Istorie dello Stato di Urbino/Libro Secondo/Trattato Secondo/Capitolo Quinto

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Libro Secondo, Trattato Secondo, Capitolo Quinto

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Libro Secondo, Trattato Secondo, Capitolo Quinto
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CAPITOLO QUINTO.

Della Città di Suasa, origine, sito, grandezza, progressi, e destruttione.


Meraviglia grande hà reso nelle menti deʼ saggi, che Tito Livio (quantunque invidioso de gli egregi fatti deʼ Toscani,) mentovato in particolare non habbia la celebre non meno, che già famosa, e molto antica Suasa; essendo ella daʼ Romani, delle cui attioni professò egli essere diligente Scrittore, più dʼogni altro luogo della Contrada Senonia stato singolarmente di honori, & di privilegi (come più à basso dirassi) al parlar deʼ marmi favorita. Per lo che dal suo tacere, ogni altro, che in quei secoli scrisse (da Plinio, e da Tolomeo in fuori) lasciolla nelle tenebre del silentio, come di presente, frà le ceneri delle sue ruine si trova, eternamente sepolta; e quando le stracciate reliquie sue, coʼl testimonio de i nominati Scrittori antichi, e di alcuni moderni, ove già fù non additassero certamente il luogo, senza inganno stimarebbe il Mondo, che quanto delle sue grandezze raccontasi, non dʼHistorici fosse, mà deʼ Poeti lʼoggetto. Et perche anco delle reliquie (mercè al tempo, che le devora) la memoria si perde; io come quello, che in Corinalto nacqui, il qual trasse ne glʼincendij di essa gli suoi natali, hò risoluto, con la mia penna, tinta non men di tragici, che di pietosi inchiostri, scoprire dalle medesime ceneri le sue passate glorie, secondo che con mio molto sudore; da quel terreno lugubre hò potuto cavare. Fù dunque Suasa, (il cui nome sendo Egitio, etimologia non tiene) fondata nella Regione de gli Umbri Senoni, allʼelevatione dellʼArtico Polo, à gradi 43. e minuti 20. in fronte quasi della vaga, delitiosa, & abondante pianura, che dal Suasano fiume, hora Cesan chiamato, irrigata viene: dallʼAdriatiche arene tredici miglia lontano, ed altretanto dalle radici del famoso Catria, ove (come si disse) dirama da gli suoi fonti lʼaccennato fiume. La figura di essa (conforme additano i vestigi de gli suoi quasi fondamenti smarriti,) fù Tetragona, cioè, perfettamente quadra: e da unʼangolo allʼaltro contandosi poco meno che ottocento [p. 157 modifica]Geometrici passi, le mura, che circondavanla di tre miglia ordinarij occupavan lo spatio, chʼè tutto quel vago, & ameno sito, che da i Miralbellesi Colli, a i Castillionei dilatasi, frà cui altero, e grave il Cesano scorrendo, in due parti giuste la Città divideva. Sopra del quale in più luoghi glʼinarcati ponti congiungevanla, come più à basso nel parlar deʼ fondamenti loro, dirassi. Testimoniano le reliquie più notabili di Suasa, che nel descritto spatio, fino à questo giorno ritrovansi, la grandezza, e nobiltà di lei, principalmente una Torre di struttura mirabile, atta per generosamente resistere ad ogni hostile assalto. Et essendo le sue mura di cotti mattoni, e di misture tenacissime fabricate, mostra non solo dʼhaver il tempo vinto per tanti secoli: mà come al presente fosse da i fondamenti eretta intiera, solida, e forte, più che mai si dimostra. Et essendo quasi affatto lʼalta sua cima circondata di merli, che molto in fuori sʼavanzano, con li suoi corridori, piombatori, e parapetti, alla sua vista invita i primi professori dellʼarte, à fine che, da quella Idea instrutti, ammirino della fortificatione antica i non profanati principij. Questa edificata in capo del Colle, vago Miralbellese, inverso à Borca, fà di se, non solo àʼ luoghi vicini dilettevole mostra: mà etiandio al mare, sino à gli scogli Illirici, mentre lʼaria è serena, dimostrasi, additando àʼ naviganti le sirti non solo, mà i lidi ancora, & le mobili onde, che premono. Et se bene questa superba mole hà in ogni tempo schernito il tempo, non restò però del tutto illesa dallʼingiurie, che con gli Arieti bellici, e col fuoco per atterrarla, fecele Alarico; si che rimase dal mezo in sù alquanto risentita: mà ristorata con isquisita diligenza dal generoso Campione Hippolito della Rovere, lʼAnno 1596. niun segno dʼoffesa, (come si è detto) dimostra. Di sotto alla Torre, intorno à quattrocento cubiti, alle radici del medesimo Colle, dalla parte di Ostro, sorge un limpidissimo fonte dʼacqua fresca, e salubre, à cui vicino, Pier Maria Conte di Montevecchio, chiarissimo di meriti, & di sangue, lʼAnno 1593. fondando un Palazzo di quella magnificenza, che al presente si vede, scoperse due grandʼacquedotti di piombo, e di sottilissime pietre, per cui lʼacque del vicino Fonte, verso dove più habitata, per congiettura stimasi fosse la Cittade, scorrevano. E nel movere il terreno per cavare da gli acquedotti il piombo, trovò dodeci belle pietre uguali, di quadrangolare figura, lunghe intorno à due piedi, parimente larghe, e grosse in proportione, le quali scorgendosi ordinate, in guisa di Croce, additavano, che non à caso, mà per qualche particolar disegno di profana Religione, ivi da gli Antichi fossero state poste; E tanto più, questo si crede, poiche alle medesime servivan per base dodeci altre Tavole di bistetragona figura, un piede, e mezzo lunghe, di fino marmo, nellʼistessa guisa composte, le quali essendo nella grandezza uguali, & [p. 158 modifica]in figura consimili, non era trà di esse differenza veruna, trattone da due più massiccie, e dʼalcuni caratteri affatto incognite lineate, non molto da quelle dissimili, che nelle tavole sette di bronzo, nel Palagio publico di Gubbio hoggi conservansi. Seguitandosi da gli operaij à cavare trà le ruine, che à detti marmi facevano letto, una statua si marmo pario, sopra unʼAltare trovossi, di grandezza al naturale dʼun Giovine di vintʼanni, la quale sottilmente lavorata, vivamente rappresentavalo. Questa, per commissione del suddetto Conte, come cosa di grande stima, fù trasportata à Fano, dove egli per lungo tempo lʼhabitatione teneva, lasciandosi lʼaltre nellʼistesso luogo, per abbellimento del nuovo Palagio, in cui, al fine del passato secolo, tutte si conservavanʼintiere, come furon da me (sendo giovinetto) insieme con la fossa, di dove si estrassero, vedute molto, e considerate benissimo. In fronte al descritto Palaggio, in unʼangolo, che forman due strade, tutta intiera conservasi una fabrica di quadrata figura, deʼ sassi del fiume, e di una calce assai tenace composta, la quale, si come hoggi lʼacque del vicino fonte raccoglie, à Paesani di beveratore dʼanimali, e di lavatoio servendo, ne i tempi, che Suasa in essere si trovava, stimasi che à Cittadini desse lʼuso dei bagni. E questo più si accredita, per gli vestigij dʼaltri simili, che verso i Monte stanno al sudetto uniti. Dallʼaltra parte della strada, che verso i detti Monti salisce, traversando il Colle, in un Campo del ContʼHippolito di Montevecchio, lʼAnno 1624. da gli aratori, una Cortina di antichissime muraglie scopertesi, dellʼistessa materia, che sopra dicemmo deʼ bagni fabricata, la quale allungandosi con la strada fino allʼangolo superiore del campo, ove stà situata la casa, occupa lo spatio, intorno à quattrocento cubiti; nel cui principio, che àʼ bagni, & al Palagio è assai vicino, ove più material è il muro, furono due marmoree statue ritrovate, persone supreme rappresentanti, una di huomo, e lʼaltra di femina, le quali per commissione del Conte Padrone del luogo, furono trasportate à Fano, e dentro il suo Palagio, come cosa di sommo valore, conservansi. In un rilievo di terreno, sotto la via maestra, dalla parte del fiume, trovasi al gran Precursore Battista un Tempio eretto, intorno à cui, più volte in varie stagioni, da gli agricoltori furono varij dirupi scoperti, e di antichi edificij durissime fondamenta, di piccioli mattoni composte, in sembianza dʼamandole, e di dadi, trà quali ancora certe poche statuette di bronzo, che dellʼantica Gentilità rappresentavanʼi Dei, specialmente una di Hercole Libico, & unʼassai gran clava dellʼistessa materia, che gli vetusti Cavaglieri nelle battaglie usavano. sicome parimente deʼ Prencipi Romani assai medaglie, con certe rame di ramo indorato, e con faccie di sfinge mostruose, il cui significato non hò potuto capire; pur che non siano abominationi Egittie. Dalche si raccoglie, quivi stato essere, [p. 159 modifica]del sopradetto Hercole un superbo Tempio fondato, secondo che forti veggonsi de gli suoi fondamenti le memorande reliquie, il quale piamente può credersi, che quando Suasa ricevè con il Battesimo la fede, ispurgato fosse dallʼimmonditie Idolatre, poscia dedicato al glorioso Precursore Giovanni, della Città medesima la Catedrale si chiamasse: Distrutto poi neglʼincendij, da gli avanzati Cittadini venisse per loro particolar devotione, dentro lʼistesso luogo rifatto, benche assai minore del primo. Sotto à questo bel Tempio, verso il vento Upofenice, situato giace un campo, il qual poco tempo adietro era da gli Averardi goduto; nel cui mezo lʼAnno 1557. frà le ruine di muraglie antiche, da un Bifolco fù con lʼaratro una gran Tomba scoperta, dove di un smisurato Gigante il mostruoso cadavero frà certe lame dʼoro involto giaceva, il quale da unʼardente lucerna honorato, intiero quasi, e fresco serbavasi. Non sgomentossi punto da tale incontro il coraggioso Agreste, anzi ratto disceso al fondo, spogliollo dellʼoro; ne dʼaltro curandosi, fuor che di quello, e della curiosa lucerna, che allʼapparire dellʼaria tosto si estinse, coʼl terreno ricoperse il cadavero, e riempiete la fossa. Ne havendo à grado di partir lʼoro coʼl Prencipe, tenne questa sua ventura celata, benche in breve, di molti campi ritrovandosi possessore, divenne questo per tutta la Contrada palese: Et havendo io havuto nel fine del passato secolo cognitione dellʼavventurato Bifolco, & al presente dʼun suo nipote, intieramente certificato mi sono, essere (come dicemmo) passato il caso; autorizzatomisi dʼavantaggio, con la vista della sopradetta lucerna, dal sepolcro estratta, che lʼAnno 1615. in casa de gli suoi heredi si conservava.

