L'acquedotto pugliese le frane ed i terremoti

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Torquato Taramelli/Mario Baratta

1905 L Indice:L'acqvedotto pvgliese le frane ed i terremoti.djvu Geologia L'acquedotto pugliese le frane ed i terremoti Intestazione 18 giugno 2012 100% Da definire

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TARAMELLI T. e BARATTA M.



L’ACQVEDOTTO PVGLIESE


LE FRANE


ED I TERREMOTI







Voghera

Tipografia Riva e Zolla

1905



[p. 3 modifica]Il compito del geologo si estende alla previsione, in base ai fatti che avvengono nell’attualità, di quei fenomeni che devono verificarsi nell’avvenire, in una regione della quale si abbiano sufficienti conoscenze sia riguardo alla natura ed alla disposizione delle rocce che la costituiscono, sia rispetto ai fatti geodinamici, esogeni ed endogeni, che quivi avvengono.

Questa previsione poi assume per noi il carattere di un dovere preciso nel caso di un’impresa, che impegna il paese in una spesa rilevante, destinata ad influire profondamente sulle condizioni igieniche ed economiche di tre provincie italiane; di un’opera, che, se sospesa nella sua attuazione, o peggio ancora nell’esercizio, ben può convertirsi in un vero disastro; vogliamo dire dell’Acquedotto Pugliese, in riguardo alle frane e ai terremoti.

Fa meraviglia il fatto che, possedendo l’Italia un Ufficio geologico che funziona in modo lodevole, in questa faccenda dell’Acquedotto Pugliese il Governo si sia accontentato del parere di un solo geologo, per quanto valente, del quale la relazione pubblicata a brani sul progetto del 1899, che servì di base alla legge, ed accompagnata allora da una carta geologica incompleta, concludeva che data la natura di quei terreni l’opera presentava sufficiente stabilità; senza però por mente che la regione dalle fonti del Sele alle Murgie ed il Capo Gargano è tra le più esposte a terremoti disastrosi, i quali si ripetono quivi in media almeno due volte al secolo. In particolare poi a riguardo della delicata questione della stabilità [p. 4 modifica]della cattura della sorgente, decomposta per un’antica frana in assai numerosi zampilli, in un calcare fratturato, presso e di contro a pendici franosissime, come assai bene già osservava in un suo scritto l’ingegnere De Vincentiis, il parere di un solo geologo poteva essere giudicato insufficiente, per quanto questi fosse oculato e versatissimo nella sua scienza.

Nel progetto di massima pubblicato nel 1903 si sorvola sulla questione della stabilità delle fonti; questione capitale, e quanto alle condizioni del terreno, non si trova che questa frase, a pag. 25 «in conclusione, in dipendenza della natura dei terreni e della accidentalità della campagna, il tracciato va incontro a gravi difficoltà nel 1° tronco, che si superano generalmente col tenere il canale in galleria». Ora vedremo più avanti come la perforazione di gallerie, siano lunghe oppure brevi, eviti le difficoltà, con tanta disinvoltura sorvolate. È bensì vero che l’ultimo progetto è accompagnato da una dettagliata carta geologica, e che il profilo longitudinale contiene pure la indicazione dei terreni da attraversare; ma non è molto diffusa la interpretazione dei colori geologici dal punto di vista costruttivo e le poche indicazioni non sempre riguardano la natura del terreno che si troverà al piano delle gallerie, il quale non in tutti i casi è poi il medesimo segnato per la superficie; così, ad esempio, nella regione vulcanica del Vulture, la lunga galleria di Croce lo Monaco (6450m), sottopassando i tufi vulcanici, si mantiene nei pessimi scisti eocenici. Ad ogni modo è abbastanza singolare questa disinvoltura, quando appunto le più gravi difficoltà per le costruzione del canale, nel tratto di quasi cento chilometri da Caposele alle Murgie, si incontreranno appunto nelle perforazioni delle gallerie.

