Italiani illustri/Lodovico Muratori
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Il 20 ottobre 1872 Vignola e Modena vollero celebrare il secondo centenario dalla nascita del Muratori, e fu una gioja il veder come tutta la popolazione, anche la meno educata, prendesse parte all’applauso renduto al gran concittadino. Ne trasferimmo le ossa, ne incoronammo la statua, ma sopratutto si espose il prezioso archivio di tutte le sue carte, e si pubblicarono libri e dissertazioni, che sempre meglio facciano conoscere e stimare questo grande erudito, onesto uomo, eccellente prete, vero sapiente. E noi, partecipi di quella solennità[1], di tutto ci valemmo per compilare questa biografia, che perciò dovrebbe riuscire più compiuta.
Lodovico Antonio Muratori nacque poveramente il 21 ottobre 1672 a Vignola, terra ubertosa sulla sinistra del Panaro, nell’altipiano dei colli di Canapiglia, 21 chilometri al mezzodì di Modena, e patria di altri, illustri per sapere e virtù, fra’ quali basti nominare il Barozzi legislatore dell’architettura, Giovanni Fontana vescovo di Ferrara e scrittore, Pierantonio Bernardoni poeta cesareo, Veronica Cantelli poetessa e pittrice, altri verseggiatori e ultimamente Agostino Paradisi.
Quei nomi udì forse il giovane Lodovico menzionare nella sua modesta famiglia[2]; e avido di sapere e non avendo i mezzi d’aquistarlo, collocavasi sotto alla finestra della stanza ove un maestro insegnava la grammatica, e ne rubava le lezioni, finchè quegli accortosene, tolse a insegnargli quel poco che sapeva. I suoi genitori; vestitolo chierico, trovarono modo di porlo nella vicina Modena sotto dei Gesuiti «che non mancarono di educarlo sollecitamente nella pietà», e in oltre a buoni e severi studj, alla filosofia, alla giurisprudenza, alle lingue antiche. Egli confessa aver cavato non solamente diletto, ma amore della lettura, e scorrevolezza di stile dai romanzi (ora a noi insopportabili) di madama Scudery, pure esortando i giovani a guardarsi da siffatte bizzarre invenzioni. Era anche appassionato dei poeti che si leggevano in una conversazione[3], dove capitarono i versi del lodigiano Lemene e del milanese Maggi, ed eccitarono ammirazione.
Detto com’egli si piacesse di Seneca, Epitteto, Arriano, conchiude: — Non mi sono mai pentito nè si pentirà alcuno di avere imbevuta l’anima di que’ rigidi insegnamenti, contenendo essi non poche massime, utilissime nell’uso, e convenienti anche al filosofo cristiano»[4].
Benedetto Bacchini, dotto cassinese, allora storiografo presso Francesco II, l’innamorò della laboriosa erudizione che non s’impara nelle scuole. Trovò chi raccomandollo ai Borromei, signori milanesi ne’ quali era ereditario il proteggere gli studiosi, e che ne aveano modo in grazia del patronato che esercitavano sul Collegio Borromeo di Pavia e sulla Biblioteca Ambrosiana. In questa «nicchia sì decorosa e di tanto suo genio» collocarono essi come dottore il Muratori (1694), che nel 95 vi fu ordinato sacerdote dall’arcivescovo Caccia, nel 99 ebbe la confessione: e applicatosi a frugare per entro que’ tesori bibliografici, pubblicò Aneddoti latini che, oltre varie altre cose, sono quattro poemi di san Paolino da Nola per la festa di san Felice, corredati di ventitre dissertazioni sui due santi, sulle agapi, su antichità cristiane, sulla corona ferrea. Più tardi egli si accusava di averli stampati senza farli vedere a nessuno: e «Bisogna rispettar il pubblico, bisogna maneggiare con gelosia e riguardo la propria reputazione, e ricordarsi che, per grand’uomo che si sia, più veggono molti occhi che uno solo».
Frequentava egli la casa Borromeo, e persuase a istituirvi un’accademia di morale e letteratura, che riunisse i buoni ingegni a qualcosa meglio che a far sonetti e recitare dissertazioni, e non dissimula che «non vi mancava la lautezza de’ rinfreschi, familiare a que’ magnifici signori».
I Milanesi vedevano questo pretino, verso le due ore, uscir ogni giorno dalla Biblioteca Ambrosiana, accompagnato da uno di quegli esseri anfibj tra l’uomo e il cretino, tra il secolare e il prete, e mettersi davanti al castello de’ pulcinelli, e ridere a quelle grossolane facezie, a quelle sonore bastonate, come oggi si farebbe alle ingiurie che ai galantuomini avventano i giornali umoristici.
Quando Rinaldo I duca di Modena sposò la primogenita del duca di Brunswick, il celebre Leibniz pubblicò una scrittura (1695) per dimostrare che d’un solo stipite derivano la prosapia elettorale, poi regnante, di Brunswick e la ducale di Este. Per tale assunto aveva egli visitato varj archivj; e conosciuta l’importanza di quel di Modena, mandò a farvi ricerche il dottore Hakemann. Questi lo trovò in estremo disordine, attesochè vi si erano buttate di fretta le carte portate via da Ferrara nel 1598, allorchè questa fu dai papi tolta agli Estensi. Pertanto il duca Rinaldo pensò mettervi ordine, e a tale, ufficio chiese il Muratori. Questi esitò assai, perchè a Milano godeva soldo sufficiente[5], salute, quiete e libertà, e aveva assunto impegni colla Biblioteca, colla città, col capitolo. Moltiplicandosi però le istanze e le promesse del duca[6], egli abbandonò «quella nobilissima metropoli, dove era mirato sì di buon occhio e favorito da tanti», e passò a Modena bibliotecario ed archivista (1699): ove il duca gli aggiunse allo stipendio la parrocchia di Santa Maria della Pomposa, donde il titolo di prevosto, col quale visse fino al 23 gennajo 1750.
Quella vita, non segnata che di’ qualche buona azione e pia, di grandi benefizj, della fondazione del Monte di Pietà e della Confraternita della Carità, e d’altre opere che, ignorate dal mondo sapiente, formano il miglior suo retaggio, fu piena di studj, che sono l’ammirazione e l’esercizio di quanti’ coltivano la storia, massime l’italiana.
Sovrasta a tutte la sua raccolta dei Rerum italicarum scriptores, arsenale di documenti e cronache intorno alla patria nostra, dall’invasione dei Barbari fino al 1500.
Già altri aveano pensato a radunare quanti aveano scritto della storia d’un popolo; e l’Urstisio, il Frehero, il Goldast, il Meibomio, il Pistorio, i Lindebrogi in Germania; in Francia il Duchesne, il Baluzio, il Mabillon, il Bouquet e gli altri padri Maurini avevano fatto di tali collezioni: Grevio e Burmann pubblicarono in quarantacinque volumi gli storici d’Italia posteriori al 1500: ora il Muratori l’intraprendeva per gli anteriori, con accuratezza maggiore.
Neppur fra noi era mancato chi fondasse la storia de’ tempi medj sopra atti e documenti, e a non nominare Benedetto Giovio, il padre Tatti, il Campi ed altri storici municipali, restano insigni le fatiche dell’Ughelli, del Baronio e suoi continuatori, del Panvino, di Carlo Sigonio, conterraneo del nostro Muratori, il quale in bel latino compilò la Storia del regno italico, che abbraccia appunto il medioevo; di che è tanto lodato dal Muratori stesso, e dal Tiraboschi è chiamato «padre della scienza diplomatica» perchè indagò tutti gli archivj d’Italia e ne diede notizia. Allora poi viveano eruditissimi personaggi, il Magliabecchi, il Lami, il Salvini, il Bacchini, Apostolo Zeno, il Sassi, l’Assemanni, il Costadoni, il Fontanini, il Maffei, il Borghini, il Bianconi....
