Kant - Geografia fisica, 1807, vol. 1/Prenozioni matematiche/I. Della figura della terra

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Prenozioni matematiche

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Prenozioni matematiche Prenozioni matematiche - II. Deviamento della figura della terra
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I.

Della figura della terra.


Per ciò che riguarda la figura della terra, non vi è quasi figura colla quale gli antichi non l’abbiano paragonata; nè poteva altrimenti avvenire, giacchè fondandosi sull’apparenza empirica, essi non facevano che indovinare. I Caldei, al dire di Diodoro Siculo, la credettero concava e simile ad una barca fluttuante: altri la tennero per un disco fatto a volta al disotto, e la [p. 2 modifica]paragonarono ad un timpano; altri ancora la credettero una piramide colla punta voltata in giù. Anassimandro la paragonò ad un pilastro o ad una colonna cilindrica1, ed Anassagora stesso, amatore di paradossi, ed Epicuro ancora non osarono attribuirle altra forma che quella di un disco piatto. Lucrezio d’altronde ride moltissimo sulla gravità verso il centro, e sugli antipodi2 de’ quali egli dice: Sed vanus stolidis haec omnia finxerit error. Altri la credettero un cubo, ed altri un parallelepipedo a base rettangolare. Quindi presso gli antichi nacquero molte dispute risguardanti il centro della superficie della terra. I Greci mischiarono Giove nella questione, e gli fecero spedire due aquile nell’istesso tempo, una delle quali volò verso l’oriente, l’altra verso l’occidente; e credettero che da lui fosse dichiarato centro il luogo dov’elleno s’incontrarono: questo, secondo essi, era Delfi. Quivi si mostrarono lungo tempo le due aquile ed un umbilico, per indicare che ivi fosse l’umbilicus orbis [p. 3 modifica]terrarum. A questa opinione applaudirono pure i Romani3. Gli Ebrei, per non essere esenti da alcuna pazzia, fondarono la terra sopra sette colonne, e ne fecero centro Gerusalemme, citando a questo proposito i passi de’ Profeti4. I Cristiani, eredi di tutte le sottigliezze superstiziose degli Ebrei, non solamente adottarono, ma credettero avvalorare la loro opinione col sostenere, che il Messia nel centro della terra dovette incominciare la redenzione. Qual meraviglia dunque, se avevano tanta avversione a credere l’esistenza degli antipodi? Lattanzio, il quale nel quarto secolo dopo Cristo insegnò in Nicomedia la rettorica, dice essere un errore ridicolo il credere, che vi siano uomini le cui vestigia s’imprimano sopra la loro testa, e paesi dove tutto ciò che da noi si trova penda al rovescio ingiù, dove il frumento e gli alberi crescano all’ingiù, e la neve e la pioggia cada all’insù5. Egli ammira la fantasia de’ filosofi la [p. 4 modifica] quale arricchisce le delizie del mondo favoloso con campi pendenti, mari e città. Non fu punto migliore il giudizio di S. Agostino il quale morì alla metà del quinto secolo. Cleomede, matematico del quinto secolo, confutò In parte le opinioni assai strane, e fino ai tempi suoi molto vaghe, rispetto alla figura della terra, e dimostrò ch’essa è rotonda: 1. perchè non si vedono dappertutto le medesime stelle; 2. perchè i giorni e le notti non sono generalmente uguali; 3. perchè i più riputati filosofi l’avevano sostenuto6. E veramente vi erano stati alcuni sì fermamente persuasi di questa più giusta opinione, che cominciarono a fondarvi delle ipotesi. Ocello Lucano provò l’eternità e [p. 5 modifica]necessità del mondo dalla sua figura rotonda, e dal movimento circolare; ma egli riuscì cosi poco a rendere evidente il principio da lui dimostrato, che si durò ancora per lungo tempo a disputare sulla figura della terra. Quello poi che Pitagora (se dobbiamo credere a Diogene Laerzio)7 e Platone8 ed Aristotile9 e Cicerone10 o credettero od insegnarono intorno agli antipodi, e le opinioni che a questi autori su di un tal proposito si attribuirono, ebbero sì debole fondamento, e partivano da sì stravaganti idee, che Strabone giudicò meglio di non farne alcuna menzione, e solamente ammise con difficoltà e con timore la rotondità della terra; la qual cosa fu da Plutarco creduita degna di derisione. Nel suo libro della faccia della luna11 questo autore si ride di que’ filosofi i quali, per non rinunciare alla loro ipotesi, amano. d’immaginare, che uomini ragionevoli e sobrj, a guisa d’ubbriachi [p. 6 modifica] barcolando e inclinandosi secondo tutte le direzioni, si vadano come altrettante lucertole o vermi arrampicando sulla parte inferiore della terra. Lo stesso Strabone12 credette di dover accennare l‘opinione di coloro i quali sostenevano, che si potesse sentire il fracasso del sole nell’atto che egli s’immerge nel mare, aggiugnendo soltanto modesti dubbj su questo proposito. Egli è poi assai verosimile quello che dice Bailly nella sua storia dell’astronomia, cioè che gli antichi, nell’attribuire alla terra la figura circolare o sferica, non si partivano da altro principio se non dalla predilezione che essi avevano per tali figure più che per le altre tutte, e dall’entusiasmo con cui essi amavano di rappresentarsela in tutti gli oggetti.

