenti, vedendolo ancora digiuno, lo indussero a trangugiare almeno qualche bricciolo di pane. Alla perfine senza nulla imprendere si passarono le ore notturne da ambe le parti.


C A P O XIX.


I Gotti formano sette campi. — Tagliano gli acquidotti della città e demoliscono i molini eretti da Belisario. Questi ne ordina il rifacimento.


I. Apparso il nuovo giorno i Gotti speranzosi d’impadronirsi a tutto bell’agio di Roma assediandola, in causa della vastissima circonferenza, e gl’imperiali guerreggianti per la salvezza di lei distribuironsi della seguente conformità. Le romane mura avendo quattordici porte maggiori ed altre minori il nemico pigliò a scorrazzare nell’intervallo compreso tra cinque delle [p. - modifica] [p. - modifica] [p. 95 modifica]maggiori, dir vogliamo dalla Flaminia34 alla Prenestina, erettivi sei campi, non essendo in numero sufficiente per cingerne l’intiera periferia con vallo; ed i mentovati campi stavan tutti di qua dal fiume Tevere. Oltre di che temendo non gli assediati rotto il ponte nomato Milvio impedissero il transito in tutta la spiaggia che dalla banda opposta del fiume conduce sino al mare, liberandosi così da ogni disagio entro le mura, piantò di là dal Tevere nel campo di Nerone il settimo steccato colla vista di chiudere il ponte tra gli accampamenti suoi di modo che venisse a molestare altre due porte, l’Aurelia, vo’ dire, celebre di già pel nome di Pietro, principe degli Apostoli di Cristo e vicino a lei sepolto, e la Trasteverina. Egli di questa fatta cinta co’ suoi campi al sommo la semicirconferenza delle mura, e da ogni parte padrone del fiume, movea dovunque attalentasselo di battere la città. E qui m’è uopo narrare di qual modo i Romani accogliessero il Tevere nel mezzo de’ suoi fabbricati. Questo fiume abbondante di acqua trascorreva da lunge, ed il luogo ove il muro soprastavagli più da vicino era piano e provveduto di comodissimi appressamenti. Dal suolo [p. 96 modifica]poi oltre il fiume sorge un alto colle35 sopra cui abantico esistevano tutti i molini della città, essendo che l’acqua trasportata con forza grandissima per un alveo artefatto sino alla sua cima precipita quindi con veemente impeto al basso. Laonde gli antichi abitatori impresero a circondare di muro il poggio e l’opposta riva del fiume, acciocchè non potesse il nemico di leggieri o far danno ai molini, ovverosia, valicata la corrente, rendersi alla cittadinanza molesto. Quivi poscia unite le ripe del fiume con un ponte divisarono estendere di là da esso la cinta, e fabbricate nell’opposto suolo molte case ebbero quelle acque per entro delle porte; ma basti il detto su tale argomento.

II. I Gotti muniti di ben profonde fosse i loro campi trasportarono la terra scavata nel lato interno erigendovi un alto argine, e conficcativi gran numero di acutissimi pali fortificarono ognuna di quelle stazioni tanto, quanto sogliono esserlo i battifolli de’ castelli. Ora alle truppe situate nel campo di Nerone era preposto Marcia, il quale, di ritorno già co’suoi dalla Gallia, aveavi piantate le tende, e gli altri erano subordinati a Vitige di stanza nel sesto, avendovi in tutti un particolar comandante. Eglino adunque disposte così le forze loro tagliano dal primo all’ultimo gli acquidotti acciocchè non possa la città trame goccia d’acqua, [p. 97 modifica]e questi romani edifizii giungono al numero di quattordici, costruiti per intiero di mattoni cotti, e larghi ed alti sì che un uomo in arcione vi può cavalcare. Quanto agli imperiali, Belisario a fine di provvedere alla salvezza di Roma volle assumersi egli stesso la custodia della minor porta Pinciana e della maggiore alla destra di lei nomata Salaria, essendo che il muro da quivi poteasi di leggieri espugnare, e dava agli assediati la opportunità di movere contro i nemici. Assegnò a Costanziano la Flaminia a sinistra della Pinciana, serratala dapprima ed accatastatavi in buon ordine quantità di grosse pietre, acciò non fosse lecito a chicchessia l’aprirla, temendo in causa della vicinanza di altro de’ gottici campi non si fossero da questa parte macchinate insidie; delle rimanenti affidò la guardia a duci scelti dal ruolo de’ fantaccini. Chiuse di più fermissimamente con solido muro tutti gli acquidotti per togliere affatto il mezzo di penetrarvi.

III. Ora siccome dopo il taglio de’ prefati acquidotti non aveavi più acqua da volgere in giro le mole, né fattibil era supplirvi coll’opera de’ giumenti, appena avendo i Romani, qual è il caso degli assedj, quanta pasciona loro occorreva pe’ cavalli necessarj alle altre bisogne della vita; ora, dicea, il duce escogitò l’artifizio seguente. Innanzi all’antedetto ponte compreso nelle mura legò a funi, congegnate e tese con forza da ambe le ripe del fiume, due barche, distanti tra loro due piedi, laddove appunto con veemenza maggiore l’acqua scorreane dall’arco. Quindi acconciate sopra di esse delle mole applicovvi nel mezzo gli ordigni soliti [p. 98 modifica]a farle girare. Vi connette in fine coll’artifizio medesimo, le une appresso delle altre, e nuove barche e nuove macchine, le quali tutte messe in giro dall’impeto della corrente roteavano le sostenute mole, macinando il bisognevole alla popolazione. Se non che i nemici avutane pe’ disertori contezza demolironle col portare alla ripa del fiume grossi alberi ed i cadaveri de’ Romani di fresco uccisi, e col gittarli nella corrente, mercè di che il maggior loro numero trasportato a seconda del fiume intrà le barche, giunse a rendere vana, fracassandola, un’opera di tanto ingegno. Ma Belisario veduto il danno recatogli perfezionò il primo suo trovato col tirare da ripa a ripa per tutta la larghezza dell’alveo tiberino lunghe catene di ferro innanzi al ponte, nelle quali dando i solidi trascinati dal fiume accumulavansi nè potevan ire più oltre, ed allora genti destinate all’uopo traevanli incessantemente a terra. Nè il duce così provvedea soltanto in grazia de’molini, ma eziandio perchè era in grande sospetto e timore non il nemico su di molti battelli riuscisse ad oltrepassare il ponte, ed a comparire improvviso nel mezzo di Roma. I Gotti da ultimo vedendo fallita la impresa loro ne deposero il pensiero, ed i Romani proseguirono a valersi di questi molini, dovendo tuttavia, colpa e difetto della grande penuria d’acqua, far senza dei bagni. Quanto è al bere non pativanne diffalta, conciossiachè ove le case eran lungi dal fiume, supplivasi co’ pozzi. Del resto Belisario poté ommettere ogni precauzione intorno alle cloache destinate a purgare la città dalle immondizie e spazzature, imperocchè esse venendo tutte a scaricarsi [p. 99 modifica]nel fiume non destavan timore di sorta che i Gotti ne approfittassero per macchinare un qualche insidioso tentativo.


C A P O XX.


Vittoria pronosticata a Belisario da un fanciullesco giuoco; — I Romani tollerano a malincuore l’assedio. — Ambasciata di Vitige al duce imperiale. — Risposta di Belisario.


I. Belisario apprestò, come dicea, tutto l’occorrente per durare l’assedio: intanto molti fanciulli sanniti condottisi a pascolare la greggia sul proprio terreno, dopo avere trascelto dal numero loro i due più robusti ed all’uno dato nome Belisario, Vitige all’altro, vollero ch’e’ giuocassero insieme alla lotta. Principiatasi questa con gagliardia somma da ultimo il finto Vitige rimasevi al disotto; la puerile turba allora proseguendo nel trastullo sospende il vinto ad un albero; ma in quella apparsovi per caso un lupo tutti si danno a precipitosa fuga lasciando che il pendente dall’albero privo d’ogni soccorso dopo lunghi patimenti sen muoia. I Sanniti udito il fatto, senza punto gastigarne la prole, dell’accaduto pronosticarono che il duce imperiale sarebbe a non dubitarne, com’e’ dicevano, uscito di quell’aringo vincitore. Così avvennero le narrate cose.

II. Il popolo romano al tutto disavvezzo alle molestie della guerra e dell’assedio, oppresso da innondazioni e penuria di fodero, costretto a vegliare le notti di su le mura, e persuaso che tosto i nemici entrerebbon vittoriosi in Roma, vedendoli già mettere a sacco [p. 100 modifica]le campagne e quanto aveavi d’intorno, gravemente commosso mal suo grado pativa d’essere non colpevole assediato e caduto in sì orrenda sciagura. Laonde i cittadini venuti a lega tra loro inveivano alla scoperta contro il duce, aggravandolo di avere intrapreso quella guerra con forze minori delle occorrenti all’uopo, ed eguali rimproveri erangli pur fatti dai padri della curia, detta con altro vocabolo senato. Pervenute adunque coll’opera de’fuggitivi tali querimonie all’orecchio di Vitige, e’ per vie più inasprirne gli animi, sperando produrre là entro grandi sconvolgimenti, inviò a Belisario ambasciadori con Albis36, i quali fattiglisi innanzi presente il senato e tutti i duci dell’esercito, proferirono queste parole : « I nostri proavi, o condottiero, posero alcune distinzioni tra’ nomi delle cose, e n’è forza ridirne qui una, quella che havvi da temerità a fortezza; sendo che gli animi nostri abbandonandosi alle instigazioni di colei precipitano vergognosamente ne’ pericoli, questa in cambio riporta lode grandissima di virtù; nè può a meno che l’una delle due ti spignesse contro a noi, e quale si fosse ora cel manifesterai. Conciossiachè ove tu, o uomo illustre, guernito dello scudo della fortezza imprenda a guerreggiare i Gotti hai pronto il mezzo di comprovarlo, campeggiando il nemico sotto queste mura e presso degli occhi tuoi. Se al contrario armato di audacia insorgesti a nostro danno, vivi pur certo [p. 101 modifica]certo che avrai pentimento dell’arditissimo tuo procedere, subentrando tosto nel fragore della pugna il rimorso negli animi di coloro che osarono sconsigliatamente incontrarla. Che se tale è il tuo caso, come sta fermo nelle menti nostre, adopereresti assai meglio ritraendoti dal farti strumento di pene a questi Romani, cui Teuderico governò con somma liberalità e nelle delizie, e dal contendere col legittimo signore degli Italiani e de’ Gotti. Nè sapremmo in fè nostra come tu non debba trovare assurdo il volertene rimanere chiuso in Roma, ed il rifiutarti di valicarne le porte per tema del nemico, quando il re suo dimorante nel campo è costretto ad affliggere i proprj sudditi con tutti i disagi e mali della guerra? Or dunque se conformandoti ai nostri consigli cangi di mente noi accorderemo a te ed alle tue genti la facoltà di partire con tutto il vostro, non estimando equo ed ufficio di umanità l’insultare a coloro che docili si rimettono sulla via del dovere e della modestia. Di buon grado inoltre interrogheremo i Romani, che sino ad ora hanno sperimentato la nostra amorevolezza, e veggonci adesso, di conformità alla parola avutane, aiutatori, sulle offese ricevute dai Gotti, per cui deliberarono tradire non meno le cose loro che la fede nostra.»