Ed ancora più sembra strano che della idrografia sotterranea delle Puglie ed in particolare della Capitanata e della penisola Salentina, dove, a parere dei più competenti, tra i quali indubbiamente emerge il professore Cosimo De Giorgi di Lecce, esiste abbondante provvista di acque profonde, si sia continuato a discorrere soltanto in base a pochi fatti, diremo fortuiti, senza che mediante apposite perforazioni (le quali sarebbero costato assai meno che i molti progetti di acquedotti che si susseguirono) si potesse stabilire con sicurezza se o meno convenisse rinunciare, come si è fatto, a qualunque speranza di utilizzare queste acque sotterranee. Il miraggio dell’acquedotto era in verità affascinante. Citeremo ad esempio un periodo caratteristico di uno scritto dell’avvocato Francesco Pasca del 1891: «l’Acquedotto Pugliese con la irrigazione porterà la salute e la ricchezza ad una delle più vaste regioni agricole italiane, alla meglio disposta per condizioni geologiche a fruire del prezioso elemento. Con la igiene e la trasformazione delle colture, lo sviluppo delle [p. 5 modifica]praterie, l’industria del bestiame, la forza motrice, quelle terre diverranno una miniera d’oro». E si ebbe un bel ripetere che l’acquedotto doveva servire esclusivamente per acqua potabile; ma in fatto la legge votata e la relazione del 1902 del R. Ufficio speciale a questo acquedotto assegnano una portata di mc. quattro, più del doppio di quella che basterebbe a dotare di sufficiente provvista di acqua potabile gli abitanti delle Puglie, calcolata nello stesso progetto a mc. 1.7906; eccedenza che si propone poi di utilizzale nella produzione di forza motrice e per usi agricoli, nonchè per una derivazione per Taranto, la quale città possiede un acquedotto di portata sufficiente e che si può anche agevolmente accrescere, raccogliendo acqua sotterranea. Tutto ciò importa una spesa assai maggiore di quella necessaria, quando fosse assolutamente dimostrato, come crediamo che di fatto non lo sia, che si debba rinunciare ad ogni speranza di utilizzare le acque sotterranee.

Ma la tesi da noi sostenuta in due recenti pubblicazioni1 e che ora vivamente rincalziamo con ulteriori considerazioni, nella speranza che, mentre si è ancora in tempo, si abbandoni un progetto che giudichiamo un errore nazionale, è questa: qualunque sia il tracciato, dalle fonti del Sele alle Murgie, l’acquedotto deve attraversare dei terreni tanto esposti alle frane da insorgere molta probabilità che l’opera non possa nemmeno essere compiuta; oppure, che sia rovinata in alcune tratte; coll’aggravante che appunto in questa regione di presa e di transito dell’acquedotto avvengano terremoti disastrosi, i quali possono direttamente guastare il manufatto e determinare frane funeste, irreparabili. Per usare di un’espressione di un modesto ma valentissimo cultore della geodinamica endogena, il professore Mercalli, i terremoti sono dei malfattori recidivi. Le frane che minacciano l’acquedotto di Chieti e le altre che hanno interrotto nello scorso mese di marzo la ferrovia Sulmona-Pescara, sono recenti moniti, che non vanno trascurati; e quanto ai pericoli dei terremoti, per un manufatto lungo centinaia di chilometri, crediamo sia una imprudenza il giudicarne ridicolo od esagerato il timore, opponendo che si badasse ad un tale pericolo, non si dovrebbero costruire nè abitati nè edifici pubblici. Il fatto si è che per i terremoti cadono abitati ed edifici pubblici robustissimi, e si scuotono, come ben disse il Pilla, [p. 6 modifica]le fondamenta delle fondamenta delle murature, specie nei terreni poco coerenti, quali sono appunto quelli che prevalgono, si può dire, nei nove decimi dell’accennato tratto del progettato acquedotto.

I terremoti esagerano il pericolo delle frane oltre ad essere di per se stessi pericolosi: specie quando l’epicentro viene a cadere in prossimità di una parte della conduttura, come appare assai probabile ponendo mente agli studi di statistica e di cartografia sismica italiana pubblicati dal Mercalli, dal Montessus de Ballore e dagli scriventi: e vedremo più avanti come nella vasta letteratura sismologica non manchino esempi di acquedotti stati rovinati da violenti commozioni telluriche.

Siccome noi non abbiamo perfetta conoscenza della intera regione del tracciato così ci riferiamo a quanto espose quello stesso geologo, l’ingegnere Baldacci, stato interpellato dall’Ufficio speciale per l’acquedotto pugliese: del quale geologo aggiungiamo non fu valutata abbastanza quella trepidazione, che pur traspare dal complesso delle sue asserzioni.

