L'Anima musicale d'Italia/Toscana
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TOSCANA.
Da questa Toscana che tante gioie m’ha dato nello studio della sua storia piena di mirabilissimi fatti, da cui emana tanta luce di civiltà che l’Italia prima e il mondo tutto poi dovevano restarne illuminati per tanti secoli; che tanta gioia m’ha dato nell’ammirazione dei suoi patriotti insigni di cui qualcuno, come il Ferruccio, nel sacrifizio sublimi; nella contemplazione degl’innumerevoli capolavori dei suoi pittori, scultori, architetti, cesellatori, orali, artisti tutti per ogni ramo veramente eccelsi; nell’assidua lettura dei suoi scrittori poderosissimi e di pensiero e di forma, e nel tragico come nel comico, nel soave come nel satirico, da Dante a Guerrazzi, da
Boccaccio a Giusti; nello studio dei suoi musici che dalla Camerata Fiorentina, e dai suoi grandi poeti che nel cantare i propri versi crearono forse con nuovi metri nuove melodie, fino ai maestri viventi che sono pure i nostri di maggior fama, dalla Toscana dico grandi gioie mi ripromettevo anche nello studio della sua canzone del popolo.
Vero è che per un altro mio studio alcune preliminari ricerche condotte nel campo strumentale non mi avevano fruttato quasi nulla e che le melodie già raccolte e pubblicate da altri non mi davano grandi speranze, speravo però nell’incognito che talvolta serba le più gradite sorprese e questa volta, rappresentato dall’aiuto di un musicologo toscano professante, per giunta, a Firenze, poteva essere per me un vero scrigno.
Nella giustificata smania dunque che mi bruciava l’animo di leggere le canzoni gentilmente favoritemi dal detto musicologo, se pur non era la speranza di potermi trovare innanzi a’ resti di una canzone etrusca, come talvolta, nelle lunghe passeggiate archeologiche su per le colline e le incolte terre che fan corona alla mia città natale fra i fittili cocci che andavo raccogliendo qualcuno ne ritrovavo di etrusca fattura, vi era però nell’avida lettura una segreta inconfessata speranza di ritrovarci l’eco delle canzoni che, dal medio evo fino al settecento, empivano l’aria delle serene notti di maggio di Fiorenza odorosa e innamorata del pari che sanguinosa come a’ tempi dello sciagurato Lorenzino de’ Medici.
Ed io l’accarezzavo quella speranza perchè chi mi favoriva i canti era quello stesso professor Bonaventura che della Toscana sua va da tempo studiando amorosamente la storia della musica e più particolarmente di quel periodo che dal XIII secolo arriva fino a’ nostri giorni. Che ne ha studiato dal lato musicale i tre grandi poeti: Dante, Boccaccio, Petrarca. Ma ogni audace volo è caduto frustato all’ali dal solito monito: in Italia non vi è, per ora, posto alle ricerche sulla etnofonia; è caduto appena scorso il breve foglio di carta da musica accompagnato da preziose notizie.
L’erudito donatore mi scrive: «Può star sicuro che questi canti sono realmente puri da ogni inquinamento».
Il giudizio è autorevolissimo e certo giusto, ma non per questo vale a ridarmi la ripromessami gioia. Essa è caduta come foglia al chetare del vento.
Sono puri da ogni inquinamento? D’elementi musicali etnici di altre regioni non metto in dubbio, ma si può del pari star sicuri lo siano da contatti e mescolanze con la musica dotta? Se non sono volgari come alcuni di quelli che ho dato del Lazio, se pur sono invece fresca creazione contadinesca, risentono però troppo dei tempi per modo che molto han perduto non solo dei caratteri originali primitivi ma anche di alcuni caratteri propri alla musica del popolo in genere. Si sono cioè un po’ imbellettati di decisa tonalità moderna, incorniciati di quadratura e stabilità fraseologica e ritmica, messo il rossetto degli sfacciati salti melodici, ingioiellati di troppi ricercati abbellimenti che hanno del fiore artificiale un miglio lontano e niente del fremito passionale che è la vera ed unica sorgente dei principali abbellimenti musicali.
Riporto a tav. n. 39 il primo tema che è, nel testo come nella musica, nella essenza come nella forma, il vero e tradizionale stornello toscano.
Non è, no, il ricordo d’averlo udito, tolto alle pure aure de’ colli toscani, trascinato sulle putride tavole del caffè concerto, prostituito dalla laida bocca di un comico che, come di ogni parola sottolineava con la voce, col gesto, con lascivi sguardi bistrati, un doppio osceno senso così di ogni frase melodica contaminava la rubesta freschezza montanina con stiracchiamenti, abblandimenti, assottigliamenti vocali di mala femmina che getta l’esca; non è ciò che mi turba il giudizio, ma è in realtà tutto il suo organismo, la sua anatomia come la sua fisiologia che me lo rivelano se non moderno almeno ammodernato dal contatto che anche il contadino, senza saperlo nè volerlo, ha subito della musica qual’è oggi. Nella sola chiusura di ogni frase, o membro di periodo, che cade sul movimento o porzione di movimento debole, è una traccia del canto primitivo popalaresco, ma pel, resto, anche nel vario modo con cui si ripresenta atteggiata la stessa frase, dimostra una elaborazione assolutamente storica. Questo canto, del resto, era già stato dato fin dal 1891 dal Foresi in una sua raccolta di canti popolari, ed io fin dall’ora lo avevo giudicato, per canto storico.