La collezione degli scrittori delle cose d’Italia è compresa in 25 volumi, stampati a Milano dal 1723 al 1738 a spese di una compagnia di signori, intitolata Società Palatina, nei locali del palazzo imperiale, dall’imperatore concessi per la stamperia. Il Muratori vi era assistito e coadiuvato da molti eruditi, principalmente dall’Argelati, dal Sassi, da altri dottori dell’Ambrosiana: e per quell’opera cercò usufruttare tutti gli archivj della penisola, rimanendogli però chiusi quelli di Venezia, dei duchi di Savoja e d’altri principi[7] che temeano comparisse in loro l’ambizione di occupar terre altrui; quell’ambizione di cui più tardi si fece loro un vanto. In ogni paese, ma più nel suo, trovò volenterosi cooperatori, di merito sodo quanto modesto, che miravano alla pubblica utilità, anzichè alla propria gloria, e il cui nome si confuse in quello di lui, come le loro fatiche. Merito suo sono l’ordinamento generale[8], le belle prefazioni, le savie note, la solerzia tutt’altro che materiale adoperata a cernire coscienziosamente ciò che penosamente erasi raccolto; e per quanto i nuovi studj e la minor gelosia abbiano svelato altri autori e lezioni migliori degli stessi, resta però egli alla testa della storia italiana non solo, ma di quella di tutti i paesi, che nel medioevo riconosceano il primato dell’Italia[9].
In sei volumi di Antiquitates medii ævi si valse de’ documenti raccolti e di sopraggiunti per delineare sotto titoli distinti la condizione di una età, che molti esimonsi di studiare col dichiararla barbara. E qual conto si facesse del medioevo lo indica uno de’ più ingegnosi »e dotti francesi, il presidente De Brosses. Nelle lettere che scriveva durante il suo viaggio in Italia del 1740, narra aver trovato nella biblioteca di Modena il Muratori, «questo buon vecchio, co’ suoi quattro capelli bianchi e la testa calva, che lavorava, malgrado il rigido freddo, senza fuoco e a capo scoperto in quella galleria glaciale, in mezzo a un cumulo di antichità, o piuttosto di vecchiaggini italiane: che davvero io non so risolvermi a chiamar antichità ciò che riguarda quei villani secoli d’ignoranza. Non m’immagino che, fuori della teologia polemica, v’abbia cosa più stomachevole di questa. È fortuna che v’abbia alcuni che vi si buttano come Curzio nella voragine: ma io sarei poco voglioso d’imitarli».
Oggi comprendiamo se lo studio di que’ secoli non c’istruisca ben più che quello de’ greci e romani; e la lor conoscenza è in gran parte dovuta al Muratori. Tratti sparsi qua e là negli scrittori, lampi fuggevoli, espressioni che aveano perduto il senso col perdersi delle istituzioni a cui alludevano, fece egli rivivere, e chiamò in complesso a delineare quella bizzarra civiltà. Per ciò dovette repudiar fatti e opinioni, assodarne altre, chiarirle tutte, cercare cause di effetti inavvertiti, confrontare istituzioni, risolvere molte quistioni, posarne altre assai, che poi si conobbero importantissime, eliminarne alquante inutili o insipide. Ricorrendo a fonti variatissime che ad altro occhio sariano sfuggite, ne dedusse verità e vedute, che, se oggi compajono o scarse o comuni, erano meravigliose allora; col buon senso supplì più volte a ciò che l’erudizione non gli somministrava; sicchè di rado riesce fallace, se anche talvolta è riconosciuto incompleto. Vero è che, sgranando i varj elementi della vita morale e politica del medioevo in settantacinque dissertazioni sul regno d’Italia, i feudi, i consoli, le monete, il vestire, i mangiari, le arti, i riti, le investiture, i sigilli, gli erimanni, la lingua, la guerra, ecc, non offrì la visione complessiva di un’età, la quale solo dal suo insieme trae significazione. E sebbene non valutò abbastanza la civiltà tedesca, che era tanta parte della nostra, pure fu dei primi a proclamare che è puerilità il nostro vantarci di scendere dai Trojani e dai Romani, mentre le origini nostre voglionsi cercare al Settentrione.
Già vecchio volle ridur ad uso comune quel lavoro, riservato solo a pochi eruditi, e compendiò egli stesso in italiano le dissertazioni, le quali così comparvero postume e non divennero popolari.
Negli Annali d’Italia distribuì per anni gli avvenimenti tutti del nostro paese dal principio dell’èra volgare. I copiosi studj fatti doveano certo agevolargli quel lavoro, ma si resta sbalorditi quando si ode che, già sessagenario, in un anno e mezzo (1744) finì i primi nove volumi in-4° di quell’opera fino al 1500, cui fece seguire gli altri fino al 1749. Valendosi soltanto di ciò che si trovava alla mano, talvolta fin mezzo secolo trascorre senza notizie; lascia altrove grandi lacune; l’esposizione ne è sempre chiara, ma sazievole, e qua e là fin triviale[10]; annoja quell’interrompere a ciascun anno un fatto, per ripigliarlo l’anno seguente e abbandonarlo di nuovo, come esigeva disposizione per anni; annoja il frequente dissertare sopra date o monete o documenti; annoja il trovare sconnessi i fatti dalle loro cause; nuove ricerche hanno rettificato e nomi e date e avvenimenti; il paragone colle storie forestiere chiarì meglio le nostre, raddrizzò i giudizj e lè applicazioni, ampliò le vedute, pose l’erudizione là dov’egli erasi ajutato solo col buon senso, ma gli Annali restano pur sempre il libro che non si scorre per diletto, ma più frequentemente deve consultarsi da chiunque cura la storia patria[11].
Un Novus Thesaurus inscriptionum, cioè delle non pubblicate dal Grutero, dal Reinesio, dallo Spon, aveva egli edito a Milano in quattro volumi e in quattro altri gli Aneddoti greci.
Piacquesi anche alle biografie, scrivendo quelle del Castelvetro, del Sigonio, del Tassoni, del Torti introduttor della china, suoi compatrioti, del buon duca Rinaldo I, del Maggi, del Lemene, di Fabricio, del Segneri juniore, dell’Orsi, del Giacobini[12].
Prima che il padre Bacchini e la lettura del Sigonio lo volgessero affatto alle indagini storiche, il Muratori erasi applicato all’amena letteratura, alla giurisprudenza e alla teologia. Cominciò come tutti dalla poesia, e poichè questa sbadigliava tra le smancerie dei secentisti e le leziosaggini degli Arcadi, il Muratori non si tenne mondo di quella pece. Il suo libro Della perfetta poesia (1704) è però lo stillato di quanto di meglio aveano scritto i precettori; accusa i Francesi d’aver tutto imparato da noi, gli Spagnuoli d’averci regalate quelle metafore che diffamarono il Secento; ribatte Boileau, Rapin, Bouhours delle ingiuste censure fatte ai nostri, de’ quali rialza i meriti. Alla idolatria del Petrarca oppone buone critiche. Dante poco intende; e richiama all’imitazione dei buoni, sì, ma non ancora allo studio della natura e del vero, a restituir l’accordo fra il pensiero e la parola. Quanto alla lingua, e’ vorrebbe si cercasse non quella del Trecento ma del Cinquecento; desiderava si riformassero le opere teatrali: ma per saggio del suo gusto basti dire ch’egli propone qual modello, non solo il Maggi che in alcuni sonetti ha voce maschia e patriotica, ma fino lo sdulcinato Lemene.
Al tema stesso appartengono le Riflessioni sopra il buon gusto, cioè «il conoscere e poter giudicare ciò che sia difettoso o imperfetto o mediocre nelle scienze o nelle arti, e ciò che sia il meglio e il perfetto per seguirlo a tutto potere»: riflessioni buone e utili e che doveano servire come di norma ad un’accademia ch’egli, col nome di Lamindo Pritanio[13], avea divisata nei Primi disegni d’una repubblica letteraria d’Italia (1703); accolta d’Italiani d’ogni paese, che cooperassero alla coltura nazionale. Ivi nominava coloro che meriterebbero di starvi; col che irritò gli ommessi e n’ebbe amarezze. Anzi qualche forestiero, mal combinando questa società col nome del Muratori, lo disse autore della setta dei Liberi Muratori.
Di buone istruzioni ridonda la sua Filosofia Morale (1735), di tinta stoica qual l’avea dedotta da Quintiliano, da Seneca, da Giusto Lipsio, ma di fondo cristiana come tutte le opere del Muratori, sempre intento a conciliare la ragione colla religione. Ne’ libri teoretici della Forza dell’intendimento umano e della Forza della fantasia, in confutazione della Debolezza dello spirito umano di Uezio, impugna lo scetticismo di questo, e il naturalismo d’alcuni che già allora derivavano l’uomo dalla scimia, mentre egli ne’ più selvaggi riconosceva il carattere tutto singolare all’uomo del potersi perfezionare.