Nell’ottavo secolo costò assai caro a Virgilio vescovo di Salisburgo l‘insegnare l’esistenza degli antipodi13. Egli per ordine [p. 7 modifica] del Papa Zaccaria fu privato della sua carica, confiscati i suoi beni e mandato a Roma14. [p. 8 modifica]

Ora i dubbj sulla figura della terra si sono dissipati, ed ognuno sa ch’essa è rotonda. L’esperienza comune e giornaliera insegna a chiunque, che la superficie della terra è curva da tutt’i lati; altrimenti, nel salire sopra una montagna o su d’una torre, la nostra vista non si estenderebbe precisamente tanto, quanto c’innalziamo sulla superficie della terra: anzi sulla terra stessa, se nulla l’impedisse, potremmo osservare sempre la medesima estensione. Le cime delle montagne e le punte delle torri non sarebbero visibili prima del loro piede, e non si vedrebbero in distanza prima le punte degli alberi delle navi colla banderuola, e poi il corpo del vascello. Non apparisce chiaramente da ciò che il vascello sale sopra una elevazione, e che fra l’alto punto della sponda ove siamo ad osservare, ed il luogo ove scopriamo la banderuola, evvi una grande curvatura capace di nascondere il vascello? Siccome ciò esiste in tutt’i luoghi della terra ed in tutte le direzioni, ed un tal fenomeno è osservato in proporzione egualmente per mare e per terra; così la superficie terrestre deve in tutte le direzioni continuare sullo stesso tenore, e quindi, come [p. 9 modifica] qualunque superficie sferica, deve finire in sè stessa. Se fosse altrimenti, co’ teloscopj coi quali osserviamo le montagne della luna dovremmo vedere fino ai confini delle terra, e, per dir poco, vedere dalle nostre torri di Koenigsherg quelle di Danzica, di Pillau, e le coste della Svezia e della Danimarca. Dalla cima dell’Etna, punto di Europa dove indubitatamente abbiamo la più estesa veduta, co’ più forti cannocchiali non si scoprono nè la Grecia nè la Sardegna nè le coste dell’Affrica; appena si vedono gli scogli di Malta ed una piccola parte del mare mediterraneo. Per qual ragione? perchè la superficie della terra, per mezzo della sua curvatura non interrotta, si sottrae insensibilmente all’occhio nostro. Se tra due punti della superficie di un globo si vuole tirare una linea retta, questa dovrà attraversare una parte della massa del globo istesso, e le sue estemità sa- ranno riunite da una curva che passerà nella superficie. Ora applicandosi l’occhio ad uno di questi punti, non si potrà giammai vedere l’altro, se pure lo spettatore non s’innalzi al disopra della curva tanto, che possa scoprire l’intiero arco. Chi mai’potrebbe non contemplare un eclisse lunare? [p. 10 modifica] Chi non sa che la terra oscura la luna, mentr’essa sola, essendo posta fra la luna ed il sole, accoglie i raggi di esso, e getta l’ombra sua sopra la luna? Quest’ombra in qualunque eclisse è rotonda, ed un corpo che getta un’ombra rotonda deve essere rotondo.

