L'aes grave del Museo Kircheriano/Tavola XI.

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Tavola X. Delle monete rappresentate nella classe delle Incerte
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TAVOLA XI.


Perdonino i lettori al grave errore di questa Tavola, in fronte alla quale andava collocato l’asse dalla testa d’Ercole e dal busto di grifo, che nella [p. 65 modifica]classe delle incerte troveranno disegnato sotto il numero 4 parte B. Tavola IV. Tolto questo disordine, pongano a confronto le monete fuse di questa Tavola XI. con le coniate che abbiam fatte incidere nella parte destra della Tavola XII. L’Ercole dell’asse fuso è richiamato dalla moneta coniata in argento e dal triente de’ numeri 1. 2. Il majale del semisse fuso corrisponde alla pelle di majale, di cui Proserpina si cuopre il capo nel quadrante coniato. L’aquila del triente e il fiore della semoncia fusa sono riuniti nel rovescio del sestante coniato. Il quadrante coniato pare una traduzione del quadrante fuso: la triscele rappresenta la triforme Elcate o le dee d’inferno; e la Proserpina, la spiga e il Giove trasformato in toro ed in serpe non sono che una dichiarazione di quel nefando commercio. Finalmente nel sestante fuso abbiamo il busto di quel drago stesso che vedesi nel quadrante coniato. Questa spontanea corrispondenza d’ impronte, oltre la perfetta somiglianza dell’arte, sono per noi pruova bastevole, che come le sei monete coniate appartengono ad una medesima città, così le sette fuse costituiscono la vera e giusta serie della città stessa.

Tra le città della provincia, di cui stiamo studiando i monumenti, non ve n’ha alcuna, a cui meglio che a Tivoli questa serie s’approprj. Le città latine, rutule, volsche, aurunche hanno già rivendicato a loro stesse le monete ch’erano proprie di loro: quelle degli equi e degli ernici non può di meno che non abbiano un qualche diritto cosi sopra questa serie, come sopra molte altre monete di quelle, che 3Ìamo stati costretti ad adunare per ora nella classe delle incerte.

Sono poi tre in particolar modo i titoli per cui a Tivoli vorremmo attribuita questa intera serie; la provenienza, il culto d’Ercole ed il sistema onciale, in che sono ordinate le sue monete coniate. Noi da Tivoli e dalle adjacenze abbiam veduto venire in Roma que’ soli due semissi, che in questi ultimi anni sono andati per le mani de’ nostri anticagliari, e l’oncia e la semoncia ben quattro volte. Le altre quattro monete della serie fusa sono ben più rare, e per quanto sappiamo non sono uscite in quest’ultimi tempi di terra. Il triente e il quadrante, i quali mancavano alla publicazione del Cardinale De Zelada, gli abbiamo ottenuti il primo in dono dall’ottimo nostro amico il sig. barone d’Ailly, l’altro per acquisto da un mercadante non romano.

Oltrediciò la semoncia coniata di questa serie, secondo il modo nostro di vedere, ne presenta l’imagine d’una città col capo incoronato di torri. Ma il denaro di A. PLAVTIVS AED. CVR. col BACCHIVS IVDAEVS nel rovescio, ha nel diritto questa medesima testa turrita. Conosciamo la interpretazione comune di quel diritto: contuttociò non ci sia disdetto il sospettare, che A. Plauzio, come tiburtino, volesse quivi rinnovata l’antica impronta d’una moneta tiburtina, coniata a bello studio per rappresentare Tivoli. Lucio Plauzio anch’esso nel suo denaro con le impronte della [p. 66 modifica]maschera e dell’aurora volle eternare la memoria d’un avvenimento, in cui Tivoli sostenne una sì bella parte.

Rispetto al culto d’Ercole non faremo che richiamare i lettori alla storia di quella città. I monumenti colà superstiti e la voce degli antichi scrittori si accordano nel dimostrarci, che Ercole aveva in Tivoli quel culto che Giove sul monte Laziale e la Fortuna in Preneste. La pietà superstiziosa delle vicine e delle lontane genti verso quel ricco delubro oltrepassava ogni misura.