E una prova ne dava nel lavoro del Cristianesimo felice nelle missioni de’ Gesuiti al Paraguai. Presentano queste la pagina più bella della storia de’ Gesuiti e uno de’ principali pretesti alla loro soppressione; avendo essi voluto, tra altre loro ambizioni, sperimentare sovra un paese intero se fosse possibile incivilirlo col cristianesimo, anzichè sterminarlo colla spada. Nulla colà di fanatico o d’intollerante; s’insinuavano colla dolcezza; impedivano di far servi i natii o di opprimerli nelle miniere; e dal 1593 al 1746 ebbero fondate trentatre riduzioni, regolate da una costituzione patriarcale, tutta bontà, sorriso, canti; ciascuna sotto un curato che s’occupava dell’amministrazione e la cui volontà era legge, ed ogni mattina ne ascoltava le querele: scuole di leggere e di musica a tutti; un terreno a ciascuno, proporzionato a’ suoi bisogni, oltre la possessione di Dio che coltivavasi in comune per comune servigio; e a giorni fissati distribuivasi ad ogni famiglia il grano occorrente. L’assemblea generale sceglieva un cassico per la guerra, un corregidor per la giustizia e alcadi pel governo. Bisogna leggere quanto il Muratori si piace a quel comunismo patriarcale e santo, come molti nostri contemporanei si compiacquero al materiale ed empio di Saint-Simon e di Fourier.
Di idee comuni, pur sempre buone, è formata la dissertazione Sulla pubblica felicità oggetto de’ buoni principi. Considera l’uomo come un animale socievole, ma la società aver molti difetti, colpa in parte il peccato originale, in parte i vizj attuali. Ritrae i suoi contemporanei con colori poco rosati, e li rinfaccia di oziosità, di amoreggiamenti, di bagordi. Ora per esser felici crede bisogni esser virtuosi: ripudia i machiavellisti che cercano il bene dello Stato, anzichè quello dell’individuo: e vorrebbe che principi e ministri a questo s’adoprassero: a tal uopo non vivessero isolati, ma andassero a Visitar e conoscere il paese e gli stabilimenti, favorissero l’istruzione e le arti per combattere l’ozio, desiderando che «il tanto sapere d’oggi serva a edificare e non a distruggere, a fortificare e dilatare, non ad abbattere la religione, a sostenere non a sconvolgere la giustizia». Scegliessero bene i loro impiegati: e per ciò propone un collegio dove s’imparassero le savie regole di governo. Strano suggerimento pel tempo che i re faceano tutto da sè. Sopratutto vorrebbe si desse al popolo la coscienza morale. Loda Luigi XIV e Carlo Emanuele di Savoja, e in generale propende piuttosto a encomiare che a tassare i regnanti, e Tacito gli pare «una bottega dove si vende elettuario, ma anche veleno». Non ama i soldati, chiamando «disgrazia l’obbligo di tenere armati per difesa, e molto più il volerne tenere per offesa»; e suggerisce una milizia cittadina, che ogni domenica faccia gli esercizj; ricordando che bastarono cittadini a compire l’ammirata liberazione di Genova.
In pericoli di contagio trattò storicamente e medicalmente del Governo politico, medico, ecclesiastico della peste: cercò ovviare i duelli coll’Introduzione alle paci private. Già vecchio rivelò i difetti della giurisprudenza, che è tanta parte della pubblica quiete; ed i suoi appunti valsero pel Codice Estense riguardo alla prescrivibilità dei censi, alla pubblicità delle ipoteche, a molte disposizioni circa i fedecommessi.
Nè per l’archivio nè per la biblioteca appare che il Muratori facesse gran cosa; troppo occupato a studj proprj, e massime alla controversia di Ferrara e Comacchio. Quest’ultima, colle ricche sue valli pescatone, tolta da Clemente Vili nel 1598 agli Estensi, era pretesa dall’imperatore come città imperiale, massime dacchè Clemente XI si mostrò favorevole a Francia. E l’imperatore e il papa si armarono dunque, ma poichè allora si aveva ancora ricorso ai mezzi morali, si tolsero in esame le carte che provassero i diritti dell’Impero, e n’ebbe incarico il Muratori, che si mise daccordo col Leibniz. Così egli trovossi avvolto nella politica, e sostenne le ragioni del suo duca, mostrando anche all’imperatore quanto gli convenisse aver in Italia un principe, necessariamente a lui devoto, mentre di rimpatto i preti bramavano s’indebolisse questo vassallo fedele. Rimbalzaronsi allora scritture fra papisti e cesaristi, fra cui principali quelle del Muratori[14], e in contrapposto quelle del Fontanini[15]. Molti anni durò la gara, finchè il papa, messo alle strette, riconobbe Carlo III come re di Spagna e di Napoli; onde cessava nell’imperatore il proposito di torgli Comacchio, che restò alla santa sede come Ferrara.
In quel diverbio colla curia romana erasi messa in dubbio la dignità della Casa d’Este, onde il Muratori ripigliò i suoi studj in proposito; per cercare documenti girò l’Italia, con raccomandazioni del suo principe e del duca di Brunswick divenuto re d’Inghilterra, e ne formò le Antichità Estensi, ove diede la più ampia, se non la più genuina storia di quella famiglia, che tanto fu implicata negli avvenimenti nazionali, e dalla quale derivarono e i Guelfi di Germania e i regnanti del Brunswick e d’Inghilterra.
Varie opere del Muratori riguardano direttamente la Chiesa. De Paradiso è contro il Burnet De statu mortuorum. Nella Liturgia romana vetus stampando tre sacramentarj di san Leone, di Gelasio papa e l’antico Gregoriano, pose in chiaro i riti primitivi di Roma, a confronto di quelli d’altre chiese. Contro Giovanni Le Clerc difese sant’Agostino, opera molto diffusa e ristampata, ma in un’edizione parigina essendosene alterate alcune frasi, in modo ch’egli sembrasse aderire alle opinioni gallicane, egli si dolse, protestando ammettere senza restrizione l’infallibilità del papa.
Esso Le Clerc, col pseudonimo di Ferepono, nel Belgio ristampando opere di Santi Padri con annotazioni eterodosse, apponeva alla Chiesa di essere insofferente della verità: anche Alfonso Torrentino, rettore dell’accademia ginevrina, avea detto che, se tante genti, sotto bel cielo e con buoni ingegni, nulla producono di letteratura, causa n’è il Sant’Uffizio o leggi simili a quelle dell’Inquisizione, che frangono ogni vigor d’intelletto: perocchè nessuno vuol promuovere le lettere e cercar la verità o pubblicare i trovati, quando, invece di lodi, ottenga ingiurie; disonore invece di commendazione; pene e supplizj invece di ricompense.
Il Muratori confutò tali esagerazioni nell’opera De ingeniorum moderatione in religionis negotio, dimostrando che fra’ cattolici è libero disputare di ciò che non leda la fede e la moralità, e di qualunque opinione in fatto di scienze, arti, lettere; con ampio diritto di pubblicare la verità. Ma nel sostenere questa, vuole s’adoperi giustizia, prudenza, carità; non calunniar mai, temperare la mordacità, moderarsi dovunque non si tratti di fede; non imputar errori che non sieno bene accertati. Le stesse virtù adoprino i censori che devono esaminar le opere da stampare; non irritino l’amor proprio degli autori, lo che non fa che esacerbarli; non mettano puntigli d’opinioni personali, non l’ostinatezza di trovar errori, non malignare sulle intenzioni.
Egualmente riprovava le superstizioni, certe devozioni esagerate, fra cui il voto sanguinario, che da alcuni Ordini cavallereschi era pronunziato, di sostener anche colla spada l’immacolata concezione di Maria, non ancor dichiarata di fede, ma già asserita dai più. I teologanti, genìa irritabile quanto o più che i poeti, vivissimi attacchi mossero contro il Muratori in tal proposito, massime il siciliano Francesco Burgi col nome di Candido Partenotimo. Il libro che il Muratori gli oppose De superstitione vitanda col pseudonimo di Antonio Lampridio, non che sopire, invelenì la questione. In quello Della regolata devozione distingue questa in sostanziale, superficiale, superstiziosa; e mentre la Chiesa consacra le maggiori feste a Cristo e alla Trinità, si duole che il moltiplicarne altre, e l’attribuire speciale efficacia a qualche santo, spesso per mal fondate tradizioni[16], «que’ panegirici che esaltano virtù sublimi anzichè esibire le ordinarie, portino a venerar i santi «in pregiudizio della necessaria e pur troppo meno inculcata devozione verso Dio». Ciò gli suscitava molti oppositori, e fra essi persino il cardinale Quirini[17], principalmente perchè chiedeva la diminuzione delle feste e la mitigazione dei digiuni: e venne denunziato alla sacra Congregazione dell’Indice.
