Istoria delle guerre gotiche/Libro secondo

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Libro secondo

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DELLE ISTORIE DEL TEMPO SUO

TETRADE SECONDA

LIBRO SECONDO

CAPO PRIMO.
Preclare gesta di Bessa e di Constantino. — Tal de' Romani e tal pur de’ Gotti ambo caduti nella medesima fossa ritraggonsene in virtù d'un lepido accordo tra loro. — Audace valore di Corsamante.

I. I Romani oggimai fatti guardinghi dal non venire in campo con tutto l'esercito, e ripigliato l'antico loro costume di badaluccare alla leggiera colla gente in sella, più fiate vinsero i barbari; da quinci e da quindi impertanto uscivano eziandio i fanti non già in ordinanza, ma quali seguaci delle equestri turme. Nel primo schermugio Bessa armato di asta, lanciatosi contro i nemici, tre ne spense, famosissimi tra' cavalieri loro, e volse in fuga il resto. Un’altra volta Constantino menati gli Unni sull'annottare contro il campo di Nerone, ed [p. 143 modifica]oppresso da sterminata schiera di nemici si levò d’ogni impaccio nel modo seguente: Havvi colà un vecchio stadio, grande e con molte antiche abitazioni all'intorno, il quale in epoca più rimota serviva pe' combattimenti de' romani gladiatori; cosicchè di necessità il luogo dappertutto presentava anguste vie. Il duce ridotto alla dura condizione di non poter vincere la folla de’ Gotti o fuggire senza gravissimo pericolo, fe’balzare giù d'arcione i suoi Unni, ed alla testa loro, anch'egli appiede, riparò in una di quelle viuzze, da dove tutti saettando a man salva recavano altrui moltissima strage. I barbari siffattamente bersagliati durarono qualche tempo fermi nella speranza che queglino esaurissero tutto il saettamento loro, per quindi a bell'agio circondarli, vincere e condurre prigionieri nei proprj accampamenti. Se non che al mirare i Massageti, valenti arcadori a non dubitarne, nel trarre d’arco su folta gente non avventare freccia indarno, ed averne morta più della meta, disperando compiere i premeditati divisamenti, si misero sul tramonto in fuga, non pochi giuntandovi la vita. Imperciocchè gli altri di continuo incalzandoli, mercè della singolare destrezza nel maneggiar l’arco eziandio quando vanno di velocissima corsa, non ne facevano minore eccidio: superato così il pericolo Constantino ricondusse di notte la soldatesca in Roma.

II. Pochi giorni dopo guidate da Peranio le truppe romane fuor della porta Salaria per combattare il Gotto quivi a campo, questi, da prima volte le spalle, ma subitamente raccozzatosi, ebbe il mezzo di riprendere l' [p. 144 modifica]offensiva; or tale dei fanti imperiali, venutogli meno il coraggio nel sottrarsi al pericolo, precipitò in alta fossa, delle quali molte aveane scavate gli antichi cittadini per riporvi, a mio avviso, il frumento. E come non osava mandar grida essendo ben vicino il nemico, nè in conto alcuno potea trarsi di là in causa della ripidissima escavazione all'intorno, così gli fu mestieri di passarvi la notte. Il dì seguente essendo i barbari di nuovo costretti a farsi indietro, uno de' loro cadde pur egli nella medesima fossa, ove abbracciatisi entrambi con iscambievole amore, opera della necessità, giuraronsi a vicenda che l'uno avrebbe a petto la salvezza dell’altro; quindi amenduni cominciarono a mandare altissime grida, alle quali i Gotti accorsi addimandavano dal margine di quella caverna chi si fosse il chiedente mercede. Allora, per convenzione tenendosi il Romano in silenzio, l'altro colla patria favella appalesa la sua mala ventura, d'essere, ciò è, nell'ultima foga precipitato in quel baratro: che però supplicavali di calare una fune per valersene a campare la vita. I compagni adunque abbassaronvi i capi di alcune corde persuasi di porgere aiuto ad un loro commilitone, ma afferratili invece il Romano pigliò ad ascendere, adducendo che s'egli fosse il primo a mettersi in salvo, gli accorsi non vi avrebbero nullamente abbandonato un compagno; quando per lo contrario udissero che rimaneavi un loro nemico, al tutto rifiuterebbonsi di salvarlo, e così detto prosegui a salire. I Gotti vedutolo ne furono sorpresi, ma da lui poscia informati della faccenda tiran su l’altro, ed avutane conferma [p. 145 modifica]degli accordi fatti tra loro e dello scambievole giuro, mandano il Romano sano e salvo alla città, e riconducon seco negli steccati il compagno. In processo di tempo cavalieri, non in gran numero, d'ambo gli eserciti comparvero in ordinanza per fare pruova di valore; ma ogni tenzone si ridusse a singolari disfide, nelle quali i Romani ebbero sempre vittoria. Così procedettero le narrate cose.

III. Non guari dopo venuti a battaglia nel campo di Nerone, ed ora i cavalieri imperiali, or quelli de' Gotti fugando gli avversarj, un Corsamante, massageta di nazione ed inclita lancia di Belisario, mosse con poca gente a perseguire picciol turma di settanta barbari, e, dilungatosi, la sua scorta diede di volta lasciandolo solo ad incalzare i fuggitivi. Orbè costoro avvedutisi della faccenda spronangli contro i cavalli, ed egli affrontandoli impetuosamente ne spegne uno de' valentissimi, e prosegue a tenzonare cogli altri; i quali mostrategli di nuovo le spalle prendon la fuga; se non che rattenuti dalla vergogna, supponendosi già alla vista de' commilitoni nel campo, tornano a fargli contro; ma nella guisa di prima accolti e perduto altro coraggiosissimo guerriero fuggon la terza volta; Corsamante allora dopo averli di per sè solo molestati sino al vallo rientrò nelle mura. Trascorso quindi breve tempo all’occasione d'altro simile badalucco venne offeso nella sinistra tibia sentendosi penetrare l'osso dal dardo, la causa di che fu costretto a non trattare le armi per alcuni giorni, durante i quali pigliato da impazienza, così comportando [p. 146 modifica]il suo naturale, minacciò di voler ben presto far rimordere del violato sangue il nemico. Nè tardato molto il risanamento, un giorno mentre sedea al desco, ed aveavi giusta la sua consuetudine largamente bevuto, deliberò assalire i barbari da solo, e vendicare l'oltraggio sofferto nel piede. Innoltratosi dunque alla porta Pinciana espose di andare al campo avversario per comandamento del supremo duce, e le guardie non avendo motivo di ricusar credenza al prodissimo tra le lance del condottiero, aperte le porte lascianlo a suo buon grado partire. I Gotti, aocchiatolo, dapprincipio il tengono qual disertore in cammino per chiedere mercè da loro. Ma vedutolo quindi nell'avvicinarsi a sciogliere l'arco, nè potendo ancora ben distinguere chi si fosse, muovono in numero di venti ad incontrarlo, ed egli, a bell'agio disbrigatosene, inoltra tuttavia cavalcando a lento passo, nè retrocede tampoco all'imminente arrivo d'un maggiore drappello, che il circondò mentre accingevasi a nuova pugna. I Romani dalle torri in mirandolo, nè riconosciutolo ancora per Corsamante, supponevanlo altro de' suoi caduto in delirio. Se non che dopo grandi e luminose pruove di coraggio, accerchiato dalla nemica turba dovè pagare il fio del suo imprudente ardire. Alla notizia poi dell'accaduto Belisario e l'esercito romano ebbene gravissimo cordoglio, dolendosi che insieme con quel prode fosse venuta meno la pubblica speranza in lui riposta. [p. 147 modifica]

C A P O II.

Belisario fa sicura la via ad Eutalio in cammino da Bizanzio cogli stipendii. Manda truppe contro i Gotti. — I Romani vincitori alla porta Pinciana, e vinti nel campo di Nerone. — Ferita d'Arzo mirabilmente sanata. Morte di Cutila e Baca. Lutto dei barbari.

I. Sul fare dell'estivo solstizio un Eutalio partito da Bizanzio apportatore dei militarj stipendii pervenne a Tarracina. Quivi pigliato da timore non avvenutosi tra via ai barbari fossegli tolta col danaro la vita scrive a Belisario di guardarlo dai pericoli nell'andata a Roma; e il duce scelti fra suoi dallo scudo cento guerrieri di ben chiaro valore mandali con due lance della propria guardia alla volta di lui per iscortare la condotta; in questo mezzo poi adopera sì che i Gotti vivano nella certezza d'un imminente assalto con tutto l'esercito, volendo farli guardinghi a non uscire de' campi loro in drappelli per foraggiare, o per imprendere altra cosa comunque. Udito oltre a ciò nel dì seguente a brevissima distanza Eutalio, schierò con finto proposito le truppe volendo costringere vie meglio il nemico a starsene all'erta, e saputo che l'atteso convoglio giugnerebbe non prima del tramonto, della mattina impose a tutti i suoi di rimanere armati alle porte, e sul meriggio ordinò che desinassero; il Gotto eseguì altrettanto persuaso che fosse differita al seguente giorno la pugna. Ma poco stante egli invia Martino e Valeriano con le genti loro al Campo di Nerone, avvertiti di nulla [p. 148 modifica]ommettere all’uopo di scompigliare con un badaluccar continuo gli avversarii. Di pari tempo altri secento usciti della porta Pinciana per suo comando e posti sotto gli ordini di tre famosissimi duci delle proprie lance, Artasine, di sangue persiano, il massageta Baca, e Cotila originario della Tracia, gittaronsi contro gli steccati de’ barbari, e gran numero di questi venuto ad incontrarli si combattè lunga pezza con vicendevole fortuna, di guise che fattisi gli uni assalitori davan gli altri di volta per quindi riprendere l'offensiva e mettere in fuga i vincenti; al vederli per tanto avresti detto voler le due fazioni consumare in iscambievoli scorrerie di tal natura quel giorno. Alia fin fine ed imperiali e Gotti sentendosi gli animi ribollenti d’ira passarono ad una ostinata zuffa con grande e reciproca perdita di animosissimi guerrieri. Mandati da ambe le parti e dalla città e dal campo aiuti, all'infoltirsi con essi gli ordini de' combattenti crebbe il furor delle armi, rinvigorito ognor più dalle grida provvenienti dai merli e dagli steccati. Da ultimo tuttavia i barbari messi in rotta dal romano valore diedero volta. Cutila portando conficcato un dardo nel mezzo della testa, frutto di quel cimento, incalzò il nemico, lo disperse e si restituì verso il tramonto nella città co' superstiti suoi e col tromolante ferro nel capo, attirando sopra di sè gli universali sguardi. In quel giorno parimente altro gottico arciero colpì di freccia Arze, pavesaio del supremo duce, tra il naso e l'occhio destro, penetrandone la punta sino per entro della cervice; l'asta sporgendogli sopra il volto, al cavalcar del prode [p. 149 modifica]veniva di continuo agitata. I Romani al mirare e lui e Cutila in simigliante stato e fermi tuttavia in arcione facevansi le maraviglie di cotanto valore; ma di queste cose ho ragionato abbastanza.

II. Nel Campo di Nerone aveano i barbari migliore fortuna; imperciocchè le genti di Valeriano e Martino lottando contro uno sterminato nembo di nemici, tenevan bensì forte. all'impeto loro, ma con gravissima perdita, che aveali ridotti agli estremi. Buca allora ebbe ordine da Belisario di condurre i suoi, tornati dalla battaglia sani della persona e co’ destrieri in piena salute, al Campo di Nerone. Era ormai sul far delle tenebre quando gl'imperiali rassicurati dall'aiuto di Buca alla impensata fugarono il nemico. Se non che il duce allontanatosi di soverchio nel perseguitarlo, fu posto in mezzo da dodici barbari astati, e tutto punzecchiato dalle costoro lance. Trovandosi nondimeno armato di lorica riportonne lievi offese, dai colpi infuori di due Gotti, uno de' quali percossegli da tergo la nuda parte del corpo sopra l'ascella destra, vicino all'omero, imprimendovi non mortale, ne pericolosa ferita; il secondo conficcatogli, da fronte, il ferro del femore sinistro, con obliquo colpo squarciogli il sottoposto muscolo; ma Valeriano o Martino non prima ebbero veduto il caso di lui che furono là per soccorrerlo, e messo in rotta il nemico, menando entrambi per la briglia il destriero di Buca, tornarono entro le mura. Annottato, ecco venire Eutalio col danaro.

III. Restituitesi le truppe nella città, fu generale occupazione l'attendere ai feriti. Al qual uopo i medici [p. 150 modifica]bramosi d'estrarre la freccia dal volto d'Arze stettersi alcuni poco sopra sè non tanto a cagione dell'occhio, nessuno più sperando serbarlo, quanto per tema non offendessero le membrane ed i nervi, molti in quella parte, e dessero con ciò morte al fortissimo tra' domestici di Belisario. Ma poscia tale di essi, per nome Teotisto, premendogli la cervice domandollo se ne avesse grave dolore; che sì rispostogli, ebbene adunque, soggiunse, tu n'andrai salvo e della vita e dell'occhio; e fondava il suo dire, argomentando che la punta della freccia non fosse di troppo lontana dalla cute. Laonde troncatane la parte sporgente infuori, e con un taglio divisi i nervi ben di leggieri ne cavò il triangolare ferro con tutto il di più a questo unito. Così Arze non ebbene danno, nè rimasegli tampoco deforme cicatrice sul volto. Cutila per lo contrario dopo trattogli di molta forza il dardo (penetrato a grande profondità) cadde in deliquio, e al sopraggiugnere dell'infiammazione alle membrane del cervello addivenuto farnetico da lì a poco sen muore. In quanto a Buca il moltissimo sangue sgorgatogli dal femore dovea, giusta i medici, tra non molto privarlo della vita, adducendone egli in pruova che il muscolo riportato avea obbliqua e non orizzontale incisione; passato in effetto il terzo giorno avrerossi la fatale sentenza. I Romani pertanto con grave mestizia trascorsero quella notte; e dai nemici accampamenti giugnendo sino alle orecchie loro i molti gemiti ed il dirotto lagrimar dei Gotti forte maravigliavanne, estimando che nel giorno prima e' non fossero andati soggetti a nessuna rilevante sciagura, ed a piccol numero [p. 151 modifica]ascendesserne i morti negli ultimi combattimenti; quando in simili occasioni, anzi in altre di gran lunga peggiori, non aveanli mai veduti in preda a si grave tristezza, ponendo ognora somma fiducia nella immensa lor copia. Odesi poi nel giorno appresso la riferta che i barbari lamentavano la trista sorte cui soggiacquero nelle trincee chiarissimi personaggi spenti da Buca nel primo battagliare. Qui non finirono le pugne, ma di altre minori parmi cosa superflua al tutto di tramandare ai posteri memoria. Basti il dire che in tale assedio si diede di piglio alle armi sessantasette volte non comprese le ultime due, serbandomi di parlarne a miglior tempo. Col verno alla perfine ebbe compimento il secondo anno di questa guerra scritta da Procopio.

CAPO III.

Roma in balia della peste e della fame. Il Gotto converte gli acquidotti in bastite. — I Romani aizzati dalla fame chiedono al condottiero d'investire il nemico, ma l'orazione loro è da lui confutata.

I. Entrava il solstizio estivo quando e fame e peste assalirono Roma. Il soldato, dal pane infuori, mancava di vittuaglia comunque, ed il popolo anche di quello andava senza, e per colmo di sciagura, più che dalla fame era travagliato orribilmente dalla moria. Il nemico fattone consapevole intralasciò di combatterlo, ponendo solo ogni diligenza nell'impedire che nessun fodero penetrasse là entro. Hannovi tra le vie Latina [p. 152 modifica]ed Appia due altissimi acquidotti sostenuti da arcate, i quali giunti allo stadio cinquantesimo dalla città unisconsi per divergere quindi a breve intervallo tra loro, volgendo quello dapprima a destra il suo corso a sinistra : ma tornatisi dipoi a congiungere, e preso nuovamente l'antico ordine procedono altra fiata con opposta direzione. Ora da questo incrociechiamento deriva che lo spazio di mezzo trovisi ricinto all'intorno dalle mura loro; senza che i Gotti aveanne per modo chiuso con loto e pietre gl'archi inferiori da convertirli quasi direi in bastite, dov'eranvi di guardia mai sempre non meno di sette mila guerrieri a fine di impedire agli assediati qualunque introduzione di commestibili nelle mura. Mali pertanto d'ogni specie posersi intorno agli scoraggiati ed avviliti Romani : tuttavia sinchè ebbervi prodotti maturi sui campi, i più ardimentosi della truppa, istigati dall'amore del danaro, salendo in arcione e conducendo a mano scarichi somieri gittavansi di notte nelle biade vicine alla città, e mietute le spighe e caricatine i giumenti portali seco introducevanle di soppiatto in Roma per venderle a caro prezzo agli opulenti cittadini, vivendo i meno facoltosi di erbe cresciute ogni dove intorno ai borghi e per entro le mura, conciossiachè l'agro romano durante il verno e molto più nelle altre stagioni va ricco di esse, avendolo natura fornito d'una perenne verdezza, la quale potè in allora somministrare ad un tempo e cibo alla plebe e foraggio ai cavalli degli assediati : così pure da taluni vendevansi di nascosto salsicce formate colle carni de' muli spentisi nella città. Se non [p. 153 modifica]che terminato di spogliare delle biade le campagne, i Romani giunti agli estremi ragunaronsi in massa per obbligare Belisario ad una decisiva fazione col nemico, promettendogli che nessuno de' cittadini sarebbesi ritratto dal prendervi parte. A quest'uopo alcuni di essi fattiglisi innanzi, e trovatolo nel massimo sbigottimento per le presenti bisogne e coll'animo dolentissimo, gli dirizzarono a un dipresso le parole seguenti : « La nostra situazione, o condottiero, per nulla corrisponde alle già concepite speranze, ma, ch'è più, sortirono queste un esito affatto contrario. Imperocchè dopo aver conseguito quanta era da prima l'oggetto dei comuni voti, ora ci ravvolgiamo in tante sciagure che sarebbe vera demenza e sorgente di mali ancor peggiori il voler perseverare tuttavia ne' primi divisamenti; quelli intendiamo di ostinarci a temporeggiare nella dolce lusinga di venir liberati per opera dei cesarei soccorsi. Ordunque a tale ci spingono le nostre miserie che fannoci arditi a segno di voler usare della forza delle armi contro il nemico. Ma sia qui permesso di parlarti con maggiore franchezza, dacchè un ventre digiuno e bisognoso di tutto non sa arrossire, e le calamità da noi tollerate renderanno meritevole di scusa il nostro ardimento, non avendovi a giudicarne dalle apparenze, disgrazia peggiore del prolungare una vita infelice; tu vedi a che siamo ridotti : il barbaro è padrone dei campi e della regione per lungo e per lato a noi dintorno; da questa città sono mandati in bando tutti gli agi della vita, e da sì gran tempo che appena possiamo formarcene [p. 154 modifica]qualche idea. Di già parte de' Romani ha incontrato morte, nè sepolcro cuoprene le fredde spoglie; e noi ancora viventi, per dir breve le sofferenze nostre, viviamo, che le mille volte ameremmo meglio essere nel numero degli insepolti. Conciossiachè la fame quanti ha in suo dominio ben di leggieri induceli a credere tutti gli altri mali comportabili, fa dimenticare qualsivoglia sinistro, e giugne persino a rendere soave ogni specie di morte rimpetto a quella da lei prodotta. Accondiscendi pertanto che non ancora da questo flagello distrutti cimentiamo le armi per le bisogne nostre, all'uopo o d'uscirne vittoriosi, o di trovarvi un termine ai presenti mali. E di vero coloro cui il temporeggiare da speranza di salvezza spererebbero più che da stolti se impazienti dell'attendere affidassero la somma delle cose alla sorte d'un combattimento. Noi in cambio col nostro indugiare accresciamo la difficoltà della battaglia; e l'indugio stesso, comunque vuoi breve, ne verrà assai più attribuito a colpa, che non l'esporci ad una pronta e ardita impresa. » Belisario cosi rispondea ai romani oratori: « Quanto sin qui operaste erasi già compiutamente dal mio animo preveduto, nè anche avvenne d'improviso per esse. Ben da lunga pezza apparmi come sia il vulgo insubordinato, intollerante del presente, improvvido del futuro, e di nulla capace, salvo l'esporsi di leggieri ai più ardui cimenti, ed il correre con temerità somma alla propria rovina. La vostra cieca instabilità non ha tuttavia sopra di me possa tale che inducami a fare scempio di voi, e con [p. 155 modifica]voi delle imperiali faccende. Imperciocchè niente vale nell'arte della guerra una sconsiderata prontezza, assaissimo per lo contrario un maturo consiglio, ed un accorgimento giusto ponderatore di tutta l'importanza delle occasioni. Voi quali giuocatori ai dadi vorreste il tutto sommettere al getto d'uno di essi, ma non e mia usanza d'anteporre un furioso procedere ai vantaggi d'un vie meglio calcolato operare. Mi promettete inoltre di farvi nostri aiutatori nell'assalire il nemico : or bene di grazia, quando vi esercitaste nel maneggio delle armi ? E fosfe pure valentissimi in esso, chi non di meno appresene l'arte col battagliare del continuo, sa pur troppo non potersi in un attimo addivenir guerriero, ed una simulata fazione di guerra essere ben lunge del presentare l'avversario in campo. Ammiro impertanto la vostra prontezza e vi condono l'eccitato tumulto; vi proverò solo che a mal punto il faceste, e noi prudentemente indugiamo. L'imperatore ci manda innumerevole esercito raccolto da tutti gli stati suoi, ed un'armata di mare, quanta non ebbero mai prima d'ora i Romani già cuopre il littorale della Campania e parte grandissima del seno Ionico, e tra pochi giorni qui approderà carica d'ogni maniera di vittuaglia, più che sufficiente a trarci fuori dalla miseria e ad inondare di dardi i campi nemici. Ho divisato adunque di procrastinare la battaglia sino all'arrivo loro, estimando consiglio migliore l'assicurarsi della vittoria, che non mandare in rovina con precipitosa e dissennata audacia la comune salvezza : sarà quindi [p. 156 modifica]mia cura di troncare ogni indugio acciocchè tutti uniscansi immediatamente a noi. »

C A P O IV.

Belisario manda Procopio a Napoli e mette presidio in Tivoli ed Alba. — I Gotti sempre guardinghi dal violare i tempj degli apostoli Pietro e Paolo. La moria fa strage ne' loro campi. Antonina e Procopio tutti solleciti in Campania dell'armata di mare. — Descrizione del Vesuvio.

I. Belisario non appena rassicurati colle sue parole i Romani, ed accommiatatili, spedì Procopio autore della presente istoria a Napoli, dove la fama divolgava un esercito mandatovi dall'imperatore, coll'ordine di caricare moltissime navi di frumento, e di raccogliere non solo tutta la truppa venuta or ora da Bizanzio, ed a stanza colà vuoi per nutricare i proprii cavalli, vuoi per altro motivo comunque, e gran copia sapea avervene disseminata per la Campania, ma di levare ancor parte di quelle guernigioni, e trasportare con essi ad Ostia (porto de' Romani ) colla maggior prestezza le biade. Procopio adunque unitamente alla lancia Mundila ed a pochi cavalieri tra le tenebre se ne uscì di quella porta, che dall'apostolo Paolo è nomata, venendogli fatto d'ingannare il campo nemico in vicinanza della via Appia. Mundila dipoi restituitosi a Roma, narratovi che Procopio era giunto nella Campania senza incontrare uom de' barbari, tenendosi costoro nelle ore notturne per entro i campi, destò a liete speranze tutti ed in ispecie il condottiero. Questi allora inviò gran parte [p. 157 modifica]della cavalleria ne' vicini fortilizii, ingiugnendole che ove drappelli nemici tentassero di la tradurre vittovaglia ne' campi adoperino contr'essi ogni lor possa, scorrazzando a tal uopo frequentemente per que' dintorni, ed insidiandoli dappertutto acciocchè e soffra la città minor diffalta d'annona, e paiansi meglio assediati i Gotti che non i Romani. Fa partire inoltre Martino e Traiano con mille guerrieri alla volta di Tarracina, e così pure la moglie Antonina, la quale si trasferirebbe quindi protetta da qualche scorta in Napoli ad attendervi fuor di pericolo come la fortuna disporrebbe delle cose. Affida similmente ai duci Magno e Sintuo, sua lancia, da cinquecento guerrieri per guardare il castello di Tivoli distante cenquaranta stadii da Roma, avendo inviato dapprima una mano d'Eruli sotto il duce Gontari a quello degli Albani posto sulla via Appia, e cotanti stadii siccome l'altro lontano dalla città, il quale presidio ben presto fu discacciato dai Gotti.

II. Il tempio dell'apostolo Paolo a quattordici stadj dalle romane mura viene allagato dal fiume Tevere non avendovi ripari di sorta all'intorno, avvegnachè un portico, il quale vi mette dalla città, e gli edifizj vicini all'uno e all'altra difficile rendanne l'accesso. I Gotti poi hanno in cotanta venerazione questo sacro luogo dell'apostolo Paolo e quello dell'apostolo Pietro che in tutto il tempo della guerra furono ben lontani dal menomamente violarli, accordando persino ai sacerdoti di accudire alle sante funzioni solite celebrarsi in entrambi. Valeriano per ordine di Belisario condotti seco tutti gli Unni va a piantare il campo presso le rive del Tevere, [p. 158 modifica]a fine di procacciare ai cavalli più libero pascolo, e di togliere al nemico la grande libertà d'ir vagando a suo buon grado lunge da' proprj steccati; fatto il comandamento, e collocate le truppe giusta la volontà del condottiero si restituì nella città. Disposte le antedette cose, Belisario vivea tranquillo, e sebben lontano dal provocare a battaglia, teneasi non di meno in continua guardia, e pronto a respignere la forza esterna se da qualche parte venisse fatto impeto contro le mora; somministrò eziandio frumento ai bisogni della romana plebe. Martino poi e Traiano oltrepassate colle tenebre le nemiche trincee ed arrivati a Tarracina mandarono Antonina con qualche scorta nella Campania, ed occupati i luoghi forti adiacenti cominciarono a muovere di là onde raffrenare colle improvise loro scorrerie i Gotti sbandati per que' dintorni. Magno e Sintoe riparate in breve tempo le rovine del castello di Tivoli, nè avendo più che temere davan senza posa molestie al nemico a stanza presso del fortilizio, e con assidui e repentini scorrimenti travagliavano i conduttori della vittuaglia; ma il secondo, riportata in que' badalucchi una ferita alla mano destra con grave offesa dei nervi non fu più atto alla guerra. Nè i Gotti sofferivano meno dagli Unni accampatisi, come scrivea, loro dappresso, ch'eglino pure di già pativan fame, non avendo più il destro siccome per lo avanti di procacciarsi liberamente i bisogni della vita. Furono per giunta incolti dalla moria, la quale molti ne uccideva in ispecie ne' campi da ultimo formati a breve spazio dalla via Appia, di guisa che i superstiti, pochi senza contraddizione, vidersi costretti a rifuggire [p. 159 modifica]negli altri accampamenti. Gli Unni colpiti anch'essi dal terribile flagello dovettero tornare in Roma : di questo tenore andavano le cose. Procopio entrato nella Campania non raccolse manco di cinquecento soldati ed approntò moltissime navi cariche di frumento; arrivatavi inoltre dopo breve tempo Antonina attese con lei al benessere del navilio.