Chi non sa inoltre che a Pietroburgo a Tornea, o nella Groenlandia, le giornate nell’inverno sono più corte, e nell’Italia più lunghe; e che nell’estate poi sono più corte nell’Italia, e più lunghe a Pietroburgo e nella Groenlandia? Ciò sarebbe impossibile, se la terra avesse una superficie piana. Il sole, dacchè la luce in un minuto percorre due milioni di miglia, 15 essendo senza proporzione più lontano di quanto importa la maggior estensione della terra, dovrebbe nascere e tramontare in tutt’i paesi nell’istesso tempo; tutte le regioni dovrebbero avere nelle stesse ore il giorno, e nelle stesse la notte, e l’uno e l’altra dovrebbero essere sempre [p. 11 modifica] uguali. Ma essendo la terra un globo, malgrado dell’ale dell’aurora, la metà sarà e deve restare sempre nell’oscurità. Quando questa comparisce a noi, dovrà sottrarsi agli altri; e quando tramonta per noi, levarsi per gli altri: e siccome il suo movimento è dall’oriente all’occidente, il paese giacente più all’oriente la scorgerà prima, quello più all‘occidente più tarde. Inoltre il sole compiendo in 24 ore con moto uniforme il suo cammino intorno alla terra, ed essendo l’orbita, come qualunque altro circolo, divisa in 360 parti, dette gradi; cosi in ciascun’ora avanzerà 15 di queste parti. Se giacesse dunque un paese 15 di questi gradi più verso l’Occidente, allora il sole vi monterebbe un‘ora più tardi; e cosi è veramente. Berlino giace 11°, 7’, 15’’ più orientale che Parigi; quindi contando su 15° un’ora di ritardo, la differenza fra amendue i paesi importerà 44 minuti e 29 secondi, o tre quarti d’ora meno un mezzo minuto. Essendo dunque mezzogiorno a Berlino, saranno a Parigi le 11 ore, 15 minuti e 31 secondi; ed essendo mezzogiorno a Parigi, saranno ha 12 e 3 quarti a Berlino. Quindi mettendosi qualcheduno in viaggio intorno al [p. 12 modifica] mondo verso la parte occidentale, ed avanzandosi egli quindici gradi, cioè 225 miglia, il sole gli monterà un’ora più tardi, la quale ora egli perde senza accorgersene. Ritornando indi a casa dalla parte orientale, o avendo fatto tutto il giro di 360°, gli dovranno mancare 24 ore, ed egli avrà perduto una giornata nel suo calcolo; cosicchè se avrà per esempio ne’ suoi giornali il primo di gennaio, i suoi compatriotti conteranno il secondo. Viaggiando poi verso l’oriente, allora dopo 225 miglia il sole gli monterà unora più presto, che in quel luogo dal quale egli partì, e dove avrebbe dovuto ancora aspettare un’ora prima che il sole fosse montato. Quest’ora guadagna egli per il nuovo giorno; ed avendo terminato il suo viaggio, ritornando per l’occidente, avrà a poco a poco 24 ore, cioè una giornata di più, e scriverà il 2 di dicembre, quando il giorno dell’arrivo fra i suoi compatriotti sarà il 1 di dicembre. Ciò è confermato da ciascun viaggio. Gli Olandesi a Batavia e Sumatra, per esempio, festeggiano la loro domenica, quando gli Spagnuoli nelle Filippine contano ancora il sabato; giacchè gli Olandesi navigano alle prime per la parte [p. 13 modifica] orientale, e guadagnano una mezza giornata, e gli Spagnuoli arrivano alle seconde per l‘occidente, e perdono giustamente tanto quanto gli Olandesi guadagnano; di modo che la differenza importa una giornata.

Noi vediamo alcune stelle quando siamo sulla parte meridionale della terra, ed altre quando siamo sulla parte settentrionale: ciò non potrebbe aver luogo, se la terra fosse piana; ma siccome è sferica, le stelle settentrionali, per chi viaggia verso mezzogiorno, si abbassano verso l’orizzonte, e quelle del mezzogiorno montano su lo zenit, e così all’opposto; questo accade sì esattamente, che, per esempio, dall’altezza del polo settentrionale in un paese si può misurare precisamente la distanza di esso dall’equatore; come anche, per mezzo della differenza fra l’altezza polare di due paesi, si può determinare la loro situazione più meridionale o settentrionale. Così a Koenigsberg monta l’altezza polare a 54°, 153'; a Berlino solamente a 52°, 31'; dunque Berlino è posto 2 gradi 12 minuti più vicino all’equatore, e Koenigsberg ha tanto di più di latitudine settentrionale. Quanto più ci avanziamo verso il mezzo giorno, tanto più il polo si abbassa: a [p. 14 modifica] Parigi l’altezza polare è solamente di 48°, 50', 14": a Lisbona di 38°, 45', 25": sul Capo di s. Vincenzo di 36°, 50': al Cairo di 30°, 2', 39": sul Capo Verde di 14°, 43': a Malacca di 2', 15'; finalmente sotto l’equatore cade il polo nell’orizzonte, e la sua altezza è zero: là non si vede il polo settentrionale nè il meridionale, nè vi è altezza polare. Proseguendo poi il viaggio, il polo settentrionale cade nel nadir, ed il polo meridionale s’innalza: in Lima ha esso già 12°, 1', 15", ed in Ottaiti 17°, d’altezza.