È questa una delle parole che più s’adoprano da coloro che di parole bersagliano anziché di cose. Fu Pio V che regolò la materia dei libri proibiti mediante la Congregazione dell’Indice. Lodando la santa sede di aver sempre provvisto che i cattivi libri non pregiudicassero alla fede e alla pietà de’ Cristiani, e d’averne a tal uopo pubblicato l’Indice, prima sotto Pio IV, poi sotto Clemente VIII, poi sotto Alessandro VII con aggiunte di nuovi, Benedetto XIV ne fece un altro, seguendo le norme che prescrisse nella bolla Sollicita ac provida, e per cautelare men tosto contro i lavori d’eretici che contro quelli di cattolici, e togliere i lamenti anche pubblicamente mossi per condanna di buoni.
La Congregazione dell’Inquisizione restò dunque composta di cardinali, cospicui per studj gli uni di teologia, gli altri di scienza canonica, gli altri di cose ecclesiastiche o di affari: vi s’aggiunge un auditore di Sacra Rota, un maestro di teologia domenicano, alquanti consultori del clero secolare e regolare e dotti qualificatori. Quando un libro venga denunziato, essi vedono se sia a trasmettere alla Congregazione dell’Indice. Se sì, è dato a un qualificatore o consultore,, che lo legga attentamente, e appunti i luoghi riprovevoli. La sua relazione vien presentata in istampa a ciascun membro di questa Congregazione; la quale poi ne discute e proferisce un voto. Ma voto consultivo, giacché col libro è trasmesso alla Congregazione de’ cardinali, che pronunziano coi procedimenti stessi; allora tutti gli atti vengono presentati al pontefice, senza di cui nessuna condanna vien proferita.
A questo tribunale fu dunque denunziato il Muratori: e per verità, sebbene professi che «Roma è destinata dalla provvidenza di Dio per la libertà dei papi»[18], nelle varie opere egli si mostra poco infervorato della loro dominazione temporale; e con erudizione e fin cavilli, sostenne le pretensioni dell’imperatore su Comacchio e degli Estensi su Ferrara. Veneratore come fu sempre della indefettibile autorità ecclesiastica, unita alla fallibile autorità politica, poteva dire «di non aver defraudato delle convenevoli lodi tanti romani pontefici o santi o buoni che sono la maggior parte, ma non aver lasciato di toccare i difetti di pochi altri, spezialmente degli avignonesi, disdicevoli in chi dovrebbe essere, quanto sublime nel grado, altrettanto eminente esemplare d’ogni virtù»[19]. E Benedetto XIV rispose ai denunziatori che negli scritti del Muratori trovava molte cose a disapprovare, ma che, secondo l’esempio de’ predecessori, «le opere degli uomini grandi non si proibiscono», ed ora viepiù se n’asterrebbe, attesa la gran fama dell’autore e la conosciuta sua pietà.
Avutone sentore, il prevosto Muratori scrisse al papa domandando d’essere informato di questi suoi errori. Il papa gli rispose che quel che era spiaciuto nelle opere sue non si riferiva se non alla giurisdizione temporale della santa sede, «camminandosi qui con diversi principj, e non dandosi per veri alcuni supposti e alcuni fatti»; ma che egli aveva sempre creduto non convenisse disgustare per discrepanza di sentimenti in materie non dogmatiche nè di disciplina, ancorchè ogni Governo possa proibire quei libri che contengono cose che gli dispiacciono[20].
E quel papa l’ebbe sempre in amicizia, e quando Carlo Emanuele di Savoja che avea poc’anzi ottenuto l’ambito titolo di re, alleatosi coi Francesi mentre il duca s’era messo cogli Spagnuoli, a forza di cannonate occupò Modena, il papa scrisse al ministro marchese d’Ormea (1742) raccomandandogli il Muratori, «che in verità è il primo letterato che abbiamo in Italia, e forse non ha chi l’uguagli di là de’ monti. Questo galantuomo è nostro amico personale, e da vicino abbiamo veduto le sue buone qualità, oltre la stima concepita verso di lui per le insigni opere date alla stampa.... Ci rincrescerebbe sentirlo in qualche angustia quando gli mancasse la tenue provvisione di bibliotecario»[21].
Già quando i Franco-Ispani occuparono Modena nel 1702, il Muratori si era ritirato dall’archivio, mettendo in salvo le carte più preziose: e ripristinatovi, non volle stipendio dai momentanei invasori. Adesso poi Carlo Emanuele fece custodire non solo la biblioteca, e l’archivio estense, ma anche la casa, la villa, le terre del Muratori. Questi, sebbene dolentissimo della sorte del suo principe, mostrossene riconoscente; e avendogli quel re domandato: — Signor prevosto, come mi tratterà nella sua storia?» rispose: — Come V. M. tratterà la patria mia». In fatto, nel narrare la trista vicenda dell’abdicazione e della prigionia di re Vittorio Amedeo, non seguì la pubblica voce, ma accettò di riferire quel che gl’indicava il ministro Bogino.
Le persecuzioni solite, che fecero dire non potere uno esser vivo, ed insieme storico buono, non fallirono al nostro prevosto. Avenda accennato ai Côrsi con epiteti poco graziosi (ferocium atque agrestium hominum genus), quegli isolani gli si levarono contro con grida e minacce, come i Messinesi pel voto sanguinario: il Fontanini, il Cenni, il Catalani l’attaccarono nel difendere i diritti temporali della santa sede: lo Zaccaria e il Maffei lo colsero in falli di paleografia e di latinità; il Labastie, il Cannegicter, il Leich notarono sbagli nelle iscrizioni. La dissertazione sui Difetti della giurisprudenza, ove rivela le improntitudini curiali, gli attirò la bile di molti forensi. Mentre a Roma era dipinto per giansenista, a Parigi nol voleano stampare come troppo papista; mentre il Gibbon l’accusò d’essersi angustiato nelle idee di prete italiano, pel suo libro della Regolata devozione fin dai pulpiti veniva trattato di pazzo, di temerario, d’eretico; ma la Congregazione dell’Indice, dopo morto l’autore, lo dichiarò immune da censura, e la dottrina di esso pia e cattolica[22].
Questi intolleranti, anche le volte che sono di buona fede, nuociono alla religione più che i nemici; nè rado avviene che, irritando i buoni credenti, li convertano in nemici. Ai dì nostri se ne deplorarono casi. Tanto più vuolsi encomiare il nostro Muratori, che seppe tener fede alla verità, malgrado gli attacchi di chi ponealo in sospetto de’ buoni. Nel che gli va appajato il suo contemporaneo e spesso emulo Scipione Maffei, che colla franchezza consentita dalla Chiesa trattò spinosissime quistioni religiose, benchè laico, separando le peculiari dottrine delle scuole e le passioni politiche dai principj cattolici, e combattendo i pregiudizj.
Il Muratori, conchiudendo una autobiografìa con uno slancio sulla moralità e contro l’invidia, esclama: — Lo studio della pietà e il santo timor di Dio è quello che induce la vera sapienza: e senza essere sapiente e saggio, cosa è mai un uomo di lettere?» Ma anch’egli era uomo, nè sempre recossi in pace gli attacchi, rispose vivacissimo, e una volta proruppe: — Che i poveri Italiani facciano qualche passo a prò delle lettere parmi difficile. Noi arrabbiati l’un contro l’altro, noi attorniati da guardie e co’ piedi ne’ ceppi.... Che sperare se gl’Italiani, invece d’animarsi l’un l’altro a promuovercele lettere, pieni d’invidia, ad altro non pensano che a far guerra l’un l’altro, e par che vogliano tutti ignoranti, o almeno non tanto arditi, da produrre i loro parti colla stampa?»
Comprendete che, d’allora in qua, poco s’è migliorato.
Onori non gli scarseggiarono, e inviti a recarsi professore a Padova o a Torino o fra’ prelati di Roma; ed egli preferì sempre la sua gentile Modena, i suoi piccoli principi, la sua parrocchia. La Società Albrizziana gli fece coniare una medaglia, dov’era effigiata una rupe col motto Frangenti pretiosa dabit. La Crusca volle onorarsi della sua compagnia, più valutando le cose che le parole, giacché egli componeva di lena, ma neglesse il faticoso lavoro della lima.
Confessava di dovere assai ai principi che l’ajutarono[23], ma potè conchiuder gli Annali assicurando che «il solo amore della verità, e di quanto io credo verità ha guidato la mia penna, e non ho mai pensato a farmi punto di merito nè con gli antichi nè coi moderni augusti».