III. Al sermone degli oratori il duce rispose: «Mai più, o Gotti, accatteremo da voi consigli nelle nostre deliberazioni, non costumandosi tra gli uomini di far guerra coll’approvazione del nemico, ma tratta ognuno i suoi affari come giudica per lo migliore. [p. 102 modifica]Verrà poi tempo, e valgavi l’annunzio, in che neppure sotto queste prunaie rimarravvi luogo da occultare i capi vostri. Noi signoreggiando Roma nulla d’altrui possediamo: voi per lo contrario l’occupato per l’addietro ingiustamente ora avete dovuto a malincorpo restituire agli antichi padroni. Del resto se alcuno de’ vostri ha lusinga di rimettere qui il piede senza combattimento, egli vive nel massimo inganno, sendo onninamente impossibile che a Belisario sua vita durante cada in pensiero di abbandonare queste mura. » Intanto che il duce parlava i Romani sopraffatti dal timore sedevano tutti silenziosi, né ardivano confutare il rimprovero de’ legati, i quali altamente querelavansi della perfidia loro contro de’Gotti. Al solo Fidelio, creato allora dal condottiero prefetto del pretorio, bastò l’animo di aringare in difesa de’suoi, e n’ebbe rinomanza di magistrato in grado superlativo ligio dell’imperatore.


C A P O XXI.


Apprestamenti di Vitige per la espugnazione di Roma. Descrizione dell’Ariete. Balista e Lupo, altre macchine guerresche.


I. Gli ambasciadori di ritorno ai loro campi interrogati da Vitige qual uomo si fosse Belisario, e come disposto l’animo di lui alla partenza, risposero che i Gotti indarno spererebbero d’incutere timore in quel duce. Alle quali parole il re pigliò consiglio di porre mano ad un’ostinata oppugnazione, e di tal modo approntò [p. 103 modifica]l’occorrente per isconquassare di tutta forza quelle mura. Costruì all’uopo torri di legno dell’altezza loro, avutane la misura dal confronto spesso fattone, ed agli angoli della base vi sottopose ruote, col discorrere delle quali potevano i combattenti ben di leggieri trasferirsi ovunque bramassero, venendo esse da buoi aggiogati condotte. Allestì inoltre moltissime scale lunghe si da giugnere a que’ merli, e quattro macchine dette arieti, delle quali passo a fare la descrizione. Innalzate ad intervalli eguali quattro colonne di legno, in tutto simili tra loro e le une di contro alle altre, v’incastrano di traverso otto travi, quattro ciò è alla sommità, e quattro alla base. Quindi siffatta maniera di camera quadrangola è coperta all’intorno con cuoia, in cambio di assi o di muro, per renderne più lieve il traino e per guarentire chi ne ha il maneggio dalle nemiche offese. Appendonvi inoltre per entro alla metà, o in quel torno, della sua altezza una trave orizzontale raccomandata a catene pendenti dalla parte superiore, la cui estremità aguzza come spada o punta di dardo rivestono di molto ferro tirato, quale incudine, a forma quadrangolare. Tale macchina sostenuta da quattro ruote al di sotto delle colonne è mossa da non meno di cinquanta uomini chiusi nel suo interno, i quali avvicinatala al muro fanno retrocedere coll’opera di non so che ordigno la trave da me ricordata per ispignervela tantosto di tutta forza contro. E quest’urto più e più volte ripetuto è di tanta efficacia che in qualsivoglia parte vada a colpire la scuote di botto e precipita al basso. La macchina poi fu nomata ariete [p. 104 modifica]perchè la testa prominente della sospesa trave, diretta ovunque, è bene spesso nel percuotere così impetuosa come vedi impetuosi i maschi delle pecore nel dare di cozzo. I Gotti ammanirono similmente fasci di legna e di canne senza numero per valersene gettatili nella fossa ad agguagliare il terreno, acciocchè le macchine potessero a tutt’agio trascorrerlo, e con tali apprestamenti sapeva loro mille anni di procedere all’assalto.

II. Belisario poi collocò sopra le torri alcune macchine dette baliste, le quali sono foggiate a guisa d’arco, sporgentevi al disotto in fuori un vuoto corno, retto da lenta catena e sostenuto da ferrea sbarra. Coloro adunque che vogliono usarne per ferire il nemico, annodata alle teste del legno che figurano le due estremità dell’arco forte cordicella, adattano nel vano del corno una saetta, lunga solo metà di quelle solite porsi nelle faretre, ma quattro volte più larga, nè guernita delle consuete penne, sì bene di sottili legni inseritivi di maniera da rassembrare al tutto una freccia. Dopo avervi da ultimo conficcata una punta grande in ragione dello spessore di lei, molte braccia da’suoi lati con idonei artifizj tendon la corda; il perché di poi col repentino rallentamento di questa un tale ordigno avventa la saetta con tanta forza quanta agguagliar potrebbero per lo meno due tiri di balestrieri, cosicchè giunta a colpire alberi o pietre di subito le spezza. Tale si è la macchina che trasse il nome suo dal lanciare con impeto grandissimo gli strali. Costruirono parimente sulle merlature altre macchine da gittar sassi, ed onagri sono appellate. Posero di più alle porte fuori del muro i cosiddetti lupi formati [p. 105 modifica]del tenore seguente. Scelte due travi che dal suolo giungano all’altezza de’merli appongonvi da ambe le parti de’ legni alternatamente gli uni orizzontali, di traverso gli altri, ed unisconli di guisa che tra le commettiture loro abbianvi fori al tutto corrispondenti, da ognuno de’ quali sporge una maniera di spada ben simile a grosso pungolo. Inchiodati quindi a una terza trave i legni di traverso e discendenti sino alla metà dell’altezza delle due perpendicolari fanno appoggiar queste alle porte; ed allorchè il nemico vi giugne dappresso, le guardie del soprastante muro, pigliatene le estremità, con impeto gettanle abbasso. Ora esse cadendo a un tratto sopra coloro, che stanvi a distanza brevissima, quanti ne incolgono con le prominenti spade, tanti issofatto gittanli a terra privi di vita. Le prefate cose operaronsi dal condottiero imperiale.


C A P O XXII.


Belisario si fa giuoco delle macchine condotte dai Gotti. Sua mirabile agilità nel trarre d’arco. Vitige dalla porta Salaria passa alla Prenestina. — La mole d’Adriano ostinatamente assalita con vie più ostinazione resiste.


I. Nel decimottavo giorno dell’assedio intorno allo spuntare del sole i Gotti capitanati da Vitige procederono contro le mura. E per verità i Romani tutti si rimasero sbigottiti dall’insolito spettacolo in mirando avvicinarsi le arieti e le torri. Belisario in cambio alla vista del costoro esercito procedente con quell’apparato sogghignava, e faceva comando ai soldati che si [p. 106 modifica]moderassero, e dessero principio alla pugna sol quando ne avrebbero da lui il segno: la cagione poi del suo riso a tutti occulta in allora fecesi col tempo avvenire manifesta. I Romani pertanto a quel suo facetamente prendersene giuoco il censuravano e nomavanlo temerario, mal tolleranti la di lui noncuranza all’inoltrare de’ Gotti. Se non che venuti questi vicino della fossa, primo il duce imperiale togliene di mira colla sua faretra uno armato di lorica ed alla testa della schiera, trafiggendolo si mortalmente nel collo che videlo a cadere supino; laonde tutto il popolo tenendo ciò di ottimo presagio manda fortissime ed inudite grida: avventata poscia dal duce una seconda freccia coll’eguale successo maggiori grida sursero dalle mura, gli imperiali credendosi già vittoriosi del nemico. In questa Belisario dato il segno a tutte le truppe, ordina di por mano agli archi inculcando loro di ferire principalmente i buoi, de’quali ben presto fatto un generale scempio, i Gotti più non poterono spigner oltre le torri, ed arrenarono mancanti d’arte e di consiglio a mezzo l’impresa. E tanto fu assai chè ognuno confessasse l’ottimo provvedimento del duce vietando intraporre ostacolo al proceder di coloro per ancora lontani, e addivenisse palese la cagione del ghignar suo, vo’ dire la goffaggine de’barbari, i quali con tanta sconsigliatezza eransi dati a sperare che condurrebbero i buoi sino appiè di quel muro. Andata come scrivea la bisogna alla porta Belisaria, Vitige, rispintone, vi lasciò un forte corpo di truppe, dando allo schieramento molta profondità, e fe’ comando ai capi di non muovere contro [p. 107 modifica]la cinta ma di lanciare, fermi in quell’ordinanza, strali sopra de’ merli, affinchè Belisario non avesse mezzo di aiutare i suoi alle prese in altra parte, dov’egli stesso andrebbe a tentare un più forte colpo. Avviossi in effetto con grande caterva di armati ad un luogo vicino alla porta Prenestina, chiamato dai Romani Vivario, meglio prestandosi colà il muro ad una espugnazione; al qual uopo eranvi già pronte e torri ed arieti con altre macchine, e copia di scale.