In mezzo allʼonde correnti del Cesano fiume, hoggi si scorgono in due luoghi divisi, alcuni pezzi fondamentali di antiche strutture, i quali tiensi di certo, che fossero delle Colonne i pedestalli, che de i ponti sostentavano gli archi, per cui la Città divisa dal fiume, si congiongeva. Da questi non molto discosto, nelle ripe del sudetto fiume, che dallʼOriente spalleggianlo, due porte ritrovansi di ordinaria grandezza, lʼuna dallʼaltra, intorno à sessanta piedi lontana, per le quali entrasi dentr vie sotterranee, artificiosamente involto, di mattoni cotti, e di calce tenace fabricate, in una delle quali; essendo io giovinetto, con alcuni miei curiosi Compagni entrai, dove camminato intorno à cento cubiti, cercando anche di penetrar più oltre, sorpresi da un certo non conosciuto spavento, di ripente venissimo à rivolgere indietro i passi forzati. Parimente il simile raccontasi esserʼaccaduto ad altri, che di fare tentarono il medesimo; e con più evidenza lʼesperimentarono quelli, che ansiosi di ritrovare Tesori con più ardire vi entrarono di notte, con fiaccole accese, & con istromenti fabrili: però che havendo già de gli Antri varcato in [p. 160 modifica]torno à mezzomiglio le nascoste latebre, da rumori spaventevoli dʼarmi, da sbattimenti di ripercosse catene, da rauchi suoni di Tombe, dallo strepito di rallentati tamburri, dal nitrir, e dal petteggiar deʼ cavalli, da confusi mugiti di ogni varietà dʼanimali, e da gli horribili suoni di stracciate nubi, quando nʼesce il fulmine furono atterriti in modo, che ad essi pareva non meno che ivi fosse lʼInferno, che essi in mezo lʼInferno si ritrovassero; onde quasi immobili divenuti, mancò poco che non vi restassero morti, e per molti giorni portarono della presontione loro la dovuta pena. Et questo, al favellar di Meo Taucci, e di Menco suo fratello, che si ritrovarno di quella confusione compagni, successe intorno allʼAnno 1560. ne questo à letterati reca meraviglia, essendo à riferire di San Tomaso, lʼaere caliginoso, delle oscure larve lʼadequata stanza; principalmente ove per lʼAntichristo si conservano i Tesori. Stimati communemente da i saggi, che i detti spechi, per essere al Tosco modo lavorati, da i Toscani composti già fossero, mentre che di Suasa tennero la padronanza, per poter in tempo dʼassedio entrare, e quando il bisogno richiedesse, come probabilmente può credersi, nʼuscissero quei pochi, che dallʼincendio avanzarono, & per una di esse, alla Valle si conducessero, che sotto i Colli Castillionesi verso lʼOriente sʼabbassa; in cui per esser piena di boschi; alla vista de gli nemici destruttori, facilmente si ascondessero. Di sicuro si hà, che nella Fortezza di Castelleone, ancʼhoggi per una di queste porte si sale, e ne gli antichi secoli, i Toscani, che lʼedificarono à guardia della Cittade, per quei sotterranei spechi, ne i bisogni urgenti introducevano il soccorso; essendosene al tempo del Cardinal Giulio della Rovere, e di Ottaviano Volpelli fatta lʼesperienza, secondo che hò sentito raccontare da quelli, che si trovaron presenti. Sopra le bocche de i sudetti Antri, circa vinticinque passi Geometrici, verso i Monti, alle radici delle medesime ripe, scaturisce unʼabondevol fonte, il quale si come nei secoli antichi, per le sue fresche molto, e limpide acque, fù à Suasani delitioso, ed utile: cosi parimente in questa nostra etade, à gli agricoltori, e pastori della contrada, necessario rendesi, e salubre. E quantunque il detto se ne stia frà gli alberi gorgogliando, ascosto in un profondo, ìnvita però alle sue frescure, anco quelli di più elevato ingegno, mostrando loro nelle pietre sculti dʼintorno alla sua bocca per ornamento, ingegnosi motti, e molto argute sentenze.