Il duca stimava il Muratori non solo come un dotto, ma come un prete virtuoso; ed oltre la parte che gli serbava ne’ suoi consigli[24], e in gelose missioni, ricorreva all’intelligenza e al cuore di lui in affari anche domestici, massime per l’educazione de’ suoi figliuoli[25].
Coi regnanti austriaci fu in buon accordo[26], considerandoli come necessarj protettori del suo duca. Aveva anche steso un progetto di codice per gli Stati Austriaci, che rimase inedito come molta altre cose presso i suoi eredi, in Modena religiosi custodi d’ogni carta, d’ogni oggetto a lui appartenuto. Pel trattato Della carità verso il prossimo ebbe una collana d’oro da Carlo VI, distinzione notevole quando le cavalleresche non erano svilite col profonderle. Tanto bastò perchè il padre Zaccaria lo tacciasse d’austriacante, «salvo solamente negli ultimi affari di Genova, riguardo ai quali egli è spacciato genovese». Soggiungiamo che quella collana dal Muratori fu più d’una volta messa in pegno per soccorrere bisognosi, e che tutti i doni o premj che ricavò dalle molte sue dediche a principi li destinò alla Compagnia della Carità, la quale ne ricavò circa 100,000 franchi. Duemila zecchini avea spesi a rifabbricar la sua chiesa prepositurale.
Intorno alla propria vita molte notizie scrisse, domandategli da chi ne bramava, e principalmente da un conte Porcia, erudito friulano[27]. Inoltre lasciò una serie di appunti, espressamente per chi volesse scriverla, con obbligo di non dire venissero da lui. Son quelli sopra cui, e per lo più fedelmente trascrivendoli, il suo nipote prevosto Solis compilò la vita che si conosce.
Infinito è il numero delle sue lettere, di cui alquante furono stampate anche recentemente; e si può riconoscervi quanto a principio fosse destituito di sussidj, e ignorasse fin quel che oggi s’insegna a scolaretti; eppure domandando e cercando al Lami, al Magliabecchi, al Salvini, al Gerardi, al Sassi, al Bricheri, a tutti, riuscì a sapere quanto pochissimi, e delle sue cognizioni potè far copia generosa a chiunque ne lo richiedeva. Importante sarebbe lo spoglio delle ventimila lettere direttegli dal fior de’ letterati d’allora, e conservate in quell’archivio Muratoriano.
A guardare quest’abbondanza e varietà di lavori si resta sbalorditi che un uomo solo vi bastasse. Eppure aveva complessione gracile e frequenti indisposizioni, ma vi riparava colla regolarità e col cibo frugale[28]; moveasi rapidamente; beveva molta acqua; mai fuoco; avea 50 anni quando intraprese la raccolta degli scrittori di cose italiane. Dal pertinace lavoro riposavasi con villeggiare in primavera e in autunno, nel qual tempo applicavasi a scritture quasi episodiche, come la Perfetta poesia, la Peste, le Osservazioni sul Petrarca. — Cred’io (diceva) che l’erudito abbia da aver sempre in capo varie vedute, e varie fila per le mani. Se non può per qualche ostacolo far questa tela, ne lavori un’altra: se non può fabbricar gran palagi, si metta a qualche ameno giardino, adattandosi al luogo, al tempo e alle congiunture, e mirando che non gli sfugga di mano il tempo, che è cosa preziosa. Alcune opere escono dal più intimo della gianduia lineale, altre dalla giudiziosa lettura. Alcune non si sono comporre se non coll’avere la testa fitta in ricche librerie: per altre bastano pochi libri ed anche in villa si può faticare».
A chi si meravigliava della sua attività, rispondeva meravigliarsi egli piuttosto dell’oziar di tanti altri. Già vecchio domandava d’esser dispensato dalle cure parrocchiali. — Poco si vuole a scaldar la mia testa. Quelle giornate ch’io fo la Dottrina Cristiana e la processione del Venerabile, e che ho da cantar messa, la notte non posso dormire. Andando poi al confessionale, mi succede ciò che non vorrei, che allora mi occupa sì fattamente il sonno, che per quanto sforzo io faccia, non posso cacciarlo».
E in fatto ottenne di trasmettere la prepositura a suo nipote ora detto. Nato da famiglia povera e rozza, lasciò una lauta fortuna, divisa fra i Solis, i Bianchi, i Ramazzini. A noi tutti lasciò un grande esempio di operosità, di critica, di saviezza.
- ↑ Tutti i giornali di quel tempo han riferito le benevolenze mostrate al Cantù; il quale, ad un brindisi improvvisato dal signor Martini, rispose:
— Le parole del mio amico Martini mi fan venire’ una strana fantasia. Se vedessimo comparire fra noi il prevosto Muratori! non evocato da spiritisti, ma in petto e in persona, come i Modenesi lo vedevano ogni giorno passare dalla sua Pomposa al suo Archivio. Che festa! che tripudio! come tutti vorrebbero averlo veduto, salutato, baciatogli la mano! E perchè? perchè è morto. Sinchè fu vivo l’avran lasciato passare senza nemmeno salutarlo o conoscerlo; qualche canonico, qualche cortigiano, qualche impiegato l’avrà forse guardato d’alto in basso. È dunque vero che, per esser grande domani, bisogna morire oggi?
«Signori! Non ogni secolo produce un Muratori. Ma pure l’Italia non è isterilita, e fra noi e con noi vivono uomini che l’avvenire ricorderà e loderà, che qualche città o qualche villaggio, come oggi Modena e Vignola, si compiaceranno d’aver prodotto; e forse voi o i vostri figliuoli potrete assistere alla festa del loro centenario.
«Signori, perchè non cominceremo ad onorarli da vivi? non dico ad impedire gl’inevitabili colpi della malignità e dell’invidia, ma a rimovere qualche bronchi dal loro faticoso cammino. Amiamoli, compatiamo ai difetti delle loro qualità, concediamo loro alcune di quelle piccole compiacenze, che da vivi valgono ben più che i monumenti da morti: lasciamo balenar ai loro occhi qualche raggio di quella gloria, che non accende la sua face se non alle tede sepolcrali.
«Signori, v’invito a bere ad onore degli uomini illustri, quantunque vivi». - ↑ Nella casetta sua v’è una camera, ove una lapide dice: Qui nacque Lodovico Muratori e basta.
- ↑ Quest’uso delle conversazioni accademiche è antico in Modena, e avremo occasione di ricordare quelle dei Grillenzoni, descritte dal Castelvetro.
Un’accademia a Modena aperse nel suo palazzo il conte Gherardo Rangoni, illustre per uffizj negli ultimi tempi del secolo passato, e che, dopo l’occupazione francese, visse a Vienna ove morì il 1815. In quell’accademia univa dodici dotti, e gl’incoraggiava col suo esempio e con una medaglia d’oro. Vi si lessero quarantadue memorie scientifiche, oltre nove d’esso Gherardo su argomenti filosofici e politici.
È superfluo ricordare la Società dei Quaranta. - ↑ Al Porcia.
- ↑ Aveva come dottore della biblioteca lire 1080: casa, che d’affitto rendeva lire 100: messa quotidiana a soldi 21: per tre mesi risparmiava la dozzina villeggiando presso cavalieri: qualche regalo.
- ↑ Rinaldo d’Este al conte Bergomi residente a Milano, 4 marzo, 1700.
— Sopra la persona del dottor Muratori avviso a vostra signoria le risoluzioni del Duca di Modena, che sono d’appoggiar alla di lui fede et abilità la custodia del mio Archivio e la cura di disporlo in modo conveniente, al qual effetto le saranno somministrati i mezzi necessarj. D’annua provisione le daremo doble cento effettive, ripartita la rata parte in ciascun mese; et essendo prete, potrà dalla mia gratitudine sperare all’occorrenza qualche altro ajuto. Vostra Signoria le spiegherà la mente del Duca ne’ termini suddetti, facendole conoscere la buona opinione che il Duca ha di lui et il passo che m’induce a fare per impiegarlo in posto di tanta confidenza, con emolumento di molto superiore a quelli che si danno a gradi maggiori. Lo persuadi a riflettere prudentemente alla congiuntura che se le presenta di non poco suo vantaggio, e che non può rimoverlo dalla continuazione de’ suoi studi, mentre a questi ponno di molto conferire le. notizie che potrà avere dal mio Archivio e dalla mia Biblioteca. Sopra di che, avendo la di lei destrezza fondamenti tanto efficaci per stringerlo ad accettare prontamente l’impiego, non dubitiamo punto che Vostra Signoria non sia per avvisarci l’esito conforme alla nostra soddisfazione».