Per ultimo queste monete coniate sono distribuite in triente, quadrante, sestante, oncia e semoncia. I latini, i rutuli, i volsci, gli aurunci, come si è veduto, nel ristabilire la loro moneta, dimenticarono l’antico sistema della libra e delle sue parti minori, e s’appigliarono al costume delle città più meridionali, ragguagliando le monete proprie alle proporzioni medesime di quelle. Ma le cinque nostre monete sono ordinate per oncie; del qual fatto a noi pare trovarne la ragione nella situazione della città a cui appartengono. È Tivoli posto in un estremo angolo del nuovo Lazio tra settentrione e levante: talché i suoi traffici quanto riescono comodissimi nella direzione unica di Roma, altretanto sarebbono malagevoli quando prendessero una qualc’altra via. Il solo tragitto verso Preneste, che è a Tivoli la città più vicina, è incomparabilmente più arduo che quello verso Roma. D’altra parte Preneste abbonda di que’ prodotti medesimi di ohe è ricco il territorio tiburtino: laddove Roma si alimenta del soperchio d’amendue que’ popoli, e li fornisce a vicenda delle sue e delle straniere manifatture. Crediamo che la condizione di Tivoli non sia stata mai diversa dalla presente, dacché i primi romani se l’ebbero assoggettata. Perciò questo commercio esclusivo, ch’ebbe sempre con Roma, le rendè necessario il conformarsi a Roma eziandio nella forma e nel sistema della moneta.

Gli altri popoli del nuovo Lazio trafficavano anch’essi con Roma; ma non così che non avessero comode e piane le vie per commerciare anche tra loro stessi e con le genti della sinistra riva del Liri. In Roma riportavano forse la moneta che da Roma riceveano: tra loro e co’ lontani adoperavano la moneta propria. E questa è la cagione, per cui ha messe si forti radici la opinione de’ numismatici, la qual vorrebbe che campane fossero le monete della parte sinistra della nostra Tavola XII. Quantunque molto vi contribuisca eziandio la presente divisione politica del paese. Imperochè la regione degli aurunci, ch’era già parte del nuovo Lazio, come si è veduto, rimane compresa entro il moderno regno di Napoli. Le monete che in molto numero escono da quella felice terra, e che in gran parte sono latine, colano nelle mani de’ numismatici napoletani, i quali per ragione di quella frequente provenienza sono indotti a riconoscerle per campane. Speriamo che i nostri avvisi saranno bastevoli a far che si muti il comune giudizio.

Rinnoviamo qui l’osservazione che abbiamo fatta intorno al Castore e [p. 67 modifica]Polluce scolpiti nel sestante de’ volsci. Il segno delle tre oncie nel quadrante di Tivoli s’accompagna alla triscele forse per la medesima ragione. Ma e perchè queste monete onciali coniate in Tivoli mancano d’asse e di semisse? Di coteste serie di monete mancanti d’asse, o a dir più vero mancanti di testa, ne troveremo altri esempj in altre provincie. Vedremo altrove ciò che qui: la moneta primitiva costituire la serie intera, senza che vi manchi alcuna delle monete per lei necessarie: per opposto la serie medesima diminuita o trapassata dalla fusione al conio rimanersi senz’asse. Siccome poi la serie primitiva appartiene all’epoca della piena indipendenza di quella città o popolo, a cui spetta, laddove la serie diminuita o coniata discende a’ tempi della totale o della parziale soggezione di quella città all’impero di Roma, cosi ne va per la mente il sospetto, che queste serie si truovino acefale, perchè in verità erano capite minores i cittadini che le segnavano. Roma oltraggiosa in tanti altri partiti verso le debellate genti stimava eccesso di liberalità il concedere a’ popoli conquistati l’uso delle proprie zecche. A parecchi forse non concedè l’asse che è il capo della serie, perchè volea essa sola essere riconosciuta per capo. Altri deciderà del valore delle nostre congetture in attribuire a Tivoli queste due diverse forme di monete. Ne giova sperare, che minori difficoltà sia per incontrare la ragione a cui attribuiano questa imperfezione di serie. Tivoli sarebbe chiaro argomento deir orgoglio romano nella serie imperfetta, nella epigrafe non sua ma romana, e nella insegna della lupa che allatta i gemelli non solo nel bronzo, ma ripetuta per comando di Roma eziandio nell’argento. V’è di più. Il triente, il sestante, l’oncia e la semoncia della nostra Tavola XII. non ne ha finora somministrata alcuna pruova di diminuzione nel loro peso. Il quadrante invece con qualche frequenza ci si aflaccia diminuito, e ben cinque tali diminuzioni conserviamo in questo museo, quattro delle quali compariscono nella stessa Tavola XII. Sarebbesi ella mai questa Roma ravveduta e pentita di sua eccessiva benevolenza verso i tiburtini; e dopo aver limitata la concessione alle monete minori del semisse, avrebbe loro tolto anche il triente, il sestante, l’oncia e la semoncia? E per qual altro titolo il solo quadrante si accompagna passo a passo con le diminuzioni della moneta romana, quando l’altre quattro si rimangono inalterabili?