II. Il nemico intanto assalì eziandio la porta Aurelia come prendo a narrare. Fuori di essa, un tiro di pietra dalle mura, s’erge la tomba di Adriano Augusto, opera veramente stupenda e meritevole di ricordanza. La sua costruzione é tutta di marmo Pario, i cui pezzi connettonsi perfettamente tra loro, avvegnachè nelle commettiture nulla abbiavi da collegarli insieme. Eguali ne sono i quattro lati, ognuno lungo un trar di pietra e sovrastante in altezza le mura della città; bellissime statue poi del prefato marmo, rappresentanti uomini e cavalli, dannole compimento37. [p. 108 modifica]siccome cotanta mole avea sembianza d’un fortilizio contro Roma gli antichi la unirono alle mura edificando due bracci che da quelle venissero fino a lei; assomiglia quindi a torre altissima destinata a proteggere la vicina porta. Il quale propugnacolo addivenuto in allora assai opportuno, Belisario aveane fidata la difesa a Constantino commettendogli parimente la salvezza del muro contiguo presidiato da pochissima truppa; imperocchè il fiume trascorrendovi da vicino parea guarentirlo abbastanza da ogni molestia. Egli adunque fermo nel pensiero che nulla da colà si tenterebbe aveavi collocato debolissimo presidio per accrescere il numero de’combattenti laddove il bisogno era di gran lunga maggiore; e per verità molto scarseggiava di [p. 109 modifica]militi, computandosi que’ rinchiusi in Roma al principio di questo assedio non eccedenti, se pur v’arrivavano, il numero di cinquemila. Constantino avuto dagli esploratori che i barbari accingevansi a valicare il Tevere, pien di timore per l’antedetto muro, pronto vi accorse con altri pochi tolti dalla custodia della porta e del tumulo. I Gotti in effetto lui assente fecero impeto contro la porta Aurelia e la mole di Adriano non con macchina di sorta, sì bene con immensa quantità di scale e frecce, persuasi che riuscirebbero di tal guisa a ridurre più facilmente il nemico in angustie, e ad impadronirsi a bell’agio del fievolissimo corpo di guardia ivi rimaso. Ora con questo divisamento, portando a riparo della persona scudi non minori delle gerre persiane, vi procedevan sotto, e quantunque già vicini ai nemici non erano per anche da loro veduti la mercè d’un portico unito al tempio dell’apostolo Pietro. Tale eglino con improviso impeto investirono le mura impedendo a un tempo che l’inimico traesse vantaggio dalla cosiddetta balista, macchina solo atta a lanciare strali da lunge, o dalle frecce, le quali trovando invincibile resistenza negli scudi non recavano danno alcuno agli assalitori. Oltredichè fermissimi nella impresa avventavano dardi a furia contro de’ merli, ed erano già per appoggiare al muro le scale, riusciti quasi a cingere i difensori della mole, essendo che dato buon fine a quella impresa incontanente sarebbonsi condotti da ambo i lati alle spalle loro. I Romani disperando salvezza dal numero caddero per poco in ispavento, quindi tutti unanimemente messe in pezzi molte [p. 110 modifica]delle più grandi statue, ed alzatine con ambe le mani gli enormi sassi precipitavanli su le nemiche teste. Rinculavano gli altri offesi da questa nuova arma, ed al lento indietreggiar loro gli assediati ormai superiori nel conflitto principiarono, ricuperato il perduto coraggio, e con grida ognora più forti e cogli archi e col gittare delle pietre a rispignere vie più gli assalitori. Posta mano da ultimo eziandio alle macchine incussero in quegli animi grave terrore, costringendoli ben presto a terminare il combattimento. In questa era di ritorno Constantino glorioso di avere sbigottito e messo di leggieri in fuga quanti eransi accinti a valicare il fiume nella speranza, al tutto vana, di rinvenire il muro ad esso vicino spoglio di truppa; tanto e non più ebbe a soffrire dai Gotti la porta Aurelia.


C A P O XXIII.


Inutili conati dei barbari. Parte del romano muro sotto la tutela dell’apostolo Pietro. — Strana morte d’un barbaro. — Ingente massacro de’ Gotti al Vivario ed alla porta Salaria.

I. L’esercito nemico passato alla porta Trasteverina, o con altro nome Pancraziana, nulla vi operò di memorabile, rattenuto da quella forte posizione; imperocchè e l'alto muro della città e Paolo ivi di presidio con una coorte di fanti stornaronlo dal tentare un assalto. Risparmiò altresì la porta Flaminia posta in dirupato suolo, di malagevole accesso ed avente alla sua difesa una schiera di guerrieri nomati regii, cui presedeva il duce Ursicino. Tra questa porta e la [p. 111 modifica]Pinciana (così appellata una delle minori che trovi alla destra della Flaminia) il muro, anzichè dalla sua base, dal mezzo alla sommità erasi da pezza sconnesso e spaccato, nè potea dirsi impertanto del tutto in rovina, ma divergente qua e là dalla perpendicolare, e di guisa pendente che ora lo vedevi all’indentro, ora all’infuori del suo regolare livello. Il perchè già da gran tempo i Romani con voci lor proprie chiamavano tal sito muro rotto, e quando Belisario dapprincipio volea atterrarne il guasto e riedificarlo vi si opposero, protestando fermissimamente che l’apostolo Pietro avea manifestato loro di assumerne egli stesso la difesa. Il santo Apostolo del rimanente sopra tutti gli altri è venerato e riverito da questo popolo, alla cui aspettazione e credenza appieno corrisponde l’esito; conciossiachè nè durante quel giorno, nè col tratto successivo, per tutto il tempo che i Gotti assediarono Roma, fu il luogo soggetto ad assalto nemico, andando in cambio affatto libero da ogni trambusto di guerra. E di vero noi stessi non potemmo a meno l’ammirare come un nemico, il quale tante volte con impeto manifesto e pur tante con notturne frodi erasi accinto ad investire le mura, avessele mai sempre, vuoi per dimenticanza, vuoi per trascuratezza da quivi risparmiate. Laonde nessuno di poi ardì risarcirne questa parte, mirandosi ancora, come per lo addietro, fessa; ma il dettone basti.

II. Alla porta Salaria tale de’barbari, uomo non oscuro, di alta taglia, pieno di bellico valore ed armato di lorica ed elmo, tenendosi presso ad un albero, a qualche intervallo dagli altri e fuori dell’ordinanza loro, [p. 112 modifica]iva lanciando frecce contro de’merli. Se non che tra questo suo trarre d’arco per non so quale fatalità la macchina posta nella torre a manca tolselo sì bene di mira, che lo strale uscitone trapassatogli l’armatura e il corpo andossi più della metà a conficcare in quel tronco, ritenendovi, quasi chiovo, attaccato l’estinto corpo di lui. Alla qual vista i Gotti spaventati ritrassero l’ordinanza fuori del tiro d’un dardo, e i difensori del muro cessarono dal molestarli.

III. Ora Bessa e Peranio di presidio al Vivario assaliti con furor sommo da Vitige mandano pel duce supremo, il quale, surrogato un suo amico alla custodia della porta Salaria, andò prontamente a soccorrere quella parte giudicandola, come testè scrivea, di mal ferma opposizione. Quivi rinvenuti i suoi sbigottiti dal forte impeto e dal numero de’ nemici, esortali a dispregiare il barbaro ed inspira fiducia negli animi loro. Non v’è a ridire che pianissimo colà fosse il terreno e per conseguente molto idoneo agli assalti; volea pure il caso che la massima parte di quel muro avesse tali e tante fenditure da togliere ai mattoni poco meno che tutto lo scambievole collegamento. Se non che al di fuori innanzi ad esso gli antichi Romani aveanne costruito altro minore, non già col divisamento di usarne a difesa, mancandovi torri, merli e tutto il di più che vale a porre un argine al violento urto de’ nemici nell’occorrenza di qualche oppugnazione: ma il fabbricarono a pro d’un loro diletto ben contrario all’umano incivilimento, vo’ dire perchè servisse di carcere ai leoni ed alle altre fiere, donde vennegli il nome di Vivario, [p. 113 modifica]chiamandosi da loro così il serraglio in cui sogliono alimentare le belve non addimesticate. Vitige pertanto avendo in disparte approntato ogni maniera di macchine comandò ai Gotti di penetrarvi, nella persuasione che venutine al possesso avrebbero quindi conquistato a loro bell’agio anche il maggiore, conoscendone assai bene la poca fermezza. Belisario quando mirò trasforato il Vivario ed in molti luoghi investite le adiacenti mura impose alle truppe che non rispingessero il nemico, e lasciato un debolissimo presidio sui merli piglia seco il fiore dell’esercito, e fattolo armare di lorica ed imbrandire la sola spada ponelo in ordinanza presso della porta. Allorchè poi i Gotti bucato il muro entrarono nel Vivario, e’di botto mandovvi contro Cipriano con altri pochi all’uopo di combatterli, ed in effetto costoro incutendo là entro gravissima paura, senza proprio danno uccidonne allo sterminio, essendo la fazione contraria ben lontana dal voler resistere, anzi trucidandosi a vicenda mercè l’angustia dell’uscita. Il duce imperiale non tosto vide per l’improvviso assalimento sconfitti i nemici e sciolta ogni ordinanza, chi qua chi là fuggendo, ordinò si aprisse di subito quella porta e feceli incalzare da tutte le truppe. I Gotti dimentichi dell’antico valore dove il caso guidali prendon via, ed i Romani, sempre mai agli omeri loro, quanti ne aggiungono tanti uccidonne col prontissimo ferro. Gran pezza durò la persecuzione, conciossiachè i barbari proceduti a sorprendere quel luogo avevano a molta distanza i campi. Quindi incendiate le ostili macchine per ordine di [p. 114 modifica]Belisario, le fiamme loro innalzatesi grandemente accrebbero vie più, come vuol ragione, lo spavento dei volti in fuga.

IV. Tra questo mezzo gl’imperiali ebbero la medesima fortuna di guerra alla porta Salaria da dove all’improvviso saltarono fuori sopra de’ barbari trucidandoli nell’atto che eglino abbandonato ogni pensiero di resistenza davano precipitosamente le spalle. E qui eziandio abbruciarono le macchine erette contro le mura, di qualità che elevandosi da per tutto le fiamme intorno a Roma e da per tutto discacciati colla forza i Gotti, mandavansi dall’una e dall’altra parte altissime grida, di qua dalle romane genti, le quali dai merli animavano i loro a far coraggiosamente scempio de’ fuggitivi, di là dai barbari dolentissimi nelle proprie trincee per l’enorme strage sofferta, avendovi in quel dì giuntato la vita non meno di trentamila combattenti secondo l’affermazione degli stessi lor duci, ed anche maggiore fu il numero dei feriti; essendo che affollatesi lor turbe intorno alle mura non s’era lanciato indarno colpo dai merli, ed i persecutori degli sbigottiti fuggenti aveanne mietuto in copia assai grande le vite. Di mattina si venne alle mani e coll’annottare soltanto la pugna ebbe fine; dopo la quale gl’imperiali passarono quelle ore notturne cantando in Roma un giulivo Peana, ricolmando il condottiero di lodi, e raccogliendo le spoglie de’ morti. I Gotti in cambio attendevano ai loro feriti, ed offrivano un tributo di lagrime agli estinti. [p. 115 modifica]

C A P O XXIV.