III. Il monte Vesuvio in questa cominciò i suoi muggiti nulla mandando fuori di quanto sembrava minacciare con tale strepito da incutere grandissimo timore agli stessi paesani. Esso è lontano da Napoli stadj settanta, e vi sta di contro da settentrione; è molto scosceso, e nel mentre che le sue radici all'intorno vanno liete della grata ombra de' boschi, la cima inspira orrore in causa de' precipizj, e degli enormi dirupamenti. Quasi poi nel mezzo havvi un'apertura sì profonda che la diresti penetrare fino al sottoposto piano. Chi ha coraggio di guardarvi entro può vederne il fuoco, la cui fiamma talvolta aggirandosi in vortice non molesta affatto gli abitatori. Ma quando il monte romoreggia a guisa di muggito, da li a poco gitta fuori un' immensa quantità di cenere, la quale se incolga uom per la via senza remissione il muore; e cadendo sulle case le abbatte col suo eccessivo peso. Di più ove malauguratamente spiri vento assai forte, innalzasi cotanto da addivenire invisibile, e trasportata giusta la direzione di esso va da ultimo a calare sopra remotissime terre. Si narra che dalla sua discesa tal fiata Bizanzio intimorì a segno da instituire, bramosa di placare il Nume, solenni preci in piena osservanza anche a' dì nostri. In altro tempo [p. 160 modifica]il suolo della libica Tripoli ne fu ingombro; ora contansi più di cent'anni, così almeno va la fama, dell'epoca in cui mandò quel primo suo muggito; ed il secondo ricorda tempi a noi più vicini. Del resto, si tiene per certo che in tutta la regione coperta dalle ceneri del Vesuvio abbiavi quindi abbondantissima ricolta di messi. L'aria sopra questo monte è purgatissima ed oltremodo salubre, mercè di che vien consigliata dai medici siccome opportuna agli ammalati di cronica tabe. E qui basti del Vesuvio.


C A P O V.

Arrivo di nuove truppe bizantine. — Stratagemma dì Belisario. Temeraria impresa di Aquilino. — Mirabile ferita di Traiano.

I. In questo mezzo nuove bizantine truppe sopraggiungono da mare, a Napoli afferrandovi tre mila Isauri co’duci Paolo e Conone, a Idrunte poi ottocento cavalieri traci capitanati da Giovanni, nipote dal lato di sorella del tiranno Vitaliano, ed altri mille sotto gli ordini, per non ridirli tutti, di Marcenzio e di Alessandro. Era similmente di già arrivato, pel Sannio e la via Latina, in Roma Zenone con trecento cavalieri. Giovanni alla perfine messo piede nella Campania con tutta la sua comitiva, si unì ai cinquecento quivi raccolti, e provvedutosi di moltissime carra dalla Calabria, come scrivea, e marciando lungo il mare traevale seco nell’intendimento di valersene, disposte a foggia di vallo, per rispignere il nemico s’e’venisse ad incontrarlo. Così pure comandò a Paolo e Conone di [p. 161 modifica]raggiugnerlo con sollecita navigazione e con tutte le truppe loro in Ostia, forte de’ Romani. Onerate le carra di molto frumento fecene empire anche le navi coll’aggiunta di vino e d’ogni altro bisogno: divisava altresì rinvenire Martino e Traiano presso a Tarracina per quindi continuare unitamente ad essi il cammino, ma avvicinatosi a quella città riseppene la partenza, richiamati poco prima a Roma.

II. Belisario fatto consapevole che le truppe di Giovanni procedevano, temendo non i barbari in moltissimo numero accorsi riuscissero con una battaglia a métterle in pezzi, escogitò un tale stratagemma. Sul principio di questa guerra, in conformità al detto nel precedente libro, avea chiuso con muro di pietre la porta Flaminia, fuor della quale accampava il Gotto, acciocché da quivi costui non potesse di leggieri introdursi, o tramare insidie alla città. Fatto adunque di notte abbattere col massimo silenzio quel riparo addossato alla porta mettevi in ordinanza il più dell’esercito, ed ai primi albori ordina a Traiano e Diogene una sortita dalla porta Pinciana con mille cavalieri per assalirne gli steccati co’ dardi, ed ove scagliassersi lor contro i barbari, e riparerebbero di galoppo, messa in non tale ogni vergogna, alle mura : dispone quindi altra soldatesca entro la porta. I cavalieri adunque di Traiano fannosi, in adempimento dell’ordine avuto, a provocare la nemica fazione, ma questa, accorsa da tutti gli steccati, in poc’ora costrigneli a retrocedere. Quindi assalitori ed assaliti volgon di carriera alla porta della [p. 162 modifica]città; i primi sotto mentita apparenza e presunzione di fuggitivi, i secondi nel convincimento di incalzare un vinto. Ma Belisario non sì tosto ebbe veduto inoltrare i persecutori apre la porta Flaminia, e dirige lor contro inaspettatamente le truppe. Alla via qui locata sovrastava uno de’ gottici campi, e per giugnervi era uopo superare un’erta di precipitoso e ben malagevole accesso. Di più tale de’barbari, nerboruto di membra e con lorica indosso, vedendo avvicinarsi i Romani fa loro petto da solo, e chiama ad alta voce i compagni esortandoli ad occupare di subito quella stretta per difenderla seco. Mundila nonostante, uccidendolo, rendene vani i divisamenti, ed impedisce che altri de’ Gotti prenda a resistere da quel luogo. Gli imperiali quindi senza opposizione marciandovi sotto riescono agli steccati vicini, ma tentanne indarno l’assalto a motivo della forte posizion loro, avvegnachè non molto fosse il presidio lasciatovi alla difesa. E per verità oltre all’essere muniti di assai alta fossa, tutta la terra da questa cavata ed ammonticchiata sopra l’interno margine innalzavasi per guisa da fare le veci di muro; né apportava minore spavento quel mirarli cinti di acutissimi o più che densi pali : da si terribile propugnacolo adunque guarentite le guardie accanitamente contrastavane il possesso all’assalitore. Aquilino allora, uno dei pavesai del condottiero ed uomo fortissimo, tenendo in briglia il cavallo spiccovvi un salto nel mezzo, apportandovi qualche morte. Nondimeno circondato poscia da que’ custodi, bersagliato dalle costoro frecce, e cadutogli per le ferite il destriero, ebbe pur l’animo [p. 163 modifica]d’aprirsi una via, e fuor il ogni aspettazione campato di là tutto pedestre tornossene colle sue truppe alla porta Pinciana, ove trovato ancora il nemico alle prese co’ nostri cominciò a farne scempio saettandoli dagli omeri.

III. In questa Traiano, spettatore della faccenda, alla testa de’ cavalieri là pronti, bramoso di farglisi aiutatore spronò alla sua volta. I Gotti pertanto ingannati dallo stratagemma guerresco, ed all’improvvista assaliti da tergo e da fronte venivano ignominiosamente uccisi : così dopo grande strage pochi di loro, abbandonate le mura, di nuovo retrocedettero negli steccati. Ora gli altri tenendo mal sicuri tutti i proprii campi, persuasi di vedersi quando che sia alle prese co’ Romani vi si rinchiusero entro non volendo più sapere di consimili provocamenti. Nel certame poi tale de’ barbari ferì di dardo Traiano al disopra dell’ occhio destro presso del naso : ed il ferro internatovisi profondamente non lasciava di sé più traccia al di fuori quantunque fornito di grossa e lunga punta : la sua asta cadde in terra di botto, male aderendovi a mio credere il ferro: con tutto ciò il duce per nulla accortosi del colpo andava col primiero coraggio inseguendo con gravissima strage i nemici. Rispetto poi alla sua ferita, solo dopo il quinto anno e senza veruno aiuto dell’ arte salutare comparve nel volto la punta del ferro, e già corre il terzo dalla sua comparsa che a poco a poco va ognor più discoprendosi : giova quindi sperare di vederla, dopo molti anni ancora, sprigionata del tutto, non avendo mai recato il minor incomodo [p. 164 modifica]al paziente. Nè queste cose avvennero altrimenti da quello che io ho esposto.


C A P O VI.

Gottici ambasciadori mandati a trattar di pace con Belisario; tregua infra essi.
I. I barbari fuor d’ogni speme intorno al proseguimento della guerra volsero il pensiero alla partenza, essendo per la strage della moria e delle battaglie ridotti a ben pochi dalle tante miriadi che inondavano armata mano le imperiali terre; e quantunque pochi venivano travagliati sì grandemente dalla fame, non ricevendo più maniera alcuna di vittuaglia, che appena di nome e di apparenza considerarsi poteano assediatori, e meglio in effetto sarebbe lor convenuto chiamarli assediati. Fatti di più consapevoli che l’imperatore avea spedito da terra e da mare un esercito ai Romani, non debole come in realtà era, ma quale a suo arbitrio la fama pingevalo, spaventati dalla guerra ivano rimestando nell’animo di sollecitare la partenza. Inviano adunque oratori a Roma scegliendo all’uopo un costei cittadino, autorevole presso de’ Gotti, con altri due, il quale presentatosi a Belisario dicevagli: « Chiunque di voi ha sperimentato le sciagure della guerra non ignora, affè mia, che nessuna delle parti ebbene mai profitto : e chi di noi e di voi oserebbe impugnare il noto a tutti ? Nè, a mio credere, avrò contraddittori tranne un demente, nell’asserire stoltezza per uno stimolo di onore il voler mai sempre ravvolgere nei [p. 165 modifica]mali, anzi che procacciare un termine alle comuni molestie. Andando pertanto così le bisogne dovranno i rettori d’ambe le genti anzi che fare strazio, per acquistar gloria, delle vite de’ sudditi, mettere un fine, col seguire quanto giustizia ed una scambievole utilità impongono, alle presenti sciagure. Conciossiachè l’amore della moderazione ben ha il mezzo di combinare ogni ardua e malagevol cosa, la soverchia cupidigia di maggioranza al contrario mercé di quella sua connaturale malignità non sa mai compiere nulla di buono. Laonde qui veniamo col proponimento di finire la guerra, ed a patti di reciproco vantaggio : avvegnachè per essi cediamo in parte i nostri diritti. Né voi, o Romani, per certa qual orgogliosa bramosìa di contenderla con noi v’ostinate a preferire un rovinoso partito a quanto il proprio interesse imperiosamente v’inculca. Del rimanente sembrami ora opportuno di ommettere un continuato ragionamento nel disporre questi accordi, ma ove si opini fuor di proposito qualche nostro detto chiederne subito la necessaria dichiarazione, e così ne avverrà ad ognuno di manifestare con brevità ed accuratezza l’animo suo, e di condurre in dicevol guisa a buon fine le assunte funzioni. -Sia pure così, risponde Belisario, per rispetto alla forma del colloquio ; ma badate bene che il parlar vostro s’addica all’amor della pace ed all’equità. » Proseguono gli oratori de’ Gotti : « Operaste iniquamente, o Romani, coll’impugnare le armi contro di noi vostri amici e confederati, ed a provarvelo ci contenteremo di [p. 166 modifica]rammentar cose a voi tutti note. I Gotti non vennero al possesso dell’ Italia con ispogliarne di forza i Romani. Ben sapete che nei tempi andati Odoacre, tolto di mezzo l’ imperatore, si pose alla testa della repubblica mutata da lui in tirannia. Al che Zenone, imperatore dell’Oriente, bramoso in sé stesso di vendicare l’ingiuria dal ribelle fatta al suo collega e di tornare alla libertà questa regione, né da solo potente di abbattere l’usurpatore, persuase a Teudorico signor nostro, il quale faceva grandi apprestamenti per assediarlo entro la stessa Bizanzio, di seco rappattumarsi mercé degli onori già da lui ricevuti, ascrittolo intra’ romani patrizii ed i consolari, e di pigliar le vendette dell’ingiurioso procedere del tiranno verso Augustolo, in premio di che poscia e’ si goderebbe di ottimo diritto unitamente ai Gotti il possesso di queste provincie. A tali condizioni pertanto avuto il regno d’Italia ne conservammo gli statuti e la forma del reggimento con zelo non inferiore a quello di chiunque degli antichi imperatori ; né addur potrebbero gli Italiani legge alcuna, vuoi scritta, vuoi altrimenti, di Teuderico o di altro gottico monarca. Disponemmo eziandio per riguardo al culto divino ed alla credenza che i romani sudditi conservassero il tutto nella sua integrità, né v’ha esempio sino ad oggi d’Italiano, il quale di proprio volere o per noi costretto abbia cangiato religione, né di Gotto sottoposto a gastigo comunque per essere passato a quella fede. Tributammo in cambio onori sommi ai romani templi, nessuno avendo fatto unquemai [p. 167 modifica]violenza a quanti vi riposero lor salvezza. Eglino finalmente esercitarono tutte le magistrature, né ebbervi mai a compagno uom de’Gotti; e se havvi chi possa incolpare il dir nostro di menzogna prenda qui apertamente a confutarlo. Sotto i Gotti di più non s’interdisse giammai agli Italiani di ricevere ogni anno il consolato dall’imperatore d’Oriente. In onta di tutto ciò voi che non sapeste liberare l’Italia mentre ponevasi a ferro e fuoco da genti dispietate sotto la condotta di Odoacre, il quale malmenolla non meno che per due lustri; voi, ripetiamo, cercate ora disturbarne i legittimi padroni. Uscitene adunque con ogni vostra suppellettile e con tutta la preda.- Voi prometteste, pigliò a dire Belisario, modestia e concisione nel ragionamento, ma siete stati prolissi, e quasi aggiugnerei vanagloriosi. Zenone Augusto in conto veruno commise a Teuderico di guerreggiare Odoacre per lasciarlo quindi signore del regno d’Italia, colla quale determinazione che mai fatto avrebbe se non se passare quelle provincie da uno ad altro tiranno? ma per renderle nuovamente libere e suddite del suo augusto dominio. Il Gotto poi avuta propizia la sorte nell’affidatagli impresa contro il ribelle, a mostrossi quindi più che mediocremente ingrato non restituendo l’Italia cui si competeva. Ora, per dirla come la sento, v’ha l’ egual misura di scelleraggine tanto nel rifiutarsi a restituire di buon grado al vicino i possedimenti suoi, quanto nel rapirglieli di forza. Guardimi il Cielo del resto dal consegnare a chicchessia le terre d’imperiale diritto: che se bramate altra concessione, potete [p. 168 modifica]qui proporla. » Ed i barbari : « Viva Iddio che nessuno di voi osa accusare il parlar nostro di menzogna ! Del resto per non mostrarti ora d’animo contenzioso vi cederemo la Sicilia, isola cotanto grande, ricca e senza cui sperereste indarno conservare franchi da ogni timore l’Africa. » Belisario : « E noi concederemo ai Gotti l’intiera Britannia di gran lunga maggiore della Sicilia, ed in altri tempi ligia de’ Romani, essendo giusto il ricambiare co’ proprii benefizii o favori chi meritò di noi. » I barbari : « Non v'accontentereste tampoco al proporvi la Campania, ed anche la stessa Napoli ? » Belisario : « Al tutto che no: addiverremmo colpevoli se disponessimo delle cose d’ Augusto senza il consentimento suo. » I barbari : « Ma neppure se a di per noi ci multassimo d’ un sacrosanto tributo da mandarsi ogni anno all’imperatore ? » Belisario : « No certamente, limitandosi tutto il poter nostro a guardare i luoghi ricuperati pel legittimo loro padrone.» I Gotti: « Or su, ti chiediamo almeno la facoltà di presentarci al tuo signore per combinare seco la somma delle cose; ed in grazia di ciò è uopo stabilire un tempo, durante il quale rimangansi i due eserciti in perfetta tregua. » Belisario : « Ebbene siavi accordato; né porrò mai ostacolo alle vostre buone intenzioni risguardanti la pace. » Di questo modo ebbe fine il colloquio, e gli oratori de’ Gotti avviaronsi ai campi loro. Nei giorni appresso da ambe le parti fu un continuo andivieni per istabilire la tregua, ed alla vicendevole consegna di cospicui personaggi in istatico risolverono di apporvi i numi loro. [p. 169 modifica]

C A P O VII.

Copia di vittuaglia rimontando il Tevere apporta abbondanza in Roma. — Abbandonato dai Gotti Porto, Centumcelle1 ed Albano entranvi i Romani. Belisario si fa’beffe delle gottiche minacce; spedisce truppe nel Piceno, e promette, guarnigione ai Milanesi.

I. Durante queste mene le navi degli Isauri giungono nel porto romano, e Giovanni co’ suoi perviene ad Ostia senza che uom de’ nemici s’opponesse loro o all’afferrare o al piantar del campo. Non di meno per vivere sicuri nella notte dalle nemiche scorrerie stabilirono cavare vicino al porto un’ alta fossa e farvi continua guardia per turno : le truppe similmente di Giovanni s’attendarono, fortificando anch’esse il luogo col porvi all’intorno le carra. Dopo di che Belisario capitato intra le tenebre ad Ostia con cento cavalieri vi narra l’esito della fresca pugna e la tregua stabilita cogli avversarii; e così prima di tutto incoratili, comanda poscia loro di mettere a terra il carico e di trasferirsi prontamente a Roma. « Del resto, aggiungeva, sarà mia cura che tra via non abbiate ad incontrare pericolo di sorta» ; quindi retrocedette co’ primi albori. Dileguatasi appena la notte Antonina chiamò a consiglio i duci per deliberare sul come tradurre nella città le vittuaglie portate. Ed in vero sembrava questa assai grave e malagevole impresa, tutti i [p. 170 modifica]buoi essendo rifiniti dalle precedenti fatiche e mezzo morti : non aveavi tampoco sicurezza nel trascorrere colle carra per auguste vie, né poteano più valersi delle barche fluviatili come per lo innanzi, imperciocchè il sentiero a mano stanca del fiume, insidiato dai gottici presidii come scrivea, era intercluso affatto agli imperiali. In quello poi a destra presso alla ripa non v’ha orma di piede umano. Dato di piglio adunque ai palischelmi delle navi maggiori e munitili all’intorno con alte tavole, a fine di guarentirne i condottieri dalle offese delle nemiche saette, pongonvi sopra, giusta la capacità di ciascheduno, arcadori, nocchieri, e quanta mai salmeria vi cape : quindi fermi nella risoluzione di navigare a Roma pel Tevere attendono propizio vento, ed allo spirare di esso mettono alla vela soccorsi da parte dell’esercito in cammino lungo la destra del fiume: gl’Isauri intanto rimasi in gran numero presso del porto vegliano la salvezza delle navi. Né per verità coloro duravano fatica ad essere trasportati laddove il fiume percorrendo tetto consentiva l’alzarsi delle vele, ma nelle sue svolte, ove appunto la corrente acquista maggior impeto, inutile riuscendo il vento a spigner oltre, i nocchieri ben bene sudavano per vincere co’remi la veemenza dell’acqua. I barbari intanto seduti ne’ loro campi guardavansi dal ritardarli o pel timore del pericolo, o per ferma credenza ch’ e’ da questa via affaticherebbero indarno per condurre alla città vittuaglia comunque : soprattutto e’ non volevano essere accagionati di froda se temerariamente o sedotti da frivolo motivo distrutta avessero la speranza [p. 171 modifica]di tregua convalidata dalla promessa del condottiero. Laonde quanti erano a dimora nella città di Porto veduta la bene ordinata navigazione de’ Romani stavansi inoperosi lunge dal farvi contro, ed attoniti per cotanto ardire. Dopo che i marini a furia di simiglianti trasporti ebbero deposto in Roma tutto il carico delle navi a loro buon grado, volgendo l’anno di già al vernile solstizio, prestamente fecersi indietro colle navi; ed il resto della truppa entrò in Roma, ad eccezione di Paolo, rimaso con una schiera d’Isauri a presidiare Ostia.

II. Furono poscia da ambe le parti consegnati gli statichi : dai Romani Zenone, dai Gotti Ulia uomo non ignobile, patteggiando insieme di cessare per tre mesi ogni maniera di offesa ; intanto riverrebbero gli ambasciadori da Bizanzio colle imperiali determinazioni : che se una delle parti in questo intervallo osasse provocare l’altra con oltraggi, non si dovesse per ciò impedire agli inviati di restituirsi presso la gente loro : così gli oratori de’ Gotti accompagnati da romana scorta pigliarono la via di Bizanzio. Dopo di che il genero di Antonina, Ildigero, capitò dall’Africa conducendo gran novero di cavalieri, ed i Gotti di presidio nel castello di Porto brulli di annona, tant’era la romana severità nell’impedire al nemico di ritrarre dal mare il più lieve conforto di vittuaglia, ebbero da Vitige la permissione di abbandonarlo per tornare ne’ proprii campi, ed alla costoro andata entrovvi Paolo cogli Isauri a stanza in Ostia. Né per altra cagione, vo’ dire la diffalta de’ cibi, i barbari sotto que’ dì levaronsi da Centumcelle [p. 172 modifica]marittima città della Tuscia, nobilissima, grande, assai popolosa, e lontana da Roma, all’occaso, dugento ottanta stadii. Fattivisi pertanto gl’imperiali molto accrebbero con essa le forze loro, e vie più ancora impossessandosi non altrimenti della città d’Albano, rimpetto alla parte orientale di Roma, evacuata di fresco per fame dal nemico. Mercé di che inviperito costui forte bramava di rompere gli accordi coll’apporre alla fazione contraria qualche frode; al qual uopo manda a Belisario oratori, i quali querelandosi di sofferti oltraggi in violamento della tregua, adducono che avendo Vitige chiamato la guarnigione di Porto a nuovi destini, fiume di subito occupato il castello da Paolo e dagli Isauri : così pure fingono querelarsi della egual cosa per rispetto a Centomcelle ed Albano, aggiugnendo che non lascerebbero invendicato il torto se non venissero quanto prima restituiti loro i prefati luoghi. Ma il duce accommiatali con ironico riso e col nomare vano pretesto le udite doglianze, non avendovi chi ignorasse il vero motivo per cui ritrassersi da que’ luoghi; dopo di che vissero diffidenti gli uni degli altri. In processo di tempo Belisario vedendo Roma abbondante di truppe mandonne schiere ne’dintorni a qualche distanza dalle mura, e spedì Giovanni figlio della sorella di Vitaliano a svernare cogli ottocento cavalieri da lui comandati presso Alba città del Piceno: e ve ne aggiunse altri quattrocento di quelli sotto Valeriano, aventi a capo il costui nipote, da parte di sorella, nomato Damiano, ed ottocento valentissimi suoi pavesai, datone il reggimento a due proprie lance Sutan ed Abigan, subordinando anch’ [p. 173 modifica]esse in tutto e per tutto a Giovanni, il quale dovea rimanersi tranquillo sino a tanto che vedesse il nemico fedele agli accordi: ove poi questo rompesse la data fede e’trascorrerebbe all’improvviso e di fretta con tutte le truppe l’agro Piceno, senza posa recandovisi in ogni luogo, e prevenendo colla sua velocità la fama stessa; né v’incontrerebbe grande opposizione non avendovi colà quasi più uomini, condotti nel massimo lor numero alla volta di Roma dalla guerra : dovunque poi e’s’avvenisse a nemica prole, femmine e danaro, metterebbe a sacco il tutto portando nella città prigioniere le donne ed i fanciulli, ma ben si guarderà dal recare il menomo danno ai Romani privi di stanza. Inoltre ove desse in luogo custodito da militare presidio rafforzato perciò dall’arte e dalla mano, imprendane con ogni suo mezzo la espugnazione, ed impossessatosene vie meglio proceda; che se la difficoltà dell’impresa non v’acconsentisse, ritirerassi o farà ivi dimora, non dimenticando sovrastare gravissimo pericolo a chiunque passa innanzi, come le più fiate accade, trascurando le non vinte munizioni da tergo: attenderebbe quindi a difendere, se dai Gotti perseguitato, ed a conservare intero il bottino da partirsi in buona fede con tutto l’esercito, e ridendo aggiugnea : « Imperciocché non vuole giustizia che mentre gli uni affaticano nel disperdere le pecchie, gli altri colle mani alla cintola godano il ricolto miele. » Dopo questi comandamenti fe’ partire Giovanni e le truppe.

III. Di que’ tempi Dazio vescovo di Milano ed alcuni ragguardevolissimi cittadini venuti a Roma [p. 174 modifica]chiedevano a Belisario un piccolo aiuto di truppe, dichiarandosi, ottenendole, in forze sufficienti per togliere di leggieri ai Gotti e restituire all’imperatore non pur Milano, ma con essa tutta la Liguria, nella quale ergesi la mentovata città posta quasi di mezzo tra Ravenna e le Alpi a fronte della Gallia; cosicché da quinci e da quindi potrai giugnere a lei con otto giornate di spedito cammino. Milano è al disotto di Roma per grandezza, popolazione e ricchezze, ma primeggia sopra ogni altra città dell’Occidente. Il duce promise di render paghi lor voti, e passò in Roma il verno.


C A P O VIII.

Uccisione di Constantino assalitore colla spada in pugno di Belisario dopo un costui precetto di restituire l’iniquamente tolto.