Il Muratori al Bergomi, Milano, 10 marzo, 1700.
— Dopo tante grazie, che mi prepara il Serenissimo Padrone, condotto dalla sua naturale generosità, non da verun merito mio, potrà parer temerità lo sperarne, non che il richiederne dell’altre. Tuttavia supplico arditamente Vostra Signoria Illustrissima a voler essere il mediatore per intercedermi da Sua Altezza Serenissima il compimento di sì segnalati favori.
«Ciò consiste, prima, nell’impetrarmi il tempo, che le ho detto essermi assolutamente necessario per dar sesto ad alcuni miei interessi ed impegni, contratti in questa città, come per esempio, alla stampa delle opere e vita del Maggi.
«Secondariamente, io protesto di voler consecrarmi al servigio di Sua Altezza Serenissima e quivi impiegar tutto me stesso, ove sarò creduto abile. Ma nello stesso tempo non posso negare che, avendomi sempre portato il genio alla cultura degli studj eruditi e spezialmente dell’erudizione sacra, io mi stimerei infelicissimo se dovesse mancarmi comodità di soddisfare a questa mia onesta passione. Perciò, siccome spero che facilmente si compatirà questa mia gagliarda inclinazione, così voglio ancora farmi a sperare che me ne sarà benignamente accordato il rimedio.
«Per ultimo io sacrificherò volentieri al mio Principe tutti i riguardi miei proprj, e non isdegnerò qualsiasi uffizio in Corte; ma perchè un di questi riguardi può eziandio toccar la gloria di Sua Altezza Serenissima, per questa ragione mi fo animo per accennarlo. Dico adunque che finora io ho servito nella città di Milano con un titolo decoroso, e proprio d’uno che fa la figura di letterato benché noi sia; e la qualità di bibliotecario mi ha fatto conoscere gli eruditi sì italiani come oltramontani; onde il cangiar ora carattere parrebbe ancor poco glorioso per Sua Altezza Serenissima, in onore di cui risulta la riputazione e fama dei suoi servitori E ciò molto più si verificherebbe se io avessi a continuare la stampa de’ miei scarabocchi, poichè in tal congiuntura tornerebbe anche a gloria del Principe ch’io in sua Corte facessi, benchè poca, figura di letterato; quando per altro so che non mancherei al principale uffizio che mi s’imponesse. Può essere che la mia ambizione non si spieghi abbastanza, e ch’io scioccamente mi lusinghi di poter far onore a Sua Altezza Serenissima in questo mestiere; ma Vostra Signoria Illustrissima intenderà quanto basta i miei umilissimi desiderj, e nello stesso tempo li scuserà. Quando però il voler favorire me dovesse farsi con pregiudizio o dispiacere del terzo, massimamente se questi amico mio, rinuncio di buona voglia alle speranze da me fondate sulla costante generosità del Serenissimo Padrone, tutto rivolto a caricarmi di grazie.
«Io prego divotamente Vostra Signoria Illustrissima a degnarsi di partecipare con tutta la riverenza possibile e nella guisa che le parrà più convenevole, questi miei arditissimi sentimenti alla Corte, rassegnando a Sua Altezza Serenissima il mio profondo rispetto. Con che baciandole ora le mani, mi confermo con tutto lo spirito, ecc.».
Vedi Scritti inediti di L. A. Muratori pubblicati dal cav. Foucard in occasione del centenario. - ↑ Il famoso archiatro Richa informava il Muratori, nel 1724, che «i critici faceano supporre al re (di Piemonte) che certe cronache, contenendo cose nè decorose nè utili, meglio è sopprimerle», e «che non si debba in alcun modo lasciar correre fuori di Stato qualsisia antico manoscritto; e questa impressione niuno gliela toglie per certissimo». Anche il cardinale Albani gli tenne chiuso l’archivio della badia di Nonantola, di cui era abate. Un’altra raccolta che facea gola al Muratori era quella di Giusto Fontanini vescovo di Ancira, qui depopulatus, ut ita dicam, illius regionis (il Friuli) tabularia, multaque civibus iis pollicitus, unum se volebat forijuliensis historiae restauratorem I. R. S. XXIV (p. 1101). Questi preziosi manoscritti passarono alla biblioteca Marciana.
- ↑ «L’ordine è d’ordinario il men conosciuto, e forse il più bel pregio de’ libri».
- ↑ All’opera di lui fan compimento i padri Mittarelli, Costadoni, Assemanni cogli Annali Camaldolesi e cogli Scrittori Faentini e Scrittori di storia italica; per le cose toscane il Lami, il Soldani, il Tartini, lo Zaccaria, il Brunetti, la raccolta lucchese; per le piemontesi, il Durandi, il Moriondo, il Rossetti, poi i Monumenta Historiæ patriæ; per le venete l’Azzoni, lo Zanetti, il Brunacci, il Carli, il Lupo; per Modena il Tiraboschi; per Parma e Piacenza l’Affò e il Pezzana; pel Milanese il Giulini, il Frisi, il Fumagalli, il Daverio; per gli Stati Pontifizj il Turchi, il Galletti, il Savioli, il Marini, il Fantuzzi; per le due Sicilie il De Blasi, il De Meo, il Caruso, il Rosario de Gregorio, il Fatteschi. Le odierne Deputazioni di storia patria moltiplicano pubblicazioni di documenti, e molti comparvero nella gran raccolta di cose germaniche del Pertz, molti nei Fonti della storia austriaca.
- ↑ «Sereno cominciò a voler raccorciare il piviale a Donato (all’anno 719).
«Ma un grand’imbroglio era il dover correre dietro a costoro (722).
«Non sapevano digerirla d’aver per signore un imperatore empio (728).
«Per timor della pelle se ne tornò a Roma (731).
«S’imbrogliarono in quest’anno non poco gli affari d’Italia (740).
«Cammina con tutti i piedi Io zelante gridar del papa (770).
«Vedendo il re Carlo esser un osso duro quella città (773).
«Cosa manipolassero insieme papa Giovanni e Bosone si raccoglie da... (878).
«Federico quant’era da lui avrebbe ridotto il papa a portare il piviale di bombagina (1239).
«Mastino cominciò a imbrogliarsi col Comune di Venezia (1336).
«L’armata veneta gli diede un giorno una buona spelazzata (1509).
«Gli arrabbiati villani non furono pigri a menar le griffe (ivi).
«Il vicerè ebbe dei meremur dal re cattolico (1563).
«Parea che a Leopoldo non mancasse mai qualche miracolo in saccoccia per risorgere (1704)».
L’editore dell’Archivio muratoriano dice che l’educazione datagli dai Gesuiti, i quali, accurando la latina, negligevano la letteratura italiana fosse «cagione di quelle scorrezioni, di quelle maniere meno eleganti, e in generale del difetto di quel certo sapore d’italianità che alle sue opere avrebbe aggiunto tanto pregevole condimento,» pag. 40. A pag. 195 asserisce che il re di Piemonte l’ajutò; e a pag. 207, che «dacchè esisteva una storia d’Italia, doveva esistere un regno d’Italia». - ↑ Ogni studioso di questa vi ha certamente fatto delle annotazioni; e sarebbe desiderabile venissero riprodotti gli Annali con savie critiche e specialmente con quelle lasciate da Carlo Troya.