In mezo alla pianura, che da queste ripe à vicini Castellionesi Colli sʼallarga, ove il sudetto Ottaviano Volpelli, Dottor di Legge, e delle cose antiche professor celeberrimo, un Palagio eresse, che dal suo nome Volpello si chiama, si vedono alte parieti di vecchie muraglie, e fondamenti di strutture vaste, che sono le reliquie di un superbissimo Teatro [p. 161 modifica]del Pretorio ad esso congionto, e di un sontuosissimo Tempio. E si come nel Teatro veggonsi molti vestigij, che additano la ragunanza del popolo Suasano, in tempo de gli spettacoli pubblici, e nel Pretorio, dove convenivan i Giudici, e i Magistrati, per amministrare la Giustizia, cosi nel Tempio trovate furono cose infinite, testificanti, come ivi daʼ Sacerdoti si sacrificasse à i Dei, singolarmente à Giove Olimpico; essendosi quivi una statua di marmo pario dellʼistesso Giove scoperta di pretiosa man lavorata, nellʼistesso tempo che Ottaviano edificò lʼaccennato Palagio; come parimente alcune pietre scritte, delle quali più à basso lʼinterpretatione darassi, statue di bronzo, e marmo, che di varij Dei rappresentan lʼeffigie, insieme con molti vasi pur di bronzo Corintio, che al ministero de i sacrificij si ponevano in uso; principalmente la patera dellʼoblatione, molte anella dʼoro, con Gemine pretiose, di varie sorti, & infinite medaglie di ramo, bronzo, argento, & oro, in cui si scorgono improntate lʼimagini deʼ Romani più famosi; ed altre mille cose, che si come appresso quegli Antichi furono di stima; hora si rendono della curiosità de soggetti; le quali per questo raccolte dal sudetto Volpelli, tutte furono (dalle statue di Giove, e di Agusto in fuori) à SantʼAngelo in Vado sua Patria, e di lì a S.Leo, luogo della sua habitatione portate: ove in una marmorea tavola poste, con distintione; alla vista loro chiamarono i più virtuosi soggetti della Regione. Ma essendo queste dopo la sua morte, frà gli suoi heredi, con le sostanze divise, al presente in più luoghi si trovan disperse: benche in Mondavio nella casa di Sinobaldo, e dʼAgostino Antonini di queste la maggior parte si trovi, e da quelli come conoscitori del valore di esse, il dovuto conto si tenga. Dallʼistesso Volpelli, à questi luoghi vicino, dalla parte dʼOstro, scuoprironsi dal terreno molti acquedotti di piombo, e di pietre cornie, diligentemente lavorati, i quali dal ricco fonte Castellionese venendo, in diverse parti della Cittade, anche oltre il fiume verso lʼOccaso portavano lʼacque, scorrendo sopra di esso per li fianchi de i Ponti, à capo di cui, nella medesima parte, si giudica fossevi situato il Foro; essendosi trovati ivi, di un grandissimo Tempio i vestigij, & una statua di bronzo, trà quelle materie, al naturale di persona mediocre, della quale il braccio destro, con una Tromba in mano, dentro la Galeria di D. Livia Duchessa dʼUrbino, in Castelleone conservasi, che posta in bilancio, pesa ventisei libre, e meza. Da questo fragmento concludesi, che si come fù esso dellʼidolo della Fama; cosi à lei fosse quel sontuoso Tempio sacrato. Molte altre cose, che da diversi luoghi vennero da questa Città estratte, nella medesima Galaria si vedono: come una mazza di bronzo di sedici libre, tre palmi lunga, e molto per offender valevole; e questa io stimo la medesima fosse, la quale (come dicemmo) frà le ruine del Tempio di [p. 162 modifica]Hercole fù trovata, & una testa parimente di bronzo Corintio, che rappresenta giusto di ventidue Anni un giovine, in quindici libre di peso; e perche questa tiene gran somiglianza con il capo dellʼaltre statue di Apollo, supponesi che in Suasa egli havesse un Tempio, ò unʼAltare almeno, dove il simolacro suo si adorava. A lato di una via, che per mezzo il Colle Miralbellese descende al fiume, crociera facendo con la strada principale, che scorre costeggiando i Colli, per lo piano verso l’Apennino, che à punto è di Suasa nel centro, vedesi un poco di terreno rilevato, dove nel secolo decorso, trà molte ruine di fondamenti, trovaronsi da i bifolchi due marmoree tavole, assai grandi, scritte à caratteri antichi Romani, con molte altre cose spettanti à Tempij; principalmente statue picciole di bronzo, e fragmenti d’altre di marmo, con grosso numero di medaglie, d’ogni materia fusibile. Al Cardinale Giulio essendo presentate le Tavole, felle tosto mettere nel suo Giardino, in Castelleone, che di presente la Duchessa Livia sua nipote possiede; una de’ quali fino à questo giorno dentro il medesimo luogo si serba, in cui si legge questo seguente Elogio.


C. IVLIVS TERTIUS SEX VIR
CERERI. SACR. ET POPVLO
PRANDIVM MVNERE
FVNCTVS DEDIT.


Che questo medesimo, in quanto alle parole significa:
Caius Iulius Tertius, Sextum vir, Cereri Sacrum, et Populo Prandium functus dedit.