I. Tali eran le cose : ma la Fortuna, invidiosa de’ Romani al mirarne i più che felici progressi, ordiva lor contro sciagure, e venuta in desiderio di mescolare un che di sinistro colle tante prosperità loro, macchinava discordie per frivolezze tra Belisario e Constantino, delle quali ora mi farò a narrare da imo a sommo la istoria. Un Romano di nome Presidio e di non abbietto sangue, nella sua dimora in Ravenna era guardato con occhio bieco dai Gotti all’epoca dell’apprestamento delle armi contro Roma; il perché egli sotto pretesto d’una gita alla caccia e senza comunicare con uomo del mondo il suo divisamento campava di là non portando seco de’ suoi preziosi arredi che due pugnali con [p. 175 modifica]guaine adorne di molto oro e di bellissime gemme; ed arrivato a Spoleto prima d’entrarvi colla compagnia si tolse giù dalla strada avviandosi a un tempio fuor delle mura. Constantino di stanza colà all’udirne, chiamatolo in giudizio si fa cedere innanzi tratto ambo i pugnali, mandandovi a tal uopo un Massenziolo suo pavesaio. Addoloratosene colui di botto corre a Belisario in Roma; dove non guari dopo capitò lo stesso Constantino, istruito dagli esploratori che l’esercito nemico avvicinava. Ora infinattantoché gli affari imperiali stettersi avvolti nell’incertezza e nella confusione Presidio tacque, ma veduto di poi la città andare colla meglio e gli oratori de’ Gotti calcare la via di Bizanzio, come narrava, e’ di frequente visitando il duce e rammentandogli il torto sofferto, istantemente pregavalo ch’e’ gli rendesse giustizia. Né con minor frequenza Belisario tantosto di per sé, tantosto coll’opera altrui rimprocciava l’incolpato, instigandolo a purgarsi dalla iniqua azione e dal turpe nome procacciatosi con essa: ma è uopo dire che al reo sovrastasse la morte; essendoché egli schernivasi mai sempre di que’ rabbuffi, e si pigliava giuoco dell’offeso. Tal giorno alla fine Presidio scontratosi in Belisario, mentre questi cavalcava nel foro, e dato di piglio alle redini del cavallo ad alta voce lo dimanda se comportino gl’imperiali statuti che un disertore dei barbari, venuto a lui supplichevole con animo di seguirne le parti, sia per istrada violentemente spogliato di quanto ha seco. Tutti i circostanti allora, né eran pochi, gl’imposero con minaccevole tuono di ritrarre la mano dalle redini, ma egli non [p. 176 modifica]abbandonolle che riportata dal condottiero parola di tornare al possesso delle sue armi. La dimane pertanto il generale convocati in una camera del palazzo Constantino e molti altri duci e riepilogato l’occorsogli nel dì antecedente esorta il reo alla restituzione de’ pugnali. Costui rifiutandovisi manifestò il suo animo di volerli piuttosto le mille volte gittare nel Tevere, che restituire cui si spettavano. Alla quale risposta Belisario tutto collera lo addomanda s’ e’ non riconoscasi a lui suggetto; e quegli prometteva in ogni altra cosa cieca obbedienza, giacché era così piaciuto all’imperatore; ma non piegherebbesi mai più a quel comandamento. Alle quali proteste ordinato da Belisario che s’ introducessero le sue guardie, Constantino dirizzógli le seguenti parole : « Ebbene mi vuoi morto dalle mani loro? Mi guardi Iddio, il duce, ma ch’ e’ costringano Massenziolo tuo pavesaio, il quale da te comandata carpì que’ pugnali, a ritornare a Presidio il toltogli mal suo grado. » Nondimeno il colpevole fìttosi in capo che attendevalo pronta morte, pensò segnalarsi con qualche grande impresa prima che si desse principio a suoi patimenti : nudata pertanto la piccola spada che pendevagli dal fianco vibrò d’improvisò un colpo sul ventre di Belisario, il quale impauritosi rinculò, ed abbracciato Bessa, al suo fianco, sen parte. Vuole seguirlo Constantino ancora tutto ribollente d’ira, quando Valentino e Ildigero, spettatori del fallo, presolo per la destra l’uno e per la manca l’altro, il rattengono seco. Entrate in questa le lance giusta l’ordine avuto dal condottiero, levano di forza dalla mano dell’ [p. 177 modifica]assalitore il ferro, e quindi altamente fremendo attrappanne la persona, guardandosi pel momento dal gastigarlo in riverenza, a mio credere, dei personaggi ivi raccolti ma condottolo non guari dopo altrove d’ordine di Belisario lo mettono a morte. Questa é la sola azione del condottiero per verità non assolutamente onesta, né degna d’un animo liberale; quando in cambio mai sempre ebberlo tutti esperimentato umanissimo : é forza adunque ripetere fosse battuta l’ora estrema di Constantino.


C A P O IX.

Tentativi de’Gotti per impossessarsi di Roma col mezzo d’un acquedotto; ma dopo vani assalti ora in palese, ora proditoriamente dati, vien meno ogni loro speranza. — Gastigo da Belisario imposto ad un traditore.

I. In epoca non molto posteriore i Gotti bramosi di macchinare contro le mura di Roma calarono da prima alcuni militi in un acquidotto prosciugato sul cominciar della guerra : or questi con lumi e fiaccole in mano procedevano lungo quella via in traccia d’una entrata nella città, quando per tal apertura, di cui andavano fornita la volta non lunge dalla Porta Pinciana, una delle costei guardie al vedere l’insolito chiarore narrò la cosa ai compagni, i quali, poiché la fabbrica del canale non elevavasi da terra, congetturarono essersi gli occhi di lui avvenuti a quelli di un lupo, scintillanti come fuoco, nel mentre che questo passava [p. 178 modifica]di là. I barbari intanto pel sotterraneo sentiero pervenuti nel mezzo dell’abitato, dove appunto riscontravatasi cert’antica uscita vicino allo stesso palazzo, diedero in un artefatto ostacolo, di guisa che non v’era modo né di proceder oltre, né di salir suso; e questo provvedimento con saggio consiglio fu ordinato da Belisario al principiar dell’assedio, come io scrivea nell’antecedente libro. Queglino adunque cavatavi una pietra stabiliscono di retrocedere, e tornati da Vitige gliela mostrano coll’esatta riferta del luogo ov’essa giacea: e il re consulta coi principali de’ Gotti intorno alle ordite insidie. Il di vegnente caduto di nuovo il discorso tra le guardie della porta Pinciana sul sospetto del lupo e giuntane la voce all’orecchio del condottiero, questi vi ferma la sua attenzione, e tosto comanda che i più coraggiosi guerrieri dell’esercito con Diogene sua lancia interninsi nell’acquidotto per eseguirvi prontamente diligentissime ricerche. In effetto costoro tratto tratto rincontrano per quella sotterranea via le gocciolature delle lucerne, le smoccolature delle fiaccole nemiche, e fin anche il luogo donde i Gotti aveano svelta la pietra: dopo di che fannosi indietro. Il duce, com’ebbe udito la riferta, guernì l’acquidotto di valenti guerrieri, ma gli altri, avutone qualche indizio, ritrassersi dalla sventata impresa.

II. I barbari quindi risolverono di assalire apertamente le mura, e scelta l’ora del pranzo dirigonsi verso la porta Pinciana all’imprevista degli assediati, e muniti di scale e fuoco, tutti ricolmi di speranza che piglierebbono al primo attacco la città, non avendovi [p. 179 modifica]da quella banda forte difesa. Ma Ildigero quivi di guardia co’ suoi (toccando per turno quella fazione ad ognuno dei duci) non appena ebbeli veduti inoltrare disordinatamente, va loro incontro e li combatte così appunto com’erano alla rinfusa in marcia, né dura fatica a sbaragliarli e farne strage. Da ciò nacquero, né è raro il caso, grida e tumulti entro le mura, al che i Romani accorsero da ogni parte a ributtarne gli assalitori, ed i vinti non guari dopo colle trombe nel sacco retrocedettero ai loro campi. Vitige appigliossi ancora una volta alla frode per dare il guasto a Roma, essendone facilissima da quivi l’espugnazione in causa della molta sua vicinanza alle ripe del Tevere. Conciossiachè gli antichi Romani, fidatisi nell’ostacolo intramesso dal fiume, aveanvi fabbricato con tanta negligenza le mura, che bassissime le vedevi e del tutto sguernite di torri. E tanto più nutrivano lusinga di impossessarsene con ogni agevolezza, in quanto che guardate da scarso numero di gente. Il re gotto adunque persuasissimo della impresa instigò con danaro due Romani domiciliati presso il tempio dell’apostolo Pietro a visitare dopo il tramonto, portando un’otre piena di vino, i custodi là di stanza, ed a mescere loro con ogni mostra di sincera amicizia; né ancor paghi passino assisi insieme la notte in beverie, versando nel bicchiere ad ognuno di essi il sonnifero da lui avuto. Intanto dall’opposta riva egli teneva già in pronto i guscii per tragittarvi sopra, non appena le guardie fossero vinte dal sonno, turba di barbari forniti di scale e d’ogni altra occorrenza per venire alla espugnazione delle mura. [p. 180 modifica]Attelò eziandio l’esercito colla mente di valersene poscia ad occupare l’intiera città. Ora volendo il Nume che i Romani andassero liberi da tanto sinistro fe’ sì che l’uno degli imbecherati da Vitige col danaro ad appianargli la via al tradimento corresse di per sé ad appalesare la trama a Belisario, senza perdonarla neppure al compagno, il quale messo alla tortura disvelò quanto da lui attendevasi, ed insieme trasse fuori il narcotico avuto dal re. In pena del tradimento il duce fattogli mozzare il naso e le orecchie e postolo su d’un asino mandollo al campo nemico; dove giunto i Gotti ben compresero che Iddio opponevasi ai loro disegni, e che vano riuscirebbe mai sempre ogni conato per impadronirsi di Roma.


C A P O X.

Giovanni, messo a ferro e fuoco il Piceno, occupa Arimino. — Riceve un messaggiere da Matàsunta consorte di Vitige. Sconfitta de' Gotti nell’abbandonare l’assedio di Roma.

I. Tra questo mezzo Belisario comandò scrivendo a Giovanni di eseguire gli ordini avuti; e questi pigliati seco duemila cavalieri, scorrazzando per lo largo e lo lungo il Piceno cominciò a predare dovunque avvenivasi, ed a condurre in ischiavitù la prole e le mogli de’ nemici. Fattoglisi di più innanzi Uliteo zio di Vitige2 alla testa d’un gottico esercito, lo vince ed uccide, sterminandone pressoché tutta la soldatesca; dopo [p. 181 modifica]la quale strage nessuno ebbe più ardimento di provocarlo a battaglia. Giunto ad Aussimo3 città vennegli avviso che le mura di lei racchiudevano ben debole presidio, ma vedutala fortificatissima ed inespugnabile, posto in non cale ogni pensiero d’assedio, proseguì oltre, né diversamente comportossi colla città di Urbino. Quindi calcò la via di Arimino4, lontana da Ravenna il viaggio d’un giorno, ed al suo avvicinare i Gotti quivi di guernigione, mal sicuri dei Romani che aveanvi fermata dimora, migrarono velocissimamente in Ravenna. Così Giovanni occupò Arimino lasciatisi da tergo i nemici di Aussimo e di Urbino, non perché avesse dimenticato gli ordini di Belisario, o fosse addivenuto sconsigliatamente audace, avendovi a un tempo in lui coraggio e prudenza; ma sì bene opinava, ed il fatto venne a confermarlo, che i nemici al primo avviso del romano esercito in vicinanza di Ravenna, temendo guai per questa città, sarebbonsi levati dall’assedio di Roma. Né male s’ appose. Conciossiaché Vitige e la gente sua non appena divolgatasi l’entrata di questo duce in Arimino, cadendo in gravissimi timori sul conto di Ravenna, messo in balìa del fato tutto il resto, non differirono la partenza loro, come sono per dire, un solo istante : così la gloria di Giovanni, assai grande anche in prima, acquistò lustro maggiore. Egli, per natura d’ animo coraggioso e prontissimo a cimentarsi ne’pericoli, di per sé stesso metteva in opera i suoi piani, e [p. 182 modifica]non la cedeva ad alcun barbaro, vuoi pur soldato, nella continua tolleranza della fatica e di una frugalissima mensa : tale era Giovanni. Matasunta, volgendo a lei il discorso, moglie di Vitige, grandemente avversa al marito e addivenutagli mal suo grado consorte, non sì tosto riseppe l’arrivo di Giovanni in Arimino che, tripudiante per la contentezza, inviogli occultamente un messo incaricato di combinare le nozze tra loro, tantosto libererebbesi, per tradigione, del vivente marito.

II. Duravano tuttavia queste occulte mene della regina col duce, quando i Gotti udito il caso di Arimino, sofferendo gravissima diffalta di vittuaglia e prossimi alla fine dell’armistizio trimestrale, partitonsi avvegnachè di nulla sapevoli intorno agli spediti oratori. L’anno volgea di già al vernile equinozio, consumatosi tutto, unitamente ad altri nove giorni5, nell’assedio, allorché i barbari abbruciate per intiero le proprie trincee batterono coi primi albori la ritirata. I Romani vedutane la fuga tenevansi tra due sul partito da prendere in quell’emergente, avendo qua e là spedito il maggior novero de’ cavalieri, come teste riferiva : nè credevansi di forze eguali alle copiosissime truppe nemiche. Belisario non di meno fe’ armare sue genti, pedoni e cavalieri, ed allorché oltre la metà de’ Gotti ebbe valicato il ponte, uscì della porta Pinciana coll’esercito, dove si venne alle prese colla medesima ostinazione, che segnalato avea tutte le precedenti battaglie. E per verità al cominciar della pugna i barbari difendendosi [p. 183 modifica]coraggiosamente ebbero ed arrecarono altrui non poca strage. Imperciocchè volendo ciascheduno essere il primo a valicare il ponte, affoltatisi in angustissimo spazio v’incontrarono le più disastrose sciagure, avendo morte dalle armi proprie e da quelle della contraria fazione, senza ridire i molti che dal ponte cadevano giù nel Tevere; il resto precipitosamente raggiunse coloro che di già eran passati. In questa battaglia Longino isauro e Mundila, astati di Belisario, coprironsi di gloria, e l’ultimo poté cavarsela sano e salvo ucciso ch’ebbe quattro de’ barbari in singolar tenzone; ma l’altro, al cui valore soprattutto è uopo ascrivere la fuga de’ Gotti, vi giuntò la vita, lasciando grandissimo desiderio di sè alle armi romane.

C A P O XI.

Vitige presidia molti luoghi. Provvedimenti di Belisario in Arimino. — Il fortilizio Pietra espugnato dagli imperiali. Inobbedienza di Giovanni ad un comandamento del supremo duce.

I. Vitige ricalcando co' rimasugli dell'esercito la via di Ravenna munì di presidio tutti i luoghi idonei, ponendo in Clusio6, città dei Toscani, il duce Gibiuiere con mille armati, ed altrettanti in Urbivento7, sotto gli ordini di Albila, uom de' Gotti. In Tudera8 fe' [p. 184 modifica]rimanere Uligisalo con quattrocento militi, e nell'agro de’ Piceni guardossi dal rimovere i quattrocento ivi di stanza a guernigione del castello Pietra. In Aussimo, città superiore ad ogni altra di questa regione, collocò quattro mila Gotti, fior dell'esercito, cui presiedeva Uisandro valentissimo duce; ed in Urbino due mila con Murra. Hannovi di più due castelli, Cesena e Monteferetro, ed in ciascheduno di essi lasciò cinquecento militi per lo meno; dopo di che ritto sen corse alla volta di Arimino col proposito di assediarla. Ma Belisario non appena veduto il nemico abbandonare i contorni di Roma avea spedito Ildigero e Martino con mille in arcione per altra via a fine di prevenirne a marce forzate l'arrivo in quella città, e di costrignere Giovanni colle sue genti a tosto sloggiarne; affiderebbero poscia la difesa di Arimino a molti valenti militi cavati dal castello nomato Ancona, solo due giornate da ivi lontano, posto sul Ionico seno, e del quale erasi poco prima impadronito mandandovi Conone alla testa di non poca isaurica e tracica soldatesca. Di questa guisa operando sperava che le superbe schiere de' Gotti al rimirare Arimino presidiato da soli duci e fanti d'una non grande riputazione, mai più sarebbonsi abbassati a cingerla d'assedio e, messala per dispregio in non cale, diritto e senza indugianienti trarrebbero a Ravenna, ove, se pigliassero a tenerne i passi, ben sapea avervi annona da alimentare lungo tempo i fanti, e potere i due mila cavalieri colle altre truppe scorrazzando al di fuori essere di grave molestia al nemico, e più di leggieri costringerlo a levarsi di là. Con tale divisamento [p. 185 modifica]egli comandava le prefate cose a Ildigero e Martino, i quali cavalcavano prestamente la Via Fiaminia lasciando per lungo tratto indietro il nemico. Imperciocchè questo, oltre essere ritardato dall'immenso numero, dovea fare più lungo cammino tanto a cagione della carestia di vittuaglia, quanto per evitare i lueghi muniti della Via Flaminia, sapendo in mano de'Romani, come scrivea, Narni, Spoleto e Perugia.

II. Le romane truppe assaltarono transitoriamente il castello di Petra. Questo fortilizio è opera della natura, non dell'arte; l'ertissima strada che vi conduce ha le acque a destra d’un fiume cotanto rapido quanto è uopo ad impedirne comunque il valicamento. Da sinistra gli vedi sovrastare una rupe scoscesa ed elevata per modo che se avvi gente alla sommità sua in rimirandola da basso non sembra eccedere la taglia de' piccolissimi augelletti. In altri tempi procedendo non ti si appresentava alcun passo, da che l'estremità della rupe aggiugneva l'alveo del fiume, dove pervenuti non v’era mezzo d'inoltrare. Laonde i nostri antenati pertugiatala costruironvi un usciuolo, e chiusa la massima parte dell’altro accesso n’ebbero, serbando la sola nuova apertura, un naturale fortilizio, che nomarono con adatto vocabolo Pietra. Da principio adunque Martino e Ildigero assalendo l'altra porta nulla ottennero col foltissimo saettamento loro, sebbene il barbarico presidio non v'opponesse la minor resistenza. Di poi inerpicati sullo scosceso tergo della rupe cominciarono a lanciar pietre contro de' Gotti, i quali trepidanti ripararono ne' luoghi coperti, e rimaneanvi inoperosi. Allora i [p. 186 modifica]Romani, vedendo affatto inutile il gittar delle pietre, divisarono coll'unito sforzo di molte braccia rotolare sopra le sottoposte case massi d’enorme volume; questi per poco che colpissero alcuna parte dell'edificio v'arrecavano grande scossa con timore gravissimo delle barbare genti rinchiusevi, mercè di che esse tendendo lor palme a que' della porta s'arrenderono insiem col castello al nemico, avuta la giurata promessa di andarne salvi della vita passando agli stipendj romani sotto di Belisario. Ildigero e Martino pigliaronne molti seco per condurli laddove eran diretti colle truppe loro, mescolandoveli senza distinzione alcuna; ed il resto unitamente alle donne ed alla prole rimasero in custodia della romana guernigione. Proceduti quindi sino ad Ancona e levatavi gran parte de' fanti ivi di stanza giungono col terzo giorno ad Arimino, e vi comunicano le intenzioni del supremo duce. Se non che Giovanni rifiutossi di seguirli, e volle pur anche ritener seco Damiano con quattrocento armati; così quelli, depostavi la pedonaglia, ne partirono prontamente in compagnia delle lance e de' pavesai di Belisario.

C A P O XII.

Arimino assediata dai Gotti. — Generoso provvedimento e sermone di Giovanni. — Il presidio spedito da Belisario ai Milanesi apporta a Genova, combatte al Ticino dov'è spento Fidelio prefetto dell’annona. — Teudeberto re de' Franchi manda aiuti ai Gotti. Questi assediano Milano.

I. Non guari tempo dopo Vitige con tutto l'esercito approssimatosi ad Arimino ed alzatevi le trincee lo [p. 187 modifica]assediò; costruita quindi in fretta una torre di legno più alta de’ merli con quattro ruote al disotto fecela condurre laddove il muro s'appresentava più agevole da espugnare; ed acciocchè i suoi non venissero incolti da sciagura simile a quella provata nel romano assedio non fece uso nel trasportarla di buoi aggiogati, ma uomini ascosivi nell'interno con le mani loro davanle moto. Aveavi di più entro una larghissima scala per cui a tutto bell'agio salire; laonde siavansi tutti pieni di fiducia che l’accostare la torre alle mura e l'impossessarsi de' merli, arrivando a questi la sommità della macchina, senza una fatica al mondo, sarebbe la cosa stessa. Proceduti con tale artifizio, il comparir delle tenebre persuaseli di abbandonare lor membra al riposo, e tutti vi aderirono, dopo aver messo guardie alle torre, nella ferma persuasione che un ottimo successo coronerebbe la meditata impresa, imperciocchè nessun ostacolo, salvo una piccolissima £ossa, eravi frapposto.

II. Il pensiero della futura strage col nuovo dì tenne agitatissimi i Romani in quella notte, ma Giovanni intrepido e superiore ad ogni pericolo escogitò simigliante cosa. Ordinato al presidio di starsene entro le mura, egli con gl’Isauri, forniti di zappe e di altri opportuni stromenti, all’impensata dell'universale tra le più dense tenebre uscito della città comanda a' suoi di profondare silenziosi la fossa; questi obbediscono, e quanta terra scavano tanta accumulanne sul margine di lei prossimo al muro, formandovi quasimente una seconda parete. Così, tenendosi bene ascosi al nemico tutto immerso pel sonno, riducono in brev'ora lo scavamento di regolare altezza [p. 188 modifica]e larghezza; in ispecie laddove agevole essendo la espugnazione del muro i barbari colla torre avrebbonvi dato l'assalto. Avanzatasi vie più la notte i nemici fatti accorti dell’operato scagliansi contro ai zappatori, i quali presto riparano entro la città avendo ottimamente compiuto l'intrapreso lavoro. Allo spuntare del giorno Vitige rimirata l'opera de' Romani, dando pel dispiacere nelle furie, punì di morte alcuni custodi, e fermo nel pensiero di condurre a termine sua gesta ordinò ai Gotti di gittare all'istante nella fossa molti fasci di legne per quindi trascinarvi sopra la torre. Eseguisconsi i reali comandi con ogni diligenza avvegnachè la guernigione dal muro vi si opponesse fortemente; ma la catasta delle legne aggravata dal peso della sovrapposta mole, com'era il caso, affondò. Allora i barbari giudicando insuperabile ostacolo quello di spignere innanzi l'artifizio loro, poichè era molto cresciuta l'erta laddove i Romani, giusta il detto, aveano accumulalo la terra, e temendo non il nemico tra le tenebre della prossima notte con una sortita appiccassevi fuoco, la trascinarono indietro. Ma Giovanni risoluto di opporvisi con tutte le forze arma i soldati, e raccoltili a parlamento così favella: « Messi a tale ripentaglio, o miei commilitoni, se v'ha tra voi cui sia caro il vivere ed il rivedere finalmente i suoi in patria, e' sappia innanzi tutto in null'altro essere riposta la speranza di questi due beni che nelle proprie sue mani. Egli è vero che da principio quando fummo qui spediti da Belisario, l'amore e il desiderio di molte cose ne inducevano ad accingerci di buon grado all'impresa. [p. 189 modifica]Conciossiaché non pensavamo di soggiacere ad assedj sopra un littorale dominandone i Romani sì agevolmente il mare; nè uom sarebbesi potuto persuadere che fossimo per venire in cotanto disprezzo alle imperiali truppe. Di più eraci stimolo ad intrarendere la futura lode di un ottimo volere a pro della repubblica, e la celebrità della fama che di noi andrebbe ovunque dopo i combattimenti. Ora, oppositamente, costretti di correre questo aringo a fine di cansare la morte, indarno spereremmo sorvivere mal fidando nella nostra fortezza. Con tutto ciò non riscuoterà minor gloria di qualsivoglia altro chi di voi nutre valore, se con predare azioni s’accinga a fame mostra. Certissimo essendo che non i vincitori de’ più deboli riportano gloria e rinomanza, ma quanti per grandezza d'animo escono vittoriosi d’un nemico superiore nei militari apprestamenti. Fin quelli cui più sta a cuore l’amor della vita riporteranno armandosi di coraggio grandissimo profitto. E di vero chi ha la somma delle cose pericolante al maggior segno, e per servirmi del comun detto, sulla punta del coltello, qual è il caso nostro, costui le più volte rinviene salvezza nel dispregiare i perigli9. » Terminata così l'esortazione Giovanni conduce le truppe contro ai barbari, lasciando poca gente alla custodia dei merli; quindi si viene ad ostinatissima pugna, ed i Gotti fanno da principio vigorosa resistenza; ma alla fine sull'annottare ritraggono la torre ne' loro accampamenti, dopo [p. 190 modifica]tanta perdita di ben prodi guerrieri quanta voleavene a persuaderli di non più tentare l'espugnazione delle mura e di rimanersene pel timore inoperosi, restando loro unicamente la viva fiducia che la fame avrebbe costretto il nemico ad arrendersi, consapevoli ch'esso già difettava moltissimo di vittuaglia.

III. Non altrimenti procedevano quelle bisogne quando Belisario spedì mille armati, parte Isauri e parte della Tracia, cogli ambasciatori venuti da Milano; duce dei primi era Enne, degli altri Paolo. Mundila poi scortato da pochi pavesai di Belisario comandava a tutti, ed avea seco Fidelio prefetto del Pretorio, imperocchè questi, originario di Milano ed autorevolissimo presso i Liguri, sembrava poter molto giovare accompagnando l'esercito. Partitisi colle navi dal porto romano afferrarono a Genova, ultima città della Tuscia ed acconcissima stazione pe' naviganti alla volta de' Galli e degli Ispani. Lasciate qui le navi proseguono pedestri il cammino, conducendo sopra carra i loro palischelmi per togliere ogni indugio al valicamento del fiume Po, e così ne toccano le opposte sponde. Passato il fiume e giunti a brevissimo intervallo da Ticino10 città furono sfidati a battaglia dai Gotti venuti pieni di coraggio ed in molto numero ad incontrarli. Conciossiachè tutti i barbari abitatori di quella regione aveano quivi trasportato come luogo munitissimo, tra grandi ricchezze e messovi forte presidio. Fatta giornata, i Romani vincitori cagionarono molta strage al nemico fuggente, e per poco non [p. 191 modifica]s'introdussero a un colpo nella città, lasciandogli appena, tanta era la foga dell'inseguire, il tempo di chiudere le porte. Al ritirarsi de'barbari Fidelio, andato in un tempio ad orare, si rimaneva indietro; laonde intrapreso poscia a correre di tutta carriera, il cavallo inginocchiatoglisi precipitosamente lo balzò giù d’arcione. Alla qual vista i Gotti, caduto essendo vicino alle mura, usciti della città gli diedero morte all'insaputa affatto degli imperiali; ma venuti non guari dopo in cognizione essi e Mundila della triste fine di lui, ne piansero amaramente, e di là giunti a Milano rendonsene padroni con tutta la Liguria non trovandovi resistenza di sorta.