Quanto alle fonti di Caposele, concordiamo col signor Baldacci nel riconoscere in esse un caso di sorgente di falda, o di tracimazione, secondo una distinzione introdotta dall’ing. Cortese e che corrisponde poi ad una delle condizioni che assai prima uno di noi ha distinto nelle fonti uscenti al contatto di due terreni, uno permeabile e l’altro che funge da otturatore, qualunque sia la posizione stratigrafica dei terreni stessi. I rapporti stratigrafici del calcare cogli argilloscisti eocenici non furono dal sig. Baldacci bene chiariti e la tavola di spaccati che accompagna la Relazione, indica evidentemente che tale calcare è attraversato da piani di frattura numerosi; formando degli sproni uscenti dalla massa di detriti, dalla quale sgorgano le fonti. Ora, pure ammesso come dimostrato che questi sproni sostengano del tutto la massa detritica, così da mantenere una relativa stabilità alle numerose sorgenti; se poniamo mente al fatto che tutte le sorgenti in suolo calcare, coll’andare degli anni, si abbassano, anche quando escono dalla roccia in posto; se rammentiamo che la località è esposta a terremoti disastrosi, che più volte hanno rovinato Caposele ed i paesi finitimi; se portiamo seria attenzione alla mancanza di ricerche, che pure era doveroso compiere, per indagare la storia geologica di quelle fonti in rapporto sia alla stratigrafia che è male studiata, sia collo scolpimento della valle che non fu punto considerato; se pensiamo ancora che non è per nulla assodato il fatto che negli ultimi secoli non siasi cambiata la posizione di quelle ottanta e più fonti; se ricordiamo le modificazioni che avvennero in epoca storica a quelle del Clitunno, del Timavo, dell’Oliero, della Livenza, di Valchiusa e di tante altre uscenti da rocce calcari; noi non [p. 7 modifica]possiamo essere del tutto tranquilli sulla proclamata stabilità di quel gruppo di sorgenti che si stanno per captare. Conviene pensare che gli autori del progetto ignorassero o del tutto trascurassero il grido di allarme, che l’insigne patriarca della circolazione sotterranea, il Martel, ripetutamente ha elevato per le condizioni che in un prossimo avvenire saranno fatte, specialmente nelle regioni di calcare fratturato, per il continuo e relativamente assai rapido sprofondamento delle acque sotterranee e corrispondente abbassamento delle resorgive.

Invero il dubbio sulla stabilità delle fonti della Sanità, desunto dalla franosità del terreno sul quale sorge l’abitato di Caposele, sembra dalle indicazioni del signor Baldacci eliminato; ma anche ammessa l’esistenza degli accennati sproni calcari, che sostengono la frana che decompone la fonte, lo stato di fratturazione del calcare in posto e la tendenza generale che mostrano le fonti ad abbassarsi, ci rendono molto dubbiosi che non siano state prese tutte le cautele affine di ottenere l’assoluta stabilità della presa per un lungo giro di secoli, trattandosi di un’opera destinata a maravigliare i posteri, non sappiamo se per la sagacia o piuttosto per la imprudenza della generazione presente.

Vi sarebbe qualcosa a dire sulla variabilità assai grande della portata complessiva di queste fonti (da 4880 a 2993 m³ in poco più di un anno) e sulla esistenza di colonie bacteriche, anche fluidificanti, in quell’acqua, che si intende condurre sino a più di 400 km. di distanza, in un suolo la cui temperatura durante la estate si eleva ad oltre 50’ centigradi; ma queste considerazioni riguardano gli igienisti. Noi ci fermiamo soltanto alla domanda se sieno stati esauriti davvero tutti gli studi per assicurare la stabilita della presa, la quale dalla Relazione del 1899 dell’Ufficio speciale non pare completamente dimostrata. Ricordiamo altresì l’ipotesi, che l’ing. Baldacci ha avanzata nella monografia sul fiume Sele, secondo la quale lo stato attuale della sorgente sarebbe causato dal crollo di una caverna esistita in quei sito, con una o più bocche nella roccia in posto. Il trovare sulla tavola degli spaccati che accompagna la ricordata Relazione dei nomi come calcare marmoso, argilla cinerea assoluta, e la mancanza di un vero spaccato geologico, che dimostri più precisamente i rapporti tra il calcare e le rocce scistose; la stessa ipotesi, che fa il signor Baldacci, che queste roccie scistose eoceniche si sieno deposte in una incisione già praticata dalle acque nel calcare mesozoico, ci lasciano molto desiderosi che la località sia di nuovo studiata da qualche altro geologo, o meglio da più geologi, prima che vengano incominciati i lavori.