- ↑ Ecco la cronologia delle opere del Muratori, delle quali il catalogo è dato dal Tiraboschi nella Biblioteca modenese. — 1697, Anecdota latina. — 1700, Vita e rime di Carlo Maria Maggi. — 1703, I primi disegni d’una repubblica letteraria, — 1705, Prolegomena ad veritatis et pacis amantes. — 1706, Della perfetta poesia italiana. — 1708, Introduzione alle paci private. — Riflessioni sopra il buon gusto. — Osservazioni sopra una lettera intitolata «Il dominio temporale della Sede Apostolica sopra la città di Comacchio». — 1709, Anedocta græca. — Estratto di versi e prose e teatro di Pier Jacopo Martelli. — 1710, Supplica di Rinaldo I duca di Modena a Giuseppe I imperadore per le controversie di Comacchio. — 1711, Questioni comacchiesi. — 1710, Vita e rime di Francesco Petrarca. — Vita del padre Paolo Segneri juniore, ed Esercizj spirituali secondo il metodo di lui. — 1712, Piena esposizione de’ diritti imperiali ed estensi sopra la città di Comacchio. — 1714, Governo della peste politico, medico ed ecclesiastico. — De ingeniorum moderatione in religionis negotio. — 1717, Antichità estensi. — 1720, Disamina di una scrittura intitolata «Risposta a varie scritture sopra Comacchio». — 1723, Della carità cristiana in quanto essa è amore del prossimo. — 1723-38, Rerum Italicarum Scriptores. — 1727, Vita ed opere critiche di Lodovico Castelvetro. — 1730, Motivi di credere tuttavia ascoso e non iscoperto in Pavia l’anno 1695 il sacro corpo di sant’Agostino. — 1735, La filosofia morale. — 1737, Primo esame dell’Eloquenza italiana di monsignor Fontanini. — 1738, De Paradiso. — 1739-43, Antiquitates Italica Medii Ævi. — 1739, Vita di Alessandro Tassoni. — 1739-43, Novus Thesaurus veterum inscriptionum. — 1742, De Superstitione vitanda. — De’ difetti della giurisprudenza. — 1743, Epistolæ sub nomine Ferdinandi Vatdesii. — Il Cristianesimo felice nel Paraguay. — 1744-49, Annali d’Italia dal principio dell’èra volgare sino all’anno 1749. — 1745, Delle forze dell’intendimento umano o il Pirronismo confutato. — Della forza della fantasia. — 1747, Lusitanæ Ecclesiæ religio. — Della regolata divozione de’ Cristiani. — Vita di Benedetto Giacobini. — 1748, Liturgia romana vetus. — Risposta ad una lettera del cardinale Quirini intorno alla diminuzione delle feste. — 1749, De nævis in religionem incurrentibus. — Della pubblica felicità oggetto di buoni principi. — Dell’insigne tavola di bronzo spettante a’ fanciulli e fanciulle alimentari di Trajano Augusto.
Tra opere altrui sono stampate — Vita di Carlo Maria Maggi e di Francesco di Lemene nelle Vite degli Arcadi, 1708. — Vita Caroli Sigonii nel tomo I delle opere di questo, 1732. — Vita del marchese Gian Gioseffo Orsi nel tomo II delle sue opere. — Dissertazione sopra un’iscrizione ritrovata nella città di Spello, nel tomo XI degli Opuscoli del Calogerà. — Dissertazione sopra l’ascia sepolcrale, nel tomo I dei Saggi di dissertazioni dell’Etnisca di Cortona, 1738. — Vita Raynaldi I Ducis Mutinæ, nel tomo I Memorabilia ltalorum Lumii, 1742. — Vita Francisci Torti, in fronte alle sue opere, 1743. — Dissertazione sopra una iscrizione spettante alla città di Frejus in Provenza, nel tomo XXXI degli Opuscoli del Calogerà, 1744. — Dissertazione sopra i Servi e i Liberti antichi nel tomo I delle Memorie della Società Colombaria di Firenze, 1747. — Placilum Ravennæ apud classem habitum a Silvestro II et Ottone II, a Muratorio illustratum, nel vol. V delle Simbole di Anton Francesco Gori, 1747. molte lettere stampate separatamente o inserite in libri d’altri autori.
Opere postume: De’ pregi dell’eloquenza popolare, 1750. — Dissertazioni sopra le Antichità italiane, tomi tre, 1731. — Rerum ltal. Scriptores, tom. XXV (vol. 28), 1751.
Opere inedite: Dissertatio de Barometri depressione. Panegyricus Ludovico XIV. — Sette dissertazioni accademiche sopra varii argomenti. — Dissertatio de græcæ linguæ usu et præstantia, 1693. — Dissertatio de primis Christianorum ecclesiis, 1694. — Dissertatio de Sacrarum Basilicarum apud Christianos origine et appellatione, 1709. — Lezioni di filosofia morale per l’istruzione di un principe. — Sette discorsi agli ecclesiastici. — Discorsi delle novene di Natale, 1718, 1719. — Dissertatio de Codice Carolino. — Dissertazione sopra un antico documento del monastero dell’Avellanam. — Esposizione del Pater noster. — Parafrasi de’ salmi. — Lettera scritta in nome di una signora inglese cattolica ad un inglese protestante. — Risposta seconda all’em. Quirini sulla diminuzione delle feste. — Poesie varie italiane e latine. - ↑ Questo ed altri pseudonimi adoprò, dove le prime lettere LAM erano le iniziali del suo nome.
- ↑ Delle sue controversie su Comacchio rallegravansi i regalisti, e Vittorio Amedeo dicea che «migliore e più forte batteria contro ai preti non era uscita mai per l’addietro».
- ↑ Monsignore Giusto Fontanini (1636-1756) friulano, campione dei diritti papali sino a meritare la disapprovazione di Roma, diede la Storia dell’eloquenza italiana, più apparente d’erudizione che fondata di giudizj, e fu contraddetto da moltissimi, dal Muratori in difesa de’ letterati modenesi, de’ veronesi dal Maffei, de’ ferraresi dal Baroni (1668-1750) illustratore dell’Ariosto.
- ↑ Come sant’Antonio pel fuoco, santa Lucia per gli occhi, santa Liberata per liberar d’ogni male.
- ↑ Il cardinale Angelo Maria Quirini (1680-1756) fu vescovo di Corfù di cui descrisse i primordj; potè conoscere i sapienti di due secoli, conversando con Jurieu, Fénélon, Neuton, come con Voltaire e con Federico II, dal quale impetrò di eriger una chiesa cattolica a Berlino. Alle menzogne del Burnet intorno ai tempi della Riforma oppose cinque volumi di lettere del cardinal Polo. A Brescia, di cui fu Vescovo, oltre ajutar riccamente la fabbrica del Duomo, regalò una biblioteca e rendite per mantenerla. Fatto da Clemente XIII conservatore della Vaticana, vi passava ogn’anno sei settimane, e donolle i proprj libri e il medagliere. Molte cognizioni egli trasse dal Salvini, dal Magliabecchi, dal Montfaucon che allora girava l’Italia. Messosi ad illustrare un suo dittico, talmente strascinò per le lunghe e fece e rifece il lavoro e per via cambiò d’opinioni, che divenne proverbiale il Dittico Quiriniano.
Voltaire lo lodò più volte, fra le altre con questa strofa più stolida che profana:
C’est à vous d’instruire et de plaire;
Et la gràce de Jésus-Christ
Chez vous brille en plus d’un écrit
Avec les trois graces d’Homère.Nella ricca biblioteca Corsini a Roma ho veduto molte lettere del Muratori, e specialmente intorno alla controversia col Quirini.
- ↑ Annali, 1312.
- ↑ Annali, conclusione.
- ↑ Lettera da Roma, 20 settembre 1718.
- ↑ Son importanti per questo tempo le lettere che il Muratori, tutto sbigottito, scriveva al padre Chiappini.
— Ostinatamente e senza posa battuta da cannoni e mortaj, già da due settimane, la cittadella reggea. Fu duopo portar da Mantova altra e più poderosa artiglieria» Il 27 giugno, tra il fuoco di tutte l’altre batterie, e sotto uno spaventoso e non intermesso bombardamento, 24 altre grosse bocche da assedio si smascherarono, orrendamente fulminando il baluardo del principe Luigi, che con 22 pesanti pezzi alacremente rispondeva. Tremila bombe avea ricevuto la piazza: rase al suolo tutte le fabbriche interne: non più pietra sovra pietra dentro le mura, e senza riparo ormai o riposo nè dì, nè notte, dalle incessanti fatiche, il presidio. Pur si resa sol per materiale impotenza a prolungar la difesa. Restavan polveri sol per un dì; ma di palle punto più nulla, dopo rinviate al nemico, mancate le proprie, anche tutte le sue.
• La capitolazione fu segnata la sera del 29. Prigioniero di guerra il presidio: ma rilasciati poi gli ufficiali sotto parola.
«Avutala alfine la smantellata cittadella, il primo sdegnoso pensiero fu di farla saltare; e il 9 luglio eran giunti i minatori, e s’era messo mano alle mine; poi riconsigliandosi, fu preferito salvarla, e afforzarvisi essi medesimi i vincitori».
Bortolotti, note a Cinque lettere inedite di L. A. Muratori. - ↑ Il Migazzi, celebre arcivescovo di Vienna, nel 1759 emanava una circolare per togliere ogni scrupolo a coloro che leggessero il libro Della regolata devozione; dove asserisce «sapientissimos patres (della Sacra Consulta) 15 kal. jan. MDCCLIII, consentientibus, post plures diligentissimasque disquisitiones, ad unum omnium suffraghiiis, pronuntiasse nullam illi posse vel levissimam censoriam notam inuri: doctrinam quae in eo continetur, censuere esse undequaque piam ortodaxamque».