Di cui l’argomento è, che Caio Giulio Terzo, sendo uno de i sei huomini stato, che havevano cura, per l’abbondanza di provedere, l’officio compito, sacrificò à Cerere e fece un pranzo al Popolo. Da onde raccogliesi, che il Tempio, frà le cui ruine trovossi la Tavola sudetta, era dicato à Cerere, il quale per l’abondanza del Suasan Territorio, fù da gli suoi Cittadini edificato, alla Cittade in mezo, in cui sovente sacrificavano à quella. Onde Caio Giulio Terzo, in ringratiamento della gran copia di grano, che da quei campi raccolse, dal contenuto [p. 163 modifica]dell’iscrittione supponendosi, che non solo quello stato fosse ad un popolo si numeroso, nell’anno del suo governo bastevole: mà di più anco in avantaggio rimasto. E tutto ciò di questo Tempio si dice, vien confirmato parimente dalle molte medaglie, che furono dentro l’istesso luogo trovate: ove scorgesi della sopranomata Dea l’impronta, coronata di spiche; & al roverso una spica sola, di modo pregna, che non potendo ritenere il grano, lo sparse à terra. Alcune di queste, hoggi nelle mani del Capitan Pier Leone Amati, in Corinalto si trovano; altre in Mondavio, in poter de gli Antonini sudetti. L’altra Tavola, nel descritto luogo (come poco innanti accennammo) trovata, con questa, nel Giardino si pose; benche di presente, ivi non si veda, l’inscrittione però di essa, copiata da Monsignor Rodulfi, in S.Lorenzo, qui sotto leggesi nelle Croniche sue, ove di Sinigaglia ei tratta.


IMP. CÆS. ÆLIO ADRIANO
CONS. IIII. P.P. COLLEG.
CENTONAR. SVASANORUM.
LVC. BYRBVLEVS
MATVTINVS. XX VIR.


La quale scritta, con l’aggiunta delle mancanti lettere, in questo modo si legge.
Imperatori Cæsari, Aelio Adriano Consuli, Quartum posuerunt Collegium Centonariorum Suasanorum. Lucius Byrbuleus Matutinus viginti vir.

L’argomento, per intelligenza di questa breve Tavola è, che il Collegio de gli artefici de i Centoni, ch’erano coloro, i quali di varie pezze di colorato panno, una intiera ne facevano, ad Adriano Imperatore, che fu Console quattro volte, una statua in questo Tempio, per qualche segnalato beneficio alzarono. E Lucio Birbuleio Matutino, il qual fù de i venti huomini uno, che furono sopra la divisione dei Suasani campi [p. 164 modifica]deputato, i quali proportionevolmente à ciascheduno dovevano consegnarsi, lasciò questa memoria nel Tempio di Cerere; come quella che dalla Gentilità, era Dea de’ campi tenuta, nel detto marmo à caratteri maiuscoli scolpita.

In mezo al piano, che trà il fiume & tra i Miralbellesi colli si stende frà una strada, che al fiume sudetto, & à i campi Certini descende: ove par che il terreno alquanto s’erga, in varij tempi da gli aratori furono, ruine di vecchi edificij, e reliquie di un gran Tempio, scoperte; da cui (oltre i rottami de’ lavorati marmi, e di statue dell’istessa materia) una gran Tavola di pietra estratta venne, ove notato si vede il testamento di quello, che con le sue sostanze, dispose fosse questo Tempio alla felicità consacrato; il quale hoggi nel Palaggio del Volpello si trova. Et se bene, per essere quella, da un lato alquanto spezzata, le mancano alcune poche lettere: tuttavia come quì sotto assai bene si legge.


ETRIO L.F. CAM. TRO. EQVO
PVBLICO. ESTAMENTO
SVO. EX. HS. V. TEMPLVUM
SVASAE FELI. ERI. IVSSIT.
ET IN TVTELAM IS. XX. N.
REIPVBLICÆ SVA. OR.
RELIQVIT. EO AMPLIVS
M. R. P. HS. CXXX. N.
LEGAVIT VS. REDITV.
OMNIBVS. AN. NATALIS
SVI LIII. D.

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E questa delle sue breviature disciolta, con l'aggiunta di quelle poche lettere, che per la spezzatura vi mancano, il vero senso nel seguente modo ispiegano.

Etrio Lucij filio Camilla. Equo publico. Testamento suo ex sestertijs Quinque millibus, Templum Suasæ felicitati fieri iussit. Et in tutelam Sestertiorum viginti millia numorum Reipublicæ Suasæ ordinibus reliquit: eo amplius muneri Reipublicaæ sestertiorum centum triginta millia numorum legavit suo reditu omnibus annis.

L'Anno del suo natale cinquanta tre, e giorni.

Fù Etrio nobile Cittadin Suasano, il quale sendo ricchissimo, e di grain meriti, portossi alla dignità Equestre; Indi volendo lasciar à poster, della sua generosità memoria, legò per testamento, che delle facoltà suea spendessero cinque milla sestertij, che ridotti al valore della moneta Romana, sommano scudi cento cinquanta millia, per un Tempio all- felicità fabricare: Et acciòche da i Sacerdoti, e Ministri, fosse culto seò condo l'uso di quei secoli, lasciò à gli ordini del Pubblico di Suasa ei- à gli Senatori, à i Cavaglieri, & à i Plebei venti milla sestertij de da nari, (ch'erano chiamati sesterzi minori) i quali sommano (ridott all'istessa moneta Romana) sei cento scudi, à fin che del Tempio havesse cura, e quel dinaro, per il detto effetto spendesse. Indi, al medesimo Publico, senza obligatione veruna lasciò d'entrata per ciaschedun' Anno, in perpetuo, centotrenta milla sesterzij, pur de' danari, che sono tre milla scudi, e novecento della detta moneta. Mancò questo inclito soggetto, l'Anno delle sua età cinquantatre, e giorni.

Nel Campo, ove si disse vedesi le reliquie del Tempio di Giove, non molto da esse lontano, una statua di Augusto, di fino marmo, grande al naturale, trovossi la quale, con quella Giove andò in mano del Marchese Hippolito della Rovere; e nell'istessa cava, da molte ruine, si estrasse una tavola, similmente di marmo, come quì sotto scritta, la quale con l'Etriana, dentro il sopradetto Palagio hora si salva. [p. 166 modifica]


CVRTILIÆ. C. F. PRISCILIAÆ
SACERDOTI
DIVÆ AVGVSTÆ
ORDO VI. VIRALIS.


Ch’è l’istesso in forma più usata in questi giorni.


Curtiliæ Caj filiæ Prisciliæ Sacerdoti Divæ Augustæ ordo sextum viralis.