Rispetto poi ai terreni che prevalgono nel tratto di circa cento chilometri [p. 8 modifica]da Caposele alle Murge, il geologo consultato non tacque che sono ben gravi le difficoltà di stabilire in sede sicura in una regione così frastagliata ed in generale malfida il tracciato di un grande acquedotto. I terreni prevalenti in questa regione, attraverso ai quali si dovranno aprire oltre una ventina di gallerie della lunghezza complessiva di circa km. 43 (!), delle quali la maggiore di quasi tredici chil., sono quei tali terreni argillosi che «sotto tutte le loro forme, sia di scisti argillosi, sia di argille scagliose, sia di argille compatte sono di natura eminentemente instabile»; terreni esposti a gonfiarsi, a scoscendere, a deformarsi e «per tali movimenti vengono sconnesse le più solide opere di muratura e le costruzioni stradali; nel nostro paese una lunga e costosa esperienza ha oramai dimostrato i pericoli inerenti a questi terreni». Natura di suolo «non meno esiziale per le gallerie» come da tempo è noto e per la quale è molto dubbio se potranno scavarsi, senza grave pericolo degli operai, dei cunicoli di dimensioni assai limitate, a fondo cieco per centinaia e migliaia di metri, coll’aggravante della emissione sicura di gas infiammabile e velenoso. E badisi che questo pericolo del gas idrocarburo — causa di numerose vittime alla galleria del Borgallo ed in quella detta «Cristina» della linea Foggia-Napoli — in una regione dove non sarà agevole il procurare un’attiva areazione dell’avanzata dello scavo, può essere per sè stesso così grave da costringere ad abbandonare l’impresa. Badisi ancora che nello scavo di queste gallerie poco profitto farà la perforazione meccanica e l’uso delle grandi cariche di esplosivi; quindi la costruzione di quei 43 chilometri di gallerie nel tratto più pericoloso da Caposele alle Murge con tutta probabilità dovrà durare assai più tempo di quanto la Relazione prevede.

Mentre da un lato l’alta sismicità della regione consiglia di tenere il tracciato per quanto è possibile in galleria, d’altra parte si deve prevedere che alla menoma rottura del rivestimento, per poco che l’acqua si sparga, avverranno inevitabilmente delle deformazioni di massa, che porteranno la rovina in alcune tratte delle gallerie, per quanto queste siano profonde e perciò al riparo dei danni immediati dei terremoti e delle frane superficiali. Noi non dubitiamo che gli assuntori dell’opera siano per trascurare quanto avvenne nella costruzione delle gallerie di Ariano stato così bene descritto dai signori Lanino e Salmoiraghi.2 Le cause che [p. 9 modifica]rendono franoso il terreno delle argille scagliose non sono quelle medesime che cagionano le difficoltà di traversarlo con gallerie e con pozzi; piuttosto queste difficoltà sono dovute allo speciale stato di frantumazione della roccia, che è reso molto più appariscente dove questa è stata a lungo esposta all’azione atmosferica: le franosità della porzione superficiale di quella funesta formazione è la conseguenza indiretta della intima struttura, che questa presenta nella sua massa costituita da un’alternanza di strati compatti con altri di argille scistose, laminate; il tutto contorto e infranto dal corrugamento orogenetico.

Il ripiego di evitare le frane con gallerie brevi, data una così distinta franosità del terreno, non sembra molto sicuro; perchè non è da escludere la possibilità che tutta od in parte la massa sottopassata in galleria si muova; quindi il tracciato deve essere corretto nel senso di ridurre quanto è possibile la percorrenza a mezza costa del manufatto e di aumentare la lunghezza delle gallerie stesse, per essere meglio al riparo dalle frane superficiali e dagli effetti diretti ed indiretti dei terremoti. Evidentemente, questo rimedio è tutto ad aumento delle inevitabili difficoltà di costruire le gallerie in terreno poco coerente.

Volendo ora distinguere i terreni da attraversare nel detto tratto da Caposele a Minervino Murgie, di Kil. 99 dal punto di vista costruttivo, in buono, mediocre, cattivo e pessimo, cogli elementi forniti dal profilo longitudinale annesso all’ultima Relazione, siamo condotti al seguente specchietto ed allo schizzo riprodotto nella tavola unita, i quali ci paiono più significativi di ogni descrizione:

sino a m. 517 Argille scagliose ― pessimo 517
» » 2300 Arenarie, calcari e scisti ― buono o mediocre 1783
» » 4264 Calcari marnosi ― buono 1964
» » 11412 Argille scagliose ― pessimo 6148
» » 22884 Argille e sabbie plioceniche ― cattivo 11472
» » 29410 Argille scagliose ― pessimo 6526
» » 31500 Argille plioceniche ― cattivo 2090
» » 45905 Conglomerati, puddinghe, tufi, dep. lacustri ― mediocre 14405
» » 51355 Scisti argillosi ― pessimo 5450
» » 59045 Argille scagliose ed arenarie ― cattivo 7690
» » 86674 Alluvioni piane ― buono 27629
» » 87374 Sabbie ed argille plioceniche ― cattivo 700
» » 88474 Quaternario ― buono 1100
» » 91024 Argille e sabbie plioceniche ― cattivo 2550
» » 99000 Diramazione per Minervino ― quaternario ― buono 8976

Complessivamente quindi abbiamo da percorrere od attraversare per m. 18641 di terreno pessimo; m. 24202 di terreno cattivo; m. 16188 di [p. 10 modifica]terreno mediocre; 39669 di terreno buono, dei quali però soli 1964 in regione accidentata ed i rimanenti 37765 in piano. Dedotti questi dalla lunghezza di questo tratto di canale, sulla lunghezza di circa 59 Kil. ne troviamo quindi soltanto il 3.40 % di terreno buono, e il 30.5 di terreno pessimo.