IV. Vitige, uditone, vi spedisce un grande esercito sotto gli ordini di Uraia, figlio di sua sorella, avendo ottenuto di que' tempi dieci mila ausiliarj da Teudeberto re dei Franchi, gente franca non già, ma burgunzia11, non volendo costui almeno apparentemente mostrarsi ingiurioso verso di Augusto, e però i prefati aiuti fingevano marciare anzi di propria volontà ed elezione che indottivi da reale comando. I Gotti adunque pigliatili in lor compagnia all'imprevista de’ Romani arrivano a Milano, e formate le trincee cingonne d'assedio le mura; laonde il presidio, mancatogli affatto il tempo di provvedere a sua vita, cominciò subito a patire d'annona. Nè eranvi tampoco sufficienti militi alla custodia, avendo il duce Mundila occupato le forti città vicine, quali Bergamo, Como, Novari12 con altri castelli, e [p. 192 modifica]collocatevi numerose guernigioni, di maniera che egli stanziava in Milano con Ennio e Paolo e con trecento guerrieri al sommo, ed i cittadini stessi per turno aveano l'incarico di vegliare alla propria difesa; tale passavano le cose nella Liguria. Terminò il verno e con esso l'anno terzo di questa guerra, che Procopio scrivea.

C A P O XIII.

Belisario occupa Tudera e Clusio. — Posizione di Ancona. Imprudenza di Conone. Strage degli imperiali. — Venuta in Italia dell’eunuco Narsete.

I. Verso l’estivo solstizio Belisario marciò contro Vitige e l’esercito de’ Gotti conducendo seco tutte le truppe, delle poche all’infuori cui venne affidata la custodia di Roma. Ora spedite innanzi a Tudera e Clusio alcune coorti, che avrebbe egli stesso di poi raggiunte per assediarvi unitamente i barbari, ordinava loro di costruire intanto gli steccati. Se non che quelli, avutane la notizia, gli inviarono prima di por mano alla tromba ed alle armi ambasciadori di pace colla promessa di arrendere sé stessi, purché avessero salva lor vita, insieme colle due città; ed al primo comparir di lui tennero la data parola. Il romano duce pertanto fe’ comando a tutti i Gotti ivi a stanza di trasferirsi in Napoli e nella Sicilia, e presidiato Tudera e Clusio procedé colle sue truppe. In questo mezzo Vitige impose all’altro esercito diretto ad Aussimo e capitanato da Uachimo di unirsi ai Gotti colà di guernigione, per quindi [p. 193 modifica]muovere tutti ad una contro il nemico dimorante in Ancona ed assalirvi il castello.

II. Giace Ancona su di rupe angolare e somigliantissima ad un piegato cubito, donde ebbe il nome13; è distante non più di stadj ottanta da Aussimo città, della quale è porto. Le opere del suo castello, anch’esse erette sopra una rupe, hanno solidità e sicurezza, ma le fabbriche al di fuori, quantunque moltissime, non erano sino ab antico circondate da muro. Conone comandante del presidio appena ricevuta la notizia della venuta di Uachimo, ned essere lontano, diede gran pruova di sconsideratezza; imperciocchè fittosi in capo fosse ben poco il procacciare la conservazione del castello, di quegli abitatori e del presidio, lasciollo quasichè spoglio di truppe, condottane la massima parte alla distanza di cinque stadj, e postala in ordine di battaglia con uno schieramento non profondo ma largo per guisa da circondare tutto il piè del monte, come sarebbe il caso d’una partita di caccia colla lungagnola. Costoro non appena veduto il nemico assai maggiore di numero voltaron le spalle, e con precipitoso corso camparono entro la rocca. I barbari incalzano quanti erano tuttavia per istrada, e vanno qua e là uccidendoli; altri di essi appoggiate le scale alle mura tentanne l’assalto ; havvi in fine chi appicca fuoco alle case poste al di fuori. I Romani antichi abitatori della città stupefatti alla veduta di sì orribili scene, aperta sin da principio una porticella v’accoglievano gli [p. 194 modifica]avviliti soldati in fuga. Ma quando presentaronsi agli sguardi loro i barbari alle calcagna de’fuggitivi chiusero di botto l’ingresso per tema non entrasservi alla rinfusa gli uni cogli altri; e calando funi dai merli tirarono in salvo molti de’loro, e tra questi Conone. Vi mancò un nulla che i Gotti saliti per le scale non addivenissero armatamano padroni del forte ; e di vero sarebbonvi riusciti, possessori già dei merli, se due valorosi personaggi, operando prodigj in tale incontro, non fossero giunti a respignerli. L’ uno di essi, trace, avea nome Ulimo; l’altro, massageta, Bulgudu; il primo era guardia di Belisario, il secondo di Valeriano; entrambi poi erano stati tradotti, per non so qual ventura, sopra nave in Ancona. Or dunque in questa lotta e’ salvarono fuor d’ogni speranza quelle mura, colle spade ributtando i barbari che salivano, e quindi ritiraronsi semivivi per le molte ferite di che erano coperti i loro corpi. A que’dì Belisario ebbe la nuova che Narsete con molte truppe era in cammino da Bizanzio, e stavasi allora presso i Picentini. Era costui eunuco, prefetto del tesoro imperiale, d’animo assai crudele e, contro la natura de’ castrati, dotato d’un sommo valore. Egli conduceva seco cinque mila armati divisi in turme sotto altri duci, in ispecie sotto Giustino maestro de’ militi per l’Illirico, e sotto Narsete persarmeno, in altri tempi disertato ai Romani col fratello Arazio14, il quale in epoca da questa non molto lontana avea raggiunto Belisario con fresche truppe. Allo stesso eransi uniti [p. 195 modifica]gli Eruli, nel numero non maggiore di due mila, aventi a condottieri Visando, Aluet e Fanoteo.


C A P O XIV.

Antica dimora degli Eruli; loro crudeltà verso gl’infermi ed i vecchi. Barbaro costume delle mogli ne’funerali dei mariti. — Rodulfo re loro armasi contro ai Longobardi chiedenti pace, sfidali a battaglia e v’incontra morte , per divina vendetta , colla massima parte de’suoi. — Ritirata degli Eruli presso i Gepidi, quindi, imperante Anastasio, presso i Romani. — Sotto il principato di Giustiniano adorano Cristo ed abbandonano lor empie costumanze. Uccidono il proprio re.

I. Ora dirò qual gente sieno gli Eruli, e come venissero a strigner lega co’ Romani. Eglino tal fiata dimoravano di là dal fiume Istro, veneratori di molti Numi, che cercavano rendersi propizj con vittime umane. Differivano assaissimo dagli altri popoli nelle usanze loro, estimando azione iniqua il prolungare la vita ai vecchi ed agli infermi, di maniera che ove alcuno de’ suoi aggiugnesse alla vecchiaia od a malattia, dovea egli stesso pregare i consanguinei che al più presto lo togliessero dal numero de’ viventi. E quelli approntato altissimo rogo e postovelo sopra, inviavangli tale de’paesani, ma non parente, giudicando empietà il dare morte al proprio sangue, armato di stile e coll’incarico di metterlo a morte. Ritornato l’uccisore di subito incendiavano il rogo sottoponendovi fiaccole accese, ed allo spegnersi della fiamma venivan raccolte le ossa per [p. 196 modifica]seppellirle incontanente nella terra. Al trapassare dei mariti le mogli doveano, in pruova di virtù e per conseguire una sopravvivente gloria, pur esse terminare ben presto di laccio la mortale carriera sopra la tomba del consorte , e rifiutaudovisi aveanne disdoro dai congiunti di lui. A simiglianti leggi gli Eruli in epoca più remota stavansi sommessi.

II. In processo di tempo cresciuti di numero e di forze sopra tutti i vicini barbari ed assalendoli alla spicciolata riportavanne agevole vittoria e molto bottino. Istigati poscia dalla propria cupidigia ed arroganza renderonsi tributarj, contro la consuetudine de’ paesani di quelle regioni, i Longobardi, già seguaci di Cristo, ed altre genti. Alla per fine venute ad Anastasio le redini del romano imperio, costoro non avendo più vicini da guerreggiare, deposte le armi, si rimasero in pace, e vi durarono tre anni; se non che attediati oltre misura da tale inerzia dicevano sfacciatamente ogni male di Rodulfo loro monarca, e chiamavanlo, accennandogli, vile ed effeminato coll’aggiunta per somma ignominia di altrettali improperj. Allora il re commosso da sì gravi ingiurie divisò portare le armi contro degli innocentissimi Longobardi non richiamandosi di colpa veruna, ma per solo capriccio dell’animo suo. Questi risaputolo mandano chiedendogli supplichevoli il perché ei inducesse a combatterli, bene informati di quanto andasse ognora per le menti e per le bocche degli Eruli intorno alla divisata impresa. Che s’eglino dichiarinsi frodati in qualche parte de’tributi promettono di subito ripararvi con grande usura; se [p. 197 modifica]lagninsi della soverchia scarsità di esse gravezze, sappiano che non arrecherebbe molestia ai Longobardi il pattuirne altre maggiori. L’Erulo porto orecchio a tali proposte in tuono minaccevole dà commiato all’ambasceria, e procede oltre. Nuovi oratori , e con vie più fervorose suppliche mandansi dalla stessa gente: ma dell’ egual maniera accommiatati, ecco arrivare una terza deputazione, la quale apertamente dichiaragli non doversi senza offesa di sorta impugnare le armi contro di loro, ed a quanti osassero assalirli a torto resisterebbero non di propria elezione, ma costretti da gravissima necessità chiamandone testimonio il Nume, ad un cui cenno il menomo vapore basterebbe perché invanissero tutte le umane forze. Volersi poi ritenere che questi, giustissimo, commosso dai motivi della guerra aggiudicherà da padrone intra’ due litiganti la final sorte di essa ; così gl’ inviati, colle quali parole opinavano d’incutere temenza negli assalitori. Gli Eruli in iscambio conservando gli animi loro affatto imperterriti durano vie più fermi nel concepito divisamento. Schieratisi adunque gli eserciti di fronte una densissima oscura nube coprì la parte del ciclo sopra le teste de’ Longobardi, avendovi per lo contrario aere serenissimo laddove starasi l’oste nemica. Donde potevasi ben conghietturare da taluni che gli Eruli andrebbero ad incontrare perniciosa battaglia. E di vero sopra ogni altro funesto era il portento presentatosi agli sguardi loro nell’atto di venire alle mani; tuttavia non badandovi per nulla pieni di sicurezza e di orgogliosissimo disprezzo assalgono il nemico, dalla [p. 198 modifica]moltitudine de’ suoi pronosticando la riuscita del combattimento. Nella mischia si fa grande strage degli Eruli, e da lei non va esente lo stesso Rodulfo; gli altri tutti, dimentichi del patrio valore, dannosi alla fuga : se non che perseguitati anche in essa dai Longobardi molti vi giuntan la vita, ed a ben pochi é concesso di ridursi a salvamento.

III. Dopo questa rotta gli Eruli, non avendo più mezzo di rimanere in patria e tosto abbandonatala, proseguirono lungamente il loro cammino con le donne e la prole errando per tutte le piagge di là dal fiume Istro. Entrati alla per fine in quel già tempo de’ Rugii, venuti in Italia coll’esercito de’ Gotti, vi fermarono stanza. Ora essendo quivi tutto incoltivabile deserto , sospinti dagli stimoli della fame partironne dopo breve dimora per accostarsi alle frontiere de’Gepidi, i quali dapprincipio accordarono alle suppliche loro di averli per confinanti ed inquilini; ma poi si diedero a travagliarli con ogni guisa di mali. Imperciocché e di forza impossessavansi di quelle femmine, e predavanne i buoi e tutte le altre suppellettili, né aveavi iniquità di cui non li rendessero vittime; e giunsero da ultimo a tanto che pigliarono a guerreggiarli sebbene affatto privi di colpa. Gli Eruli, perduta la pazienza, valicano il fiume Istro, e chiedono premurosamente di occupare il suolo in vicinanza de’ Romani a dimora in quelle parti, ed Anastasio a que’ dì imperatore 15 accolseli in umanissima [p. 199 modifica]guisa e consentì loro di allogarsi presso le sue terre; se non che trascorsi pochi anni offeso dalle costoro sceleraggini verso i confinanti Romani, vi spedì un esercito, il quale uscito vittorioso della pugna ne uccise moltissimo numero, e potevali ben anche disterminare se que’ superstiti non avessero chiesto supplichevoli ai duci di strigner lega per l’ avvenire co’ Romani, e di prestare fedeli servigi all’imperatore. Anastasio informatone condiscese a tale proposta, e così i pochi rimasi ebbero salvezza. E tuttavia non furono socii dei Romani, e molto meno rimeritaronli come che sia del beneficio.

IV. Allorché poi Giustiniano ebbe il trono 16 accordò loro ubertosissime terre, e indusseli, fatti ricchi col dono, a volersi tutti dichiarare confederati de’Romani e seguaci della sua religione. Così eglino passati ad una più umana vita con illustre professione di fede abbracciarono i cristiani dommi, e spesse fiate con sociale diritto li vedemmo in campo sotto gli imperiali vessilli. Ma a dir vero li troviamo ancora del tutto infedeli, e derubatori de’ vicini con tale sfrontata cupidigia che punto non vergognansi del misfatto, oltre di che dannosi in preda a turpi congiungimenti non risparmiando uomini e bestie; sono infine i peggiori de’ [p. 200 modifica]mortali e ben degni delle più tristi sciagure. Pochi in appresso ne rimasero in lega co’ Romani, come ricordava negli antecedenti libri, essendosene gli altri tutti distolti, ed eccone il perché. Gli Eruli mostrarono cotanto abbominevole e ferino veleno contro il proprio monarca di nome Ocone che d’improvviso l’uccisero innocentissimo, adducendone a solo motivo il non volere da quinci in poi andar ligj di alcun re; sebbene l’eletto al trono loro, toltone il nome regale, non acquistasse agi e diritti maggiori di qualsivoglia privato, ognuno potendo sedergli dappresso, partecipare della mensa di lui, ed a viso a viso in impudentissima guisa villaneggiarlo; né havvi gente che li superi in viltà e leggierezza. Al delitto seguì di colta il pentimento, dichiarandosi incapaci di vivere senza re e senza condottiero; più volte discussa questa faccenda tutti convennero nella sentenza giudicata migliore, quella cioè di chiamare al trono dall’isola di Tule personaggio di regio sangue; che poi si volessero di tal guisa operando passo direttamente a narrarlo.


C A P O XV.

Parte degli Eruli viaggia a Tule. Posizione di quest’isola, ove nella state il sole per quaranta dì non tramonta, e nel verno per altri cotanti non leva; il ritorno di esso vien celebrato con grandissima festività. — Costumanze degli Scritifini. Religione de’ Tuliti. — Parte degli Eruli si procaccia un re di Tule, ed abbandona l’imperatore Giustiniano.

I. Gli Eruli vinti in campo dai Longobardi partironsi della patria, come ho detto, ed una parte fermò [p. 201 modifica]stanza nell’Illirio; il rimanente disdegnando valicare il fiume Istro andò a stabilirsi nelle ultime terre del mondo. Questi comandati da molti di regale schiatta ottengono dagli Sclabeni il transito pe’ loro confini : camminata quindi una vasta solitudine giungono ai Varni; trascorrono poscia la Dania senza incontrare opposizione da quelle genti. Di là fattisi all’Oceano ed impresane la navigazione, afferrano a Tule17 e vi fermano lor dimora. Tule è isola amplissima, dieci volte maggiore della Britannia, dalla quale a lei corre gran tratto di mare, e ne guarda la plaga aquilonare. Il più delle sue terre è incolto, e dove esse forniscono l’uomo de’bisogni della vita hannovi tredici numerose popolazioni sotto cotanti regi. Quivi ogni anno avviene singolarissimo portento; ed è che il sole verso l’estivo solstizio non vi tramonta per quaranta giorni, rimirandosi ognora durante siffatto periodo illuminarne la superficie. In cambio, dopo non meno di sei mesi ed all’avvicinarsi del vernile solstizio, va l’isola priva per altri quaranta giorni della presenza di lui, ed è avvolta in profonda notte: laonde i suoi abitatori trascorrono tutto questo intervallo di tempo in grandissimo cordoglio più non potendo accudire al commercio ed alle cotidiane loro faccende. A me non di meno, avvegnachè molto il bramassi, non fu dato mai di visitare quell’isola per [p. 202 modifica]essere spettatore delle riferte altrui. Ed a coloro che di là giunsero a noi tali furono le mie interrogazioni : Cosa mi narrate intorno alle fissate epoche del levare e tramontare del sole che producono il giorno ? E quelli mi risposero candidamente : Che pe’ mentovati giorni quaranta il sole non vi tramonta mandando ora da oriente, ora da occidente sua luce agli abitatori, e quando, rivolto il corso e piegato verso l’orizzonte, fa ritorno là dove surgendo apparve computano lo spazio trascorso eguale ad un giorno ed una notte. Giunto che sia poi il tempo di continue tenebre, osservando attentamente i corsi della luna calcolano il numero de’ giorni, ed allorché quella lunga mancanza di luce ebbene durato trentacinque sogliono taluni ascendere alla cima de’ monti, e da quivi al presentarsi comunque agli sguardi loro il sole tosto ne danno avviso ai compagni rimasi giù dall’erta, annunziando che tra dì cinque l’astro benefico tornerà ad illuminarli : e sì felice annunzio vien celebrato con pubblica festa, maggiore d’ ogni altra presso di loro. E per verità quantunque ogni anno e’ veggano lo stesso fenomeno, pure sembrami che paventino fortemente non il sole voglia abbandonarli per sempre.

II. Fra le genti di Tule una popolazione (appellata Scritifini) ha consuetudini onninamente ferine. Costoro non usano vesti, camminano scalzi, non gustan vino, né colgono dalla terra alcuno de’ cibi, i maschi non dandosi all’agricoltura, né le femmine al lanificio; ma uomini e donne accudiscono alla caccia, que’ monti e quelle vastissime foreste somministrando gran copia di [p. 203 modifica]fiere, e di altri animali. Nutronsi adunque delle carni di essi e vestonne le pelli; scudo poi affatto privi di lino o di altro che idoneo al cucire, vi suppliscono co' nervi per congiungere le pelli, ed in queste avvolgono tutto il corpo. Né alimentano la prole alla foggia delle altre nazioni, venendo essa cresciuta non già col latte materno, vietatole fin di toccare le poppe della genitrice, ma colle sole midolle degli animali uccisi. La femmina subito dopo il parto sospende il bambino rinvolto entro una pelle ad un albero, ed introdottagli nella bocca poca midolla tosto lo abbandona per irne alla caccia, esercizio comune ad ambo i sessi. Tale si vivono costoro : ma pressoché tutto il rimanente de’ Tuliti poco differiscono dalle altre nazioni. V’ha culto tra essi di molte Deità e Genii, parte celesti, parte aerei, chi terrestri, alcuni marini, ed a simile di varie minori divinità a stanza, secondo il volgo, nell’acqua delle fonti e de’fiumi. Sono diligenti nel sagrificare a questi loro Numi, adoperando ogni maniera di vittime, ma di preferenza l’uomo, ed in ispecie il primo fatto prigioniero in guerra, immolandolo a Marte, venerato come il massimo degli Dei. E nel compiere il sagrificio anziché dare pronta morte alla vittima sospendonla ad un legno o gittanla nelle spine, o trascelgono all’uopo altra miserandissima uccisione comunque. Con queste consuetudini vivono i Tuliti, del quale numero sono i Cauti ospiti in allora degli Eruli forestieri.

III. Ora quelli di essi a stanza presso de’ Romani, spento il proprio re inviarono alcuni ottimati loro nell’isola Tule all’uopo d’indagare se fossevi taluno di [p. 204 modifica]regio sangue, e rinvenutolo procacciassero di condurlo seco. Questi afferrati all’isola vi trovano molti della bramata parentela, e sceltone il tenuto più idoneo fannosi indietro con esso, il quale già carico d’ anni colpito da forte malattia uscì di vita lungo il cammino. Tornano adunque gli stessi ottimati nell’isola ed altro ne menan seco per nome Todasio, che venne accompagnato dal fratello Aordo con dugento de’ giovani più atanti della persona tra gli Eruli di Tule. Ma consumato gran tempo in siffatti andivieni destossi il pensiero a quelli di essi ricoverati all’intorno di Singidone18 che male avrebbero provveduto alle cose loro eleggendosi un re, chiamato a bella posta da Tule, senza il consentimento di Giustiniano. Laonde si fa partire altra ambasceria alla volta di Bizanzio per chiedere all’imperatore un monarca qualunque ei voglia. Questi di subito crea re un Suartua erulo e da lunga pezza stabilito nella metropoli; ed al venir suo gli Eruli di buon grado lo accolsero, adoraronlo, e ne fecero i comandamenti intorno alle consuete faccende. Se non che trascorsi pochi di ecco arrivare un messo colla nuova che sarebbero per giugnere in brev’ ora le genti di ritorno dall’isola Tule. Suartua udito l’annunzio ordinò che si andassero ad incontrare per ucciderle, e gli Eruli approvato il divisamento manifestaronsi pronti a compierlo. Ma quando non aveavi più che un giorno di cammino per arrivarli, tutti nella notte, abbandonato Suartua, disertarono ai venienti. Il re [p. 205 modifica]vedutosi affatto solo tornò fuggendo in Bizanzio, dove ebbe promessa dall’imperatore che ad ogni costo verrebbegli ricuperato il regno. Gli Eruli adunque timorosi della romana potenza ripararono tra’ Gepidi, ed a tale cagione vuolsi ascrivere l’allontanamento loro.


C A P O XVI.

Belisario e Narsete congiungono lor forze presso Firmio19 città. In un consiglio di guerra il secondo persuade che soccorrasi Arimino. — Lettera dell’assediato Giovanni a Belisario. Partenza dell’esercito.

I. Belisario e Narsete congiunte lor forze presso Firmio, città vicina alla spiaggia del seno Ionico e distante non più che una giornata da Aussimo, ragunanvi a consiglio tutti i duci dell’esercito per deliberare da qual parte convenisse incontrare il nemico. Imperciocchè facendosi a combattere gli assediatori di Arimino paventavano guai dagli omeri per opera della guarnigione di Aussimo, da cui essi e tutti i Romani abitatori di que’ luoghi riporterebbero, a non dubitarne, gravissimi danni. Temevano di più non la carestia di vittuaglia fosse apportatrice di maggior calamità agli assediati. Similmente molto inveivano contro Giovanni accusandolo di essersi lasciato vincere da cieco ardire e da strabocchevole cupidigia di danaro in tanta sciagura, e di non aver consentito al proseguimento della guerra coll’ordine e pe’ luoghi stabiliti dal supremo duce. Ma [p. 206 modifica]Narsete, amicissimo di lui sopra ogni altro, dubitando con suo dispiacere che Belisario stimolato dalle aringhe di que’ duci non procacciasse tosto la salvezza di Arimino, pigliò la parola dicendo: « Non v’intertenete, o duci, delle bisogne solite a discutersi in un consiglio; né i vostri parlari vertono sopra oggetti meritamente supposti ardui da alcuno, occupandovi in cambio tutti di quanto anche i meno esperti degli affari guerreschi saprebbon di per sé adottare come l’ottimo de’ provvedimenti. Se ogni dove si presentasse l’egual pericolo ed ogni dove parimente minacciasse l’eguale danno alle fallite nostre lusinghe vorrebbesi a fè mia usare molta diligenza nella deliberazione, e giudicare delle circostanze in cui siamo dopo ben attento esame. Ora se ne garba il differire ad altro tempo la conquista d’Aussimo non ci esporremo a grave perdita; o che male ne avverrà mai? In vece lasciando noi correre alla peggio le cose di Arimino forse che non saremo in colpa (né vi offendete della parola) di aver fatto venir meno le forze ed il coraggio de’Romani ? Se poi Giovanni mancò non prestando il rispetto dovuto, o ottimo Belisario, a’tuoi comandamenti, ora di certo ne paga il fio, pendendo i suoi destini unicamente dal tuo arbitrio : di guisa che privo d’ ogni speranza sta in tuo potere il salvarlo, o il darlo in preda ai nemici; guardati nientemeno di non punire in noi ed in Augusto le imprudenti mene di lui. Poiché i Gotti ove giungano ad espugnare Arimino, ridurranno al servaggio un valorosissimo duce romano, tutte le truppe ivi rinchiuse, ed una città ligia [p. 207 modifica]dell’imperatore. Nè il male avrà qui limite, ma vedremo eziandio sconvolti intieramente i destini della guerra. Conciossiachè devi riflettere essere ancora i Gotti di gran lunga a noi superiori nel numero quantunque avvintissimi, la sinistra fortuna privandoli giustamente di tutto l’ardire in causa delle già riportate sconfitte. Laonde col vedersi di presente in qualche avvantaggio riconforterebbero tosto gli animi loro ed, anziché coll’eguale, con assai maggiore ostinazione proseguirebbero la guerra, mostrandoci del continuo l’esperienza che gli usciti di grandi angustie rendonsi superiori in fortezza d’animo a coloro, i quali non soggiacquero per ancora a sinistre vicende ». Così Narsete.