Era nel detto luogo di Suasa, un Tempio di Ottaviano Augusto sacrato; sicome uno li fù dicato in Roma, & in ogni altra Città famosa dell’Imperio Romano, per il special decreto del Senato, come riferisce Dione al Libro 66. delle sue Historie, così parlandone: Decretum quoque Romæ Augusto sacrarium, à Senatu, à Livia vero, & à Tiberio factum. Alibi quoque multis locis ei Fana extructa sunt à populis, partim volentibus, & partim invitis.
A ciascheduno di questi Tempij si deputava un Collegio di Sacerdoti più nobili, che fossero nelle Città, dove quelli si trovavan eretti, i quali ne i tempi dovuti vi convenivano per al medesimo Augusto rendere i dovuti honori. Et se ben dentro à Roma, il numero di questi Sacerdoti era di ventidue (per la testimonianza, che ne fà il citato Dione) à cui tre altri furono parimente aggiunti, cioè, Tiberio, Claudio, e Germanico, (secondo che Cornelio Tacito nel primo libro delle sue Historie in queste parole racconta: Idem annus novas cerimonias accepit, addito sodalium Augustatium Sacerdotum, sorte ducti à primoribus Civitatis) fuor di Roma però, sei venivano solamente à questa gran Dignitade assunti; sicome ancora sei, e non più erano in Suasa, come dall’iscrittione di questo marmo, e da altri, che più à basso citarannosi, chiaramente si scorge. Non solo in questi Tempij, al detto Imperatore si offerivan i culti latrij: mà etiandio à Livia Drusilla, dilettissima sua consorte, la quale da Claudio, all’hora capo di quel Collegio, fu Deificata, come nella vita di Svetonio racconta, al capitolo undecimo, cosi dicendo: Acciæ Liviæ divinos honores, & Circensi [p. 167 modifica]pompa, currum Elephantorum Augustæ similem decernendam curavit. Dopò questa cerimonia, tosto decretò il Senato, che come à Dea celeste, le si rendessero, ne i medesimi Tempij d’Augusto, i divini honori, non meno in Roma, che fuori mà si come ella era Donna, ciò dalle Donne solamente facessesi, le quali per questo effetto, venissero dall’ordine Sacerdotalo de gli huomini, in altrettanto numero Sacerdotesse create. E perche in questo Collegio, se non i più degni, e della Città più nobili, (come accennammo) potevan’esser ascritti, cosi à tal carica non s’eleggevan da loro, se non le più belle, le più nobili, e le più virtuose Donne, che soggiornassero ivi. Tale fù senz’inganno Cortilia figliuola di Caio della gente, ò Tribu Priscillia, notata in questo marmo, che si rese degna, da gli Augustali Sacerdoti di essere alla dignità Sacerdotale assunta e di servire ne i sacrificij à Livia Drusilla. Questa venendo à morte; acciò che de gli suoi gran meriti, appresso i posteri si riserbasse memoria, credesi, che dai medesimi Sacerdoti Suasani, dentro l’istesso Tempio, questo sasso, con il descritto Elogio si erigesse.

Trà i vestigij de’ bagni Suasani, con diligenza cercando il sopranomato Ottaviano Volpelli, scoperse una pietra, la quale fece al suo Palagio condurre; ove hoggi con l’altre due sopra descritte si trova, in cui si leggono i seguenti Elogij.


L. OCTAVIO L. F. CAM.
RVFO. TRIB. MIL. LEG. IIII.
SCYTHICÆ PRÆF. FABR. BIS
DVOMVIRO. QVINQ. EX
S.C. ET. D.D. AVGVRI EX
D.D. CREATO. QVI
LAVATIONEM GRATVITAM
MVN.

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Al solito stendendosi con la giunta delle mancanti lettere, l’istesso è che segue.

Lucio Octavio Luci filio Camilla.
Rufo Tribuno militum legionis quartæ.
Scythicæ. Præfecto fabrorum bis:
Duomviro quinquennali ex
SenatusConsulto,& diebus decurionibus.Auguri
Ex Decreto Decurionum creato.
Qui lavationem gratuitam præbuit Municipibus.

L’argomento di cui si è, che Lutio Rufo primogenito di Lutio della gente Ottavia, e della Tribù Camilla, fù non solo per habitatione, e nascita di Suasa honoratissimo Cittadino: mà parimente per privilegio Romano, il quale ne i Comitij, quando i Magistrati creavansi, dava nella sua Tribù i suffragij. Et essendo valoroso, e meritevole molto, fù Tribuno della quarta Legione creato, chiamata Scitica, la quale fù la medesima, che nella Soria, per guardia dei confini Romani, elesse nelle parti Orientali Augusto, in cui molto confidando Claudio, dal luogo sudetto rimovendola, nella Germania superiore condussela, come racconta Honofrio Panvinio nel libro dell’Imperio Romano. Oltre questa dignità, (che in quei tempi era molto grande stimata) fù anche due volte assunto alla Prefettura de gli artefici delle militie Romane, carica di molta stima, e gran commando. Finalmente, dopò molte fatiche, della guerra tornato, per alla sua Patria Suasa riposarsi, fù da quei Cittadini, per Console di quel Magistrato eletto, à questa carica due soli assumendosi, con autorità plenaria sopra del Popolo: e se bene per l’ordinario, solo un’Anno, in questo officio gli eletti Consoli duravano; quando però egreggiamente in quell’Anno si fossero diportati, con l’autorità del Senato Romano, per altri quattro futuri Anni vi si confirmavan talhora, come à Lutio Rufo accadde. Parendo poi à gli Suasani di non haver à bastanza i meriti suoi, con farlo per cinque Anni Prencipe della loro Città, honorato; vollero anco eleggerlo Auguro, secondo la Domitiana legge, cioè, col voto popolare; la qual dignità, perche da Gentili era stimata Divina, sopra ogni altra nella Repubblica, per questo à i più degni si conferiva; Onde gli Auguri, appresso de i medesimi, nell’officio loro eran fino à la morte perseveranti, vestendo sempre di porpora, precedendo à’ Sacerdoti; potendo quelli essere dalla Sacerdotale dignità, per qualche delitto grave deposti; la qual cosa non potevasi esseguire contro gli Auguri. Vedendosi questo degno Heroe, [p. 169 modifica]nella sua Patria honorato cotanto, usò nel suo testamento questa ricompensa liberale al Popolo, che ogni uno, entro à gli suoi bagni lavar se potesse, senza pagar mercede, stimato in quei tempi altissimo beneficio; e perciò da quel Publico ne gl’istessi bagni fulli dopò la morte questa memoria eretta. Nelle colonne del Palagio publico di Corinalto, interciati si vedono due scritti sassi, che da i vetusti Suasani, dalle ruine della Patria loro, in quel Territorio portati, da’ Cittadini Corinaltesi non molto tempo à dietro ivi ne furono posti. Nel primo de’ quali à caratteri, che imparati da Toscani, usavano i primi, che habitarono Roma, come quì sotto leggesi.


D. M.
M. CAVIO.M.F.SVAVISSIMO
VI. VIR. SVASÆ VIXIT
ANNOS XIII. DIES. XXVII.
M. CAVIVS VIRNEI.
CAVIA IANVARII. FILIO
PIENTISSIMO.


Ch’è l’istesso secondo la vera interpretatione.

Dijs Manibus.
Marco Cavio Marci Filio Suavissimo. Sextum vir Suasæ; vixit annos tredecim, dies viginti septem. Marcus Cavius Virnei. Cavia Ianuarij filio pientissimo. [p. 170 modifica]Al tempo che habitavasi da i Toscani Suasa, nacque à M. Cavio Cittadino principale della detta Città un figliuolo, com’egli Marco Cavio nomato. Quelli nell’età di tredici anni, e di 27. giorni morì, onde il Padre, & Cavia sua sorella, moglie di Ianuario, posero quest’epitafio sopra il sepolcro suo lasciando memoria del gratiosissimo, e pietosissimo figlio.

L’altro, che vicino à questo giace, nell’istesso luogo riposto, per essere dalle parti un poco rotto, d’alcune lettere manca, e nel modo ch’egli stà di presente, in questo modo si legge.