- ↑ Ci è regalata dall’archivio di Modena questa lettera, a nome de’ Socj Palatini:
«Serenissima altezza,
«Avendo il signor Filippo Argelati rappresentato a’ cavalieri che promovono l’edizione delle Storie delle cose d’Italia, con quanta benignità e gentilezza si era degnata l’A. V. S. di ricevere il settimo tomo delle Storie sudette, essi hanno a me dato l’onore di rendere a nome loro vivissime grazie ed umilissime a V. A. S., sì dell’aggradimento di una cosa che a nissun altro con maggiore giustizia era dovuta quanto a Lei, come ancora della generosità colla quale, sin dal principio di questa edizione, ha V. A. S. permesso continuamente che dalla ricchissima biblioteca sua si potesse aver copia di que’ manoscritti, per li quali viene dalla repubblica letteraria non poco prezzata la nostra raccolta, e che inoltre siasi degnata che il signor proposto Lodovico Antonio Muratori, uomo veramente incomparabile, abbia posto la mano a così faticosa, ma per altro ben gloriosa impresa; il che, come fra tante altre cure ed impieghi possa egli farlo, a tutti riesce di somma meraviglia. Onde tutte le lodi che si danno a questa nostr’opera ricadono ben giustamente sopra V. A. S., sempre attenta ed impegnata al pubblico bene, ed all’onore e gloria della nostra Italia, mentre da V. A. S. vengono le materie per comporre tale edificio, e la mano che gli dà sì nobile forma ed ornamento. Supplico colla maggiore riverenza e venerazione V. A. S. a volere continuare il sovrano suo patrocinio a questa impresa, affinchè si possa giungere al desiderato fine di vederla perfezionata. Voglio lusingarmi che l’esperimentata bontà e gentilezza di così grande principe si degnerà esaudire queste nostre umilissime preghiere, che a non altro tendono, che a rendere il nome italiano non inferiore a. quello di altre nazioni....
«Colla maggiore venerazione e riverenza, e col maggiore ossequio umilissimamente a V. A. S. mi protesto«Umilissimo e devotissimo servitore
«Teodoro Alessandro Trivolzio».
Milano, li 17 aprile 1726.
- ↑ Modena, aprile 1707. Consigli al duca di Modena.
1° Riforma, e poi riforma, e riforma grande, e con tutta sollecitudine, troncando tutte le spese, che hanno bensì apparenza di grandezza, ma non sono punto necessarie, e si possono levare senza perdita del decoro. Altrimenti si pentirà, ma indarno e troppo tardi: per non averlo fatto; siccome non si pentirà giammai di averlo fatto. A consigliare questa indispensabile e gran riforma concorre la necessità, il decoro stesso per mantener la fede e la coscienza.
2° Risoluzione per dare un maestro ai Serenissimi Infanti; perchè il tempo corre, e si perde il meglio; e il danno presente non si potrà più emendare.
3° Abuso alle porte per l’introduzione della legna, non per anche levato, benché si sieno dati gli ordini più volte.
4° Necessaria provvisione, perchè, per quanto sia possibile, non esca più denaro dallo Stato in provvedere grani forestieri, tornando oggidì incomparabilmente più a conto l’obbligare i fornari a provvedersi dai cittadini ad un conveniente calmiere.
Altri consigli sono dati nelle lettere che il Foucard trasse dall’archivio, a cui così utilmente presiede. - ↑ Modena 1711 maggio. — Serenissima Altezza.
Ci sono delle cose nelle quali ad un buon servitore è necessario il parlare, perchè sarebbe delitto il tacere. Vostra Altezza Serenissima abbia la benignità di leggere con pazienza quanto son per soggiungere, e vedrà che questo è uno de’ casi, ne’ quali mostrerei di amare più me stesso che il mio Principe e Padrone, se dissimulassi ciò che importa a lui assaissimo di sapere.
L’Altezza Vostra Serenissima ama teneramente i suoi due figliuoli maschi, e n’ha gran piacere. Ne ama l’uno con più tenerezza che l’altro; ed anche in ciò ha ragione, perchè veramente il secondo si studia di comparir più amabile che il primo. Non sembra già all’Altezza Vostra di lasciar apparire questa, qualunque sia, distinzione d’affetto, ma proprio appunto dell’affetto intenso suol essere lo scoprirsi, anche mal grado e senza avvertenza di chi l’ha in seno. E in effetto a chiunque ha l’onore d’essere vicino nel servizio alla persona di Vostra Altezza Serenissima è più che nota da moltissimo tempo questa maggiore inclinazione, ma a niuno è sembrato e sembra di meglio ravvisarla quanto al medesimo signor Principe di Modena, che anche un giorno, in occasione di liti puerili, se l’udì rammentare dal fratello che era in collera. E però è gran tempo che il suddetto signor Principe va considerando come parzialità vedersi talora negati certi divertimenti per cagion del fratello, e gli pare di leggere nel volto, nelle parole, in altri atti di Vostra, Altezza Serenissima, la sentenza d’esser egli meno amabile; cosa che l’affligge sommamente, € l’ha anche afflitto costì due o tre giorni sono, riguardando ciò come una sensibil disgrazia, sul supposto che Vostra Altezza truovi in lui delle qualità non meritevoli di quelle dimostrazioni d’affetto paterno ch’egli internamente desidera tanto di meritare. Ora, Serenissimo Principe, io voglio bene sperare che non abbia mai a succedere di qui sconcerto alcuno; ma non lascia la mia speranza d’essere accompagnata da qualche timore, perchè so quali parole e doglianze si sieno già fatte intendere, e sono tali che se ne affliggerebbe l’amore paterno, e so che non è riuscito ad alcuno di persuader con parole per non vero ciò che sembra all’interessata di mirare con gli occhi proprj. A me dà pena il solo figurarmi come cosa possibile, che questa mal’intelligenza dell’animo di Vostra Altezza potesse dar principio a qualche alienazione di cuore, per non dire a qualche odio implacabile del fratello maggiore verso il minore: il che sarebbe uno de’ più lagrimevoli accidenti che potessero avvenire al signor Principe Gianfederico e alla Serenissima Casa d’Este, o pure che il bollore dell’età, da cui non si può esigere tutta la moderazione della prudenza, venisse un giorno a certe deliberazioni e pubblicità, alle quali il solo dover rimediare con pubbliche medicine sarebbe una somma disgrazia, e recherebbe un gran trastullo alla malignità ed invidia altrui. - ↑ Al primo sentore dell’invasione de’ Francesi uniti ai Piemontesi, il Muratori scriveva d’esser «malinconico all’aspetto de’ guai suscitati nella povera Lombardia... Se l’ottimo augusto non manderà gagliarde forze e per tempo, il nome cesareo va a pericolo di estinguersi in Italia. E che sarà di noi, Dio lo sa». A monsignor Sabbatini, 16 dicembre 1733. — Dai Francesi nulla abbiam mai ricevuto di bene... Ne abbiamo ben ricevuto dall’augustissima Casa d’Austria, nè altri v’ha che i Tedeschi dai quali si possa sperar del bene. Bisogna esser in lor grazia, e far conto del denaro per le occorrenze, e non dubitare. Con denari si fa tutto e si ha tutto a codesta bottega».
- ↑ Il conte Artico Porcìa voleva onorar l’Italia con una raccolta di autobiografie di contemporanei, dove indicassero principalmente il metodo tenuto ne’ loro studj. Il Muratori lo contentò, ma sulla promessa che non dovesse parere autografa, perchè la modestia ne soffrirebbe. Non fu di fatto stampata che nel 1872. Esso Porcìa lagnavasi che il Fontanini avesse depredato tutti gli archivj del Friuli col pretesto di farne la storia, poi non l’avesse mai compita.
Fece anche dei versi, benchè desiderasse che a cose più serie attendessero gli Italiani; e mostrava buon gusto allorchè al Muratori scriveva: — Ella è troppo prevenuta per la maniera di poetare del Maggi, da lei però saggiamente non imitato in que’ pochi versi che ho veduto de’ suoi, i quali sono d’un’eccellente manifattura». - ↑ In una lettera al signor Giuseppe Riva a Londra, gli raccomandava di evitare gl’inviti a mense altrui, e di bere vino caldissimo, come prescriveva il Davini, medico modenese suo amico, De potu vini calidi.
- Testi in cui è citato Ludovico Antonio Muratori
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