Lettera di Belisario a Giustiniano Augusto. — Presagio nella caduta dell’immagine di Teuderico re dei Gotti. — Oracolo sibillino.


I. Belisario scrisse del tenore seguente a Giustiniano Augusto: «Arrivammo in Italia giusta il tuo commandamento, ed assoggettatane gran parte avemmo eziandio in poter nostro, fatta sgombrare dal nemico, Roma, il cui prefetto Leuderi di novello ti ho inviato. Se non che, messo presidio ne’ luoghi forti della Sicilia e dell’Italia per noi occupati, sommava il nostro esercito soli cinquemila combattenti quando fummo assaliti da altri barbari non minori in numero di cencinquanta mila38. E dapprincipio nel riconoscere le cose al fiume Tevere venuti fuor d’ogni nostro desiderio nella necessità di combattere per poco non rimanemmo dal primo all’ultimo vittime delle possenti aste nemiche. I Gotti poscia investirono da ogni banda e con tutte le truppe e macchine di che poteano disporre queste mura, e pur allora non andaron lunge dall’insignorirsi di noi e della città, e vi sarebbon riusciti se una prospera fortuna non ci avesse tolto d’impaccio, volendosi meritamente attribuire a Dio e non ad umano valore e coraggio gli avvenimenti superiori alla natura. Quanto sino ad ora mercè della fortuna e dell’animo nostro fu [p. 116 modifica]operato si rimane a fè mia in ottima condizione, e così amerei che le nostre future imprese valessero ad accrescere il poter tuo. Non passerò quindi con silenzio ciò che a me si conviene dire ed a te fare, incontrastabile essendo che le umane vicende per nulla traviano dal volere del Nume, e che di tutte le imprese unicamente da quelle eseguite per loro stessi aver sogliono i duci vituperio o lode. Metti adunque a disposizion nostra armi e soldati in tal moltitudine che da quinci innanzi possiamo con forze eguali combattere il nemico: mal consigliandosi chi ripone il tutto nell’aiuto e nella perseveranza della fortuna, più che avversa dal correr sempre la medesima via. Pensa teco stesso, o Augusto, che se ora il barbaro avesse trionfato ci andrebbe dalla tua Italia discacciando colla perdita di tutto l’esercito, e con molto nostro disonore per avere condotto malamente la guerra. Qui non rammenterò che trascurando noi in qualche parte di mettere un argine alla rovina de’ Romani, cui l’antica fedeltà verso l’imperial tua persona ed i prosperi successi ottenuti dalle armi nostre hanno sin qui apportato salvezza, e’ per certo lascerebbonci gravissimo argomento di dolore. Che se prima di tornarne al possesso noi fossimo stati respinti dalle mura loro, dalla Campania ed in epoca molto anteriore dalla Sicilia, l’unico nostro cordoglio si volgerebbe sul minore di tutti i mali, quello, intendomi, di non esserci potuti arricchire con beni posti nelle altrui mani. Devi inoltre considerare attentamente che neppure con un presidio di molte miriadi sarebbesi potuto conservare [p. 117 modifica]lungo tempo Roma in causa della sua vastità e della agevolezza con cui a motivo della molta distanza dal mare possonlesi impedire tutti i bisogni della vita. Ora a non dubitarne i Romani sono amici, ma se le molestie loro protraggansi, è chiaro che alla prima congiuntura non istaranno in forse dall’accogliere un migliore partito, insegnandoci la consuetudine che gli amici di recente data proseguono ad esser fedeli non mai pe’ disagi cui vengono suggettati, sì bene pe’ beneficj di che rendonsi partecipi: e innanzi tutto la fame costrignerà il popolo a fare molte cose dalle quali vorrebbesi astenere. In quanto a me, consapevole di andar debitore della vita alla Maestà tua, nessuno potrà discacciarmi vivo da questo luogo; ma considera qual lode sarà per venirti da un tal esito di Belisario.» L’imperatore conturbato da sì pressante lettera senz’indugio ragunò truppe e navi, commettendo a Valeriano e Martino di sollecitare l’andata loro. I quali già sul fare del solstizio vernile eransi partiti con altre truppe dirigendo la navigazione alla volta dell’Italia; se non che dimoravano tuttavia a svernare nell’Etolia e nell’Acarnania, rattenuti pel cattivo tempo dal proseguire il divisato cammino. Giustiniano Augusto di poi col partecipare al suo condottiero i fatti provvedimenti inspirò coraggio ed allegrezza non meno in lui che in tutti i Romani.

II. Accadde tra tanto in Napoli un fatto di tal natura: Aveavi nel foro un’imagine di Teuderico re de’ Gotti formata di minute pietruzze, e quasi tutte dissimili nel colore. La sua testa in epoca più lontana, [p. 118 modifica]vivente ancora il re, scomparve in causa d’uno spontaneo slegamento di que’ sassolini, nè guari tempo dopo Teuderico passò di questa vita. Trascorsi otto anni, sconnessi in un subito i piccoli elementi che rappresentavanne il ventre, di botto venne a morte Atalarico nipote per femminile discendenza del prefato re. A simile, dopo qualche tempo caddero le pietruzze all’intorno del sesso, e mancò ai vivi Amalasunta figliuola di Teuderico. Andate così per allora le cose, nel mentre che i Gotti assediavano Roma vennero meno le rimanenti parti dell’imagine, dai femori alle estremità dei piedi, di qualità che più non ebbevi segno della effigie nella parete. Laonde i Romani traendone vaticinio dichiaravano fermamente che l’imperiale esercito uscirebbe della guerra vincitore, essendo mestieri intendere per le piante di Teuderico i Gotti da lui governati, e così destavansi di dì in dì a speranze maggiori.

III. In Roma similmente alcuni patrizj spacciavano oracoli della Sibilla, e come predizione di lei che alle romane sciagure darebbe fine il mese di luglio, tenendo per certo che nel suo periodo creerebbesi un nuovo imperatore sotto cui la città non avrebbe più nulla a paventare dai barbari. Conciossiachè, andando la fama essere costoro di getica prosapia, l’oracolo componevasi delle seguenti parole: Nel mese quintile Roma non temerà niente di Getico. Ed asserivano accennato luglio col nome del quinto mese tanto coloro che si partivano dall’epoca in cui ebbe cominciamento l’assedio, o dir vogliamo dai primi di marzo, dal quale mese pigliando il computo luglio è in effetto il quinto nella [p. 119 modifica]serie; quanto gli altri che sapevano innanzi al regno di Numa presso de’ Romani racchiudere l’anno soli dieci mesi, e con marzo appunto avere il suo principio, donde luglio si disse quintile: ma erano tutte vane ed inutili ciance. Imperciocchè nessuno fu nella preconizzata epoca eletto a imperatore de’ Romani e l’assedio era tuttavia per durare un anno; di più, quando Totila ebbe la monarchia de’ Gotti Roma tornò a cadere negli stessi pericoli, come dimostreranno i susseguenti libri. Io poi son d’avviso che il vaticinio per nulla accennasse alla presente spedizione de’ barbari, ma ad altra o di già trascorsa, o ancora una qualche volta da effettuarsi. Nè per verità sembrami nei limiti dell’umana intelligenza il comprendere gli oracoli della Sibilla prima ch’essi abbiano avuto il compimento loro; e me ne dà motivo quanto ho letto co’ miei occhi, e che prendo qui ad esporre. La Sibilla non presagisce tutte le cose con ordine e seguitamente, ma fatto appena cenno degli africani sinistri balza di botto in Persia; quindi, menzionati i Romani, trasporta subito il discorso agli Assirii, e volto altra fiata il vaticinio ai primi predice le stragi della Bretagna. Di guisa che addiviene impossibile di conoscere i suoi oracoli prima degli avvenimenti per essi adombrati. Laonde è forza che il tempo medesimo, accadute le vicende e riconosciutane coll’esperienza la predizione, sia l’accurato loro interpetre. Ma di tale argomento giudichi ognuno a suo beneplacito; ed io torno a bomba. [p. 120 modifica]

C A P O XXV.


Belisario trasferisce nella Campania la disutile romana popolazione. — Bandisce papa Silverio nella Grecia. — Innalza Vigilio al Pontificato, e provvede alla salvezza della città. — Alcuni accingonsi a riaprire il tempio di Giano.

I. Tale appunto come abbiam detto si passò quella notte dai Romani e dai Gotti, dopo che questi inoltratisi alla conquista delle mura furonne respinti. Il giorno appresso Belisario fe’ comando a tutto il popolo di tradurre in Napoli le mogli, i figli ed il servaggio meno idoneo a trattare le armi per impedire la diffalta di vittuaglia nella città; e lo stesso ordine diede alle truppe, se aveavi tra esse alcuno provveduto di servo o d’ancella; aggiugnendo che pel momento a cagion dell’assedio non solo venivagli tolta la facoltà di dispensare il fodero giusta l’usanza, ma uop’era di più che ognuno s’accontentasse ricevere l’una metà del cotidiano vitto in natura e l’altra in danaro. Quelli obbedienti pigliarono tosto a grandi turbe la via della Campania, chi valendosi del navilio rinvenuto nel porto romano, e chi pedestre calcando la via Appia; nè ai pedoni su questa via, nè a quelli diretti al porto gli assediatori apportavano danno, pericolo o timore di sorta, non potendo circondare di campi tutta la vastissima Roma, nè cimentarsi a scorrazzare in drappelli a qualche distanza dai proprii steccati per tema di nemica sortita. Laonde alquanti giorni ebbero gli assediati piena libertà di partirsi da Roma e d’introdurvi sovvenimenti d’annona. [p. 121 modifica]Tra le tenebre soprattutto i barbari paventavano fuor misura, e le sentinelle giaceansi immobili ne’ campi, avvenendo assai di frequente che ed altri ed in ispecie i Maurusii39, usciti delle mura allo scontrarsi ovunque in Gotti o in preda al sonno o sbandati in piccolo numero (com’è moltissime volte il caso ne’ grandi eserciti, richiedendolo o le bisogna della vita, o la necessità di pascolare cavalli, muli, ed ogni maniera di bestiame destinato a nutrirci) li uccidessero, e, di fretta spogliatili, al primo sentore di più forte nemica sorpresa mettessersi a precipitosa carriera, essendo tal gente veloce, per natura, del piede, priva di gravi armadure, ed assuefatta a prevenire colla fuga i disastri. Il perchè gran popolo migrò senza molestia da Roma, riparando chi di essi nella Campania, chi nella Sicilia, e chi altrove, come avvisossi ciascuno per lo migliore. Il duce imperiale osservò in quella non avervi proporzione tra il novero delle sue truppe e la circonferenza delle mura, di qualità che poche essendo le prime, come ho detto, non potea sempre tenerle sotto le armi, o supplirne quando fossero pigliate dal sonno, tributo incontrastabile alla natura umana, con altre le funzioni. Vedeva in pari tempo la massima parte della plebe alle prese colla miseria e con la fame; ne v’ha a meravigliarne considerando la bassa origine degli artieri e il consueto viver loro alla giornata, cosicchè in allora costretti a languire nell’ozio [p. 122 modifica]mancavano dei mezzi necessarj al proprio sostentamento. Egli adunque commosso da sì gravi circostanze aggregò parte del volgo alla milizia, e tra loro divise le guardie assegnando ai plebei una determinata giornaliera mercede, e distribuendoli di modo in compagnie che fossevi ognora l'occorrente per dare lo scambio alle sentinelle, e per affidare in giro a ciascuna delle compagnie la custodia della mura: così Belisario provvide ai bisogni d’entrambi.