AN. SATR.
LEM. SAR.
X. VIR. STILITI.
TRIB. LEG. XXV.
Q. VRB. Q. PROV.
TRIB. PL. PR. DE.
PATRONO MV.


Da cui aggiungendosi quanto par che ci manchi, tale sentimento si cava.

Annio Satrio.Lemonia sarcitori. Decem viro Stilitibus
Tribuno legionis vigesimæ quintæ,
Quæstori Vrbano Quæstori Provinciali,
Tribuno Plebis, Prætori. Decuriones
Patrono Municipij.
[p. 171 modifica]Di cui l’argomento si è, che Satrio, per privilegio fù Cittadino Romano, figlio adottivo di Annio dell’ordine Plebeio, mà nobile, come dalla Tribù Lemonia comprendesi, nella quale fù scritto. Perche fù costume, che s’alcuno voleva la nobiltà provare, necessario era, che fosse in qualche Tribù ascritto, e la Lemonia nel numero delle più stimate annoveravasi. Fù questo molto savio, e prudente procurando sempre la pace trà Cittadini: Onde si rese degno di esser nel numero di dieci huomini eletto Decisore delle liti scritte in giudicio. Fù soldato di gratia di virtù, & di esperienza militare, perciò tenne della vigesima quinta legione la Tribun. dignità, e la carica di Thesoriere di Roma, e delle Provincie. Fù ancha Tribun della Plebe, e Pretore, con Magistrati honoratissimi, & hebbe di Suasa il patrocinio; Perciò i Decurioni Suasani, vollero con questa inscrittione honorarlo; acciocchè trà essi perpetuasse del Patron la memoria del Municipio loro, la qual fecero porre ne i muri del Palagio publico, alla vista di ogn’uno, si come la medesima di presente in Corinalto ritrovasi: perche anche de gli suoi maggiori Suasani esser vollero quei Cittadini, in honorar questo Heroe imitatori veraci. Le colonne di marmo con gli suoi pedestalli, e capitelli di bellezza incredibile, che hoggi sostentano le volte, e gli architravi del magnifico Tempio della opulente Badia di S. Lorenzo in campo, dall’istesso recinto furono estratte, le quali additano havere à Suasani, in qualche publico edificio, non di ordinaria magnificenza, servito: Altre statue, altri epitetti, ed altri fragmenti di esquisite strutture, oltre li sopradetti, furono trà le medesime ruine, quasi in ogni luogo del sito suo, trovati, de’ quali molti non conosciuti, furono da Coloni idioti lasciati frà quelle zolle sepolti, ò trasportati dentro i Tuguri loro, son’impiegati à più vili servitij, anche sotto i camini, per soglia del fuoco, e nelle bocche de’ forni, per assodarle; ed altri all’incontro, come pretiosi, à i primi Prencipi d’Italia presentati, quali dentro le Galerie loro, trà gli altri più Tesori pregiati, hoggi si salvano. Mà d’ogni altra reliquia la più considerabile, che di questa Città le grandezze attesti, è al giudicio de’ saggi, una strada Consolare, che dal suo sito fino alla Flaminia scorre, con essa incontrandosi là, ove sigillo si trova l’honorevol Castello, di cui vestigij in più luoghi dimostransi, sotto il Palazzo ispecie, della Rocca principal Castello rassembrando ivi la Flaminia istessa, che dal Borghetto à Veio più volte si passa. Non fù dunque Suasa, dove al presente stà situato Urbino, come alcuni pensarono, specialmente Pietro Bertio, nel Teatro Geografo, e Leandro Alberti, nella descrittion d’Italia: benche Leandro, dopò haverlo affermato, pare che lo lasci in dubbio; come in queste parole Abramo Ortellio racconta. [p. 172 modifica]
Suasa apud Tholomeum, est Semnonum mediterranea Urbs in Italia Leander dubitar num sit Urbinum Taciti, quos Plinius Urbinates Metaurenses vocat, & nostra ætas Urbinum.
Dalle cose di Suasa raccontate, e dall’altre poche reliquie, che per anco dal terreno di quell’incinerito cadavero estratte non vennero, manifestamente conoscesi, questa Città esser già stata la più nobile, sontuosa, e popolata di quante frà i vaghi confini della Senonia Terra, ne fossero, e dalle pietre scritte, à cui si dà piena credenza, raccogliesi ch’ella fù Municipio, e conseguentemente assai delle Colonie più nobile, e delle Prefetture illustre, governandosi con le proprie Leggi in parte libera, e parte al Romano Imperio soggetta; nella quale furono diversi Magistrati eretti, oltre il supremo di due huomini Duumviro chiamato, nel quale (come s’è detto) era della Suasana Republica la potestà assoluta; e specialmente il Senato, dove intervenivan’i Decurioni, con il Magistrato di Sei, detto il Sextum viro: quelli de i dieci, Decem viro, e l’altro de’ venti, che sopra i campi l’autoritade haveva, nomato il Vigintiviro; E può essere, che ce ne fossero anco de gli altri, de’ quali non se n’ha cognitione, come nell’altre Cittadi à lei consimile, e grandi si sà esservi stati. Ciascheduno di questi Magistrati, veniva deputato è dar il giuditio sopra qualche particolare interesse del Publico; e tutti con decoro, e con grandezza tenevan’i loro Tribunali aperti, come hoggi scorgesi in Venetia. Da che anco s’inferisce, che la Città fosse più assai di quanto si ragiona, grande. Aggiungasi, che nelle istesse inscrittioni, si legge, che quivi furono i Collegij dell’arti, più illustri d’Europa, gli Auguri, l’ordine nobilissimo de’ Sacerdoti Augustali, e delle Sacerdotesse di Drusilla, quelli di Giove Olimpio, di Cerere, della Felicità, ed altri molti, secondo, che molti furono i Tempij in questa Cittade, à varij Dei eretti, in cui servivano, si come anche i Questori, Prefetti, Tribuni de’ Soldati, Cavaglieri, ed huomini ricchissimi. E questa forsi fù (per mio credere) la cagione, che Livio invidiolla, e che volendo di essa scrivere, non poteva se non dirne molto: La onde se’n tacque, over che anco diffusamente ne trattasse in quei libri, che si dice, essersi perduti. Hor sia pure come si voglia, non hanno però tacciuto alcuni Moderni Scrittori, delle sudette reliquie in qualche parte informati, come Giovanni Battista Baffi, nel secondo libro de Cometis, al nono Capitolo, così scrivendone: Postquam Senones Galli, a Lucio Furio Camillo, & trucidati sunt, & intra Esinum flumen, & Pisaurum conclusi, Senogalliæ oram tenuere, nempè illam adeò miram, & fecundam Regionem (ut Polybij verbis utar) qua Suasam, & Ostram, insignes olim Civitates, ut ex vestigijs cernitur. Suasæ Præsertim, cuius ruinæ ab Octaviano Vulpello [p. 173 modifica]Iuris utriusq; Doct. clarissimo, & antiquitatum maximo indagatore, & studiosissimo, ab Orco revocatæ sunt, & testimonio Ptholomei comprobatur, vel condidere, vel certe coluere Senones. Monsignor Rodulfi, nelle citate Croniche di Sinigaglia, nel capitolo di Corinalto, così di Suasa ne scrisse. Suasa si quidem in decliviori erat loco, Urbs eo tempore nobilissima, cuius vestigia adhuc visuntur, aqueductus plumbei, numismata, locus Amphiteatri, Prætorium, Iovis Phanum, atque demum Octaviani Augusti statua, ex pario marmore concinnata, propè Phanum reperta. Apud Hippolytum Marchionem de Roere, compertæ sunt quædam tabulæ, in quarum altera, apud Octavianum Vulpellam, antiquitatum studiosum, ab annonæ Præfecto descripta est publica cena. E Sebastian Maccio Durantino, de bello Asdrubabalis, nel secondo libro il medesimo quasi afferma, dell’istessa parlando, in queste brevi parole. Erat etiam Urbs quidem insignis, ut notum quoque est ex monumentis, & reliquijs, quæ eodem loco adhuc supersunt quamplurimæ. Portarum namque vestigia integra sunt: Aqueductus, sepulcra, & magni, ac superbissimi Theatri vestigia, & balneorum fragmenta, & lapides, in quibus legitur ob publicam utilitatem fuisse constructa.