Così pure storica è l'altra melodia di tav. n. 40 colla quale le tessandole di Pisa accompagnano il loro lavoro.
Il me lo offre accompagnato dalla classica citazione del Leopardi sul perpetuo canto che segue la mano che percorre la faticosa tela. Ma non è, come potrebbe far credere la citazione, melodia scaturita dal lavoro. È semplicemente una graziosa canzone favorita dalle tessitrici a svago della faticosa loro opra. Ben altrimenti primitivi, veri canti sorti dal lavoro, sono quelli con cui il contadino educa e guida i giovenchi all’aratro nei feudi di Val di Mazzara in Sicilia o in alcune contrade di Francia o quelli già citati dei battipali di Venezia o quelli coi quali in Sardegna ed in altre parti d’Italia, e in tante altre regioni dell’Africa e delle terre glaciali, dell’Oceania e dell’Asia si rendono eguali, sincroni, precisi i movimenti tanto svariati dei quotidiani lavori.
La terza canzone è di Livorno (Tav. n. 41).
Mi sbaglierò, ma, a mio debole giudizio, non solo in questa canzone non è neppure traccia di etnofonia, ma la melodia di gusto popolare, non contadinesco, un tantino graziosa nelle prime quattro misure, cade addirittura nel volgare nella diciassettesima e diciannovesima battuta nonchè in quegli altri punti che il lettore anche profano vedrà da sè tanto sono evidenti. Quando la cantarello a me stesso, non sonano alla mia immaginazione chiare voci di gruppi di buoni contadini vicini al pagliaio, al cumulo di fieno, o innanzi alla porta della loro cascina, ma il battere del passo sul selciato cittadino, sguaiate voci uscenti da neri profili di giovinastri.
⁂
Anche il Billi nello stornello di Valdichiana di cui ha dato la melodia nelle sue Poesie chianajuole non ci fornisce nulla di nuovo. Siamo al solito tipo etnico si ma musicalmente storico. Rispecchia cioè il carattere regionale, se si vuole, ma ammaestrato, così è moda il dire, dal tempo, dalla civiltà in fine che l’ha verniciato a modo suo. E bravo a chi riesce grattar via la superficie per mostrarne il corpo. Io, a buon conto, riporto lo stornello perchè il lettore veda da sè ed abbia almeno un’idea del canto toscano qual’è oggi (Tav. n. 42).
Potrei ancora del genere riportarne altri, ma sarebbe inutile ripetizione col pericolo di cadere nel peggio e perciò me ne astengo.
Ma posto che sono stato costretto a servirmi spesso delle melodie trascritte negli studi sulla poesia dialettale per poter dare un’idea della musica di una data regione, il che valeva una lode a’ raccoglitori occasionali, serviamocene almeno una volta per dimostrare come talvolta abbiano raccolto male. Il Giannini, tanto reputato come raccoglitore di poesie dialettali toscane, ha voluto darne anche la melodia di una cantata nella montagna lucchese, per lui trascritta dal dott. Adolfo Taddei, che riporto a tav. n. 43.
Ma ha sgarrato. Questa melodia non è del popolo ma del volgo e sol più tardi forse dal popolo e assai parzialmente raccolta. Per di più non toscana nei caratteri, anzi, come suol essere della melodia volgare intrugliata di dotto, ha tanto d’italico quel tanto appena da non essere presa per straniera.
⁂
«L’unica melodia che a me pare degna d’essere riportata come esempio di etnofonia tosca-na è la cantilena del Maggio, raccolta a giusto complemento delle notizie fornite dal D’Ancona, dal prof. Gamussini, che così ne discorre: La cantilena del Maggio è sempre la medesima e uguale nell’Appennino toscano e nel modenese, se non che oltre ad un uso maggiore o minore di fioriture ad arbitrio del cantante è frequente nel modenese l’uso di appoggiare sulla quinta nota. Tra l’una e l’altra strofa è costante un intermezzo di violini, i quali durante il canto hanno soltanto da secondare con accordi leggeri.... Per capire queste melodie bisogna trovarsi nella solitudine del monte, quando in quell’ampio silenzio, appena rotto dal mormorio del fiume nell’abisso, giunga all’orecchio la voce di un montanaro che canta: in quelle note, poche, lunghe, intonate con tutta la forza del petto, par di sentire l’aspirazione dell’uomo verso l’infinito» (Tav. n. 44).
Io a quanto altrove ne dico, qui soggiungo che mi par essa melodia veramente del popolo, ma con uno sviluppo melodico e di abbellimenti che la indicherebbero nata in periodo storico. Quanto al violino che l’accompagna.... una parrucca o una dentiera talvolta passano percapelli e denti veri, ma una violinata in pienasolitudine del monte, coll’altro di poetico che ci vorrete aggiungere, mi par tale da farvene rimanere queta ogni aspirazione, fosse pure diretta non verso l’infinito ma anche solo solo verso l’umile verità.
TOSCANA
39. Peschi fiorenti
40. Ora che m'hai lasciata
41. La rosa è il più bel fiore
42. Giovanuttin che vesti de turchino
43. Chi vuol sentir cantar la veneziana
44. Sta su Lazaro che fai!
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