II. Tra questo mezzo l'imperial duce rilegò nella Grecia Silverio vescovo di Roma, caduto in sospetto di parteggiare coi Gotti, innalzando non guari dopo Vigilio al pontificato. Vennero similmente da lui per la stessa cagione banditi alcuni senatori, fattili ripatriare nullamanco dopo lo scioglimento dell’assedio e la partenza del nemico; ed erane del numero quel Massimo, il cui progenitore, Massimo anch’egli, diede morte a Valentiniano Augusto. Ad evitare inoltre ogni frode per parte dei custodi delle porte, o che dal di fuori si tentassero e corrompessero gli animi loro col danaro, due volte al mese spezzavano tutte le chiavi per quindi mutarne gl’ingegni: così pure assegnava nuova stazione, e dall’antecedente ben lontana, ai custodi, ed ogni notte mandati a riposare i duci delle guardie sulle mura sostituivane altri coll’incarico di perlustrare in giro qualche tratto di esse, e di trascrivere nei repertorj i nomi delle scolte, ed ove ne mancassero di surrogarli tantosto, riferendogli col venturo giorno i caduti in fallo per sottoporli al meritato gastigo. Durante le ore notturne di più ordinava ai musici dell’esercito di [p. 123 modifica]sonare i loro stromenti presso delle mura, ed inviava al di fuori manipoli di soldati, Maurusii di preferenza e provveduti di cani, acciocchè attendessero alla fossa, volendo anche da lontano scuoprire chiunque tentasse insidiosi macchinamenti.

III. Tali de’ cittadini intanto forzate le porte cimentaronsi ad aprire il tempio di Giano. Fu questo il primo degli antichi Dei chiamati dai Romani col proprio idioma Penati; ed avea tempio rimpetto alla Curia, un poco di sopra alle tre Fate, nome solitamente da quel popolo dato alle Parche. La sua cappella è tutta di bronzo, di forma quadrata, e grande sì che appena giugne a cuoprire il simulacro del Nume pur esso di bronzo, lungo per lo meno cinque cubiti, e nel resto tutto simile ad uomo; se non che ha il capo bifronte, e coll’uno de’ suoi volti mira ad oriente, coll’altro ad occaso. Di contro poi ad ambo i prefati volti hannovi porte dello stesso metallo dagli antichi Romani solite chiudersi in tempo di pace e della massima prosperità, e riaprirsi ov’e’ tornassero alle armi; se non che passati quindi a professare la cristiana religione, e addivenuti zelantissimi al maggior segno di lei, neppur furiando la guerra non le dischiudevan più. Ora impertanto fermo tuttavia l’assedio alcuni cittadini, imbevuti a mio credere dell’antica superstizione, tentarono celatamente di spalancarle; messo quindi mano all’opera, riuscirono solo ad allontanarne così un poco le imposte, che l’una meno di prima aderisse all’altra. Gli autori della trama rimasero occulti, nè si pensò ad inquisizioni sopr’essa in quel grande trambusto di cose, [p. 124 modifica]non essendo in ispecie gjunta alle orecchie de’ magistrati, ed avendovi ben pochi nello stesso volgo consapevoli del fatto40.


C A P O XXVI.


Vitige uccide i senatori in istatico ed occupa Porto. — Belisario con grave disagio riceve dalla città d’Ostia rinfrescamenti.


I. Vitige ribollente d’ira, nè più sapendo che macchinare spedì innanzi tutto gente degli astati a Ravenna perchè uccidessero i romani senatori quivi condotti al principiare di questa guerra. Tali di essi tuttavia addivenuti consapevoli dell’imminente lor fine e trovato pronto mezzo alla fuga, camparono la vita, del cui numero furono Cerventino e Reparato fratello del romano pontefice Vigilio, i quali direttisi ver la Liguria fecervi stanza; i compagni tutti ebbero morte. Di poi veduto che i nemici trasportavano con piena sicurezza dalla città quanto avessero in animo, ed introduceanvi per acqua e per terra le bisogna loro in copia, deliberò assediare la cosiddetta con romana voce Porto lontana da quelle mura cenventi stadj, intervallo che disgiunge [p. 125 modifica]Roma dal Mediterraneo. Trovi Porto alla foce del fiume Tevere, il quale a soli quindici stadj dal mare diviso in due alvei forma un’isola nomata sacra. Questa, procedendo il fiume, dilatasi talmente che misurata per lo largo e per lo lungo dà l’egual somma, vogliam dire tra l’uno e l’altro alveo stadj quindici. Da ambe le parti il Tevere è navigabile, e dalla destra scarica le sue acque nel porto. Di là da questa bocca e sopra la ripa in epoca lontana i Romani fabbricaronvi una città con mura fortissime all’intorno, che, pigliata la denominazione dal porto, Porto si chiama. All’alveo sinistro presso l’altra bocca del fiume Tevere trovi Ostia, lungo la ripa ulteriore, città per lo passato di grande rinomanza, ora affatto spoglia di mura. È antico lavoro romano la breve e piana via che da Porto città mette a Roma. Il porto a bello studio va sempre fornito di barche fluviali e nelle sue vicinanze havvi pronta copia di buoi. Laonde i trafficatori quivi afferrato e tradotte lor merci dalle navi mercantili sopra quelle del fiume, giungon pel Tevere, senz’aiuto di remi e vele, alla metropoli; imperocchè i legni quivi non possono venir contrariati dal vento a cagione delle molte giravolte dell’alveo e del tortuoso viaggio; nè sono di profitto veruno i remi combattuti di fronte dal corso dell’acqua: ma con funi legate dall’un capo ai colli de’ buoi e dall’altro alle barche traggonsi queste a mo’ di carra fino alla città. Dall’alveo sinistro poi del fiume la via da Ostia a Roma è selvaggia, assai incolta, nè presso della ripa, il perchè non consente al traino delle barche. Or dunque i Gotti sorpresa la città [p. 126 modifica]Porto senza guernigione al primo avvicinarvisi occuparonla, e fatto macello de’ Romani ivi a dimora ebbero anche in poter loro il porto; lasciativi quindi mille guerrieri di presidio gli altri tutti retrocedettero agli accampamenti, e così da quivi gli assediati vidersi tolto ogni agio di trasferire entro lor mura le derrate di mare.

III. Dopo questa perdita gli abitatori di Roma costretti a valersi pe’ loro bisogni della sola Ostia incontrarono, com’è chiaro, enormi pericoli e travagli; conciossiachè impediti dal procedere sino a lei colle barche, per necessità doveano apportare ad Anzio, lontano il viaggio d’un giorno, e di là con molta pena, mercè la scarsità somma delle braccia, condurvi le ricevute mercanzie. Nè Belisario, premurosissimo della salvezza di quelle mura, avea avuto mezzo di conservare Porto, alla custodia della quale se fossevi stato appena un presidio di trecento militi, mai più i barbari a mio giudizio sarebbonsi cimentati, in vista della fortissima sua posizione, ad entrarvi.


C A P O XXVII.


Il duce imperiale riceve nuove truppe: stanca il nemico a forza di combattimenti, e tre fiate lo vince. — Imitato indarno da Vitige. Truppe gottiche in che discrepanti dalle romane.

I. I Gotti non altrimenti operarono correndo il dì terzo dalla tentata invano espugnazione delle mura. Dopo venti giorni ch’eran costoro al possesso del porto [p. 127 modifica]e della città pur ella nomata Porto, capitarono a Roma Valentiniano e Martino alla testa di mille e cinquecento cavalieri, Unni il più, Sclabini ed Antii, originari del paese di là dal fiume Istro, ma non lunge dalla ripa. Belisario confortato in suo cuore di tale venuta divisò affaticare con ischermaglie continue il nemico, al quale effetto nel dì appresso ordina ad una sua lancia, Traiano di nome e nell’oprare coraggioso e indefesso, di farsi con dugento pavesai per diritto alla volta de’ barbari, e avvicinatine i campi di preoccupare un poggetto da lui indicato ove si rimarrebbero chetamente; di più qualora il Gotto assalisseli Traiano impedirebbe ai suoi il combattere da vicino ed il porre mano alla spada o all’asta; e’ piglino in cambio a trarre d'arco, ed esaurito il saettamento voltino pur gli omeri senza arrossirne, riparando alle mura: terminato così il comando fe’ approntare le baliste ed il servizio loro; l’altro co’ suoi dugento uscito della porta Salaria si diresse verso il campo nemico. I barbari sorpresi da questa improvvisa comparsa piglian tutti di proprio volere la difesa e gittansi fuori degli steccati. Il drappello di Traiano in quella, di su la prominenza indicatagli da Belisario, cominciò a molestarli con frecce, le quali avventate nel mezzo di folta gente davano tutte in brocco, ferivano ciò è o cavaliere o cavallo: i Romani, vuotati i turcassi, allentando le briglie spronarono i destrieri alla ritirata, co’ Gotti mai sempre alle calcagna. Accostatosi poi il combattimento alle mura e da quivi dato mano alle baliste, il nemico sopraffatto dallo spavento s’arresta, avendo perduto nel conflitto, giusta le riferte, [p. 128 modifica]non meno di mille guerrieri la vita. Di là a pochi giorni il condottiero mandò fuori Mundila pretoriano e Diogene, valentissimi entrambi nella guerra, con trecento pavesai per compiere altro simigliantissimo badalucco; ed il nemico venuto ad incontrarli mentre eseguiva gli ordini avuti toccò nella stessa guisa di prima un rovescio ben anche maggiore. Spediti finalmente una terza volta trecento cavalieri col duce Oila pretoriano all’uopo di ripetere l’egual faccenda, ebbero pur questi non meno propizia la fortuna. In tre scorribande pertanto, come scrivea, Belisario fe’ mordere il suolo a ben quattro mila Gotti.