Finalmente è pure comprensibile dal più comune intelletto, che se la terra non fosse un piano curvo continuato da tutt’i lati, dovrebbe esistere una qualche regione dove finirebbe. Ma questo non è mai accaduto; anzi i viaggiatori che diressero continuamente il loro cammino verso l’oriente, senza tornare indietro, giunsero a casa dalla parte occidentale.

1. Il primo che un tal viaggio intraprese fu Hernando Magellano, portoghese, il quale con cinque navi reali spagnuole fece vela da Siviglia, dirigendosi verso la punta meridionale dell’America; egli scoprì lo stretto lungo che divide la Terra del Fuoco [p. 15 modifica] l’America, e che da lui porta il nome. Per questo stretto passò egli nel mare del sud, e traversando il mare Pacifico, arrivò alle Filippine, dove sopra una di queste isole, detta Sebu, fu ucciso in un combattimento contro i selvaggi. I suoi compagni continuarono però il viaggio per le isole Molucche, e ritornarono al Capo di Buona Speranza, dopo essere stati assenti 1523 giorni, cioè 3 anni e 30 giorni. Essi scrissero il 6 di settembre 1522, ed a Siviglia era il 7 dello stesso mese.

2. L’inglese Francesco Drake fece vela da Plymouth il 13 di dicembre 1577: passò per lo stretto Magellanico nel mare Pacifico, venne sulla California, scopri la nuova Albione, e tornò per le isole Molucche e pel Capo di Buona Speranza ai 3 di novembre 1580, dopo un viaggio di due anni, 10 mesi ed alcuni giorni. Egli fu il primo che portò i pomi di terra in Europa.

3. Tommaso Cavendish, egualmente inglese, partì da Plymouth ai 21 di luglio 1586; passò lo stretto di Magellano, visitò le coste del Chili, del Perù e del Messico; e passando pel Capo di Buona Speranza, arrivò alla patria il 9 di settembre 1588, [p. 16 modifica] dopo aver impiegato in questo viaggio 2 anni, 1 mese e 19 giorni.

4. Cornelio Schouten, olandese, il quale per conto di alcuni mercanti di Horn sortì dal Texel nel giugno 1615, corse fino al 54°, 46', del sud, e passò per lo stretto nuovo di Le Maire, nome dato da lui in memoria del suo connavigatore. Al promontorio da lui scoperto diede egli il nome di Capo Horn, dalla città dello stesso nome nell’Olanda settentrionale. Egli ritornò nel 1617 nel mese di luglio, dopo essere stato assente 25 mesi.

5. Guglielmo Dampier, inglese, celebre per molti viaggi di mare, il quale almeno tre volte, cioè negli anni 1586-1691 , poi 1699-1701 e 1708-1711, fece il gran viaggio intorno al globo descritto in parte da lui medesimo.

6. Gentil de la Barbinais, francese, partì nel 1614 agli 8 d’agosto da Cherburg; passò lo stretto di Magellano, navigò lungo tempo sulle coste del Chili e del Perù, di là passò nella China, indi si diresse verso l’isola Bourbon, ed arrivò nel 1718 alla fine di marzo a s. Malò. La descrizione del suo [p. 17 modifica] viaggio, unita a molte precedenti, è contenuta nella storia generale de’ viaggi.

7. Giorgio Anson, inglese, il quale negli anni 1740-44 fece i suoi viaggi che furono descritti dal cappellano del Vascello.

8. John Byron, inglese, il di cui nome porta una delle sette isole del mare Pacifico da lui scoperte. Egli partì da Plymouth nel 1764 ai 26 di giugno, e tornò dopo ventidue mesi alla patria.

9. Wallis e Carteret nel 1766 ai 22 di agosto fecero vela da Plymouth: una burrasca li divise nel mare Pacifico. Wallis scoprì il bel gruppo d’isole al quale appartiene Otaiti, e Carteret le isole Carlotta. Il primo ritornò nel 1768 ai 20 di maggio; l’altro nel 1769 in marzo. I loro viaggi sono descritti da Hawkesworth.