II. Non guari dopo tale dei militi in ascoso de’ barbari passò nel campo romano presentando al duce una lettera scrittagli in questo tenore da Giovanni : « Sappi che noi patiamo da gran tempo di vittuaglia, e che più non abbiamo come inspirare fermezza nel popolo, o combattere i nemici, il perché tra sette giorni ci vedremo costretti a nostro malincorpo all’arrendimento. Indarno spereremmo di poter durare più a lungo i presenti bisogni, e questi mi lusingo peroreranno a favor nostro se rei di alcuna cosa non conciliabile affatto col decoro » ; tale cantavano le parole di Giovanni. Belisario stavasi tra due, nè di lieve momento era la sua perplessità paventando a un tempo da quinci la mala sorte degli assediati, da quindi il vedere a ferro ed a fuoco ogni cosa per lo scorrazzare impunemente ed ovunque de’ barbari a stanza in [p. 208 modifica]Aussimo; ovvero non le sue truppe, sorprese da insidie agli omeri, coll’approssimarsi al nemico andassero ad incontrare, giusta ogni verisimiglianza, molti e gravissimi danni. Alla per fine dopo lungo pensare appigliossi al seguente partito. Lasciò colà Orazio e mille guerrieri coll’ordine di porsi a campo presso del mare e lontano dugento stadj da Aussimo città, di rimanervi e combattere sol quando il nemico osasse attaccarli nelle loro trincee. In virtù della quale disposizione ei prendeva grande fiducia che i barbari sapendo il Romano accampato a pochissima distanza terrebbonsi entro Aussimo, né andrebbero a molestare da tergo l’esercito. Fece di più imbarcare le migliori truppe sotto i duci Erodiano, Uliare e Narsete fratello di Arazio, e diede la direzione del navilio ad Ildigero, imponendogli di ritto navigare ad Arimino coll’antiveggenza di non accostarsi a quella spiaggia se l’esercito pedestre, le cui marce eransi combinate presso al lido, ne fosse ancora distante. In pari tempo altra turma capitanata da Martino seguiva marina marina il prefato navilio, e dovea per comandamento di Belisario giunta in vicinanza de’ Gotti accendere fuochi assai maggiori di quanto comportasse il suo numero e la costumanza dell’esercito, per mostrarsi apparentemente ben più forte di quello in realtà era. Il duce supremo poi con Narsete e col resto delle milizie pigliata l’altra strada e più remota dalla spiaggia attraversò Urbisalia 20, la quale [p. 209 modifica]in più lontana epoca venne da Alarico rovinata in guisa da non rimanerle segno dell’antico decoro, astrazion fatta d’una porticella e di pochi rimasugli del suo pavimento.


C A P O XVII.

Mirabile amore d’una capra verso un fanciullino derelitto dalla madre. — I Gotti informati della venuta di Beìisario levano l’assedio da Arimino.

I. Qui giunti esporrò un che veduto co’ miei proprj occhi. Quando l’esercito di Giovanni arrivò nel Piceno il terrore, come frequente è il caso, venne a scompigliare in singolar modo que’popoli ed in ispecie le femmine ; delle quali parte sottrassersi colla fuga riparando ciascuna dove meglio si poté, e parte cadute nelle mani di chi procedeva sul loro sentiero furono condotte via ne’ più barbari modi. In sì grande trambusto di cose una donna fresca di parto abbandonò il proprio bambino nelle fasce e giacente per terra, né le riuscì di più tornare alla sua casa, vuoi per essersi molto dilungata colla fuga, vuoi perché addivenuta preda d’un qualche violento rapitore: né v’ha più dubbio ch’ella o siasi partita di questa vita, o abbia dato un eterno addio all’Italia. Ora una capra di fresco sgravata non appena ebbe veduto il fanciullo così derelitto e lagrimante che ne pigliò compassione. Lo accosta, gli presenta la tetta, lo custodisce, ed è tutta premura nel guardarlo dalle offese de’cani, o di altra bestia comunque. E poiché si durò [p. 210 modifica]lungamente in quello spaventoso tumulto, lungamente pure il fantino venne cresciuto con tale maniera di nutrimento. Avvertiti quindi i Picenti che era per giungere l’imperiale esercito a disterminare i Gotti, senz’apportare il minor disagio ai Romani, tutti si restituirono alle case loro. Tornate adunque in Urbisalia le femmine di romana schiatta unitamente ai mariti e veduto il fanciulletto pieno di vita, senz’aver mezzo di conoscere il come, faceanne di grandi maraviglie; e tutte, quante eranvene in istato di allattamento presentavangli a gara il seno. Quegli nondimanco ricusava l’umano latte, e la capra non volea tampoco vederlo suggerne, col suo continuo belargli all’intorno facendosi ben intendere dalle genti ivi accorse che a marcia forza comportava le molestie accagionate al pargoletto dalle donne più a lui vicine. Dirò tutto in una parola : ella voleagli prodigare le materne cure non altrimenti che ad un suo nato. Laonde quelle femmine ristettersi dall’annoiare il fanciullo, e la capra a tutto bell’agio proseguì a nutrirlo, e con ogni diligenza lo crebbe; ed ecco il perché ebbe da que’ paesani il nome di Egisto 21. Ora trovandomi là fui condotto presso del bambino per mostrarmi cosa maggiore d’ogni pensamento; ed in pruova lo infastidirono acciocché e’ si desse a vagire. Quegli in effetto mal sofferendo le costoro seccaggini cominciò il pianto; la capra uditolo (essendone lunge un tiro di pietra) altamente belando v’accorse, e gli si pose di sopra onde allontanargli [p. 211 modifica]ogni nuovo disturbo. Quanto mi sapea, tanto ho narrato del fantino Egisto.

II. Ora Belisario procedeva su pe’ monti di questa regione col proposito di non assalire all’aperta i nemici perché molto superiori di numero. Oltracciò vedendo i barbari avvintissimi a cagione de’ sofferti sinistri tenea per fermo che all’udire sovrastanti loro da ogni banda le romane truppe, e’ darebbonsi immantinente, non sapendo più che sia valore, alla fuga; e colpì nel punto conghietturando con tale certezza del futuro. Laonde posto il piede su’ poggi distanti il cammino d’un giorno da Arimino avvennersi ad una piccola schiera di Gotti, diretti a far provvista di alcun bisogno della vita, i quali ben lunge dal pensarlo scontratisi coll’esercito nemico ed in circostanze da non poterlo evitare fu mestieri che parte rimanesservi spenti dai romani dardi, e parte mal conci dalle ferite campassero furtivamente tra’ vicini scogli; e da quivi osservandone il numero ognora crescente per tutte quelle gole giudicaronlo assai più forte di quanto in realtà si fosse ; veduti inoltre i vessilli di Belisario tosto conobbero ch’egli stesso conduceva le truppe. I Romani colà passarono la notte, ed i Gotti feriti avviaronsi ascosamente al campo di Vitige, ove arrivati verso il meriggio diedero prova certa, discoprendo lor membra offese, che il duce imperiale era lì per giugnere con poderosissima oste. Quelli dunque apprestarono alla pugna dalla banda aquilonare d’Arimino, estimando che da quivi accadrebbe lo scontro, ed in grazia di questo lor pensamento tutti gli sguardi eran volti alla sommità del monte. Ottenebratosi di poi il cielo [p. 212 modifica]mentre deposte le armi e’ pigliavano riposo, non appena ebbero veduto i fuochi accesi dalle truppe di Martino, un sessanta stadj lunge dalla città e rimpetto alla sua plaga orientale, che agghiadarono per lo gravissimo timore, nella persuasione di venir tutti cinti al comparire del giorno dai nemici, e con sì triste imagine passarono quelle ore notturne in preda alla massima agitazione. Il dì appresso allo spuntar del sole mirano farsi lor contro una grossissima armata di mare, alla qual vista fuori di sé per la sorpresa mettonsi in fuga. Tanto fu poi il tumulto ed il clamore nell’affardellare, che più non udivansi i comandamenti, addivenuto unico scopo d’ognuno l’uscire il primo dagli steccati per riparare in Ravenna. Che se al presidio non fosse del tutto mancato e coraggio e forza, ottimo era il momento di fare con una sortita carnificina de’ nemici, e di metter fine con essa ben anche alla guerra. Ma è uopo dire che rattenesseli ed il timore, impossessatosi degli animi loro nelle passate vicende, e l’affievolimento in che eranne i corpi a motivo della somma carestia di vittuaglia ivi sofferta. I barbari in quella grande perturbazione abbandonata parte delle bagaglie avviaronsi di tutta carriera a Ravenna. [p. 213 modifica]

C A P O XVIII.

Ildigero prende il campo da’ Gotti. Narsete e Belisario discordi tra loro. — aringhe d’entrambi. Giustiniano Augusto conferma per lettera Belisario nel supremo comando della guerra.

I. Ildigero e le sue truppe essendo stati i primi ad entrare negli accampamenti nemici fanno prigionieri i Gotti rimasivi per malattia, e raccolgono le suppellettili abbandonate dai fuggitivi. Al mezzogiorno arriva Belisario con tutto l’esercito, e veduto Giovanni ed i compagni di lui pallidi e di squallore coperti riprendendo il primo della imprudente audacia dissegli che andasse obbligato di sua salvezza ad Ildigero. Non ad Ildigero, quegli rispondea, mi terrò obbligato, ma a Narsete prefetto dell’erario imperiale: colle quali parole, a mio avviso, volea indicare che Belisario ad istigazione di Narsete e non di sua volontà fosse accorso a liberarlo, e da quinci in poi entrambi miravansi in cagnesco. Il perché gli amici sollecitavano Narsete a non militare sotto di lui in quella guerra, mostrandogli ben turpe che un personaggio a parte degli imperiali segreti dovessevi non comandare, ma obbedire ad altro condottiero, il quale mai più di sua elezione avrebbelo fatto partecipe del sapremo potere. Che ov’egli fosse disposto a capitanare il romano esercito genti a frotta correrebbero sotto le sue bandiere e con esse i più valenti duci : conciosiachè gli Eruli ed i costoro seguaci, vogliam dire le schiere di Giustino, di Giovanni, di [p. 214 modifica]Arazio e di Narsete, fratello dell’ultimo, pari in numero per lo meno a diecimila e tutti coraggiosissimi e pieni di marziale valore, bramerebbero che la gloria della riconquistata Italia non tornasse per intiero a merito di Belisario, ma eziandio a quello di Narsete. Né sembrar loro conveniente ch’egli partitosi dal famigliare consorzio di Augusto debba con suo pericolo assodare l’altrui gloria e non accrescere meritamente la fama, già per ogni dove chiarissima, delle sapienti e nobili sue imprese. Aggiungevano che senza di lui Belisario nel tratto successivo non imprenderebbe cosa di rilievo, sprovveduto essendosi della massima parte dell’esercito per guernirne le città conquistate, e numeravanle tutte ordinatamente dalla Sicilia fino al Piceno.

II. Narsete compiaciutosi al sommo di questa esortazione più non potea rattemperare il suo animo e tenerlo ne’dovuti limiti: il perché di sovente volendo Belisario accingersi a qualche impresa, egli distornandonelo ora sotto l’una coverta, or sotto l’altra, riusciva ad invanirne i divisamenti. Alla fin fine il comandante supremo accortosene, ragunati i duci, pigliò ad aringarli di tale conformità. « Parmi, o duci, pensarla io guisa ben contraria da voi sulla presente guerra, poiché vi osservo non curanti del nemico, quasi lo aveste già del tutto vinto. Mi è forza quindi paventare non questa vostra presunzione ci esponga ad un pericolo manifesto; e di vero ho dovuto ben conoscere che i barbari v’hanno ceduto il campo non da pusillanimità o scarsezza di gente stretti, ma con senno ed [p. 215 modifica]antiveggenza; e’ con meditata frode allontanaronsi di qua fuggendo. Temo pertanto che dall’avvenuto indotti in errore non precipitiate e voi stessi e le romane faccende. Conciossiachè l’uomo cui sembra avere in pugno la vittoria, imbaldanzitosi de’ suoi felici successi più agevolmente cade in rovina che non altri, il quale rimaso all’imprevista perdente appara ad essere più circospetto ed a meglio temere i suoi avversarii. Di tali pur troppo erano in ottima postura, quando vidersi dalla infingardaggine loro gittati a fondo; le assidue cautele invece pervennero a far risorgere molti infelici; essendoché la negligenza ove giunga a corromperci termina spessissimo coll’infievolire il poter nostro; un diligente operare al contrario ne apporta di frequente e forza e ricchezze. Rammentisi adunque ognuno di voi essere Vìtige in Ravenna e con seco gottiche miriadi non poche. Uraia signore di tutta la Liguria cingere d’assedio Milano; avervi in Aussimo copia di elettissime truppe, ed i molti altri luoghi sino ad Orbibento22 vicino a Roma venir guardati dai barbari con egualmente forti presidj, i quali possonci opporre ben valida resistenza. Ora, attorneati da nemici come da corona, le bisogne nostre aggiransi in pericolo maggiore di quanto fossero per lo innanzi. Né qui ridirò le voci sparse che nella Liguria gli stessi Franchi abbiano unito lor armi alle gottiche, pensiero da scuotere gravemente [p. 216 modifica]tutti i Romani e da colmarli di terrore. Laonde è mio intendimento che parte del nostro esercito calchi la via della Liguria e di Milano, ed il resto marci alla volta di Aussimo e del nemico ivi a stanza per eseguirvi quanto disporrà il Nume. Di poi darem mano alle altre guerresche imprese, occupandoci in preferenza di quelle, giusta il parer nostro, più utili ed opportune. » Al ragionamento di Belisario Narsete rispondea: « Non vi avrà chi negar possa, o maestro de’ soldati, l’assoluta verità di tutte le altre cose ora da te proferite; solo non veggo ragione del dividere non più che in due tutto questo esercito cesareo per valertene contro Aussimo e Milano. Tu affè mia conduci pure colà quanti Romani vuoi, nulla a tel vieta. Noi ricupereremo all’imperatore la provincia Emilia, che ne vien detto starsi maggiormente a cuore de’ Gotti, e ci renderemo a Ravenna molesti di guisa, che voi potrete compiere ogni vostro desiderio contro il nemico da quella banda certi di vedergli tolta ogni speranza d’aiuto. Che se preferisci condurci tutti sotto le mura d’Aussimo, temo non i barbari sortiti di Ravenna mettanci in mezzo, e chiusa ogni via all’acquisto della necessaria vittuaglia ne forzino ad incontrare la morte ; » così Narsete. Belisario allora trepidante non la divisione del romano esercito accagionasse danno all’imperatore, e tutto andasse, sconvolto l’ordine, sossopra, manifestò ai duci la scritta da Giustiniano Augusto nei termini qui espressi: « Non abbiamo spedito in Italia Narsete prefetto dell’erario coll’incarico di capitanare l’esercito, essendo [p. 217 modifica]nostro volere che il solo Belisario regga e valgasi di tutte le truppe siccome giudicherà della maggior convenienza. Voi tutti lo dovete seguire cooperando ai vantaggi dell’imperio nostro. » Tale si era il foglio di Augusto, e Narsete cogliendone le ultime parole si protestava sciolto dall’obbedienza agli ordini di Belisario, essendo che di presente costui manometteva gli imperiali vantaggi.


C A P O XIX.

Belisario assedia Urbino. — Narsete parte dal campo. Gli assediati per difetto d’acqua arrendenti agli imperiali. — Giovanni assalta indarno Cesena; ricupera Imola e tutta l’Emilia.

I. Belisario terminate queste cose spedisce Peranio con molte truppe ad assediare Orbibento, ed egli tantosto conduce l’esercito ad Urbino città forte e custodita da sufficiente numero di Gotti (da Arimino ad Urbino havvi una giornata di viaggio per un ben cinto camminatore), ed accompagnanlo Narsete, Giovanni e gli altri duci tutti. Venuti in vicinanza della città piantarono due campi sull’ultimo poggio, non estimando conveniente di rimanersi uniti, Belisario là dove la città volge ad oriente, e Narsete all’occaso. Urbino giace su di rotondo e molto elevato colle non frastagliato da precipizj, ne affatto inaccessibile; é non di meno malagevole da montare per la sua grandissima erta, soprattutto appiè della città, alla quale mette da settentrione una via nel piano; così, giusta il detto, i [p. 218 modifica]Romani distribuironsi per l’assedio. In questo mezzo Belisario persuaso che i barbari timorosissimi d’una tal lotta avrebbero preferito di venire a componimento manda loro invitandoli ed esortandoli con liberali promesse ad arrendersi. Gli oratori adunque dalla porta, non essendo stati accolti entro le mura, dissero molte ed acconcissime cose in proposito, ma i Gotti fidandosi nella forte posizione del luogo e nella molta vittuaglia in poter loro, non vollero saper di patti, e diedero ordine che i Romani partissero all’istante. Belisario fattone consapevole impose alle truppe che raccolte di ben grosse bacchette ed intessutone un lungo portico andassero là sotto ascosi verso la porta, ov’era men erto il terreno, per assalirvi occultamente il muro; e queste di subito prestaronsi al comando avuto.

II. Ora molti famigliari di Narsete venuti secolui a colloquio avean dichiarato il pensamento di Belisario penosissimo e diffìcilissimo nella sua esecuzione; dacchè in altri tempi Giovanni portatosi ad assalire quel luogo, e mentre scarseggiavane il presidio, avealo trovato affatto inespugnabile; né v’era menzogna: meglio sarebbe stato in cambio il procacciare che l’Emilia tornasse ligia dell’imperatore. Narsete adunque rimestati nella sua mente questi discorsi levò di notte tempo il campo, nulla curantesi delle molte preghiere fattegli da Belisario perché si rimanesse ad aiutarlo nella conquista d’Urbino. Partiti di fretta costoro con parte dell’esercito alla volta di Arimino, Morra ed i barbari vedendo ai primi albori per metà vuoto il campo [p. 219 modifica]nemico, lanciavano dalle mura pungenti ed ingiuriosi detti contro ai rimasi. Belisario impertanto volea tentare l’assalto con quelle sue truppe, e nell’escogitarne il come la prospera fortuna con mirabile avvenimento dichiarossi per lui. Una sol fonte era in Urbino, e da lei tutta la popolazione attigneva acqua; ora di per sé a poco a poco rasciugando cessò di gittare, e nello spazio di tre giorni l’acqua venne meno per guisa che i barbari di poi cavandone erano costretti a berla tutta limacciosa; e’ risolverono allora di arrendersi ai Romani, Belisario pienamente all’oscuro di queste cose e fermo nel suo proposito di scalare il muro fa circondare da molti guerrieri tutto il colle, ordinando in pari tempo ad altri di farsi avanti nel piano col portico (nome solito darsi a questa macchina) composto di verghe, e così procedervi sotto che il nemico non abbia a vederli. In questa i barbari dai merli chiedon pace protendendo le destre. I Romani ignari affatto dell’ avvenuto alla fonte opinavanli in preda al timore della pugna e della macchina; checché tuttavia ne pensassero ad entrambi riuscì assai grato lo esimersi dal combattimento. I Gotti fecero lor sommessione ottenendo, oltre la salvezza della persona, di godere sotto il dominio imperiale, ed incorporati colle romane truppe, tutti i costoro diritti, e di militarvi ad eguali patti.

III. Narsete alla riferta di cotanto impensate vicende pieno di stupore e di rammarico stettesi di piè fermo in Arimino comandando a Giovanni di procedere a Cesena con tutte le truppe, e queste munite di scale inoltrando fin sotto il castello tentaronne l’assalto, ma [p. 220 modifica]incontratavi fortissima opposizione vi giuntarono molta gente ed in ispecie il duce degli Eruli, Faneteo. Laonde Giovanni veduti a malo fine la prima volta i suoi sforzi depose ogni pensiero di nuovi assalti presentandogli quelle mura inespugnabili. Di là adunque con Giustino e coll’ esercito procedendo occupò d’improvviso Forocornelio23, città antica, e coll’incessante retrocedere de’ Gotti senza cimentarsi mai ad un combattimento pervenne a riporre tutta l’Emilia sotto l’autorità ed il potere di Giustiniano. Così furono quelle cose.


C A P O XX.

Belisario differito l’assedio d’Aussimo va e prende Orbibento. — Descrizione di orrenda fame nell’infierir della quale diciassette uomini furono divorati da due donne.

I. Belisario conquistato Orbino verso il solstizio vernile non opinò di correre per allora la via d’Aussimo comprendendo assai bene che quell’assedio sarebbegli costato gran tempo : conciossiachè era impossibile di espugnare colla forza un munitissimo luogo, ed in cui la guernigione, come ho detto, numerosissima e piena di coraggio avea riposto, mercé di estese scorribande, copia somma di vittuaglia. Ordinò pertanto ad Arazio di svernare in Fermo colla truppa, e d’impedire che il nemico da quinci innanzi liberamente scorrazzando la regione opprimesse a man salva le vicine genti. Egli poi marciò coll’esercito ad Orbibento per instigazione di [p. 221 modifica]Peranio, il quale fatto sapevole dai disertori che i Gotti ivi a stanza mancavano di cibo sperava, alla fame accoppiandosi la presenza del supremo duce con tutte le truppe, vederli più di leggieri proporre il loro arrendimento; e diede nel segno. Or dunque Belisario approssimatosi a questa città, comandò che si ponesse il campo in luogo opportuno; ravvolgendosi quindi per que’ dintorni pigliò a considerare da qual banda risorse maggiori presentasse un assalto. Ma vana riuscì ogni indagine non trovando mezzo di aggiugnere il suo scopo combattendone apertamente le mura. Imperciocchè dell’avvallato suolo ergesi in disparte un poggetto la cui sommità preceduta da lieve pendio si fa piana, l’inferior parte in cambio va tutta scoscesa. Rupi di egual altezza circondano, non già così da vicino ma quanto un trar di pietra, il monticello, e nella sua cima gli antichi edificaronvi una città spoglia di muro e d’ogni altra maniera di fortificamento, estimandone la posizione di per sé stessa invincibile. Rimaneavi un solo accesso dalle rupi, e questo guardato gli abitatori più non paventavano assalti in tutto il resto ; la natura avendo supplito per ogni dove l’arte, salvo l’adito che metteva là entro, come narrava : quanto poi giace tra le antidette rupi ed il poggetto viene occupato da grande e non valicabile fiume24. Per la qual cosa gli antichi Romani munirono con piccole fortificazioni quel sentiero, ed ivi appunto è la porta guardata in allora dai Gotti. [p. 222 modifica]Ciò basti intorno alla posizione d’Orbibento che Belisario assediò con tutto l’esercito nella speranza di vedere la sua impresa condotta a buon fine mercé del fiume, o per lo meno della fame, che obbligherebbe quel presidio a pattovire ben presto ; i barbari tuttavia sinché non furono intieramente privi di annona, anche quando supplivano a grande stento i bisogni della vita, superarono colla tolleranza loro l’universale opinione; non prendendo nella giornata alimento a sazietà, ma tanto appena che bastasse a non perire d’inedia. Venuta poi meno del tutto la vittuaglia nutrironsi di pelli e di pergamene fatte da prima lungamente macerare nell’acqua, conciossiaché il prefetto Albila, uomo chiarissimo tra Gotti, riconfortavali ognora con vane speranze.

II. L’anno riconducendo la state, già ne’ colti il frumento grandeggiava di per sé, non folto come in prima solea, ma più rado assai, dacché non ascoso nei solchi per opera d’aratro o d’altro umano artifizio si rimase alla superficie del campo, dove poté germogliare appena in ben piccola parte. Cresciuto, innanzi che il falciuolo giugnesse a mieterlo cadde, né v’ebbe nuovo prodotto; sorte eguale toccò parimente all’Emilia. Gli abitatori pertanto di questa abbandonato il tutto ripararono nel Piceno colla speranza, giusta il pensamento loro, di non avervi a temere sì grande carestia, marittima essendo la regione. I Tusci eziandio soggiacquero per le medesime circostanze ad eccessiva fame; il perché vidersi que’ poveri montanari costretti a fare lor cibo la quercina ghianda macinata a guisa di [p. 223 modifica]frumento e ridotta in pane. Molti in causa di ciò (e come essere altrimenti ! ) soggiacquero a malattie d’ogni genere, e furonvi pur di quelli la cui salute non ne ebbe danno. Si racconta poi che nell’agro Piceno perissero di fame per lo meno cinquanta mila romani lavoratori ed anche d’assai maggior numero v’andasse la vita di là dal seno Ionico : ed io, testimonio di vista, riferirò i sintomi di cotanto morbo e come le sue vittime discendessero nella tomba. Tutti erano pigliati da magrezza e pallidore; la carne ciò è venutole meno il nutrimento andavasi, come vuole l’antico proverbio, di per sé mangiando e consumando, e la ridondante bile diffusasi per tutto il corpo rendevalo di quella brunezza. Avvaloratosi il morbo gli umori affatto scomparivano, e l’arida pelle vestiva forma simigliantissima al cuoio, e l’avresti detta incollata alle ossa; quindi il livido colore mutatosi in nero dava loro sembianza di tizzoni ammorzati. Sempre li miravi con istupidito volto e con occhi orrendamente furibondi; questi uscivan di vita per inedia, queglino per soverchia copia di trangugiato cibo; imperciocchè del tutto spentosi il naturale calore negli intestini, ove e’ stati fossero nutriti a sazietà, e non a poco a poco a mo’ di neonati fanciulli, aveano dall’alimento stesso, inetti a digerirlo, anche più sollecita morte. Nè mancarono esempi d’infelici, i quali, stretti dalla fame cibaronsi di lor carne a vicenda; e fin si narra che in tale campagna oltrepassata Arimino città due femmine, le sole rimaste nella borgata, attutassero il ventre con diciassette forestieri, i quali tratto tratto avviati a quella parte andavan presso di loro ad [p. 224 modifica]albergare, e quivi uccisi nel tempo del riposo venivan da esse divorati. Alla fin de’conti l’ospite decimottavo sul procinto d’essere fatto in brani è voce che destatosi e giunto scaltramente ad ottenere dalle donne la confessione di sì atroce delitto dessele entrambe a morte; così va la fama. Non pochi fortemente stimolati dalla necessità di cibo gittavansi sull’erba ovunque la rinvenissero, e col ginocchio a terra adoperavansi a tutto lor potere divellerla dal suolo. Ma incapaci di compiere in simigliante guisa a motivo della somma debolezza i proprii desiderii, ivi stesso cadendo sulle mani passavan di questa vita. Né aveavi chi procacciasse di seppellirli mancando braccia per iscavare le fosse. Nessuno degli uccelli tuttavia soliti a pascersi di cadaveri volava a lacerarli col becco, nulla più avendovi da solleticare lor gola, dalla fame consumate in essi, come scrivea, tutte le carni. Sin qui della fame.


C A P O XXI.

Martino ed Uliare comandati di soccorrere Milano temporeggiano al Po. Ripresi da Paolo con pungente discorso. Lettere di Martino a Belisario, e di Belisario a Narsete. — Mundila esorta vanamente i suoi a non darsi al nemico. Miserando sterminio di Milano.