E badisi, che anche in base alle indicazioni della Relazione 1889, sopra 115 km. dalla fonte a Minervino Murge, dove incomincia il suolo calcare, ve ne sono meno di sei in terreno che possa dirsi costruttivamente buono; 35 km. sono in terreno pessimo, cioè argille scistose e scagliose, ed il rimanente in terreni più o meno franosi, come argille, sabbie, conglomerati, arenarie alternate a marne scistose, tufi vulcanici; tutte roccie le quali, anche quando sembrano stabili, col tempo per l’erosione atmosferica si fanno meno coerenti e quindi facili a scoscendere. Secondo il progetto del 1900 vi sarebbero poi in questo tratto 24 km. di terreno pianeggiante verso le Margie, ma quivi i sifoni dovranno affondarsi nel terreno argilloso, e per poco che sotto le enormi pressioni l’acqua travasi da questi, vi saranno da temere delle deformazioni, causate dall’irresistibile rigonfiamento della roccia, diverso da luogo a luogo e che può determinare diverse rotture.

Qualunque modificazione sia apportata al tracciato, si è nel dilemma di affrontare le frane superficiali o le spinte in galleria; perchè i terreni da percorrere e da attraversare sono in ogni caso i medesimi: argille scagliose e scistose, argille compatte, sabbie argillose, tufi vulcanici e poche altre rocce più compatte.

Tantochè si può pensare che se fosse stato domandato il parere di uno più geologi prima ancora di porre in istudio, con tante spese e collo sforzo di tanti e così distinti ingegni, i vari progetti di un acquedotto unico per le Puglie, con acqua derivata sia dal Sele che dal Calore, con ogni probabilità si sarebbe abbandonata ogni idea di una consimile impresa e studiata invece l’altra questione del come utilizzare l’acqua del sottosuolo; la quale si è lasciata alle disquisizioni ed alle induzioni dei dotti, trascurate però le esortazioni del migliore conoscitore della geologia pugliese, che è, senza contrasti, il professor Cosimo De Giorgi.

Qualora poi il lettore voglia formarsi un’idea dell’accennato espediente, col quale gli autori del progetto si proposero di evitare le gravi difficoltà di questo tratto mediante le numerose gallerie quivi progettate, ecco un altro specchietto dei terreni che queste dovranno attraversare, similmente classificati.

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Galleria Materdomini m. 1670 arenarie, calcari, marmosi, argilloscisti ― mediocre.
» dell’Appennino » 12730 1600 detti ― mediocre.
6980 argille scagliose e scisti ― pessimo.
4150 argille plioceniche ― cattivo.
» Camera » 1160 argille plioceniche ― cattivo.
» Cantoni » 630      »               »               »
» Mesole » 1085      »               »               »
» Ciccolungo » 747      »               »               »
» S. Maria dei Santi » 1090 argille scagliose ― pessimo
» delle Mucce » 315      »               »               »
» Toppo Pescione » 3150 argille plioceniche ― cattivo
» Fronte di Ruvo » 975 conglomerati ― mediocre
» Ripa Rossa » 700           »                    »
» Grotta del Prete » 735           »                    »
» Toppo della Civita » 815           »                    »
» Marotta » 400 depositi lacustri ― mediocre
» dopo la diramaz. di Atella » 225      »               »               »
» Croce del Monaco » 6450 2202 tufi vulcanici ― mediocre
4248 arg. scagl. e scisti ― pessimo
» La Guardiola » 4770 argille, scisti eocenici ― pessimo.
» Le Fosse » 284      »          »          »          »
» Capo di Leone » 1295 dep. limno-vulcanici ― mediocre.
» S. Lucia » 1950 sabbie plioceniche ― mediocre.
» Bardellaccio » 800      »               »               »
» dopo il sifone del Locone » 204      »               »               »

Quindi riguardo il percorso in galleria nessun tratto può dirsi in roccia costruttivamente buona; al più un paio di chilometri verso l’imbocco della galleria di valico potranno presentare qualche minore difficoltà se quivi prevarranno i calcari marnosi e le arenarie alle argille scagliose. Si troveranno almeno 40 chilometri di terreno pessimo, 11 chilometri di terreno cattivo e 13 chilometri di terreno mediocre. Le piccole gallerie, le quali ponno essere esposte a franare sono anche parecchie.