10. Bougainville, francese, fece nel 1766-69 un viaggio intorno al mondo, durante il quale trovò ugualmente Otaiti, e le diede il nome di nuova Citera.

11. Cook, il Dampier del secolo nostro, fece tre volte il viaggio intorno al mondo: le sue scoperte sono note. Nel secondo viaggio lo accompagnarono i signori Forster padre e figlio, dei quali l’ultimo ha descritto [p. 18 modifica] il viaggio separatamente. Nel suo terzo viaggio Cook perdè la vita in Owhyhi. Il suo vascello ritornò nel 1780.

Oltre a questi, altri vi sono stati che hanno fatto il viaggio intorno al mondo, fra quali il napoletano Careri. Questi spinto dal desiderio, senza aver un vascello suo proprio, intraprese il viaggio, secondo gli si offrì l’occasione. Egli andò dapprima verso Surate nelle Indie orientali, di là sopra un altro bastimento a Goa, da Goa con unaltra occasione a Macao e a Canton nella China; poi passò con vascelli di Manilla alle Filippine, e nel porto Messicano d’Acapulco; di qua partendo, visitò il Messico, e la vera Crux per terra, ed indi partì sulla flotta dell’Havana per Cadice nella Spagna, donde continuò il viaggio per terra; passò i Pirenei, e per Genova ritornò a Napoli nel 1698, dopo essere stato assente cinque anni. Egli ha descritto il suo viaggio, il quale fu stampato in Napoli in 9 volumi in ottavo. A quelli che al pari di lui avessero piacere di viaggiare, dà egli saviamente il consiglio di non prendere la direzione verso l’oriente, ma verso l’occidente, poichè in questa direzione si veleggia più [p. 19 modifica] presto. Così andando da Acapulco a Manilla, s’impiegano solamente 75 giorni; mentre da Manilla ad Acapulco vi vogliono 204 giorni. Più abbasso ne indicheremo la ragione. Tutti quelli che viaggiarono intorno al mondo, hanno scelta questa strada occidentale.

Da questi viaggi, e per le ragioni più sopra accennate, facilmente si comprende, che la figura della terra debba molto avvicinarsi alla figura sferica, se anche non lo fosse totalmente.

Se a Lucrezio, se al Papa Zaccaria, se ad altri Padri della S. Chiesa parve tanto incomprensibile, che sopra un globo uomini e bestie potessero tenersi senza cadere, e ch’essi colla testa pendente nell’aria ingiù, ed i piedi voltati insù, potessero camminare; ciò nacque solo da totale mancanza di fantasia, la quale però è meno da perdonarsi al poeta. Sopra un globo non esiste nè il disopra nè il disotto. Il centro della terra, al quale volgiamo sempre i piedi, è il nostro disotto, mentre il disopra è l’aria che circonda la terra, l’atmosfera nella quale è involta ed inviluppata come una noce. Dappertutto quello è il disopra che si dirige [p. 20 modifica] verso l’aria, e il disotto quello che si dirige verso la terra. La forza d’attrazione, da cui dipende l’esistenza di tutt’i corpi, la quale nella terra deve essere tanto maggiore quanto più supera in massa tutte le cose viventi e sussistenti della natura, l’aria e l’acqua non escluse; questa forza colla quale il globo lega tutte le sue parti, spingendole verso il centro, ed attrae immediatamente per la linea più breve tutto ciò che ad esso con violenza fu sottratto a forza di esplosione, e lanciato in piccole distanze, assicura entrambi, noi e gli abitanti dell’altra metà del globo, dal precipitare. Per istrapparci dalle catene che la terra ci ha posto, dobbiamo dapprima rompere quella forza colla quale la terra strascina la luna intorno a sè. Tutt’i corpi, piccoli o grandi, sono egualmente gravi a confronto della terra, e cadono in linea perpendicolare colla medesima celerità: questa linea chiamiamo verticale, e volendola continuare, andrebbe fino al centro della terra. Se forse una penna o un foglio di carta sembrano cadere con meno celerità che un altro corpo, dobbiamo riflettere che l’impedimento viene dall’aria, e che tanto è maggiore quanto la massa di queste cose è minore. Nel vacuo [p. 21 modifica] cadono, come è naturale, in egual tempo che il piombo o un altro corpo grave, in linea retta verso il centro. Ciò posto, neppure il minimo atomo potrà sottrarsi dalla terra.