II. Ora Vitige non considerando avervi nel condurre gli eserciti due che molto differenti, il dar di piglio alle armi ed il valersene con prudenza ne’ combattimenti, si pensò poter anch’egli di leggieri mettere a soqquadro il nemico se con piccola mano di gente andasse ad investirlo. Il perchè ingiugne a cinquecento cavalieri di appressar le mura, e fare a tutto l’esercito di Belisario l’eguale accoglienza che aveanne già eglino stessi replicatamente ricevuta. E quelli pervenuti sopra un’altura non lunge da Roma gran tratto più d’un tiro d’arco stettervi a bada. Ma il duce imperiale spedisce lor contro mille scelti guerrieri con Bessa, i quali sorprendendoli scaltramente da tergo e con un nembo continuo di dardi uccidendone molti costringono valorosamente gli altri a sloggiare di là e a discendere al piano, dove appiccatasi ostinata pugna la maggior parte de’ Gotti vi giuntò la vita, ed i pochi superstiti al tornare ne’ campi il re accoglievali con forti rabbuffi quasi fossero stati [p. 129 modifica]vinti per colpa della infingardaggine loro, e dichiarava insieme che nel dì venturo col valore di nuovi combattenti risarcirebbonsi i danni sofferti; nulla tuttavia fu impreso la dimane. Trascorso il terzo giorno animò altri cinquecento barbari, assortiti da tutti i suoi campi, a far contro il nemico azioni da prodi; se non che Belisario, non appena vedutili in qualche vicinanza, mandò a combatterli Martino e Valeriano alla testa di mille e cinquecento cavalieri, i quali appiccata all’istante una equestre fazione, poichè grandemente superiori nel numero, mettonli a bell’agio in fuga, e seguendone le peste danno per poco a tutti morte.

III. I Gotti attribuivano pienamente ad avversa fortuna quell’essere, avvegnachè in sì gran quantità raccolti, mai sempre vinti dall’impeto di pochi Romani, e quel farsi di loro carnificina eziandio quando in picciol novero procedevan contr’essi. Gl’imperiali in cambio a diritto volgendo gli sguardi verso Belisario encomiavanne la prudenza con pubbliche lodi. Ora i famigliari suoi richiedevanlo su di quale congettura nel giorno che fugò, come dicevamo, i debellati nemici avesse concepito speranza di riportare vittoria colla forza? E’ rispose, che sin dalla prima zuffa, cui erasi accinto con pochissima soldatesca, avea conosciuto la differenza posta tra’ due eserciti; di qualità che al succedere delle battaglie, data pure da quinci e da quindi parità di forze, la scarsezza de’ suoi non avrebbe sofferto danno alcuno dalla nemica turba; passarvi in fine la discrepanza tra le due parti, che quasi tutti i [p. 130 modifica]Romani, gli Unni ed i confederati loro sono valentissimi arcieri a cavallo, del quale esercizio giammai occupossi Gotto veruno, addestrando questi i cavalieri a maneggiare le sole aste e spade, e gli arcadori a combattere pedestri e protetti dagli ordini delle truppe di grave armatura. Ove pertanto i primi non guerreggiano a brevissimo intervallo, per mancanza d’armi quali attaglierebbonsi contro nemici saettatori, cadono a bell’agio feriti; nè i fanti possono comunque dirla con essi; volersi quindi a ciò riferire la vittoria nelle precedenti scherminaglie ottenuta dai Romani. I barbari poi ravvolgendo negli animi loro così inopinati destini cessarono dal molestare le assediate mura con piccoli corpi, nè assaliti dal nemico incalzavanlo più di quanto fosse necessario per allontanarlo dai proprii steccati.


C A P O XXVIII.


Belisario aringa i Romani chiedenti battaglia. — Instruisce l’esercito su d’una equestre pugna. — Indotto dalle parole di Principio accoglie nell’ordinanza i fanti.

I. In appresso tutti i Romani boriosi delle riportate vittorie furono smanianti di combattere coll’intero gottico esercito, persuasi di venire ad una decisiva giornata campale. Belisario e converso vedendo il grandissimo divario esistente ancora tra’ suoi ed i barbari esitava di continuo a cimentarsi con tutte le truppe, e con maggiore attenzione adoperava di batterli sempre alla spicciolata. Vinto finalmente dai rimproveri e dell’esercito e degli altri Romani si risolvea a secondarli, [p. 131 modifica]di guisa tuttavia che la battaglia consistesse in sole scorrerie. Tentatolo più volte e respinto, e costretto alla dimane di rinunziare ad un assalto, avendo trovato i Gotti, fuor d’ogni suo credere, prevenuti dai disertori e pronti a riceverlo, stabilì di tenzonare in campo aperto; e di buon animo gli altri apprestaronsi alla difesa. Ordinate pertanto da quinci e da quindi ottimamente le cose, il duce romano parlamentava come sono per dire le sue genti. «Da una giusta battaglia, guerrieri, non era già l’animo mio avverso perchè giudicassi voi pusillanimi, o temessi le forze nemiche; ma perchè, avuta propizia la fortuna nelle piccole avvisaglie, estimava non volersi abbandonare la cagione a cui andiamo debitori del felice loro successo; parendomi che un’impresa ove proceda giusta i desiderii nostri abbia a patir danno per un variar di consiglio. Ma giacchè vedovi colla massima ilarità disposti a combattere, pieno anch’io di ottima speranza non raffrenerò più a lungo la smania vostra, sapendomi a fondo che il volere del combattenti ha gran possa nelle fazioni, e che soglionsi produrre opere mirabili dal vivo desiderio loro. Nè uom di voi, istruito non dalla fama, sibbene dal giornaliero uso di trattare le armi, può ignorare che uno schieramento povero di numero, ma ricco di valore, è d’assai per battere immense frotte di nemici. Dipenderà così da voi il non menomarmi turpemente la prima lode pe’ miei stratagemmi, e la speranza infusami dalla vostra prontezza; dovendo gli eventi di questo giorno decidere del già operato nella presente guerra. Ed a ciò [p. 132 modifica]mirando benissimo conosco avere dalla mia il tempo; non potendosi a meno che ora più di leggieri otteniamo vittoria sopra i nostri nemici avviliti e depressi per le trascorse vicende: e come per verità uscirebbero preclare geste da un petto di frequente scoraggiato da contraria fortuna? Del resto niun di voi la perdoni al cavallo, all’arco, o ad altra maniera comunque d’arme, promettendovi dopo la battaglia risarcimento delle perdite in essa fatte.»

II. Terminata questa esortazione il duce condusse fuori l’esercito per la minor porta Pinciana e la maggiore Salaria; fe’ uscirne ad uno picciol mano da quella Aurelia con ordine di venire al campo di Nerone in aiuto di Valentino comandante della cavalleria, e già consapevole di non cominciare battaglia, nè di soverchiamente accostarsi al gottico steccato; farebbe invece mostra ognora di volere senza indugio assalire il nemico, e bene attenderebbe ad impedire che la schiera dei barbari a sè di contro non corresse, valicato il vicino ponte, a rafforzare gli altri corpi. Conciossiachè postatasi gran copia di essi, giusta il detto, sul campo di Nerone, sembrava d’assai al condottiero l’obbligarli a non prendere tutti parte in quel cimento, ed a rimanersi lontani dai loro compagni. Alcuni del popolo eransi uniti siccome volontarj all’esercito; ma il duce miseli fuori dell’ordinanza per tema non recassero impauriti dal pericolo generale nell’azione scompiglio, essendo una turma di vili operai, ed affatto ignoranti delle cose di guerra. Formatone pertanto un corpo separato li mandò alla porta Pancraziana di là dal Tevere, ove rimarrebbonsi in [p. 133 modifica]attenzione di nuovi suoi ordini. E per vero avea preveduto quanto in realtà avvenne, vo’ dire che i Gotti di stanza sul campo di Nerone al mirare costoro e le truppe di Valentino, mai più avrebbero osato partirsi dagli steccati ed assalire unitamente agli altri le genti imperiali, riponendo il maggior vantaggio nella speranza di riuscire a tenerle divise dalle turbe, ch’egli proponevasi disfidare alla pugna.

III. Era intendimento di Belisario il battagliare in quel giorno colla sola cavalleria, essendo molti de’ suoi fanti, levatisi dalla prima loro condizione col togliere i cavalli ai nemici, addivenuti cavalieri, ne’ male correvano questa nuova carriera; ed i rimanenti pedoni, pochi di numero, giudicava inetti a comporre un ordinamento di qualche forza, nè di tanto animo da reggere al bollor della mischia; ma soliti nel principio di essa a volger le spalle, e’ non potevansi con sicurezza collocare lontano dalle mura: si fornirebbe loro in cambio idoneo posto schierandoli vicino alla fossa, acciocchè se i nostri cavalli per mala sorte dessero di volta, e’ in nulla peranche danneggiati stessersi pronti ad accogliere i fuggitivi, ed in uno con essi a ributtare il nemico. Se non che Principio, sua benaffetta lancia, e Termuto isauro, fratello di Enna capitano degli Isauri, fattisi innanzi tennergli questo discorso. «Non volere, o duce sopra tutti fortissimo, separare dalle schiere pedestri un sì piccolo esercito per esporlo da solo a combattere contro miriadi di barbari, nè operare in modo che sia apposta nota d’ignominia ai fanti romani, ai quali dalla fama venne dato tributo di lode [p. 134 modifica]per quella grandezza cui ascese già tempo il costoro imperio; che se li vedesti nella presente guerra ristarsi dal fare azioni meritevoli di memoria, non è uopo attribuirlo a tralignamento degli animi loro, ma tutta la colpa ne ricade su’ duci, i quali nell’ordinanza seduti in arcione rifiutansi di sottostare alla comune fortuna delle armi, sol buoni a darsi alla fuga anche prima d’imbrandire la spada. Tu non ignori essere cotesti duci da fanti passati ora cavalieri, nè volersi più rimanere nella prima ordinanza: eglino adunque abbiano pure il tuo consenso di parteggiare presentemente con gli altri in sella, ma non ricusare a noi di condurre la pedestre soldatesca; a noi diciamo, che da fanti e de’ fanti alla testa farem petto alla moltitudine de’ barbari nella brama di eseguire contro il nemico quanto sarà del volere divino.» Belisario porto orecchio a tali parole in sul principio ricusò di secondarle, amando entrambi fuor misura in grazia del sommo valore, nè opinando opportuno il mettere a ripentaglio sì piccola mano di gente. Non di meno vinto alla fine dalle premurose istanze loro dispose che parte della romana plebe vegliasse alla difesa delle porte, de’ merli e delle macchine, e schierò i fanti presso la battaglia con ordine di obbedire a Principio e Termuto, acciocchè intimoriti dal pericolo non isgomentassero il rimanente esercito, o se qualche drappello de’ cavalieri voltasse le spalle non potesse vie maggiormente dilungarsi, ma fattovi corpo tornasse a respignere il nemico. [p. 135 modifica]

C A P O XXIX

Vitige anima i Gotti alla battaglia. — Da principio i Romani vincitori. — Quindi sconfitti.