È innegabile che il consiglio dell’ingegnere Baldacci ha servito a migliorare il tracciato, nel senso di evitare il più possibile le frane e di tenere l’acquedotto nel detto tratto per circa 43 Km. in galleria: ma avendo questi affatto trascurato il pericolo reale, non fantastico dei terremoti, ora almeno a noi sorge dubbio che questo pericolo sia appunto l’argomento decisivo pel quale, mentre si è ancora in tempo, convenga abbandonare od almeno sospendere l’esecuzione di una impresa bensì grandiosa, ma con tutta probabilità disastrosa: di un’opera che porterà un dispendio sproporzionato non diremo alle condizioni delle Puglie, ma a quella del nostro Stato così bisognoso di parsimonia, e così consunto dallo sperpero, così minacciato all’estero ed all’interno e tuttavia così desideroso di gareggiare con tutto il mondo antico e moderno; così [p. 12 modifica]esposto alle illusioni, come dimostra per esempio il sopracitato periodo del signor avvocato Pasca, indubbiamente persona colta ed amante del proprio paese.

Considerando così enormi difficoltà, che inevitabilmente si opporranno alla costruzione dell’acquedotto nel tratto da Caposole alle Murgie, le franosità che quivi in generale presentano i terreni attraversati, la somma preventivata senza alcun dubbio riuscirà inferiore al costo presumibile dell’opera compiuta; anzi ci pare persino impossibile poter in tali condizioni compilare un preventivo approsimato. Anche la Ditta che, per disposizione di capitolato, dovrà assumere la responsabilità della buona riuscita dell’opera, la consegna della medesima nel tempo prestabilito e l’esercizio dell’acquedotto per 90 anni ci deve pensare due volte!



Abbiamo già accennato come alle obbiezioni da noi sollevate sull’alta sismicità della ragione di presa e dove si sviluppa la parte principale e più costosa del progettato acquedotto pugliese — malgrado la dimostrazione da noi offerta fosse corredata di notizie di inoppugnabile valore — alcuni si siano mostrati increduli stimando che se si volesse badare ai pericoli dei terremoti non si dovrebbe più costruire alcuna opera grandiosa. Ma chi non è addentro negli studi sismologici non può avere un esatto concetto di alcuni fatti fondamentali messi in luce dalle recenti ricerche, che cioè la crosta della terra presenta regioni più frequentemente ed intensamente scosse da terremoti: che le varie manifestazioni corocentriche di un dato distretto sismico si possono riguardare come ripetizioni l’una dell’altre: che nei diversi terremoti, i quali nel corso degli anni sconquassano una determinata regione, sono quasi sempre i medesimi paesi che vengono maggiormente colpiti.

Ora nei nostri studi precedenti, accennati questi fatti di capitale importanza, abbiamo messo in evidenza come nei pressi di Caposele e di Teora esista una regione instabile, che nel passato secolo ha dato il disastroso terremoto del 9 aprile 1853, che colpì in modo speciale le due località dianzi ricordate, il quale si identifica con la scossa rovinosa del 29 gennaio 1733. Abbiamo pure accennato come il risveglio di tale centro abbia cooperato a produrre le memorande rovine del 1456; come i terremoti dell’area sismica del Matese, e specie quelli irragiati dalla zona di scuotimento Beneventano-Avellinese, e gli altri causati dall’attività dei reconditi focolari del distretto del Tanagro, abbiano causato danni più o meno gravi non solo a Caposele, a Conza ed a Teora, ma [p. 13 modifica]eziandio a gran parte della regione fra tali località e Melfi, ove appunto decorre il canale principale nelle condizioni geologiche già discusse, il quale viene ad attraversare in senso E-W circa la vasta zona epicentrale del grande parossismo del 1694, riuscito disastrosissimo in parte della Basilicata, dei Principati e delle regioni limitrofe causando oltre 3600 vittime. Infine abbiamo visto come il tratto di conduttura circostante il Vulture interessi un altro distretto sismico, la cui attività à dato il tipico terremoto del 1851, che sconquassò Melfi, Barile, Rapolla ecc. causando nella ristretta area delle maggiori rovine, di circa 35 km. di diametro, danni immensi agli edifici pubblici e privati e 628 vittime, 444 delle quali nella sola Melfi.