I. Belisario avvertito dell’assedio posto da Uraia e dagli altri barbari a Milano vi spedì Martino ed Uliare con molte truppe, i quali pervenuti sino al Po, fiume distante un giorno di cammino da quella città, e piantatevi le tende consumarono assai tempo nel deliberare [p. 225 modifica]sul passaggio di quelle acque. Venuta la mena all’orecchio di Mundila vi spedisce un romano di nome Paolo, il quale giunto inosservato dal nemico alla riva del fiume, né trovatavi barca si trasse le vesti da dosso e valicollo a nuoto con molto pericolo; quindi arrivato al campo de’ suoi vi tenne il seguente discorso : « Operate, o duci Martino ed Uliare, contro il dovere e l’onor vostro, i quali pervenuti qui all’uopo di salvare apparentemente l’imperiale repubblica, procacciate col fatto accrescere la potenza de" Gotti. » Conciossiachè e pe’ violenti assalti del nemico e per la negligenza vostra giace Milano con Mundila e colle romane truppe in gravissimo pericolo; Milano forse la prima di tutte le italiane città per grandezza, popolazione e ricchezze; propugnacolo di più eretto a guarentire tutto quasi direi il nostro imperio dalle offese de’ Germani e degli altri barbari. Ommetto di qui esporre l’immenso danno apportato da voi all’imperatore, non consentendo il tempo a più lunghi discorsi, ma pressandoci ad arrecare prontissimo aiuto a quelle mura sinché ne rimane raggio di speranza in tale cimento. E dover nostro, lo ripeto, il trarre fuori colla massima sollecitudine dal pericolo i Milanesi, ed un solo momento che indugiate darete noi tutti in preda a crudelissimi supplizj, e contaminerete voi stessi della colpa di aver tradito ai nemici le imperiali truppe, nomandosi rettamente, a parer mio, traditore non solo chi apre le porte agli avversari, ma con eguale ed anche maggior diritto chi [p. 226 modifica]potendo soccorrere ad amicissime genti strette d’assedio preferisce la propria quiete e sicurezza al combattere, mostrando coll’opera di abbandonarli interamente alla balia degli assediatori. » Paolo disse queste cose, e Martino ed Uliare lo accommiatarono con la promessa di tosto seguirlo. Quegli tenutosi celato nuovamente al nemico entra di notte tempo in Milano ponendo in isperanza tutti, presidio e cittadini, e con ogni sua possa animandoli alla fedeltà verso l’imperatore.

II. L’infingardaggine poi non fece movere le troppe di Martino, le quali indugiando la partenza loro di dì in dì lasciano trascorrere gran tempo, e il duce a fine che la colpa non ricadessegli sopra mandò lettera di questo tenore a Belisario : « Ci hai qui diretti per sovvenire gli assediati in Milano, e con somma prestezza, giusta i tuoi ordini, siamo giunti al fiume Po; ma all’esercito vien meno il coraggio di valicarlo, informato che immense schiere di Gotti ingombrano la Liguria, seco pur menando grandissimo numero di Burganzioni25, co’ quali tutti e’ ne sembra non poterci da soli cimentare. Il perché essendo nell’Emilia Giovanni e Giustino ti preghiamo che ordini ad entrambi di pigliar parte con noi in questa lotta. Ed in fe’ di Dio che aiutati dalle costoro armi potremo con tutta nostra salvezza menare strage del nemico. » Tale si era il contenuto del foglio, e Belisario lettolo commise a’ mentovati duci l’unirsi a Martino [p. 227 modifica]per quindi soccorrere di compagnia Milano. Se non che rifiutansi l’uno e l’altro di obbedire quando Narsete non venga destinato a condurli; Belisario adunque scrive a costui dicendogli : « Non sono che un vano corpo tutte le imperiali truppe, le quali ove non mostrinsi concordi alla foggia delle umane membra, ma voglian di per sé operare, ci condurranno, senz’aver fatto nulla di quanto é mestieri, a tristissimo fine. Abbandonata quindi l’Emilia priva di luoghi forti, ed ora di nessun vantaggio ai Romani, imponi di subito ai duci Giovanni e Giustino che vadano prontamente ad unirsi alle truppe accampate a breve intervallo da Milano, per movere poscia con bastevoli forze a vincere i barbari assediatori di quella città; né trovomì qui altra gente da mandarvi. Aggiugni di più innanzi tutto disconvenire, se mal non m’appongo, che militi di qua si partano per soccorrere Milano, dovendo essi consumare nella via tante giornate, quante voglionvene per rendere l’arrivo loro più tardo del bisogno; pervenutivi inoltre non potrebbero valersi de’ cavalli, stanchi dal viaggio, a combattere il nemico. Ma se con Martino ed Uliare muovano Giovanni e Giustino, trionferanno fuor d’ogni dubbio della fazione contraria ivi concentrata, e liberi poscia di tutte le opposizioni farannosi nuovamente nell’Emilia. » Narsete ricevuto il foglio ordina ai prefati duci che procedano alla volta di Milano col rimanente esercito; né guari dopo Giovanni trasferitosi alla spiaggia marittima vi provvede le [p. 228 modifica]barche necessario al travalicare delle acque. Se non che una malattia sopraggiuntagli indugiò le imprese.

III. Intanto che Martino temporeggiavasi al passamento del fiume e Giovanni attendea gli ordini di Narsete, prolungatosi lunga pezza l’assedio, quelli entro la città erano a tale ridotti per inopia di vittuaglia che molti non isdegnavano mangiar cani, sorci ed altri animali abborriti in prima per cibo dell’uomo. I Gotti poi inviati oratori a Mundila esortalo ad un arrendimento con promessa che né a lui né al presidio verrebbene il minor danno. Il duce accoglieva la proposta sempre che ne andasse salva per patto col presidio ben anche tutta la cittadinanza; ma osservato di poi che i nemici, sebbene legatisi per fede seco e colle truppe, molesterebbero a non dubitarne sino all’ esterminio i Liguri, da cui sentivansi gravemente offesi, raguna i suoi a concione, e cosi loro favella : « Se mai furonvi di quelli che preferirono ad un turpe vivere onorata morte, anteponendo un sepolcro glorioso ad una vituperevole esistenza, di tali io bramerei che pur voi ora vi mostraste, e che l’amore di protrarre alcun poco questa mortale carriera non vi stimolasse a proseguirla disonoratamente, e contro la disciplina di Belisario, dalla quale di continuo ammaestrati spereremmo invano di poter senza colpa andar privi di coraggio e d’un prontissimo animo ad incontrare perigli. A quanti entrano in questo mondo va innanzi in universale necessità di morire al giugnere della fissata ora, se non che le più volte gli uomini discordano tra loro per rispetto al genere [p. 229 modifica]della morte, ed eccovi donde surga la discrepanza. Tutti gl’ infingardi poiché furono meritamente il zimbello ed il vitupero de’ nemici a pari condizione a affatto degli altri aggiungono lor fine; i coraggiosi al contrario vi apportano grandissimo corteo di virtù e di gloriose gesta. Oltre di che se il servaggio presso de’ barbari guarentisse insieme con noi la vita de’ cittadini, sarebbe in qualche guisa da commiserarsi quella ignominiosa nostra salvezza ; ma se dovrem mirare tanti Romani trucidati dalle mani dei barbari, chi mi negherà essere tale spettacolo assai più acerbo di qualunque morte ? ed in fe’ mia sembreremmo pur noi aiutatori de’ nemici in quella cotanta carnificina. Sinché dunque siam liberi, e n’ è pur dato di bellamente coprire la necessità col manto di virtuose geste, dei che è forza convengano tutti i buoni, accogliamone di ottimo grado la opportuna occasione. Laonde è mio divisamento che ci precipitiamo armati sull’ incauto nemico, attendendoci l’una delle due, o di essere, vo’ dire, protetti dalla fortuna, o di venir tratti, mercé d’una morte al di là d’ogni speranza beata, gloriosamente da queste sciagure. »

IV. Tale parlò Mundila, ma nessun de’guerrieri volle esporsi al cimento, ed accolte le proposizioni offerte dai nemici, tutti s’arresero in un colla città, dai Gotti ritenendosi prigionieri e duce e truppa senza recar loro molestia veruna. Milano quindi fu agguagliata al suolo, e massacrato ogni suo abitatore di sesso maschile, non risparmiandosi età comunque, e per lo meno aggiugnevane [p. 230 modifica]il numero a trecento mila; le femmine custodite in ischiavitù spedironsi poscia in dono ai Burgundioni, guiderdonandoli con esse del soccorso avutone in questa guerra. Oltre di che rinvenuto là entro Reparato prefetto del Pretorio lo fecero a pezzi e gittaronne le carni in cibo ai cani. Cerbentino, pur egli quivi di stanza, potè co’ suoi trasferirsi per la veneta regione e pe’ confini delle vicine genti nella Dalmazia, e passato in seguito a visitare l’imperatore narrogli a suo bell’agio quell’immensa effusione di sangue. Quindi i Gotti, occupate per arrendimento tutte le altre città guernite dalle armi imperiali, dominarono l’intera Liguria. Martino ed Uliare coll’esercito si restituirono in Roma.


CAPO XXII.

Attristamento di Belisario all’udire la strage de’ Milanesi. Narsete richiamato dall’imperatore. Gli Eruli abbandonata l’Italia stringon lega co’ Gotti. — Indarno Vitige invita i Longobardi a parteggiare seco. Manda ambasciadori a Cosroe esortandolo a rompere gli accordi co’ Romani. — Giustiniano cerca di rappattumarsi col nemico.

I. Sì, come dicea, andarono le bisogne. Belisario all’oscuro tuttavia di quanto era accaduto nella Liguria, terminato il verno divisò marciare coll’intero esercito nell’agro Piceno. Strada facendo giuntagli nuova della milanese carnificina ebbene gravissimo cordoglio, e d’allora in poi non volle più gli comparisse innanzi Uliare; appalesata quindi ogni cosa all’imperatore, questi [p. 231 modifica]questi pe’ danni sofferti non pigliò in mala parte alcuno, ma conosciuti discordi tra loro il supremo duce e Narsete, richiamò di botto l’ultimo, destinando l’altro da solo al maneggio di quella guerra. Narsete adunque accompagnato da poca scorta ricalcò la via di Bizanzio, ed alla sua partenza gli Eruli non vollero più rimanere in Italia, avvegnachè fatte loro e dallo stesso Belisario e da Augusto grandi promesse di migliorarne la sorte ov’e’ proseguissero a dimorarvi. Tutti però, affardellato, si diressero in prima nella Liguria, e qui avvenutisi alle truppe d’Uraia venderon loro i prigionieri di guerra, ed il bestiame condotto seco; laonde ricchi di molto danaro giurarono che non armerebbonsi più contro de’ Gotti, nè prenderebbero a guerreggiarli in campo. A tali condizioni stabilita la pace misero piede in quel de’ Veneti, dove abboccatisi con Vitalio mostrarono pentimento del torto fatto a Giustiniano Augusto, e detestatolo risolverono di lasciar ivi uno dei loro capi, di nome Visando, colle sue genti, e di tornare gli altri tutti a Bizanzio capitanati da Atuel26 e Filemut, il quale al morir di Teriteo nella tenda avea ottenuto la capitananza di quelle genti.

II. Vitige ed i Gotti seco, resi avvertiti che sul far di primavera Belisario moverebbe contr’essi alla volta di Ravenna, dannosi colla massima trepidazione a deliberare sulle presenti lor cose. Avutovi in proposito forte dibattimento, conoscendosi da soli minori delle nemiche forze, risolverono domandare aiuti agli altri barbari, [p. 232 modifica]ommessi i Germani della cui amicizia aveano di già sfavorevoli pruove: ben contenti se costoro non venissero con Belisario a guerreggiarli, ma si stessero del tutto neutrali. Spedita pertanto un’ambasceria a Vaci re dei Longobardi ed offertogli immenso danaro invitanlo ad entrar in lega seco; ma gli ambasciadori vedutolo con istrettissimi legami di benivolenza e di accordi unito all’impero tornarono indietro pienamente falliti nel divisato intento. Vitige allora mal fermo sui provvedimenti da prendere iva di continuo ragunando i seniori e richiedendoli di consiglio atto a condurre nella più idonea guisa quelle faccende. Se non che tra quanti sedeano a congresso aveavi somma discrepanza nelle opinioni, gli uni perdendosi nel fare al tutto sconvenevoli proposte, e gli altri dando scaltramente in brocco; nel costoro numero fu appunto chi dimostrò non essere mai per l’addietro riuscito all’imperatore romano di guerreggiare i barbari d’Occidente se non se rappattumandosi in prima ed egli ed i monarchi orientali co’ Persiani; e di questa guisa essere avvenuta la rovina dei Vandali e de’ Mauri, ed i Gotti stessi avere incontrato le calamità delle quali erano tuttavia il bersaglio. Se dunque avessevi mezzo di seminare discordie tra Giustiniano Augusto e il re de’ Medi, gli imperiali nimicatisi questi addiverrebbero incapaci di portare le armi contro a qualunque altra nazione. Vitige e tutto il consiglio applaudito a si forte ragionamento divisarono mandare a Cosroe re de’ Medi ambasciadori, non di schiatta gottica, paventando che traditi dalle vestimenta e riconosciuti non isconvolgessero l’intrapresa, [p. 233 modifica]ma romani, i quali lavorassero di straforo per allontanarlo da Giustiniano. Tirarono adunque dalla loro a forza di danaro due liguri sacerdoti; l’uno di essi, il più valente per ingegno, sotto mentito abito e nome di vescovo assunse le parti di ambasciadore e l’altro quelle di segretario: così ambedue si partirono con lettera scritta da Vitige al Medo dalla quale persuaso costui arrecò ai Romani, fedeli osservatori dei trattati di pace, tutte quelle sciagure che vennero da me esposte nei precedenti libri27.

III. Giustiniano Augusto allora conosciute le risoluzioni del re stabilì di troncare senza indugio la guerra intrapresa nell’Occidente, e di chiamare Belisario a Bizanzio per dargli la capitananza dell’esercito destinato contro la Persia. Accommiatò eziandio subito gli ambasciadori di Vitige, dimoranti ancora nella capitale, promettendo mandare personaggi in Ravenna per conchiudere seco una pace molto vantaggiosa ad ambe la parti; ma questi ambasciadori non vennero da Belisario spediti a’ Gotti che quando furono da essi licenziati Atanasio e Pietro, i quali restituitisi in Bizanzio ebbero grandissimi premj dall’imperatore, Atanasio riportandone la Prefettura del Pretorio d’Italia, e Pietro la onoranza, come dicono i Romani, di Maestro. Ora la fine del verno diede compimento all’anno quarto di questa guerra, la cui storia ci fu da Procopio tramandata per iscritto. [p. 234 modifica]

CAPO XXIII.


Cipriano e Giustino assediano Fiesole. Martino e Giovanni entro Dertona28. — Belisario sotto le mura di Aussimo. — Saggio consiglio di Procopio, il quale con doppia tromba stabilisca un doppio segno.


I. Belisario propostosi di espugnare Aussimo e Fiesole prima di movere contro Vitige e Ravenna, bramoso di allontanarne il nemico quanto era d’uopo a fine di non incontrare più dalle spalle resistenza ed insidie, mandò a Fiesole Cipriano e Giustino seguiti dalle truppe loro, da una mano d’Isauri, e da cinquecento de’ pedoni aventi a duce Demetrio; costoro giuntivi piantarono il campo intorno al castello assediandovi la guernigione. Spedì parimente Martino e Giovanni colle genti loro, e con altre sotto gli ordini di Giovanni soprannomato Faga al fiume Po acciocchè tenessero d’occhio Uraia, paventando non costui, uscito di Milano co’ suoi militi, andasselo a molestare, ed ove non potessero far petto al nemico, di ascoso calcandone le orme, seguirebbonlo da tergo; costoro pervenuti al fiume ed impossessatisi della città di Dertona28, spoglia di mura, posero il campo. Egli poi con undici mila combattenti pigliò la via d’Aussimo, principale città del Piceno, e solita onorarsi dai Romani col titolo di metropoli della regione. Da essa al seno Ionico v’hanno all’incirca [p. 235 modifica]ottanta quattro stadj, ed alla città di Ravenna ottanta, vo' dire il viaggio di tre giornate.

II. Aussimo posta su d'alto colle non ha via che dal piano vi metta, è pertanto affatto inaccessibile ai nemici. Vitige aveane fidata la custodia ad un'eletta di gottiche truppe ben persuaso che prima dell'espugnazione di lei gl'imperiali non sarebbonsi attardati di procedere coll'esercito a Ravenna. Belisario giunto ad Aussimo colle sue genti comandò che si guernissero di trincee le radici del colle; ma nel mentre che e gli uni e gli altri da quinci e da quindi vanno erigendo alla rinfusa le tende, i Gotti aocchiato ch’e' teneansi a molta distanza tra loro (essendo lo spazio assai vasto), ne arguiscono la impossibilità d'un vicendevole soccorso, e persuasi di ciò fanno sull'annottare una sortita dalla porta volta ad Oriente, dove il condottiero proseguiva tuttavia colle sue lance e co’suoi pavesai le opere del campo; or questi armatisi alla meglio nel tramazzo opposero valida resistenza, e pigliato nella tenzone coraggio in poc'ora costrinsero gli assalitori alla fuga, inseguendoli sino alla metà del colle. Qui li barbari, confidando nella forte posizione del luogo, fermato il passo volgon la fronte al nemico e scoccando lor faretre dall'alto in buon dato uccidonne, finchè sopravvenne la sera a mettervi fine; partitesi allora le due fazioni si tennero tutta la notte in guardia. Oltre di che il dì innanzi a questo badalucco parecchi Gotti erano usciti coi primi albori a foraggiare sulle vicine campagne, e nelle susseguenti ore notturne ricalcavano la via della città per nulla sapevoli dell’arrivo de’ nemici; di maniera che [p. 236 modifica]veduti all'impensata i fuochi romani ebberne grandissimo stupore e spavento. Con tutto ciò molti di essi bramando coraggiosamente ogni pericolo ed ingannando gli assediatori in occulto ripararono entro le mura; que' compagni invece che per loro pusillanimità s'eran rifiutati di seguirli rintanaronsi nelle foreste sperando penetrare con miglior agio in Ravenna; ma presto caduti nelle mani de' nemici vi giuntaron la vita. Belisario considerando Aussimo inespugnabile cogli assalti in causa delle validissime fortificazioni, e che gitterebbesi in vano il tempo tentando superarne le mura, estimava impresa maggiore de' suoi mezzi l'assoggettarla colle armi, nutriva in cambio speranza di entrarvi riducendone ii presidio con uno stretto e rigoroso assedio a patire grandemente di vittuaglia. Non lunge dalla città un suolo molto erboso forniva giornaliere occasioni di avvisaglie tra Romani e Gotti; imperciocchè i primi osservata la nemica giornaliera costumanza di recarvisi a pascolare, ascendevano di carriera il colle, e venuti seco loro colle mani davan pruove di grand'animo non permettendo ch'e' si valessero per punto di quella pastura; nè passava giorno senza ucciderne di molti. I barbari adunque vinti da tanto coraggio ebbersi ricorso ad uno stratagemma. Apprestarono, vo'dire, alcune ruote tolte dalle carra e sorrette dai soli assi. Cimentatisi quindi a segar l'erba allorchè videro i Romani ascesi alla metà dell'erta ve le spinsero dall'alto contro; ma non so per qual fato elleno arrivarono al piano senza toccar persona. Delusi pertanto dallo stratagemma ripararono di fuga nella [p. 237 modifica]città occupandosi di nuovi macchinamenti; fecero in ispecie acquattare di ascoso nelle valli sottoposte alle mura sceltissima schiera delle genti loro, per modo che apparissero in qualche distanza ben pochi foraggiatori. Datosi quindi principio alla zuffa balzando fuori de’ nascondigli quanto vi ritenean celati, ben superiori in numero de' Romani, con impreveduto urto ne feriscon molti, e costringono gli altri a dare precipitosamente di volta. Gli imperiali poi rimasi negli steccati aveano veduto i barbari uscir fuori delle insidie, e quantunque con voce altissima chiamassero indietro i compagni non erano riusciti a farsi intendere, imperocchè i combattenti non udivan affatto lor grida, essendo lontani per tutta la non breve erta del colle ed assordati dal nemico, il quale faceva a bello studio grandissimo strepito colle armi.

III. Procopio allora, autore di questi libri, si presentò a Belisario, e nulla sapevole de' costui divisamenti per impedite nuove consimili sciagure gli disse. «Ab antico i trombadori de’ romani eserciti, o capitano, venivano ammaestrati nel trombare in due guise; l'una delle quali non differiva punto da esortazione o provocamento alla pugna; l'altra richiamava nel campo i combattenti quando il duce giudicasselo opportuno. Così in ogni tempo i condottieri divulgavano con agevolezza somma i comandamenti alle truppe, e queste poteanli di colta eseguire. Conciossiachè principiata la mischia un nulla vale lo sforzo della voce ad esprimersi chiaramente, d'ogni intorno ripercotendo il fragor delle armi, e la tema [p. 238 modifica]rendendo ottusi i sensi de’ combattenti. Or dunque siccome a dì nostri tal arte è andata fuor d'uso per ignoranza, nè una tromba sola può supplire ambo i suoni, da quinci innanzi fa di quest modo: con trombe equestri anima le tue schiere alla battaglia, e con altre pedestri loro intima la ritirata; così elleno distingueranno, in guisa certa, amendue i suoni, tramandandosi l'uno da sottilissimo cuoio e legno, l'altro da più compatto metallo. » Sin qui Procopio, e Belisario applaudendogli ragunò tutto l'esercito per ammonirlo nel seguente modo: « Giudico opportuno il coraggio e meritevole di gran lode fino a tanto che esso non travalica i limiti della moderazione o, vogliam dire, non è di nocumento a coloro in cui alberga, solendo tutte le virtù spinte all’eccesso degenerare in vizj. Guardatevi adunque nell'avvenire di non rimaner gabbati da un'ambiziosa gara, imperciocchè non dobbiamo arrossire del sottrarci da un maliziato assalimento. Che anzi se taluno va baldanzoso ad incontrare manifestissimi guai, dato pur che sano e salvo ne campi, riporteranne con tutta ragione la taccia di temerario; meritando il nome di valoroso chi sa operare da prode quando necessita lo stringe. I barbari, di molto a voi inferiori in campo, studiansi vincervi cogli agguati; cadrete quindi in colpa maggiore coll'affrontare il pericolo che non coll'evitare le frodi loro, nulla essendo tanto vituperevole quanto il farsi ministri de' macchinamenti e voleri de’ nostri avversarj. Io rivolgerò ogni mia cura, vel prometto, a guarentirvi delle costoro insidie, a voi si spetterà il [p. 239 modifica]sottravene appena avuto da me il segno, e la tuba pedestre, o guerrieri, sarà pronta a darlo. » Dopo queste ammonizioni di Belisario le truppe veduti i nemici a foraggiare ne uccisero di tratto con iscorribanda alcuni, ed un Maurusio aocchiato tale di essi spento e a dovizia ornato d'oro,, pigliatolo per la chioma, bramoso di spogliarne il cadavere, traevalo a sè. Ma in questa altri de' Gotti gli avventò un dardo, il quale di guisa trapassonne i muscoli dietro le due tibie, che ambo i piedj, per la intromissione del ferro, rimasongli insiem congiunti; il Maurusio non di meno, tenuta forte quella chioma, compiè l'opera sua. In questa i barbari surgono dagli agguati, e Belisario vedutili dal suo campo ordina prontamente ai trombadori pedestri di dar fiato ai loro strumenti; al segno i Romani a poco a poco indietreggiarono conducendo seco il Maurusio da' piè trafitti, e i Gotti non osando incalzarli retrocedettero a man vuote.

C A P O XXIV.
Lettera de' Gotti in Aussimo a Vitige chiedendogli soccorso. Vana promessa del re. — Cipriano e Giustino assediano Fiesole. Uraia in marcia al Ticino; ma, valicato il Po, non osa cimentarsi co’ Romani.

I. Col procedere del tempo i Gotti venuti a penuriare d'assai la giornaliera vituaglia deliberarono sul come esporre a Vitige le angustie loro, non avendovi chi ardisse incaricarsi della malagevole andata a lui, tutti, più che certi dell'assidua romana vigilanza [p. 240 modifica]intorno a quelle mura, e convennero nella seguente frode. Scelta una notte priva di luna ed approntati i messi colla lettera da consegnarsi al re, il presidio tutto, inoltratesi ben le tenebre, inalzò da varie parti altissime grida, a tale che sarebbonsi creduti andare a rumore e confusione vedendo sè stessi grandemente alle strette col nemico, e la città all'imprevista caduta nelle costui mani. Gl'imperiali, non potendo nullamente conghietturare la cagione di si grave trambusto, rimaneansi fermi per ordine di Belisario nelle proprie trincee, dall'un lato paventando non il presidio uscito delle mura procedesse a combatterli, dall'altro non fossero per essere attaccati dall'esercito a stanza in Ravenna, ed ora capitato in soccorso di quella sua gente. In tra queste dubbiezze divisavano meglio rimanersi sani e salvi in luogo sicuro che non gittarsi per quelle tenebre in manifesti perigli. Così i barbari senza il menomo sospetto degli imperiali spediscono a Ravenna lor messi, i quali non veduti da occhio nemico giungono dopo il terzo giorno al cospetto di Vitige e gli presentano la qui riportata lettera. «Nel collocarci, re, di presidio in Aussimo udimmo a dirti che ponevi nelle nostre mani le chiavi di Ravenna e del tuo regno; ci ordinasti pertanto di mettere a pruova tutto il nostro coraggio onde impedire che un dominio gottico addivenisse conquista romana. Ci promettesti inoltre che abbisognando noi di soccorso ti saresti qui recato con tutte le truppe, e con tanta prontezza, da essere te stesso il primo ad annunziarci tale venuta. Noi in verità abbiamo fatto di tutto per [p. 241 modifica]essere custodj fedeli del tuo regno combattendo colla fame e con Belisario, ma sino ad ora ci troviamo delusi nell'aspettativa d'un qualche soccorso. Guarda per tanto che i Romani pigliato Aussimo, ove tu quanto v'ha di rinchiuso in queste mura trascuri, non abbiano spalancato l'adito, impossessatisi delle chiavi, alla conquista de’ tuoi possedimenti. » Cosi la scritta, e Vitige appena lettala fa retrocedere gli inviati colla promessa di condurvi in persona tutto l'esercito; se non che poscia, lungamente pensatovi sopra, nulla imprende per tema non venissegli serrata la via e da Giovanni postoglisi dalle spalle e da grandi schiere di bellicosissimi guerrieri, che opinava attorniare il condottier romano. Ma innanzi tutto davagli forte pensiero la fame non sapendo come fornire l'esercito di annona, nel mentre che i Romani, padroni del mare e del castello di Ancona e riusciti a depositare in questo tutte le bisogne loro, avutele dalla Sicilia e dalla Calabria, di leggieri ed a tempo e luogo faceanle tradurre nel campo; nè paventava meno che i Gotti guerreggianti nell'agro Piceno stessersi molto alle strette in proposito di vittuaglia. I messi adunque inviatigli restituitisi liberi da ogni molestia in Aussimo, vi riferiscono le promesse di Vitige, destando con ciò vane speranze negli animi di quella guernigione. Belisario intanto all’udire dai fuggitivi l'occorso inculcò più rigorosa vigilanza per togliere ogni mezzo a simiglianti frodi. Cosi quelle faccende.