I. Dell'antedetta guisa i Romani apprestaronsi al combattimento. Vitige poi comandato a' Gotti di armarsi, lasciando nelle trincee i soli cagionevoli, impose alle truppe di marcia che si rimanessero nel campo di Nerone, e custodissero con diligenza il ponte per non venire da quella parte molestati; raccolti quindi gli altri a parlamento proferiva loro tali o simiglianti parole: « Avvi per ventura tra voi chi opina paventar io del regno, e per siffatto motivo essermi fin qui mostrato d'una singolare umanità, ed esortarvi ora con lusinghiere parole ad entrare pieni di coraggio in questo aringo; né tal foggia di pensare in fe mia si disconviene alle umane menti accostumati essendo i codardi a mostrarsi piacevoli ed affabili verso coloro de' quali hanno mestieri, sebbene di molto più umile condizione, ed a trattare orgogliosamente chi non ha mezzo di giovarli. Io in cambio considero un vero nulla la perdita della vita e del regno, contentissimo di spogliare oggi medesimo questa porpora quando altri de' Gotti abbia da ornarsene; e reputo più che beata la morte di Teodato, il quale spento dai proprj sudditi lasciò loro in pari tempo e vita e reame; conciossiaché all'uomo sano di mente, di qualche conforto nelle domestiche sciagure il non intramettervi le genti sue. Ed appena volgomi col pensiero [p. 136 modifica]all'eccidio de' Vandali congiunto con la triste fine di Gelimero, presentasi alla mia imaginazione un quadro pur troppo assai lagrimevole sembrandomi vedere in esso i Gotti colla prole trascinati in ischiavitù, le nostre mogli costrette a soggiacere alle più turpi libidini d'infestissime genti, me stesso ed il nipote per linea femminile di Teuderico menati ovunque piacerà a coloro contro cui guerreggiano. Ma vorrei che pur voi temeste l'avverarsi di tali cose, e di continuo paventandole tenzonaste con chi vi son contro; mentre allora preferirete anzi cader morti sul campo che sopravvivere alla strage de'vostri compagni; e per vero il ridurre la propria esistenza al di sotto della condizione de' nemici é il solo avvenimento in cui gli uomini magnanimi ripongono il colmo della sciagura. Alla fin fine la morte in ispecie sì pronta rende sempre beati coloro per cui da prima la fortuna dichiarossi poco propizia. Se dunque con tali sentimenti vi esporrete ora a far prova del vostro coraggio, non v'ha dubbio che di leggieri uscirete vittoriosi di pochi avversarii ed il più grecanici o di simil genia, e farete sommariamente le vendette delle ingiurie colle quali noi fummo provocati. Né a torto andiamo gloriosi di superarli nel valore, nel numero, ed in che che altro mai si voglia, quantunque ora e' tronfi per le sciagure nostre e non appoggiati a verun presidio, eccetto lo stolido dispregio in cui ne hanno, contro di noi inviperiscano, pascendosi l'insolenza loro del felice successo testé senza merito al mondo ottenuto. » Vitige avvalorato di questo modo [p. 137 modifica]l'esercito poselo in ordinanza collocando nel centro le coorti de'fanti e ne'due corpi i cavalieri; né tenne lo schieramento lontano dagli steccati; ma quanto più vicino poté, bramando che volto appena in fuga il nemico i suoi avessero tutto l'agio di annientarlo seguendone le vestigia dappresso per lungo tratto di paese nella ferma lusinga che non incontrerebbero, mercé della grandissima disparità di forze tra le due armi, neppure un istante di resistenza dalla parte romana se a piedi pari si fosse battagliato.

II. Del mattino fatto principio alla pugna e Gotti e Romani Tengono alle prese, dagli omeri avendo Vitige e Belisario tutti intenti ad esortarli ed incoraggiare. La fortuna sulle prime arrise agli imperiali, ma sebbene molti barbari cadessero vittime delle frecce nemiche non piegò tuttavia la battaglia loro, potendo eglino, d'immenso numero, supplire prontissimamente i feriti con nuova truppa, di qualità che la strage non colpiva lo sguardo. A' Romani poi, scarsissimi in vero, sembrava fatto assai combattendo sino allora valorosamente, e spingendo la tenzone con gravissima strage a pochi passi dall'entrata de'gottici steccati; quindi è che venuto il di al meriggio divisarono tornare in Roma, profittando a tal uopo della prima buona occasione. In questa giornata tre personaggi dell'esercito imperiale segnalaronsi a preferenza d'ogni altro; Atenodoro, intendomi, di schiatta isaurica e famosa lancia del condottier supremo, Teudorito e Giorgio lance di Martino ed originari della Cappadocia; i quali postisi alla fronte dell'ordinanza con frequenti corse [p. 138 modifica]uccisero d'asta molti barbari : da qui procedevano di questo modo le cose. Nel campo di Nerone lunga pezza stettersi ambe le fazioni rimirando; intrattanto i Maurusii del continuo molestavano i Gotti dardeggiandoli con frequenti schermugi, né gli assaliti ardivano farsi loro addosso, per tema non le turbe della romana plebe, collocate a breve distanza e presupposte schiere di fanti, rimanessersi colà di pie fermo a macchinare insidie, e ad attendere l'ora d'inseguirli dalle spalle, per distruggere quanti ne avessero intercettati con sorpresa di schiena e di fronte. Era il meriggio quando l'esercito romano scagliossi di subito contro dei barbari, i quali sopraffatti dall'urto improvviso ed inopinatamente messi in fuga, né potendo riparare nelle proprie trincee, ascesero le vette dei colli vicini. Qui per verità erano abbondantissime le genti di Belisario, ma non tutte esperte delle armi, anzi il più di esse ciurmaglia; imperciocché nell'assenza del supremo duce molti nocchieri e bagaglioni alla coda dell'esercito, bramosi di prender parte nel Combattimento, eransi mescolati con le truppe, e pur costoro, siccome scrivea, riuscirono a fugare i Gotti fuori di sé per quella inaspettata moltitudine. Se non che presto la confusione mandò in rovina le cose imperiali, avendosi perduto ogni vestigio d'ordine in causa appunto della prefata mescolanza, ne più le genti udivano la voce di Valeriano, che di tutta possa cercava incoraggiarli ; così senza uccidere uom de' nemici lasciavanli su pe'colli quieti e tranquilli osservatori di quanto accadeva nella pianura. Non sorvenne tampoco alle menti loro il [p. 139 modifica]taglio del vicino ponte a fine di impedire che Roma, tolta a'barbari la opportunità di trincerarsi di qua dal fiume Tevere, fosse di poi dall'una e dall'altra parte assediata. Neppure valicato il ponte pigliarono dalle spalle coloro che sull'opposto lido pugnavano contro Belisario: né v'ha dubbio, a parer mio, che si adoperando, i Gotti non sarebbonsi ostinati a resistere, ma, come meglio ognuno avesse avuto il destro, in un subito dati a precipitosa fuga. I Romani, che e peggio, addivenuti padroni del campo nemico volsero ogni loro premura al saccheggio, ed a portarne via le suppellettili di argento ed altre ricchezze di copia grande. I barbari in quel parapiglia di cose stettero fermi qualche tempo a rimirarli di su le alture, ma venuti alla per fine d'un solo pensiero scagliansi indragati con alte grida sopra que' predatori, arrestano il tumultuosissimo depredamento delle robe loro, uccidonne molti e discacciano il resto. Chiunque incappovvi, se non ebbe all'istante morte, di buon grado gittato a terra il fardello abbandonossi alla fuga.

III. Al succedere di tali faccende nel campo di Nerone altro gottico esercito in vicinanza de' suoi steccati e protetto dagli scudi ributtava coraggiosamente il nemico, e facevagli enorme strage d'uomini, enormissima poi di cavalli. Costretti pertanto ad abbandonare l'ordinanza ed i Romani feriti e quelli rimasi privi del cavallo, manifestossi nello schieramento loro, sin da prima ristretto, lo scarso numero de' soldati, e la rilevantissima maggioranza delle gottiche forze. Laonde osservatala i barbari cavalieri del corno destro a furia corrono ad [p. 140 modifica]assaltarlo, ed atterritolo colle aste loro costringonlo a riparare nella schiera pedestre. Se non che rotti con eguale impeto i fanti voltarono pur questi le spalle in gran numero, traendo seco i fuggitivi cavalieri. Qui principiò tutto l'esercito romano a piegare, molestato ognor più da'suoi avversarii, od appresso dal numero a dar la volta. Ora é uopo rammentare che Principio e Termuto colla piccola schiera de'fantaccini comportaronsi da animi veramente coraggiosi; di guisa che la maggior parte de'barbari arrivata ad essi fermi nel combattere e nel rifiutarsi alla fuga, piena di maraviglia si tenne immobile dando cosi agli altri pedoni ed a moltissimi cavalieri agio di sottrarsi più sicuramente dal pericolo. Principio nondimeno lacera dappertutto il corpo, e veduti a sé dintorno morti quarantadue guerrieri quivi stesso spirò. Termuto invece armatesi ambe le mani con due isaurici dardi, non facendo mai tregua al ferire di punta ora questo ora quelli degli assalitori, sentivasi già venir meno il coraggio per le ferite; ma confortato dall'arrivo del fratello Enne con parecchi cavalieri tornò ad animarsi, e tutto coperto com'era di trafitte e di sangue, e con seco ognora i suoi dardi corse veloce alle mura, e dalla prestezza del suo andare, velocissimo di piede, ebbe salvezza, quantunque si malconcio del corpo. Tocca non di meno la soglia della porta Pinciana cadde, e supposto morto da suoi fu condotto in Roma sopra uno scudo, ove dopo due giorni, lasciando in fra gl'Isauri e tutto l'esercito grandissima rinomanza, più non vivea. I Romani avviliti pe' sofferti disastri e solo intenti alla difesa della città, serrate [p. 141 modifica]con grande tumulto le porte, negavano d'accogliere i fuggitivi per tema non il nemico ad uno penetrassevi entro. Quanti adunque rimasero al di fuori, valicata la fossa, teneansi tutti trepidanti cogli omeri appoggiati alle mura, più non sapendo che si fosse valore: né sebbene lo avessero voluto potean respignere i loro avversarj inoltrantisi e pronti a guadagnare l'opposta sponda del fossato, mancando molti tra essi d'aste, infrante nella battaglia e nella fuga, tutti poi si affastellavansi gli uni cogli altri che non aveavi assolutamente mezzo di trattare l'arco. I Gotti dapprincipio animati dallo scarso numero di guerrieri su'merli proseguivan la pugna nella speranza di uccidere quanti escludevan dalla città, e di fugare l'interno presidio : ma vedute in appresso cinte le mura da una folta corona di soldati e di cittadini caddero di cuore, e profferite mille imprecazioni contro il nemico voltarono le spalle : la battaglia pertanto appiccata agli accampamenti loro ebbe termine al fossato ed alle porte di Roma.