Certificatosi finalmente, che in questo sito fù già Suasa, non con ordinaria brama da gl’indagatori curiosi de i fatti antichi; anche di essa gli Autori si cercano, e si come diversi sono coloro, che ne parlano; cosi varij si sentono i pareri. Però che alcuni sapendo certo, che i Pelasgi la Toscana scorrendo, e l’Umbriana Regione, di quella impadronitisi, molte Cittadi edificaronvi dentro, frà quali vogliono, che fosse una questa; cosi lasciò scritto in un marmo Giulio Cardinale d’Urbino, el sudetto Volpelli, il quale come quì sotto nel Giardino sopra nominato di Castelleone, scritto si vede. [p. 174 modifica]


Suasa á Pelasgis hic condita; posteá Senonum Civitas nobilissima, vt Amphiteatrum, marmora statuæ, inscriptiones, & numismata, adhuc inter extremas eius reliquias reperta testantur.

Ab Alarico funditus deleta, & iam diù etiam soli notitia penes Historicos labefacta.

Iulio de Ruere Card. Vrbinens. annuente ab Octaviano Vulpello A.S.Angelo, & filijs quasi emortua ad lucem restitula est. Anno D. M.D.LXIX.

Altri asseriscono, che gli Umbri antichi, dentro questo ameno sito dai fondamenti l’ergessero, per habitarvi sicuri, e senza venire da’ nemici turbati, godersi di quelli ameni, e delitiosi campi quietamente i frutti: trovandosi hoggi per testimonianza di questo, in molti luoghi di quella Regione diversi fondamenti di Umbri edificij, specialmente alle ripe del Cesano fiume, dentro il Mondaviese Territorio.

Altri per l’istessa ragione, affermano di certo, che da’ Toscani fosse quivi cotanto degna Città, edificata non solo; mà di superbe strutture abbellita. Non mancò parimente chi disse, la medesima da’ Senoni, con Sinigallia insieme havere tratti i principij, ben che molto questa di quella più humili; Onde Polibio di Sinigallia parlò, e non di essa.

Molti, meno antica facendola, dissero, ch’ella de’ Soldati Romani fosse legitimo parto, quando da Caio Flaminio, sotto il Consolato di M. Lepido [p. 175 modifica]fù loro donata la Contrada, e trà essi distribuiti i campi; vedendosi di fabriche Romane, più che d’ogni altra natione, in quel recinto, le memorande ruine.

Questi pareri non isprezzo mica, fondati essendo sopra qualche specie di verità apparente, principalmente la prima, per la ragione addotta da gli Autori di essa: onde io à quella facilmente m’appoggerei, quando certo non fossi, essere da’ Giganti Suasa, insieme con Ostra (come dicemmo) edificata, dopò che in Babelle confusi, andarono per lo Mondo vaganti; i quali giunti à questi lidi, giudicarono la Contrada, come delitiosa, e ferace, de i loro disutili corpi essere sofficiente pascolo: Onde, ivi senza dimora le habitationi fermarono. Della cui veritade i cadaveri loro (come accennavamo di sopra) dentro i campi Averardi, Ostriani, e Cirvignanesi, non che apparenza, fermezza chiara ne danno: Mà dopo alcuni secoli, gionti quivi gli Egitij, estinsero questa sordida gente, e questa mal’ordinata Città pigliarono, la quale dall’immonditie ispurgando, à miglior forma di vivere ridussero, parimente ornandola di molti edificij, all’usanza Libica, e col nome di una Città dell’Egitto la chiamarono Suasa: & essendo poi nell’Ispagne mancato Hercole Duce loro, fù ad honor suo, da quei Cittadini edificato un Tempio, il quale à segni, (come dicemmo) credesi, ch’egli fosse, dove al presente la Chiesa di S. Giovanni si mira. Et questo essere accaduto, come io scrivo, oltre all’autorità di Beroso Caldeo sopra citato, molti segni di tal sito di Suasa raccolgonsi, che lo dimostrano; principalmente più che le figure di rane, e d’altri animali informi, una di bronzo Corinto chiaro l’addita, la quale di presente in mano del Capitan Pier Leone Amati ritrovasi, tanto insolita, e stravagante, che per la sua deformità si rappresenta mostruosa non meno che la chimera di Bellerofonte, havendo essa due gran poppe di capra coscie, e gambe ad un busto di huomo congiunte, con il petto, el tergo di Leone, sopra di cui due grosse corna di Toro in vece di capo molto s’inalzano; e perche trà le due poppe dal busto pender si vede un smisurato membro di huomo per honestà tralascio di linearla in carta. Questa indubitatamente è una delle statue abominevoli delle sozzure Egittie, sendo quegli huomini à demenza tale venuti, che à tutto ciò Divini honori porgevano, che nella mente lor faceva Deitade fantastica apparenza, come Diodoro Sicolo racconta nel secondo Libro dell’antiche Historie favolose; Clemente nel quinto della Rel. Herodoto, ed altri, che della ridicolosa Egitia Religione scrissero: Anzi l’istesso Diodoro soggiunse, che fino al membro virile sacrificavano; e questo perche nel detto rappresentavasi quello d’Osiride, come attesta Eusebio nel secondo libro della preparat. Evangelica; e rappresentando similmente al vivo questa figura, il detto membro, da Suasani entro à qualche [p. 176 modifica]Tempio, che in honore del medesimo Osiride, stimo che havessero eretto, pazzamente veniva con honori di lodi, e di sacrificij adorata di culto latrio, come s’adora al presente Dio.