II. Cipriano e Giustino assedianti Fiesole non [p. 242 modifica]potevano espugnarne le mura, nè tampoco appressarvisi, la rocca essendo tutt'all’intorno di malagevole accesso; miravansi altresì esposti a continui assalimenti de' barbari, i quali preferivano il morir combattendo ai disagi prodotti da mancamento d'annona. Da principio dubbia fu la sorte delle armi, ed or per gli uni ora per gli altri la vittoria, ma poscia i Romani, addivenuti superiori e da per tutto sequestrato il nemico entro le mura, stavansi bene all'erta acciocchè uom non ne uscisse. Il presidio non di meno privo di vittuaglia e ridotto alle massime augustie spedisce occultissimamente altra fiata a Vitige chiedendogli pronto soccorso e dichiarandosi incapace di più lunga resistenza. A questo annunzio il re comanda al duce Uraia di marciare colle milizie della Liguria sull'agro ticinese, nella persuasione che di tal modo procaccerebbesi egli stesso la opportunità di farsi con tutte le gottiche truppe e senza indugj a soccorrere gli assediati. Quegli obbediente agli

ordini avuti conduce l'affidatogli esercito a Pavia; quindi valicato il fiume Po s'avvicina al campo romano, ed al solo intervallo di sessanta stadj piantavi il suo. Nessuno diè principio al combattere, sembrando agli imperiali a bastanza l'impedire che il nemico aggiugnesse gli assediati, e mal sentivano gli altri di quivi cimentarsi, pensando che perduta la battaglia avrebbero posto affatto a soqquadro le cose de' Gotti, rimanendo nella impossibilità di soccorrere, unitamente alle truppe di Vitige, quelle mura. Di tali considerazioni rattenevano ambo le parti entro a' proprj valli. [p. 243 modifica]
CAPO XXV.
Re Teudeberto con truppa in Italia. Costoro armi, e travalicamento del Po a Ticino, città. Riti presto di loro, giusta Procopio, dell'antica superstizione. Scacciano Gotti e Romani dai rispettivi campi. Molti di essi rimangon vittime della dissenteria. - Lettera di Belisario a Teudeberto. Ritorno de' Franchi alle case loro.

I. I Franchi intrattanto, all'adire le gottiche e le romane forze affievolite dalla presente guerra, levatisi in isperanza di potere a tutto bell'agio conquistare gran parte dell'Italia, mal comportavano io starsene oziosi a rimirare che altri si disputassero tanto lungamente la signoria d’una regione vicinissima alla loro, senza intromettervisi eglino stessi colle proprie armi. Smenticati adunque i giuramenti co' quali testè promesso aveano pace a' Romani ed a’ Gotti (è dessa la più misleale di tutte le genti) ed affardellato all'istante in numero quasi di cento mila guerrieri prendon la via d'Italia sotto il condottiero Teudeberto. Pochi cavalieri, e questi soli armati di lancia seguivano il re; gli altri tutti eran fanti privi di arco e d'asta, ma avente ciascheduno spada, scudo e ferrea scure ben grossa, da ambe le estremità acutissima, ed accomandata a corto manico di legno. Dato il segno della pugna, al primo scontro e’ lanciano quest’arma per mettere in pezzi gli scudi nemici ed ucciderne le persone. Ora i Franchi superate le Alpi a confine del proprio suolo e dell'Italia procedettero nella Liguria. I Gotti offesi dalla costoro [p. 244 modifica]caparbieria, avendoli più e più volte eccitati con promesse di molte terre e di gran danaro a strigner lega seco in conformità alla data parola, nè essendo mai riusciti a tenerli in fede, udito l'arrivo di Teudeberto con forte esercito giubilaronne levandosi in grandissime speranze, e fin credendo che potrebbero da quinci in poi soggiogare l'oste nemica senza bisogno di combattimenti. I Germani guardaronsi dal molestare onninamente i Gotti durante lor dimora su quel de' Liguri per non averli contrarj nel valicare il Po. Arrivati quindi a Ticino città, dove gli antichi Romani gittarono un ponte sul fiume, le guardie ivi a stanza mercè la lunga amicizia con essi lasciaronli passare liberamente. I Franchi in iscambio addivenuti padroni del ponte trucidarono e donne e prole de' Gotti, quante eranvene all'intorno, gittandone i cadaveri nell'acqua siccome primizia di guerra. Imperciocchè eglino sebbene cristiani conservano tuttavia molti riti dell'antica superstizione, valendosi pe' loro augurj di umane vittime e di altri empj sagrificii. I Gotti alla vista di sì orribile massacro ripararono colmi di terrore nella città, ed i Germani trapassato il fiume dannosi a raggiugnerne il campo, dove i militi da principio vedendoli procedere a piccoli drappelli stavansi lieti rimirandone la venuta, persuasi che vi capitassero colla buona intenzione di partecipare seco ai pericoli di quella guerra. Ma avuto principio dai Germani arrivativi in gran numero la zuffa, e lanciate le scuri a fame macello, e volti gli omeri se ne fuggirono, ed a carriera attraversando gli stessi campi romani batton la via di [p. 245 modifica]Ravenna. Gli imperiali, veduta la costoro fuga, si pensano che Belisario procedendo a soccorrerli abbia assalito il campo nemico, e vintolo siane rimaso padrone. Or bene, fermi in questo divisamento danno di piglio alle armi, e mentre frettolosi calcan la via per unirsi a lui s'avvengono impensatamente all' esercito de' Franchi, e v'appiccano a malincorpo battaglia. In questa toccata una compiuta sconfitta, e perduta ogni speranza di retrocedere ne’proprii campi avviaronsi tutti nella Tuscia e da quivi, posto giù il timore, informarono minutamente con lettera Belisario delle traversie sofferte. I Franchi vinti e dispersi gli uni e gli altri, come scrivea, e rendutisl padroni de’ vuoti campi ebbero per allora copia di vittuaglia, ma consumatala in brevissimo tempo a motivo del grande lor numero, più non traevano da quel suolo fatto spoglio di abitatori che carne di bue ed acqua del Po. Or questa largamente bevuta ridusseli inetti, affievolendone gli stomachi, a digerire la carne; il perchè molti di loro assaliti da soccorrenza e dissenteria non risanavano per diffalta d’altro cibo, e tanta ne fu la mortalità da agguagliare, stando alle notizie, un terzo dell'esercito, il quale dopo sì grave perdita, vedutosi impotente di proseguire il corso delle sue conquiste, dovè mal suo grado far alto.

II. Belisario udendo la venuta de' Franchi e la sconfitta e la fuga di Martino e di Giovanni turbossi e paventò vuoi per tutto il suo esercito, vuoi, ed anche di più, per gli assedianti Fiesole, sapendoli assai meno lontani dai barbari. Laonde subito e di tal fatta scrisse [p. 246 modifica]a Teudeberto: «il tuo intendimento, o egregio Teudeberto, che la menzogna mal si convenga ad animo virtuoso, ed in ispecie signore di moltissime genti, nè tollerarsi nella stessa infima plebe in spregio de' patti colla violazione d'un giuro autenticato per iscritto. Nè puoi tu ignorarti reo di sì enorme colpa, il quale promessoci da prima unire le tue armi alle nostra contro de' Gotti, ora non t'accontenti dichiararti per nessuna delle due fazioni, ma con la massima sconsigliatezza tale ne vieni contra noi armato. Non voler commettere, chiarissimo re, si indegna turpitudine verso cotanto imperatore, potendo costui renderti la pariglia in rilevantissime cose, e vendicarsi a dovizia della tua superchieria. Abbi dunque per lo migliore di vivere con sicurezza negli antichi tuoi possedimenti, che non porne a ripentaglio parte, ed

a fè mia di ben molta importanza, tentando usurpare l'altrui. » Teudeberto letto il foglio più non sapendo che si fare, e ripreso da' Germani dell'aver lasciato perire cotanti individui senza causa o pretesto in deserta regione, levò il campo, e retrocedette prestamente nel suo regno. [p. 247 modifica]
CAPO XXVI.
Un soldato romano traditore porta lettere dagli assediati in Aussimo a Vitige, e quindi recane la risposta. — Tale degli Sclabeni torna al sua campo trascinandosi un Gotto sorpreso in agguato, e confessatosi da costui il tradimento si passa alla punigione del reo.

I. Allorquando Teudeberto messo in campagna l'esercito, giusta la mia narrazione, assalì armata mano l'Italia, Martino e Giovanni raccossatisi dopo la fuga tornarono ai loro posti onde impedire il nemico di combattere i suoi occupati negli assedj. I Gotti poi rinchiusi in Aussimo, ignari tuttavia della venuta de' Franchi, e noiati del lungo attendere i soccorsi chiesti a Ravenna, pensarono di nuovamente supplicarne a Vitige; ma privi ora d’ogni mezzo per gabbare la nemica vigilanza attristavansene formisura. Veduto quindi Burcenzio (nome d'un imperiale milite, di nazione Besso e subordinato all'armeno duce Narsete) starsene verso il meriggio tutto solo di guardia perchè uom della città non si desse a foraggiare, lo avvicinano per iscambiarvi parole, e lo invitano con promessa di ricco guiderdone e di farlo esente da ogni violenza e frode, ad un colloquio. Accontatisi di tal maniera seco preganlo di portare una lettera a Ravenna, offerendogli tosto molto danaro, e rassicurandolo che altro e di gran lunga in maggior copia e' ne riceverebbe al suo ritorno colla risposta del re loro. Il milite acciecato dalla pecunia promette l'opera sua, e compie la data parola. Sen vola [p. 248 modifica]dunque colla lettera perfettamente suggellata a Ravenna, dove introdotto alla presenza di Vitige gliela consegna, ed eccone a un di presso il tenore: « A quale trista condizione siamo di già ridotti lo comprenderai apertamente col domandare al messo chi e donde egli ne sia; imperocchè non havvi Gotto che osi metter piede fuor delle mura. Tutta la grandissima nostra vittovaglia è sotto di queste; vogliam dire l'erba; ma ora neppur di lei possiamo valerci se non in forza di sanguinosissimi badalucchi. Dove andranno a riuscire di tali cose ed a te ed a' tuoi dimoranti in Ravenna si pertiene vederlo. » Vitige letto il foglio, rispondea: «Non sia chi di voi, o miei carissimi sopra tutti i mortali, opini avviliti i nostri animi e resi torpidi a segno di tenere per inerzia si picciol conto dei Gotti. Ogni cosa era testè più che in ordine per la partenza; io avea di già inviato Uraia coll'intero novero delle sue truppe alla volta di Milano, quando un impreveduto assalimento de' Franchi sconvolse tutte le nostre disposizioni; nè uom sia che m'aggravi di tanto sinistro, imperocchè le vicende superiori ad ogni umano sforzo purgano, se non altro, della colpa le vittime d'una contraria fortuna; questa prendela intieramente sopra di sè, e chiamasene affatto mallevatrice. Ora poi, udita la partenza di Teudeberto, saremo a voi tra breve, consentendolo il Nume, con tutto l'esercito nostro. V'è mestieri intanto armarvi di coraggio contra le avversità cui soggiacete, ed accomodarvi il meglio alle imperiose circostanze di coteste mura, non dimenticando l'antico valore, mercè del [p. 249 modifica]quale, datavi la preferenza su gli altri tutti, ve le ho affidate; v'è d’uopo quindi rispettare la bellissima opinione che godete presso di noi, quella intendomi di ritenervi il propugnacolo di Ravenna, e della nostra salvezza. » Vitige dato compimento alla lettera accommiatò il messo con largo dono, e costui giunto in Aussimo, e scolpalosi presso de' suoi commilitoni della lunga assenza, pretestando che pigliato da malattia erasi dovuto riparare in un vicino tempio, si recò poscia alla fissatagli stazione, e da quivi all'insaputa dell’universale ricapitò ai nemici il foglio, per la cui pubblica lettura s'inanimì di guisa ognuno che sebbene alle strette colla fame non volle più arrendersi alle mollo belle proposte ricevute dal supremo duce imperiale. Accertati di poi che nessun aiuto marciava da Ravenna a quella volta, ed assaliti ognor più gagliardamente dalla fame spediscono altra fiata Burcenzio al re loro con lettera in cui dichiaravansi laconicamente incapaci di tollerare la diffalta dei cibi al di là dei cinque giorni; costui portò, facendosi indietro, la risposta di Vitige, il quale non cessava animarli con le ordinarie speranze.

II. I Romani, per tornare ad essi, comportando a malincorpo in deserta regione un sì lungo assedio, eransi nella incertezza di proseguirlo, vedendo in ispecie i barbari, avvegnachè mal concj da tante sciagure, ostinatissimi nella difesa. Il perchè Belisario nulla ommetteva per avere nelle sue mani vivo qualche nemico de' più ragguardevoli, sperando con ciò indagare donde originasse quella grandissima constanza in mezzo ai tanti [p. 250 modifica]lor mali. Comunicati adunque i suoi pensamenti a Valeriano, questi lo assicurò che di leggieri condurrebbe a buon fine l'impresa, avendovi tra' suoi militi parecchi Sclabeni, i quali appiattatisi chetamente sotto di angusto sasso o virgulto, e rimanendosi celati ai passeggieri, erano soliti ad attrappare qual si volevan nemico; nè d'altrimenti costoro adoperare presso del fiume Istro, ove hanno stanza, e contro i Romani, e contro gli altri barbari. Belisario lietamente uditone comandò che presto si desse mano all'opera, e quel duce uno trasceltone, robustissimo della persona e di esperimentato coraggio, gli promise a nome del supremo duce molto danaro, quando riuscisse a pigliare uom de' nemici vivo. E quegli che si, dicea, ed essere ben agevol cosa laddove il suolo vestivasi tuttavia d’erba, essendo gran pezza che i Gotti, consumata la vittuaglia, vi traevano di che cibarsi. Costui adunque d'assai buon mattino s'appressa al muro, e coperto da un arbuscello e raggricchiatosi nella sottoposta erba vi sta in agguato. Al primo albeggiar poi ecco inoltrare fin colà tal de' Gotti e mettersi a segare il verde, non paventando sinistri dall'arbuscello, e solo gittando continui sguardi sul campo romano perchè altri non capitasse a molestarlo. Ma lo Sclabeno assalitolo all'improviso dagli omeri lo afferra, e strettolo a metà vita con ambe le mani lo conduce al campo, ove ne fa la consegna a Vateriano. Questi, donde, o prigioniero, gli dice, cotanta speranza ne' Gotti, i quali avvegnachè estenuati di forze antepongono perseverantemente una disagiatissima vita al divenire nostri suggetti? L’altro palesò da imo a [p. 251 modifica]sommo la tradigione di Burcenzio, ed in un confronto tra essi lo rimandò convinto. Il fellone come si vide al tutto scoperto fe' intiera confessione del commesso reato, ed in pena del tradimento venne posto da Belisario in balia de' suoi compagni, che vivo e sotto gli occhi de' nemici consegnaronlo alle fiamme, perchè assaporasse di tal guisa il frutto della soverchia avidità del danaro.

CAPO XXVII.
Ostinatissimo combattimento alla fonte d'Aussimo. — Resa di Fiesole ed Aussimo.

I. Belisario vedendo i barbari comportarti con tanta fermezza d'animo tra quelle sciagure divisava privarli dell'acqua, persuaso questa essere la più breve e facile via di costringerli ad un arrendimento. Dalla parte d'Aussimo volta a settentrione, ed un trar di pietra lunge dalle mura aveavi in dirupato suolo una fonte, la cui sottilissima vena cadente in vecchia grotta empivane il cavo, e da qui gli abitatori attignevano a tutto bell'agio acqua; laonde opinò che distrutto quel ricettacolo i barbari fatti bersaglio delle nemiche frecce non avrebbero potuto lungamente rimanervi colle amfore loro per raccorne il bisogno: messosi adunque ad escogitare i mezzi opportuni a tanta impresa, trascelse alla per fine il seguente. Comandato a sue genti di armarsi cinse le mura con tale apparato di pronto combattimento che i Gotti non poterono a meno di sospettare prossimo un generale assalto, e paurosi di [p. 252 modifica]ciò teneansi ai merli per imprenderne la difesa. Belisario in questa fa comando a cinque Isauri, valentissimi nell’arte fabbrile, di penetrare con iscuri ed altri stromenti acconcj al taglio delle pietre e protetti da molti scudi nella grotta per romperne prontamente e rovesciarne come sapessero il meglio le pareti; i barbari mirando costoro inoltrarsi sotto del muro stettersi cheti all'uopo di saettarli vie meglio non appena e' si fossero di più avvicinati; nè sospettavano fin qui d’inganno. Ma non si tosto ebbero veduto gli Isauri padroni della caverna che assalgon il resto con sassi e proietti d'ogni maniera, ed i Romani allora a corsa retrocedettero, ivi lasciando que' soli cinque militi a dar mano all'opera, i quali trovandosi là entro fuor di pericolo, imperciocchè in lontani tempi a fine di aombrare il luogo eravi stata costrutta una volta sopra l'acqua, faceansi giuoco del folto saettamento nemico. Ora i Gotti intolleranti di rimanere nel circuito delle mura, aperta la porta ivi da presso, piombarono alla rinfusa e tutti ribollenti di sdegno sopra i guastatori, e gl'imperiali anch'essi ad instigazione di Belisario accorsero pieni di coraggio alla difesa de’ suoi; qui si combattè ostinatamente e gran pezza discacciandosi a muta a muta gli uni e gli altri con grave reciproca strage, e maggiore di Romani che non di Gotti, i quali da più elevato suolo pugnando recavano eccidio tale da non reggere al paragone di quanto ne provavano eglino stessi; n£ con tutto ciò i primi volean darsi per vinti rispettando Belisario ivi accorso, e mai sazio di animarli colla sua voce. In questa una [p. 253 modifica]freccia avventata da tale de’ nemici iva già, vuoi a caso, vuoi ad arte, e stridendo per la gran foga Dell'aere ad investire direttamente il ventre del condottiero assorto in altre cure, e quindi nella impossibilità di allontanarsi o di evitarne l'offesa. Una sua lancia tuttavia, di nome Unegato ed a breve distanza da lui, veduto il pericolo e fattoglisi colla destra scudo, salvollo contro la comune aspettazione; ma riportatone egli grave ferita dovè tosto addoloratissimo abbandonare l'ordinanza, nè fu più in istato di valersi del braccio, avendone il colpo troncalo i nervi. La battaglia principiata col mattino prosegui sino al meriggio, e sette Armeni agli stipendj di Narsete ed Arazio fecero in essa pruove da dirsene, correndo su per que’ malagevolissimi balzi non altrimenti che nella pianura, ed uccidendo chiunque s’opponeva loro, finchè giunsero a mettere in fuga i barbari di fronte; gli altri Romani veduto l'inimico piegare vie più lo incalzano, e messolo alla per fine in piena rotta costringonlo a riparare entro le mura. Tra queste faccende gl'imperiali opinavano di già abbattuto dagli Isauri il serbatoio dell'acqua, e condotta a felice termine l'impresa; quando per lo contrario non erasi ancor levata una sol pietra, essendo che gli artefici degli andati tempi, soliti ad eseguire le opere loro con tutta la perizia dell'arte, aveanlo costruito forte sì da non cedere alle ingiurie nè degli uomini, nè degli anni. Gli Isauri adunque non appena retroceduti i Romani nel campo vi tornarono anch'essi, abbandonando la grotta senza compiere l'impresa loro. Belisario allora [p. 254 modifica]comandò alle truppe di gittare in quell'acqua le morte bestie, e le erbe più nocevoli all'umana salute; v'immergessero di più ed estinguessero la pietra grandemente arsa dal fuoco, che altre volte dalle genti nomavasi calce, ed ora la chiamiamo asbesto29 (per indicare non distrutta affatto in essa la forza del fuoco), il quale ordine di subito venne eseguito. I barbari intanto si valevano, sebbene molto più parcamente di quanto la necessità richiedesse, d’un pozzo scarsissimo d'acqua entro le mura. Il duce supremo poi avea dimesso il pensiero d'impadronirsi armata mano della città, e di fare nuovi tentativi risguardanti sia la grotta, sia altra cosa comunque e' sperava che la fame di per sè basterebbe a domare i nemici, e mirando a ciò limitava ogni sua cura ad una strettissima guardia degli assediati. Questi poi nella ferma persuasione ancora che sarebbe per giugnere da Ravenna l'esercito ad aiutarli, sebbene oppressi da somma carestia di vittuaglia non venivano ad alcuna determinazione.

II. In cotal mezzo gli assediati di Fiesole in balia di gagliardissima fame, arrivati al punto di non saper più comportarne gli acerbi disagj, ed opinando vano ogni pensiero di aiuti da Ravenna stabilirono arrendersi al nemico. Fattisi pertanto a colloquio con Cipriano e Giustino, ed ottenuta sacra promessa che ne andrebbero salvi delle persone, volontarj consegnarono sè stessi ed il castello ai Romani. Laonde Cipriano, guernito [p. 255 modifica]Fiesole di sufficiente presidio, condusse i prigioni e le truppe sotto di Aussimo. Quivi giunti Belisario mostrando i vinti duci ai difensori di quelle mura esortavali a riaversi da un così inopportuno impazzire, ed a spogliare gli animi delle affatto vane speranze ricevute da Vitige, siccome inutili, nulla rimanendo loro di meglio che, rifiniti dalle giornaliere calamità, piegare il capo alla sorte medesima, cui la guernigione di Fiesole dovè alla stretta de’conti soggiacere. Queglino adunque dopo lunga e matura deliberazione, abbattuti dalla fame, prestarono da ultimo docile orecchio ai consigli avuti, e dichiararonsi pronti a cedere la città quando si accordasse loro di poter sani e salvi e colle proprie suppellettili riparare in Ravenna. A tale proposta Belisario stettesi lungamente in fra due, vedendo contraria alle sue future imprese la congiunzione di tanti e tanto valorosi nemici con quelli nell'Emilia a stanza. Increscevagli d'altronde perdere cogli indugj l'occasione, e pensava, lasciando qui le cose tuttavia in sospeso, di marciare contro al re loro. Imperciocchè era inquieto sulle mosse de' Franchi, divolgatosi ch’e' sarebbero per giugnere tra breve in soccorso de' Gotti. Così e' bramava ardentemente prevenirne l'arrivo e non volea tampoco abbandonare le mura d'Aussimo prima di conquistarle, i soldati di più faceangli instanza che non accordasse ai barbari’di ritirarsi portando seco il danaro, ed a vie meglio indurlo dalla loro mostravangli le ferite in gran copia ricevute durante l'assedio, nè taceano tutte le sofferte molestie, mercè delle quali teneansi in diritto d'un guiderdone colle spoglie de' [p. 256 modifica]vinti. Alla per fine da quinci i Romani temendo vedersi precipitosamente fuggita l'occasione, da quindi gli assediati oppressi dalla fame convennero ad una che i primi dividessersi metà del danaro custodito in Aussimo, e gli altri col rimanente passassero sotto il dominio e l'autorità imperiale. Questi accordi furono da ambe le parti fermati con giuramento, promettendo i vincitori di attenersi della miglior fede ai patti, e la guernigione di non occultare parte alcuna delle ricchezze loro; fattosene così lo scompartimento queglino ebbero Aussimo, e questi furono divisi per le romane truppe.

CAPO XXVIII.
Belisario impedisce l'introduzione di vittuaglie in Ravenna. — Ambascerie dei re franchi e di Belisario a Vitige. — Granai di Ravenna incendiati. — Arrendimento de' Gotti a stanza nelle alpi Cozzie.

I. Belisario dopo il prefato conquisto passò con tutte le truppe ad assediare Ravenna. Fattosi precedere da Magno con imponenti forze comandògli che da quella banda impedisse con trascorrimenti continui sulla riva del Po l'arrivo di annona pe' Gotti, e Vitalio giunto con truppe dalla Dalmazia occuponne l'opposta sponda. Ora la fortuna presentò loro un caso attissimo a convincerli senza replica che di suo arbitrio reggerebbe i destini d'ambe le fazioni. I Gotti avean condotto da prima nel fiume gran copia di palischermi acquistati nella Liguria, ed empitili di grano e di altri commestibili era lor mente d'inviarli a Ravenna. [p. 257 modifica]Se non che in allora ebbevi diffalta cotanta di acque quanta voleavene a renderlo incapace di sostenere le barche. Lo avresti detto quasi attendere i Romani, i quali opportunamente sopraggiugnendo fecero del tutto bottino; e poco dopo le acque tornate a crescere giusta il consueto furono altra fiata acconce alla navigazione del che, a nostra udita, non aveasi ne' tempi indietro esempio alcuno. I barbari cominciavano di già a patire d'annona, impediti dall’introdurne pel seno Ionico, da per tutto il nemico dominando il mare, e da per tutto privi di libero accesso dalla parte del fiume. Della qual cosa informati i regi de' Franchi, volonterosi di unire l'Italia ai loro possedimenti mandano ambasceria a Vitige promettendogli di strigner lega seco quando sia loro accordato di signoreggiare insiememente quel suolo; ma Belisario avvertitone spedisce anch’egli ambasciadori al re de' Gotti, perchè si opponessero all'inchiesta de’ Germani, facendo partire a tal uopo Teodosio prefetto delta sua casa con altri distinti personaggi.