Similmente non è difficile a concepirsi che sopra un globo si possano erigere mura paralelle. La linea verticale formerà sempre coll’orizzontale un angolo retto; e però, continuata, andrà direttamente fino al centro, e formerà un raggio, ed in conseguenza si unirà e s’inclinerà colla vicina come colla distante: ma ciò non è sensibile alla nostra vista; e malgrado delle misure più esatte, le mura più alte, non solamente di una casa ma di una città intiera, tanto sulle cime quanto sul fondamento, ci compariscono in eguale distanza tra di loro. Quindi le mura poste verticalmente sopra un globo, sebbene debbono avere una inclinazione fra loro sull’orizzonte di ciascun paese, pure formeranno sempre un angolo retto col medesimo, perchè la loro unione cade nell’infinito. Le mura della torre più alta sono una parte minima rispettivamente al raggio della terra. Il raggio della terra è di milioni 19 e ½ di piedi parigini, e la torre più

  1. Plutar. de placit. philos. 3. 10 Euseb. de praep. ev. 1. c. 8.
  2. Lucret. l. 1051-1075. lib. V. 538. segg.
  3. Liv. 38. 48 e Claudian. in prol. paneg. de consul. Mallii Theodori.
  4. Ezech. v. 4.
  5. Lactant. de falsa sapient. III. 24. Quid illi qui ese contrarios vestigiis nostris antipodas putant? num aliquid loquuntur? aut est quisquam tam ineptus qui credat esse homines quorum vestigia sint superiora quam capita? aut ibi quae apud nos jacent inversa pendere? fruges et arbores deorsurn versus crescere? pluvias et nives et grandinem sursum versus cadere in terram? et miratur aliquis hortos pensiles inter septem mira narrari, quum philosophi et agros et materia et urbes et montes pensis faciant. At ego multis argumentis probare possem nullo modo fieri posse, ut coelum terra sit inferius, nisi et liber jam concludendus esset.
  6. Κυκλικης Θεωριας. Lib. I.
  7. Lib. VIII. edit. Menag. p. 220. B.
  8. Ibid. Lib. III. p. 75. F.
  9. De Coelo II. fin. opp. edit. Paris. du Val. tom. 1. p. 6g3.
  10. Acad. Quaest. IV. 39. Som. Scipio. 6.
  11. Tom. 2 delle sue opere p. 934 ed. Franc.
  12. Lib. III. p. 229. edit. Basil. 1549.
  13. Aventinus Annal. B jor. lib. lll. Hoc ita acceptum est, quasi Virgilius alium mundum, alios sub terra homines, alium denique solem atque aliam lunam assereret. Bonifacius (Archiep. Mogunt. et leg. Papae) haec velut impia et philosophiae divinae repugnantia refutat, Virgilium pubblice privatimque arguit, ad recantandam has naenias, provocat, efflagitatque jure suo, ut Legatus Germaniae, ne ille hujusmodi deliramentis sinceram et simplicem Christi sapientiam polluat atque contamiuet — Ipse Zacharius Pontifex Max. Legatus cum mandatis et litteris ad Utilonem ducem Bavariae ire jubet, partes suas Bonifacio commendat. Virgilium Philosophum (si sacerdos sit, inquit, nescio) ab templo Dei et ecclesia depellito, sacerdotio in concilio abdicato, si illam perversam doctrinam fuerit confessus. Insuper Regulo Bojurum (Utiloni) denunciatum est, ut Virgilium Romam mitat, ubi Virgilius rationem reddat, ac a Pontifice Rom. examine comprobetur.
  14. Keppler epist. ante librum IV. Epitom. Anche Baronio, tom. IX. all’anno 748, ci ha conservata la lettera scritta dal Papa Zaccaria all’arcivescovo Bonifacio, nella quale dice: nos scribentes praedicto duci (Utiloni) evocatorias de praenominato Virgilio mittimus litteras, ut nobis praesentatus et subtili indagatione requisitus, si erroneus fuerit inventus, canonicis decretis condemnetur: qui enim seminant dolores metuunt eos — De perversa doctrina quam contra dominum et animam suam locutus est, quod scilicet alius mundus, et alii homines sub terra sint aliusque sol et luna, si convictus furerit ita confiteri, hunc accito Concilio, ab Ecclesia pelle, sacerdotii honore privatum.
  15. Tutte le miglia nominate in quest’opera, se non è accennato espressamente il paese di cui sono, s’intendono miglia geografiche, delle quali 15 compongono un grado dell’equatore.