Italiani illustri/Ippolito Pindemonte

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Ippolito Pindemonte

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Barnaba Oriani Tommaso Campanella

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La famiglia veronese dei Pindemonte dev’essere di nobiltà intemerata. Perocchè, volendo il marchese Landi di Piacenza sposare Isotta de’ Pindemonte, come garanzia di puro sangue richiese che un fratello di ’essa ottenesse la croce di cavaliere di Malta. Questa non conferivasi che a nobili di molte generazioni, e portava un triplice voto, che nei più conduceva a triplice sacrilegio: di povertà, castità e obbedienza. La qual croce fu ottenuta da Ippolito, nato a Verona il 13 novembre 1755; ma questo giovinetto essendo di piccola salute, non potè fare la caravana, cioè le corse marittime contra i pirati barbareschi, e rimasto in patria, riuscì fra i buoni poeti e fra i migliori letterati dell’età nostra, non fra i grandi.

Mentre il piemontese Alfieri lagnavasi che, «nato da Vandali, educato fra Vandali, facea de’ tardivi sforzi per disasinirsi», nella casa del Pindemonte frequentavano Giuseppe Torelli e il Sibilato poeti, Girolamo Pompei traduttor di Plutarco, lo Spolverini cantore del Riso, Eriprando Giuliari autore delle Donne celebri della santa nazione, ed altri di quella società culta, che una volta abbelliva le città ed educava il gusto: anche Scipione Maffei lo vide «pargoleggiar nelle paterne case»; ed ebbe l’educazione, libera di programmi ministeriali e di esami prefettizi, che allora impartivano ai nobili i collegi d’ecclesiastici, dove molto si attendeva pure agli esercizj ginnastici. Ippolito attirò applausi comparendo da ballerino sul palco: e primeggiò in altri svaghi di gioventù; benchè tutta la vita soffrisse gracilità di corpo come di stile. [p. 198 modifica]


     Il regno ampio de’ venti
Io corsi a’ miei verdi anni, e il mar sicano
Solcai non una volta, e a quando a quando
Con piè legger dalla mia fida barca
Mi lanciava in quell’isola ove Ulisse
Trovò i Ciclopi: io donne oneste e belle,
Cose ammirande colà vidi;


potè nelle sue poesie celebrare i cimiteri di Palermo, la certosa di Grenoble, la cascata d’Arpenas, il lago di Ginevra, i ghiacciaj, i giardini inglesi, con un sentimento della natura, non comune ai nostri verseggiatori. In Roma, dove,


non che muro ed arco,
Sasso non trovi che non goda un nome,


partecipò alla società brillante e culta; e di quella fittizia Arcadia cantava:


Le felici capanne, il bosco, il prato
Veggo, e gli antri vocali e il sacro rio,
E sedenti qua e là sull’erbe e i fiori,
Tra’ lor cani e monton, ninfe e pastori;


e più che il Muratori e il Cesarotti contribuì a fondare l’Accademia Italiana. Compose allora una tragedia, l’Ulisse, che, sebbene lodatissima dal Metastasio e dal Bertòla1, è affatto dimenticata. Anche della sua tragedia dell’Arminio, poco gradita allora, oggi non serbasi quasi ricordo, eppure ha pregi ben superiori alle spettacolose di Giovanni suo fratello2, tutte effetto e imitazione francese. Oltre il [p. 199 modifica]merito di scegliere per eroe non i soliti regicidi, ma un difensore della patria indipendenza, e di non desumerlo dai fatti ricantati, restituiva alla tragedia il fare lirico toltole dall’Alfieri, introduceva i cori3,

[p. 200 modifica]e serbava i colori locali. Volle morale anche la conchiusione della tragedia, che finisce col coro:

Dalla breve tirannia,
     Che turbò queste contrade,
     Ecco sorger libertade
     Più gradita e bella più.
Ma durare, o patria mia,
     Sol potrà co’ tuoi costumi;
     Temi sempre, o patria, i numi,
     Ama sempre la virtù.