Ora il tracciato dell’acquedotto preso in considerazione era quello del progetto di massima 30 settembre 1899, alquanto modificato nel successivo del 20 ottobre 1902, da noi ignorato allorquando scrivevamo le prime nostre considerazioni. Questo nel tratto Caposele-Minervino diversifica dal precedente in due punti: passa a mezzodì anzichè a settentrione del gruppo del Vulture, cioè, dopo aver toccato Atella, corre in vicinanza di Ripacandida e di Venosa per ricongiungersi nei pressi di questa città al precedente tracciato che poi segue con lieve variazioni; in secondo luogo la diramazione di Foggia invece di staccarsi all’imbocco della galleria di Monte Solorso (progressiva m. 49.178) ha origine nella località detto «Le Fosse», anteriormente alla piccola galleria di tal nome (progressiva m. 59.720). Con tale variante egli è ben vero che resta abbreviato di una diecina di chilometri il decorso entro la zona epicentrale del disastrosissimo terremoto del 1694, ed evitata l’area mesosismica del parossismo del Vulture del 1851, ma la conduttura con la variante introdotta resta maggiormente esposta alle manifestazioni sismiche dei centri che hanno dato luogo ai tipici terremoti del 1561, del 1826, del 1857 ecc. ecc.

Per di più la diramazione principale per Foggia, che esce al suo inizio dalle zone epicentrali dei maggiori massimi sismici della regione, accostandosi a tale città viene ad interessare un’area classica di scuotimenti assai violenti e localizzati: basterà citare a tal proposito il periodo sismico del 1731, per il quale un terzo circa degli edifici di Foggia e la maggior parte delle case e masserie nella pianura attigua alla città furono del tutto o quasi dalle veementi concussioni del suolo diroccate, mentre quelle situate a distanza maggiore risentirono danni assai notevoli, ma pur tuttavia incomparabilmente minori. Infine aggiungeremo che nel progresso del suo sviluppo tale diramazione decorre entro una delle aree sismiche della Capitanata che hanno dato le più violenti e numerose [p. 14 modifica]manifestazioni, quella di S. Severo-Torre Maggiore, di cui non ricorderemo che il terribile parossismo del 1627, il quale costò la vita ad oltre 4000 persone e ridusse in un mucchie di rovine le due citate località insieme a S. Paolo, a Serra Ca riola, a Lesina, a S. Nicandro, ad Apricena, ecc. ecc.

Ora per rendere più persuasiva la dimostrazione, abbiamo pensato di costruire tre carte che a colpo d’occhio facciano conoscere per tre periodi di tempo eguali e successivi la frequenza e la intensità avuta dai terremoti nella regione interessata dall’acquedotto. Per semplificare la costruzione cartografica e rendere nello stesso tempo più efficace per il nostro assunto la rappresentazione, abbiamo creduto di tener conto solo di quelle commozioni telluriche che hanno prodotto danni, dai più leggeri a quelli terribilmente grandiosi, prescindendo dalla origine dei terremoti stessi, cioè, se siano corocentrici od esocentrici.

Le nostre carte rappresentano la sismicità relativa nei tre ultimi secoli (il XVII. XVIII e XIX): non abbiamo d’altra parte creduto di estendere lo studio cartografico ai precedenti, perchè buona parte delle notizie sui terremoti anche violenti accaduti nel 1400 e nel 1500 o mancano assolutamente, oppure sono prive dei necessari particolari.

La scala progressiva adottata è la seguente, nella quale gli aggettivi «molto forte», «fortissimo», «rovinoso», «disastroso» ecc. hanno il preciso significato loro attribuito dai sismologi.

I Un terremoto fortissimo o qualche molto forte.
II Qualche fortissimo con alcuni minori.
III Uno rovinoso, od uno quasi rovinoso con uno o due fortissimi.
IV Uno rovinoso con qualche fortissimo o molto forte.
V Uno disastroso oppure due rovinosi con qualche fortissimo o molto forte.
VI Due disastrosi oppure uno disastroso con uno o due rovinosi.
VII Uno disastrosissimo con uno o due fortissimi.
VIII Uno disastrosissimo con uno disastroso o rovinoso.
IX Due disastrosissimi.

L’evidenza rappresentativa delle carte ci dispensa di scendere a particolari che, quantunque interessantissimi dal punto di vista sismologico, riuscirebbero inutili per lo scopo del presente lavoro: aggiungeremo solo che il semplice loro esame dimostra come non siano punto esagerate le apprensioni da noi manifestate: nei tre secoli cui si riferiscono, in tutto od in parte la regione entro la quale decorrono le tratte più difficoltose e costose dell’acquedotto, soggiacque ai tristi effetti di immani catastrofi causate da convulsioni telluriche.

Volendo poi spingere lo sguardo a tempi più lontani, possiamo dire [p. 15 modifica]che anche i due secoli anteriori a quelli presi in considerazione non furono meno fatali per la regione interessata dalla grande opera. Così per il secolo XV ricorderemo soltanto che l’intera conduttura nel tronco considerato viene a trovarsi entro l’area mesosismica del terremoto del 1456, i cui terribili effetti sparsero il lutto e la desolazione entro una ampia area che si stende da Aquila negli Abruzzi ad Acerenza in Basilicata, e produssero danni rilevanti anche alla regione pugliese.