Dopò che gli Egittij hebbero gran tempo di questa Città la Signoria tenuta, furono dà Pelasgi cacciati, come attesta Xante de bello pelasgico, citato da Marsilio Lesbio, i quali vi dedussero una Colonia, & alcuni anni l’habitarono. Mà prevalendo ad essi gli Umbri, la medesima in mano loro, come trofeo glorioso delle acquistate vittorie, rimase, la quale con affetto particolare, di sontuosi edificij ornarono, come sino à questo dì si vedono le mentovate reliquie. Indi à gli Umbri movendo guerra i Toscani, e superiori essendo, con tant’altre Città della Regione, anche s’impadronirono di Suasa, la quale da i più notabili di quella Natione habitata essendo, molto fù abbellita, e resa di strutture meravigliose illustre, come le reliquie di essa ampla fede ne fanno, singolarmente la Torre già detta, gli Antri, il Teatro, il Tempio Olimpico, & il Pretorio, dove l’artificio Toscano specialmente risplende, non mostrandosi punto differenti nel magistero dalla composizione del Teatro, de gli Antri, e del Mausoleo Inginij, di cui gli Auttori per certo si hà, che furono Toschi; e meglio il fà noto la Tavola di marmo, con l’epitafio di Marco Cavio, che fù del Magistrato de gli sei huomini, che in Suasa usavano i Toscani, come in ogni altra parimente à loro soggetta. Anzi essendo quivi de’ Regi Toscani la stanza, (come dalle due Regie statue sopra descritte, che vicino al luogo de’ Bagni furono ritrovate, vera scienza se n’ha) per fermo si tiene, che di tutte l’altre Città, da questa Natione possedute di quà da gli Apennini, la Metropoli fosse. E se sia vero quanto da i letterati della Contrada raccontasi, che al tempo del Volpelli scoprissesi un fragmento di marmo, in cui, fuor delle spezzature leggevasi,


Rex Suasæ Porsennæ Regi magno,

il quale appresso Hippolito sudetto, lungo tempo, in S. Lorenzo, si serbasse: Era questa Città co’ Toscani confederata di Chiusi, e per congiettura probabile si può credere, che mandasse genti alle mura di Roma, contro i Romani guerreggiando, per rimettere i Tarquinij in quel Regno.

Discesi poscia nell’Italia i Celti, venne Suasa, con tutta quella Provincia in poter de Senoni, la quale da loro (come nemici della Civiltà) disprezzata ne fù, e posta in abbandono; siche i nobili Palagi, le Regie habitationi, con gli ampli, e sontuosi Fori, per trecento, e più anni, restarono covili di fiere, tane de’ serpi, e bersaglio de tempo: Onde nel primiero sito vestigij di Senone fabriche non ritrovansi, essendo la [p. 177 modifica]materia loro tavole di terra cotta larghe, tegole volgarmente chiamate; sicome infinite per i campi ritrovansi, che del suo Territorio già furono. Da questa Contrada, cacciati dopò anni trecento, i Senoni, da i valorosi Romani, fuono i campi di essa donati da C. Flaminio à i vincitori soldati, i quali vedendo un Città così illustre, frà quelle pretiose ruine giacente, subito à resarcirla si posero ne mai cessarono dall’opera, fin che quando de’ Toscani fù il seggio Regale, celebre non tanto sopra ogni altra di quella vicinanza rendettesi: mà venne da ciascuno frà tutte l’altre Città di quel contorno stimata Metropoli. Onde i Romani di essa tanti alti progressi vedendo, la connumerarono trà i Municipij, affinche restando libera, con le proprie Leggi da li suoi Magistrati si reggesse, e molti Privilegi concedendo à Cittadini di quella, honoravano della cittadinanza Romana i più degni, i quali anche, nei Comitij davan’il suffragio, nel creare di quella Rep. i Magistrati, & à gradi supremi, che nella medesima conferivansi, venivano i valorosi, assunti; E per agevolare de i medesimi Cittadini con Roma il commercio, vollero anco con estraordinaria spesa fabricar la descritta via, che con la Flaminia à Sigillo giungesi; Perseverarono in questa felicitade i Suasani, per lo corso poco meno di settecento anni: mà per l’insolenza di Stilicone Capitano di Honorio Imperatore, Alarico Re de Goti sdegnato, prese tutte le Cittadi del Romano Impero soggette, da Ravenna scorrendo per sino à Roma; e quelle, che tentarono resistere, con fierezza più che barbara distruggeva. Giunto col suo numerosissimo Essercito alle mura di Suasa, l’Anno 409. e trovandola ben munita, l’assediò, ne volendo perdere il tempo intorno ad essa, desideroso di fare quanto prima l’acquisto di Roma, con fieri assalti stimasi che la pigliasse. Indi con violenza, e crudeltà indicibile la saccheggiò, & arse. Che Alarico fosse di Suasa il destruttore, non solo raccogliesi da Bernardo Giustiniano, libro secondo dell’Origine di Venetia, e da Girolamo Rossi, nel libro secondo dell’Historie di Ravenna: mà espressamente il racconta Bernardino Baldi, Abate di Guastalla, nella difesa di Procopio, contro Flavio Biondi, vicino al fine. Sebastiano Macci, nel sopracitato luogo de bello Asdrubalis. Ottaviano Volpelli, nella descritta pietra.Francesco Seta, in un discorso di Mondavio sua patria, ed altri che in opportuna occasione, delle crudeltà di Alarico favellano. Et oltre questa autorità, vi è l’istessa ragione delle medaglie, che si disse d’Ostra, essendone quì d’ogni Imperatore, da Cesare fino à Valentiniano trovate, di cui parimente una d’oro è nelle mani de gli heredi viventi di Francesco Seta, in Mondavio, la qual’egli per ciò molto stimava. [p. 178 modifica]

Assai Terre nobili, e grosse Castella vedonsi hoggi dentro al Territorio di Suasa, da gran numero de popoli, e molto nobili, e pelegrini soggetti habitate. Oltre il Cesano in specie, come le Fratte Orciano, Mondolfo, S. Costanzo, Barchi, S. Giorgio, la Cerasia, le Piaggie, ed altri molti, i quali, sicome nelle strutture loro, l’antichità riluce; così da Suasani, che da Corinalto (come diremo) partirono, si estima che fossero edificati. Da queste, in ogni tempo sono usciti huomini insigni, tanto in Leggi Civili, come nelle militie: sendo per le gloriose attioni loro, in ambe le professioni divenuti famosi, e particolarmente nelle sacre lettere e nelle Civili politiche: però che, non solo Consultori di Prencipi hanno quindi tratti i natali; mà etiandio molti, che alle dignità Episcopali, & Archiepiscopali si sono portati, & al nostro tempo due Vescovi in Barchi, ed un Arcivescovo in Mondolfo; di cui, e parimente d’ogni altro, che in questo terreno hebbero il nome di grande, se io volessi raccontar i fatti volumi ampli sarei necessitato à scrivere. Onde lasciando che altri, con rette frasi, e con eruditi inchiostri ne scrivano, io dalla Tomba che le ceneri Suasane racchiude, non havendo cavato, più alla longa non portarò il Discorso.