  1. Con esse termina la storia delle guerre contro i Vandali
  2. Tali geste ebbero principio nell’anno 487, e terminarono col 554 dell’era volgare.
  3. Anni dell’E.V. 475. Ultimo imperatore romano.
  4. Δορυφόρος astato, lancia, propriamente guardia del corpo.
  5. Strabone così parla di questi popoli. «Cominciandosi da Epidanno e da Apollonia fino ai monti Cerauni abitano i Bullioni, i Taulanzii, i Partini ed i Frigi.» (lib. VII, trad. Ambr.) In oggi sono detti Tallanti.
  6. . Le cose medesime sono riferite più laconicamente da Strabone (v. lib. V, cap. 1).
  7. «Aquileia, che più d’ogni altra è vicina all’ultimo recesso del golfo (Adriatico), la fondarono i Romani, e fortificaronla contro i barbari abitanti nelle parti superiori» (Strab. lib. V, cap. 1, trad. di F. Ambrosoli). Questa città fu distrutta da Attila nel 452 dell’E.V.
  8. V. il suo Elogio in Suida v. Θευδεριχος
  9. Figlia di Teuderico.
  10. Appartamento degli uomini.
  11. Guerre Vandaliche, lib. II.
  12. Di questo personaggio chiarissimo parla Teod. nell’epistola all’imperatore Giustiniano (Cass. lib. IX, Variarum ec.); Stefano Bizantino alla V. Ακόναι, e Vigilio papa nella sua lettera enciclica alla chiesa universale. Vedi i frammenti della sua Istoria nel Vol. III degli Storici minori pubblicati in questa Collana.
  13. Ora Bolsena. In mezzo del suo lago hannovi due isolette nomate l’una Possentina e l’altra Martana; in quest’ultima venne rinchiusa e poscia strangolata l’infelice Amalasunta.
  14. Pollione, l’Egio.
  15. Ora Valona, città in Albania.
  16. Ora Palermo.
  17. L’origine dì questo greco proverbio, col quale si vuole esprimere una vittoria ottenuta a prezzo di moltissimo sangue sparso tanto dal vincitore che dal vinto, l’abbiamo in Pausania (V. la Beozia, lib. IX, cap. 9).
  18. Grado di comando in guerra secondo l’uso antico della milizia; forse corrispondente al colonnello de’ nostri tempi. Presso la corte bizantina era militare onoranza di maggiore considerazione.
  19. Ora Croazia.
  20. Nell’anno dell’era volgare 1442, sotto il pontificato di papa Eugenio, Piccinino eletto gonfaloniere della chiesa romana e mandato dal pontefice alla conquista del regno di Napoli riseppe da due muratori napoletani fatti prigionieri che si sarebbe potuto agevolmente impadronire della città per mezzo di questo medesimo acquidotto, ed ebbene di più la maniera d’introdurvisi. Laonde profittando del consiglio ordinò a suoi soldati di calarvi entro; questi, trascorsolo pervennero a sorprendere l’una di quelle porte, e così aprirono l’adito al resto delle truppe di farvi liberamente il loro ingresso.
  21. Anxur detta dagli antichi geografi ecc., ora Circello. Sì al monte che a quella parte del mare Tirreno venne il nome della maga Circe, la quale secondo Omero (Odiss., lib. X, verso 135 e segg.) abitava in un’isola dal poeta detta Eea; ma più non apparendone vestigio a dì nostri, si crede che questa siasi unita al continente (V. Vet. Lat. II, pag. 243; l’Heyne, Excurs. I ad lib. V Aeneid; ed Omero, Odiss.). Io poi sono di parere col nostro Autore che l’isola indicata dal Poeta fosse il monte stesso circondato dal mare e dalle paludi formate da due fiumi, il maggiore dei quali dicevasi Aufido, per modo che rendea sembianza d’un’isola, in conformità a quanto scrive Strabone. Tarracina si nomò eziandio Trachina, la quale greca voce corrisponde nella nostra lingua ad aspra, montuosa, e forse da questa denominazione guasta e corrotta derivolle poi quella di Tarracina, della quale è in possesso anche ai nostri tempi.
  22. Anno 476 dell’Era Cristiana
  23. Guerre Vandaliche, lib. II, cap. 9.
  24. Erano tra questi tesori le più ricche mobilia del re Salomone, ed uno smeraldo di gran prezzo, tolto pur esso dagli antichi Romani a Gerusalemme. Cousin. V. Giuseppe Flavio, antichità e guerre giudaiche.
  25. Stadj cento ventiquattro, che sono miglia sedici al modo romano, ha l’Egio.
  26. Questa via cominciava dall’Appia, presso la città di Casilino, distante diciannove stadj da Capua, e da lei disgiungevasi inclinando a sinistra, mentre era tuttora vicina a Roma; poi valicava il monte Tosculano, fra la città di Toscolo e il monte Albano, discendeva alla piccola città d’Algido ed alla stazione di Picta; quindi si univa alla via Livia, la quale cominciava dalla porta Esquilina, d’onde movea anche la via Prenestina: ma lasciando poi a mano manca così quella strada come il territorio Esquilino procedeva per più che centoventi stadj, e dopo essersi avvicinata all’antico Lavico, castello diroccato sopra un’altura, sel lasciava a destra insieme con Tosculo, e finalmente a Picta si confondea colla via Latina, lontano da Roma dugento dieci stadj. (Strab. lib. 5, pag. 64.)
  27. Dovrebbesi leggere censore.
  28. L’anno 536 dell’Era volgare.
  29. Nomato Clanio ab antico, e Liri ai tempi di Strabone, ora Garigliano. Esso discende dai monti Apennini, e mette foce nel Mediterraneo.
  30. Melana secondo altri testi
  31. Terracina
  32. Bianco, splendente, da φαος, luce
  33. Questa porta fu eretta dall’imperatore Claudio in forma d’arco trionfale, e per lei passava l’acquidotto dell’acqua Claudia, detta anche Anio novus (Teverone). Fu quindi riedificata da Vespasiano e Tito; ora ha nome Porta Maggiore. — La porta S. Pancrazio conserva tuttavia questo nome. Altre volte dicevasi Aureliana o Janiculensis. — Per la porta Salaria entrò Alarico ai tempi di Onorio, e venne sostituita dal prefato imperatore all’antica porta Collina eretta da Servio Tullio; la via Salaria che la traversava diedele il suo nome.
  34. Era essa innalzata un poco più alla diritta della presente nomata Porta del Popolo, ed eretta ai tempi d’Onorio, anno 402 dell’Era Cristiana. — Porta Pinciana venne aperta da Onorio, e riparata da Belisario; ora è murata. — Porta Asinaria sotto il pontificato di Gregorio XIII fu chiusa, sostituendovi un poco più lunge alla sua diritta la porta Lateranense.
  35. Monte Vaticano, nome derivatogli dalla parola Vaticinium, conciossiachè da questo colle rendevansi gli oracoli quando esso appartenea agli Etruschi di Veia, ai quali fu tolto da Romolo. Quivi era il circo di Nerone.
  36. Altri scrive Salem, ed il Cousin fa menzione de’ soli ambasciadori.
  37. Adriano ad imitazione di Augusto, il quale eresse per sè e pe’ suoi un mausoleo veramente stupendo sulla riva sinistra del Tevere, altro ne costruì per uso proprio, sulla destra dello stesso fiume, nei giardini di Domizia. Questo componevasi d’una base quadrata avente dugento cinquantatrè piedi per lato, e d’una ritonda mole nel suo mezzo di amplissima circonferenza, essendone il diametro anche presentemente di cento ottantotto piedi, avvegnachè minore assai di quello datole all’epoca della prima sua costruzione. Nel basamento ornato di festoni leggevansi i nomi degli imperatori ivi sepolti. La sua porta posta nel lato rimpetto al ponte (ora di nuovo aperta) metteva ad una via a spira conducente alle camere sepolcrali, ed anche alla sommità dell’edifizio. Sui quattro angoli del basamento poi eranvi gruppi di statue virili co’ loro cavalli dappresso; altre statue decoravanne similmente il cornicione, e a giudicare del merito di esse basta rammentarsi che il regno di Adriano segnò un’epoca distintissima per la romana scultura, e che il celebre Fauno dei Barberini, ora in Baviera, trovato sotto il pontefice Urbano VIII, è uno di que’ capolavori scagliati dai Romani contro de’ Gotti. Questo mausoleo rimase intatto sino all’epoca d’Onorio, o in quel torno; quindi senza danno delle sue decorazioni cominciò a servire di difesa alla città, e solo nel decimo secolo da Crescenzio nobile romano fu convertito compiutamente in fortezza, donde ebbe il nome di Castrum Crescentii.
  38. Egio, sessantamila.
  39. Così o Maurosii nomavansi dagli Elleni, Mauri dai Romani. V. Strabone, lib. XVII, fog. 19.
  40. Numa Pompilio secondo re de’ Romani edificò questo tempio nell'Argiteto, o sia nel luogo ove gli artigiani aveano principalmente le officine loro, e dall’epoca in cui venne eretto sino a quella dell’imperatore Augusto solo due volte fu chiuso; l’una sotto il consolato di Tito Manlio dopo la prima guerra punica, l’altra dopo la guerra d’Azio.