Passando poi al secolo XVI aggiungiamo solo che gran parte dell’area che a noi interessa è compresa nella zona delle rovine di un altro memorando terremoto, quello del 1561, che colpì in moda speciale la Terra di Lavoro, il Principato Citra e la Basilicata.

Così possiamo conchiudere che la località di presa e buona parte di quella del canale principale da Caposele al Vulture in ciascuno dei secoli XV-XIX furono colpite per lo meno da uno fra i più violenti e distruttori massimi sismici dell’Italia meridionale.

A rendere più malfido sismologicamente parlando tale regione oltre alla elevata attività dei centri proprii ed a quella dei focolari ad essa circostanti — le cui terribili manifestazioni, come abbiamo detto, la rendono tristamente celebre nella storia delle pubbliche calamità — concorre la natura del suolo poco coerente e predisposto a franamenti che esagera gli effetti dannosi dei terremoti stessi.

Bisogna aver visto, come agli scriventi è più volte toccato, una regione scossa da un terremoto disastroso. Nella zona mesosismica e specie nella epicentrale si determinano frane anche colossali, che poi lentamente e per lungo tempo si muovono; spaccature lunghe e profonde, avvallamenti, salti, sconvolgimenti di terreno, formazioni di laghi e mutazioni permanenti nel regime delle sorgenti, insieme a molti altri fenomeni fanno comprendere la violenza spiegata dalla interna concussione, che non risparmia nemmeno le mure massiccie dei più robusti edifici, le quali vengono infrante, spaccate e sconnesse in modo vera mente miserevole.

Certo sarebbe follia il pensare che i soli acquedotti possano sfuggire a tanto sconquasso: ricorderemo prima di concludere due esempi a tal uopo assai istruttivi. A Messico il 19 giugno 1858 in occasione di un terremoto, uno dei più violenti che abbiano colpito la città, le grandi arcate dell’acquedotto, durante il lunghissimo tempo in cui perdurò il movimento del suolo, furon viste aprirsi per rinchiudersi tosto e riaprirsi di bel nuovo, lasciando sfuggire dalle fenditure veri torrenti d’acqua: più di cento archi furono danneggiati, ed una cinquantina di essi resi minacciosi di rovina. Messico rimase per parecchio tempo affatto priva [p. 16 modifica]d’acqua. Anche gli antichi acquedotti sotterranei che gli spagnuoli avevano costruito a San Salvador (America Centrale), consistenti in robusti canali a sezione quadrata, formati da grandi lastre solidamente connesse, ebbero specie nelle giunture a soffrire gravi danni per il disastroso terremoto del 19 marzo 1873, che ruinò completamente tale città.

Ma, ritornando al nostro argomento, fosse anco una sol volta al secolo una regione visitata da così desolanti fenomeni, la cui ragione sta essenzialmente nella struttura stratigrafica e nella posizione topografica, così che non si può nemmeno sperare che in avvenire tali manifestazioni abbiano a mancare, noi non crediamo — per quante cautele si adoperino e per quanti progressi abbia fatto l’arte delle costruzioni — prudente affidare ad un terreno si malfido un’opera colossale, lunga centinaia di chilometri, il cui minimo guasto può essere causa di immensi guai per la regione cui si vuole con l’acqua portare la vera redenzione morale e materiale.



Ed ora concludendo noi crediamo che il paese abbia il diritto di domandare a mezzo dei suoi rappresentanti; ed in particolare poi abbiano il dovere di chiedere le provincie interessate quali cautele siano state prese per ripararsi dai due pericoli che noi sommariamente abbiamo rilevato: l’uno dei quali non è stato a sufficienza considerato e l’altro completamente trascurato nei vari progetti che l’ufficio speciale creato per disposizione legislativa, ha allestito senza, almeno a nostro avviso, preoccuparsi a sufficienza delle condizioni naturali della regione.

Note

  1. Taramelli T.Alcune considerazioni geologiche a proposito dell’Acquedotto pugliese [in] Rendiconti R. Ist. Lombardo ecc. Serie II. Voi. XXXVIII. Milano 1905.
    Baratta M.L’Acquedotto pugliese ed i terremoti. Voghera [1905]. Tipografia Riva e Zolla.
  2. Lanino G.Linea Foggia-Napoli: Galleria della traversata dell’Appennino [in] Gior. Genio Civile. Serie II. Vol. IV.-VI. Serie III. Vol. I. Roma 1872-75.
    Salmoiraghi Fr.Alcuni appunti geologici sull’Appennino fra Napoli e Foggia [in] Boll. R. Com. Geol. Serie II. Vol. II. Roma 1881.