II. Gli ambasciadori de’ Germani, primi ad essere introdotti alla presenza di Vitige, pigliarono a dire: « Noi siam qui spediti dai nostri principi, contristatissimi del sentirvi assediati da Belisario e premurosissimi di farsi, per debito di confederazione, con ogni sollecitudine vostri aiutatori. Crediamo che di già cinquantamila guerrieri, nè certamente meno, abbiano travalicato le Alpi, sul conto de' quali, senza tema di menzogna, possiamo vantarci che al primo [p. 258 modifica]azzuffamento e' seppelliranno tutto il romano esercito sotto le possenti azze loro. A voi pertanto si conviene tener le parti non di chi vuol imporvi giogo di schiavitù, ma di chi per benivolenza somma ai Gotti non isdegna incontrare i perigli della guerra; che se vi batterete unitamente a noi o gl'imperiali usciranno affatto d'ogni speranza di poterla con entrambi competere, o ben di leggieri verranno dalle armi nostre sconfitti. Se poi vi legherete co' Romani neppur così reggerete alle genti de' Franchi ( non avendovi equilibrio di forze nel cimento ), ed affè nostra dovrete cedere ad uomini rendutisi vostri nemicissimi sopra tutti gli altri; ed è la massima delle follie il voler pericolare ad occhi veggenti, quando lunge da ogni guerresca impresa n'è dato avere salvezza. I Romani di più sono mai sempre disleali co' barbari, loro portando implacabile odio per natura. Del resto se vi garbeggia la proposta comanderemo concordemente a tutta l'Italia, e seguiremo quella forma di reggimento che ci parrà migliore. A te adunque, o re, ed a' tuoi Gotti si spetta prendere il partilo più idoneo alle bisogne vostre. » Inoltratisi quindi gli ambasciatori di Belisario dicevano: « Non abbiam mestieri di molte parole a dimostrarvi essere per nuocere un vero niente alle imperiali truppe la moltitudine de' Germani si da costoro millantata per isbigottirvi. Da lunga esperienza voi già bene apparaste non cedere mai il valore al numero, comunque grande si voglia, de’combattenti. Passiamo eziandio con silenzio che nessuno de' regi al paro del nostro imperatore [p. 259 modifica]può col novero degli armati soverchiare il nemico. Di quella fede poi che tanto pomposamente costoro dicono serbare a tutte le genti mostraronne la fermezza, messi da banda i Toringii30 ed i Burgundioni, a voi medesimi già loro confederati. E qui di buon grado ci faremmo ad interrogare i Franchi qual Nume chiamando a testimonio e' sarebbero per darvi certa malleveria delle promesse loro. Imperciocchè voi, se pur conservate rimembranza delle passate cose, avrete di certo presente l'avvenuto al fiume Po, come, vogliam dire, e' venerino quel Dio, pel quale aveano poco prima sagramentato; spergiuri a segno che fatta con voi lega non solo ricusarono di unire le proprie armi alle vostre, ma fin ve le rivolser cosi svergognatamente contro. E che andiam rimestando le trascorse faccende per rendere manifesta l'empietà de' Franchi, quando non havvi scelleraggine più n enorme di quest'ambasceria? Conciossiachè eglino quasi affatto dimentichi dei giurati accordi pretendono da voi in guiderdone de’ loro futuri aiuti la comunanza di tutte le cose vostre. Ma se riusciranno a buon fine le trame orditevi, alla stretta dei conti vi accorgerete dove l'insaziabile cupidigia loro sarà per arrestarsi nelle sue pretensioni. »

III. Non altrimenti parlamentarono gli ambasciadori mandati da Belisario. Vitige poscia tenuta lunga conferenza cogli ottimati suoi preferì amicarsi l'imperatore ed accommiatare i Franchi senza conchiudervi [p. 260 modifica]nulla. Da quest'epoca e Romani e Gotti spedironsi a vicenda frequenti ambascerie per istabilire la pace, Belisario continuando intanto a guardare strettamente che non pervenisse loro vittuaglia, ed ordinando a Vitalio di passare nella veneta regione per occuparvi molti di que' luoghi. Egli poi fatto valicare il Po ad Ildigere munì dalle due ripe il fiume coll'intendimento che gli assediati avviliti dall'ognor più crescente mancanza d'annona piegassero alle condizioni da lui proposte. Avvertito inoltre che nei pubblici granai di Ravenna esisteva gran copia di frumento sedusse con danaro tale de' cittadini a mandarli in fiamme, appiccatovi di ascoso fuoco, insiem con tutte le biade; e vuolsi che di tanto fosse complice la stessa moglie del re, Matasunta. Ma sebbene altri attribuiscano ad occulta frode quel subito incendio, havvi pur cui piace accagionarne la caduta d'un fulmine; il fatto si è che ambo i sospetti riducevano i Gotti e Vitige in angustie maggiori, più non potendo fidarsi in loro medesimi o, che peggio ancora, credendo lo stesso Nume accorso a debellarli. Giusta il detto passarono quivi le cose.

IV. Nelle Alpi a confine tra’ Galli ed i Liguri, nomate Cozzie, hannovi presso dei Romani molte castella abitate dai Gotti, uomini forti e numerosi, colla prole e colle donne loro e munite di guernigioni. Belisario udendo ch’e' pensavano arrendersi vi mandò uno de' suoi, per nume Tommaso, con altri pochi all'uopo di riceverli a patti confermati da giuramento. Costoro pervenuti alle Alpi, Sisigi comandante i presidii a guardia

di quel tratto di paese accolseli in uno de' mentovati [p. 261 modifica]guardinghi, e non pago di acconsentire alla sua dedizione fu eziandio agli altri di stimolo perchè si dessero ai Romani. In cotal mezzo Uraia marciava frettolosamente al soccorso di Ravenna con quattro mila guerrieri raccozzati nella Liguria e nelle alpigiane castella. Quelli udita la ribellione di Sisigi, tementi del proprio sangue rimaso alle case loro, vollero di subito farsi indietro, dond’è che il duce tornato alle Alpi Cozzie con tutto l’esercito vi assediò Sisigi e Tommaso. Stimolati dal pericolo de’ suoi Giovanni, figlio di una sorella di Vitaliano, e Martino, a stanza presso del Po, immantinenti partonsi con tutta la soldatesca per aiutarli; ed assalite alla sfuggita alcune delle rocche alpine e superatele al primo attacco ne menan seco prigioni gli abitatori, tra cui aveanvi in molta copia donne e prole degli stipendiati da Uraia, i quali tolti da que’ presidii trovavansi allora seco lui a campo. Questi adunque al primo annunzio che le genti loro giaceansi in ischiavitù ribellati a Giovanni fecero desistere il barbaro da ogni cimento colà, e dal pensiero di sovvenire ai pericolanti in Ravenna; rendutene cosi vane tutte le imprese l’obbligarono di restituirsi con poca truppa nella Liguria, ov’e’ si tenne. Belisario poi liberamente di giorno in giorno riduceva a più triste condizione Vitige e gli ottimati de' Gotti rinchiusi entro quelle mura. [p. 262 modifica]
CAPO XXIX.
Giustiniano manda ambasciadori di pace a Vitige. Convenuti gli accordi Belisario si rifiuta di apporvi il suo nome, e raccolti a parlamento i duci sconsiglia la pace. — Offertogli l’imperio di Occidente dai Gotti finge accettarlo, ingannali ed entra in Ravenna. — Fa prigioniero Vitige. Occupa Tarvisio ed altri luoghi.

I. Presentaronsi in questo mezzo gli ambasciadori imperiali Domnico e Massimino, senatori ambedue, pronti a conchiudere siffattamente la pace : Vitige, serbatasi la metà del regio tesoro, signoreggerà la traspadana regione e l’imperatore avrà l’altra parte delle ricchezze, ed un tributo annuo da tutti i Cispadani. Gli ambasciadori comunicate le lettere di Augusto a Belisario trasferironsi in Ravenna, dove i Gotti e Vitige saputo il motivo di lor venuta promisero del miglior animo di segnare gli accordi ai suindicati patti. Se non che Belisario informatone diede nelle furie, di malissimo voglia comportando che per lui condotta la guerra a tale da conseguire agevolmente una piena vittoria, e menare Vitige prigioniero in Bizanzio, ora e l’una e l’altro venissergli impediti; né tornata l’ambasceria da Ravenna presso di lui volle apporre suo nome agli accordi. Il perché i Gotti diedersi a credere frodolenta l’offerta di pace avuta dai Romani, ed a formare sul conto di essi ben gravi sospetti; quindi protestarono apertamente che se il convenuto a que’ di non venisse autenticato dalla mano e con giuramento [p. 263 modifica]di Belisario, e’ mai più avrebbon seco pattovito. Il condottiero imperiale fatto altresì consapevole che di tali duci andavano con diffamazione spargendo non voler egli dar fine alla guerra per sue viste particolari sulle imperiali faccende, raccoltili a parlamento tutti, e presenti eziandio Massimino e Domnico pigliò a dire. « È nota la grande volubilità della fortuna nelle armi, ed in ciò credo non iscontrare oppositori tra voi: é certo di più che molti rimasero ingannati dalla speranza destatasi negli animi loro di ottenere vittoria, ed altri apparentemente rovinati al tutto dai sofferti sinistri pervennero non di meno a debellare i proprj nemici. Laonde sono d’ avviso che nelle deliberazioni intorno alla pace debbasi non solo riguardare ad una buona speranza, ma fare eziandio precedere ad ognuna di esse l’esame della sua incerta e diversa riuscita. Non altrimenti adunque passando le nostre cose ho estimato di ragunar voi, miei commilitoni, e questi imperiali ambasciadori, acciocché raccolto il libero e comun voto su quanto vi parrà di maggior vantaggio per lo imperatore, non vogliate poscia, andando noi colla peggio, a me solo addossarne la colpa: essendo agli uomini pessimi costumanza di tener silenzio quando nulla vieta il proporre migliori deliberazioni, e quindi veggendosi mal parati movere lamentanze. Non ignorate i sentimenti di Augusto per rispetto della pace, non il desiderio di Vitige ; e se questi a voi sembrano della comune utilità, il dica apertamente ognuno secondo l’animo suo. Per lo contrario ove giudichiate potersi da voi ridurre tutta l’ [p. 264 modifica]Italia sotto la romana signoria, ed espugnare il nemico, nulla s’oppone a manifestarlo francamente.» Dopo queste parole di Belisario tutti ad alta voce proclamarono ottime le imperiali determinazioni, ed eglino più non aver che tentare contro de’ Gotti. Belisario allegratosi di tal sentenza de’ suoi duci, richiede che venga da loro posta in iscritto, acciocché non abbiano quindi a negarla; ed essi tutti in un libello31 si protestarono impotenti a vincere i loro avversari.

II. Intanto che rimestavansi tali faccende nel romano campo i Gotti ognor più angustiati dalla fame e da sciagure oppressi comportavano assai di mal animo la dominazione di Vitige, sendo re infelicissimo; non sapeansi tuttavia risolvere a chinare il capo all’imperatore temendo non, venuti in potere di lui, si facessero partir dall’Italia , e tradotti in Bizanzio ivi rimanere. Quanti adunque aveanvi chiarissimi per autorità e prudenza concordemente stabilirono di offerire a Belisario la corona dell’ imperio occidentale, ed a quest’uopo mandangli di soppiatto pregandolo ch’e’voglia accettarla, di più aggiungonvi la promessa, che in allora di buonissimo grado ne farebbero i comandamenti. Il duce imperiale ben lontano dal secondarne i voti a malincorpo dell’imperatore, altamente abborrendo il nome di tiranno e memore di aver sagramentato dapprima nelle più solenni guise fedeltà ad Augusto, volle pur valersi scalteritamente della nata congiuntura, fingendo prestare facile orecchio a quelle barbariche proposizioni. [p. 265 modifica]Vitige ne lo seppe e quantunque per sé paventasse, lodò, tuttavia il pensiero de’ suoi e fin egli stesso volle animare di nascosto Belisario ad impadronirsi dell’ imperio dichiarando che niuno avrebbegli fatto contro. Allora costui invitati altra fiata a parlamento in uno co’ duci gli ambasciadori di Augusto iuterrogolli se riputassero impresa grande e meritevolissima di lunga fama il pigliare colla guerra Vitige e tutti i Gotti seco, l’addivenire padrone di tutte le ricchezze loro, ed il ricuperare da imo a sommo l’Italia ai Romani? Eglino confessano che aggiugnerebbesi di questo modo esimio ed immenso cumulo alla prosperità italiana, e supplicanlo ch’ e’ voglia di subito darvi mano se abbiane il mezzo. Belisario spedisce allora alcuni de’suoi famigliari a Vitige ed agli ottimati de’ Gotti con invito di tener la promessa. Questi, la fame più non consentendo all’indugiare la bisogna, anzi sollecitandola col rendersi di continuo vie maggiormente insopportabile, inviano messi al campo romano coll’ordine di tacere a chicchessia del volgo 1’ argomento di lor mandata, ed abboccatisi da solo a solo con Belisario di riceverne il giuramento ch’e’ non avrebbe per niente molestato uom de’nemici, ed eserciterebbe d’ora innanzi la regale autorità sopra gl’ Italiani ed i Gotti; quindi condotta a buon termine l’ambasceria tornerebbero in Ravenna col supremo duce e coll’esercito romano. Belisario in quanto al resto sagramentò che avrebbe colla maggior fedeltà compiute le fattegli inchieste; intorno poi all’offerta del regno disse che giunto nella città pronuncerebbe il suo giuro alla presenza dello stesso Vitige e degli altri ottimati. [p. 266 modifica]Gli oratori adunque pensando ch’egli mai più fosse per rinunziare all’imperio, anzi tenendo questo il primo de’ suoi desiderj, esortanlo a prendere di colta seco la via in Ravenna. Il condottiero allora manda Bessa, Giovanni, Arazio e Narsete, avendoli suoi nimicissimi, chi qua, chi là colle truppe da loro capitanate, ordinando a ciascheduno di essi la provvista dell’occorrente vittuaglia, sotto fals’ombra d’essergli quivi fallito ogni mezzo di supplire a tutti l’annona: e queglino obbedienti si partono con Atanasio prefetto del pretorio venuto testè da Bizanzio. Dopo di che mosse col rimanente esercito e cogli ambasciadori alla volta di Ravenna, imposto dapprima ai vascelli che riempiuti di grano e di ogni altro bisogno della vita, collate immediatamente le vele afferrassero a Classe: dando i Romani siffatto nome ai borghi di quella città, dov’è il porto. Ora io nel mirare l’entrata delle imperiali truppe in Ravenna tutto concentravami nella considerazione che non umano sapere, non maggioranza di numero, non valore sono quelli da cui procedono e conduconsi a buon termine le imprese: ma il solo Nume dirigere le nostre menti e farle piegare laddove il minore ostacolo non abbia da trammettersi alla riuscita loro; conciossiachè i Gotti di gran lunga sì per lo numero come per le forze superiori de’ nemici, non menomati colla dimora in Ravenna, nulla infine sorvenuto loro da invilirne gli animi, ricevettero in pace il giogo da ben minori truppe, estimando non connettersi al nome di servaggio nota d’infamia. Le femmine per verità, che avevano prima inteso dai mariti essere i [p. 267 modifica]Romani grandissimi della persona e soverchiare di numero i suoi, sputavan tutte ne’ loro volti siccome gente sol atta a starsene colle mani alla cintola nella città, e rampognavanli, mostrando a dito i vincitori, della loro vigliaccheria.

III. Belisario tenne il re prigioniero in onesto e liberal modo, e comandò che i barbari abitatori della regione di qua dal fiume Po tornassero a visitare le proprie campagne, e volendo a ripigliarvi pur anche stanza. Né sospettava male alcuno da quella parte, ben lungi essendo il pensiero in lui che i Gotti ordissero insidie laddove trovavasi di già a quartiere parte non piccola dell’esercito romano : e quelli subito e volentiermente v’andarono; i Romani di questa guisa non ebbero più che temere in quelle mura, addivenuti nel numero non inferiori al nemico ivi rimaso. Pigliò quindi i tesori del palazzo per farne la consegna all’imperatore, guardandosi bene egli stesso dallo spogliare uom de’ barbari, e adoperando accuratamente perché l’intero esercito imitasse l’esempio suo, zelantissimo nel procacciare che nessun de’vinti, giusta i patti e le convenzioni, soggiacesse al minor danno. I Gotti di presidio ne’ munitìssimi luoghi, non appena divulgatasi la caduta di Ravenna e di Vitige nelle mani imperiali spedirono ambasciadori a Belisario per arrenderglisi ad una co’ loro fortilizj; e questi di ottimo grado obbligata la sua parola con essi marciò ad occupare Tarvisio e gli altri forti in quel de’Veneti, essendo parimente entrato per lo innanzi, vogliam dire al tempo del conquisto di Ravenna, in Cesena, sola città dell’Emilia che tuttavia [p. 268 modifica]rinchiudesse armi nemiche. I Gotti poi, nessun eccettuato, prefetti di questi luoghi immediatamente dopo gli accordi trasferitisi presso di Belisario vi fermarono lor dimora; se non che Ildibado, autorevole personaggio e comandante il presidio di Verona, avendo inviato all’uopo stesso ambasceria al supremo duce, il quale tenevane seco la prole rinvenuta in Ravenna, disdegnò portarsi da costà, e soggiacere al servaggio, mercé d’un avvenimento che giovami di tosto esporre.


C A P O XXX.
Chiamata di Belisario a Bizanzio. Uraia eletto monarca dai Gotti persuade loro che offrano il regno a Ildibado. — Questi, accettatolo, ne dispone a pro di Belisario, il quale con singolare modestia e lealtà non vuole saperne.

I. Di tali duci del romano esercito calunniarono presso dell’imperatore Belisario come aspirante alla tirannide, ed Augusto non già che prestasse fede a siffatte menzogne, ma vedendo imminente la guerra persiana tosto lo richiamò per conferirgli la capitananza dell’esercito destinato contro quel regno, e commise la salvezza dell’Italia a Bessa, a Giovanni e ad altri duci; ordinò eziandio a Constanziano di passare dalla Dalmazia a Ravenna. Per tali novitadi ed i Gotti a dimora in questa città, e quelli di là dal fiume Po, udito l’ordine imperiale risguardante Belisario il tennero da prima lievissima cosa, fermi nel cuor loro che il duce mai più avrebbe anteposto al trono d’Italia la fedeltà promessa al suo monarca. Ma quando furonne palesi gli [p. 269 modifica]apprestamenti fatti per la partenza quanti eranvi ancora personaggi illustri di Gottica prosapia d’unanime consenso vanno a trovare Uraia, figlio di una sorella di Vitige, soggiornante allora in Ticino città, e dopo molto lacrimare da quinci e da quindi cominciano a dire: « E mestieri che noi tutti ravvisiamo in te la principale cagione delle sciagure sotto cui il nostro popolo ora geme. Imperciocché da gran pezza avremmo balzato dal trono quel tuo zio materno, codardo e disgraziato a principe, siccome avvenne a Teodato prole della sorella di Teuderico, se non fossimo stati rattenuti da rispetto verso il tuo valorosissimo animo, contenti che Vitige s’avesse il real nome, e fidando alla tua persona con assoluto potere la somma delle cose nostre. Ma ciò che in allora benignità sembrava dobbiamo al presente confessarlo manifesta pazzia ed origine della gottica rovina. Essendoché moltissimi ed i più valenti suoi duci, come tu stesso, Uraia ottimo, ben sai, caddero vittime del marziale furóre, e se pur havenne tuttavia di bellissima fama in guerra tra’ rimasugli loro, eglino con Vitige e con tutti i tesori verranno a non dubitarne allontanati di qua per volere del condottier romano. Né paventiamo censure asserendo che fin noi stessi, ridotti in brev’ora a ben pochi di numero e miserabilissimi, andremo ad incontrare l’egual sorte. Or dunque avviluppati da così gravi mali ne giova assai più di morire onestamente che non di vedere la prole e le donne trascinate da mano barbarica nelle estreme parti del mondo. Ma se tu stesso ti farai a duce delle nostre imprese viviamo [p. 270 modifica]certissimi di comportarci da prodi. » Non altrimenti favellavano i Gotti, ed Uraia pigliò a dir loro: « Sono con voi che nella presente malaugurata condizion nostra preferir dobbiamo la sorte della guerra ad una ignominiosa servitù: non di meno questo mio innalzamento al trono lo giudico affatto contrario all’universale di noi. Conciossiaché avendo io sortito i natali da una sorella di Vitige, principe sì disgraziato nelle imprese, porterei meco il dispregio de’ nemici, essendo volgare opinione che la ria sorte passi dagli uni negli altri affini. Di più l’occupare il regno dell’avo mi tornerebbe forse a colpa, e quindi alienerebbemi a diritto gli animi di molti tra voi. Laonde è mio divisamento che in tale estremo Ildibado ascenda il soglio, personaggio di sommo valore e di squisito ingegno; egli giusta ogni apparenza trarrà seco in lega, mercé della parentela, Taudin, suo zio materno e re de’ Visigotti, ed in allora potremo con maggior fiducia portar le armi nostre contro de’ Romani. »

II. Tutti i Gotti convennero ad una che Uraia così favellando nelle attuali circostanze avesse dato ottimamente in brocco. Laonde mandarono di fretta a Verona chiamando Ildibado, ed al suo arrivo, vestitolo di porpora e salutatolo re, lo pregarono che provvedesse alle tante loro sciagure. Ildibado, ottenuto siffattamente il regno, convocò poco di poi i Gotti, ed aringolli di questo modo: « Non posso ignorare, miei commilitoni, che tutti voi qui raccolti siate appieno ammaestrati dal lungo esercizio della guerra. Il perché non impugneremo le armi precipitosamente: [p. 271 modifica]della perizia essendo l’infondere negli animi consiglio e prudenza, e il dar bando al temerario ardire. Or dunque è forza che voi tutti richiamando alla memoria le durate vicende sulle presenti deliberiate. Conciossiachè l’obblivione delle più remote geste , allorquando appunto erane minore il bisogno, esaltò alla spensierata gli animi di molti, ed a gran partito sedusseli in affari di altissima importanza. Vitige, il sapete, s’é messo in balìa de’nemici senza incontrare opponimento o disapprovazione da voi, i quali avendo a que’ dì gli animi fiaccati dall’avversa fortuna, opinaste vie più vantaggioso il darvi per vinti, annighittendo nelle case vostre, a Belisario, che non cimentarvi nei pericoli della guerra; ma adesso che udite la sua partenza alla volta di Bizanzio vi date a macchinar novità. Su di che deve ognun di voi considerare nell’animo suo come non sempre riesca all’uomo condurre a buon termine le meditate imprese, anzi spesso in onta della nostra sentenza vediamo le cose piegare in modo affatto contrario ai precogitati divisamenti, solendo la fortuna ed il pentimento dar migliori consigli e d’improvviso condurli ad effetto; né v’ha opposizione che ora tanto accader possa a Belisario. Così innanzi tutto vuol preferirsi il trattare seco lui per richiamarlo ai primi accordi; poscia sarem noi gli arbitri di quanto ne converrà, per lo miglior nostro, operare. »

III. I Gotti approvate le osservazioni messe in campo da Ildibado presto spedirono ambasciadori a Ravenna, i quali fattisi alla presenza di Belisario gli rammentano [p. 272 modifica]i già convenuti patti, lo rimproverano qual violatore delle giurate promesse, appongongli nome di volontario schiavo, d’uom che senza rossore preferisce il servaggio al regno, e dopo altre simiglianti invettive esortanlo a noti ricusare la suprema dignità; né paghi tuttavia procedono ad assicurarlo che lo stesso Ildibado verrebbe spontaneo a deporgli ai piedi la porpora ed a riconoscerlo, mercé l’adorazione, re dei Gotti e degli Italiani. Gli ambasciadori in simil guisa compievano lor mandata, certi che Belisario immediatamente accetterebbe il nome reale. Questi per lo contrario fu or d’ogni loro aspettazione protestò che non avrebbe unquemai, vivendo Giustiniano, usurpato un tal nome. Dopo sì energica risposta gli ambasciadori fattisi di subito indietro riferirono a Ildibado il colloquio avuto, e Belisario partì alla volta di Bizanzio, terminando col verno l’anno quinto di questa guerra da Procopio narrata.

  1. (1) Civitavecchia
  2. (1) Da parte di madre. Egio.
  3. (1) Osimo.
  4. (2) Rimini.
  5. (1) Il Cousin legge un anno, nove mesi ed alcuni giorni.
  6. (1) Chiusi, sede una volta del re Porsena.
  7. (2) Urbino, capitale del ducato dello stesso nome.
  8. Todi, nell'Umbria.
  9. (1) Una salus miseris nullam sperare salutem.
  10. (1) Pavia.
  11. (1) Borgognoni.
  12. (2) Novara.
  13. (1) Da άγχών, cubito, o piegatura del braccio.
  14. (1) V. lib. I delle Guerre Persiane.
  15. (1) Eletto imperatore l’anno 492 dell’ era volgare, e morto nella decrepita età di ottantotto anni, dopo trentasette di regno, nella notte dall’ 8 al 9 luglio del 519. Si vuole che una folgore, o lo spavento avutone, lo togliesse ai vivi, essendosi rinvenuto spento, dopo orribile temporale, in una piccola camera del suo palazzo.
  16. (1) Nell’anno 527 dell’era volgare.
  17. (1) Ora Islanda, isola del mare di Germania, e l’ultima conosciuta dai Romani nell’Oceano settentrionale. Le presenti geografiche cognizioni correggono quanto può avervi di favoloso in questa descrizione.
  18. (1) Ora Belgrado, città nella Mesia superiore in Europa.
  19. (1) Fermo, città nella Marca d’Ancona,
  20. (1) Tol., in latino Urbs Salvia, città altre volte, ora piccolo borgo nella Marca di Ancona, presso il fiume Chiento, avente lo stesso nome.
  21. (1) Capra, gr. .
  22. (1) Orvieto. Oropite, Cic.; Herbanum, Cat.; Urbs vetus, Plin.; Urbiventus, ecc.
  23. (1) Imola.
  24. (1) Ad Onnem flumen, ubi id Palliam, in Tab. itin. signalum amnem (nunc Puglia) recepit, in dextera ripa urbs cospicua Orvieto est. Not. Orb. Antiq. etc.
  25. Borgognoni.
  26. Altri Aliut.
  27. Guerre Persiane.
  28. 28,0 28,1 Ora Tortona, città nel Piemonte.
  29. (1) [Testo in greco], inestinguibile. Questa pietra è della natura dell'amianto.
  30. (1) Popoli dell'Alta Sassonia, in Allemagna.
  31. (1) [Testo in greco].