Ragionando di questa sua produzione, egli definiva la poesia «un’arte di imitare coi versi a fine di diletto», col che la separava e dalla storia e dalla filosofia e dall’eloquenza, e riprovava i poemi didascalici, dovendo il suo linguaggio esser figurato e ad immagini, mancante perciò della precisione, che è necessaria per ammaestrare. Non dunque poesia in prosa; non pretendere dalla poesia il vero, anzichè il verosimile, sino a volerne escludere la mitologia, col che condannava, i romantici d’allora, come anche nel ribellarsi ch’essi facevano alle regole. «Il vero critico nè biasima nè approva assolutamente, ma crede potersi conseguir con più mezzi lo stesso fine».

Già da prima egli avea veduto poeticamente la Libertà, «donna del sole assai più bella», in cima agli elvetici colli, e udendola acclamata in Francia, le domandava:

Dea, ti vedrò colà? — Forse», rispose,
E rispondendo un sospir lungo trasse.

Tenuto poi in Francia,


                                   illustri detti e forti
Bevea l’orecchio cupido, e rinati,
Sovra labbra novelle antichi sensi;
E d’ogni parte del bel regno intanto
Col destin, co’ desiri, e colle scritte
Speranze in man de le provincie intere
Giunger vedeansi i cittadini; accolta
In breve spazio è Francia.
                                   Di tutta
La sua pompa, e de’ suoi vezzi vestita
E di fiamme o di tuoni il braccio armata
La grand’arte del dir, siede e comanda
Il silenzio e l’applauso.

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  1. Il Bertòla cantava:

    O Pindemonte, Italia
    Te pel cadente secolo
    Suo primo vate noma,
    Te per l’età vicina:
    E quei che a Metastasio
    Lauri ombreggiali la chioma,
    Al capo tuo destina.

  2. Giovanni Pindemonte concorse colle sue tragedie al premio, con che la Corte di Parma eccitava gli Italiani a lavori che sostenessero il confronto de’ tragici francesi. Le sue tragedie (stampate a Milano nel 1804, poi nel 1827, con un buon. discorso sul teatro italiano), quanto difettano di stile e versificazione, tanto giovansi delle opportunità sceniche, sia pei caratteri e il maneggio delle passioni, sia per l’invenzione, le situazioni, le crisi. Sono ancora applauditi I Baccanali di Roma. Era egli a Parigi nel 1800, quando fu scoperta la cospirazione, che pagò colla testa lo scultore romano Ceracchi. Parve vi facesse allusione il Pindemonte in una tragedia, che pertanto diede a nascondere a una Jeannette sua amica. Costei, indispettita perch’egli non voleva condurla seco in Italia, la portò alla Polizia, che lo arrestò come conscio della cospirazione. Ma il console Buonaparte sospese la frivola persecuzione, e il lasciò tornare di qua dell’Alpi, dove visse fino al 1812.
  3. Non sul margine d’un rio
         Il cui roco mormorio
         Pare un dolce lamentar,
    Non soliamo all’ombra mesta
         Di patetica foresta
         Ad amor piace abitar.
    Sovra i campi ancor del sangue
         Tra chi spira tra chi langue
         Animoso egli sen va.
    De’ concilj più severi
         Tra i reconditi pensieri
         Penetrar furtivo sa.

    Misero giovinetto!
         Basso ed oscuro il letto
         De’ sonni tuoi sarà,
    Ma fino ai dì più tardi
         Nella canzon dei Bardi
         Il nome tuo vivrà.
    Che sarà dell’infelice
         Genitrice?
         Duol l’assale ancor più rio
         Se ingannata talor erede
         Del tuo piede
         Pur sentire il calpestio.
    Siede a mensa, e te non mira,
         E sospira:
         Sa che più non può trovarti,
         E pur là dove più fosco
         Sorge il bosco
         Muove ancor per ricercarti.