L'alta virtù di quel collegio santo

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Antonio Pucci

XIV secolo A Indice:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu Letteratura L'alta virtù di quel collegio santo Intestazione 14 ottobre 2016 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Rime scelte di poeti del secolo XIV/Antonio Pucci


[p. 345 modifica]Incomincia una morale che racconta le bellezze che vuole avere una donna.

     L’alta virtù di quel collegio santo
Che adorna di Parnasso il sacro monte
Con quella illustre fronte
4Che fa versificando a molti onore,
     Spiri per grazia in me tanto valore,
Ch’i’ possa con be’ versi dire in rima
Le gran bellezze prima
8E poi l’alta virtù di quella a ch’io
     Mi son per servo dato, e nel cor mio
Non tengo altro pensier se non far cosa
Che a lei sia dilettosa,
12E son più suo che non son di me stesso.
     E per trattar di quel ch’i’ ho promesso,
Comincio a’ crespi suo’ biondi capelli
Lucenti sì che a quelli
16D’Apollo hanno la fama e ’l nome tolto.
     E nella sommità del suo bel volto,
Che fa ciascun che ’l guarda innamorare,
Si vede a punto stare
20L’alta lucente e spaziosa testa;

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     E si scorgono ivi a piè di questa
Nere e sottili due arcate ciglia:
E pien di maraviglia
24Rimari ciascun che guarda i lucenti occhi;
Però che vi par dentro Amor che scocchi
Saette d’oro, e punge altrui con elle.
E son le gote belle
28Piene e vermiglie come vuol ragione.
     Il naso ha tanta bella fazïone,
Che fa maravigliar giovani e vecchi.
Puliti e par’gli orecchi,
32Pigliando ognun la parte che gli tocca.
     E, quanto a me, ella ha più bella bocca
Che di Lavina non scrisse Vergiglio;
Fregiati di vermiglio
36I due labbri sottili; e, quando ride,
     Alquanto l’un dall’altro si divide;
Sicchè dimostra i suoi piccoli denti
Bianchi e rilucenti,
40Che l’uno a lato all’altro è ben commesso.
     È ’l mento tondo, pieno, un poco fesso;
E tanto ben risponde all’altre cose,
Che colui che ve ’l pose
44Debbe di ciò per certo saper l’arte.
     E quanto a punto bene a parte a parte
Fu fatto ’l viso al qual niente manca,
La gola svelta e bianca
48Immaculata senza alcun difetto!
     L’ampio compresso e ben composto petto,
Nel qual di duo pomette mi par l’orma,
Ha tanto bella forma,
52Che appor non vi porrìa senno umano.
     Grosse distese braccia; e la sua mano
Bianca vezosa sottile e pulita;
Sottili e lunghe dita
56Coll’unghie rilucenti un poco tenere.
     Tutt’altre parti d’esta nuova Venere
Che son coperte di sue belle veste,
Dicemi Amor che queste
60Rispondon ben siccome ragion chiede.

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     Da poi ch’ella è così dal capo al piede
Ripiena di bellezza, io come lieto
Dirò che Policleto
64Non la potrebbe disegnar più bella.
     E sopra ogni altra donna ella favella
Dolce benigna, pulito, appuntato;
E non le segga a lato
68Chi non è come lei pien d’onestade.
     Alquanto ella par donna di beltade
Negli atti e modi suoi tanto donneschi,
Che par che di lei eschi
72Quanto esser può in donna leggiadrìa.
     E quando vegga l’altre per la via.
Piglia l’andar soave; e come grue
Va sopra sè; e piùe
76Va pellegrinamente d’un falcone.
     Ed ha sempre con seco ogni stagione
Sì dolce e vaga e bella contenenza,
Che d’ogni riverenza
80La fa parer sopr’ogni donna degna.
     E non pur la prudenzia in costei regna;
Ch’ella è costante benigna e temprata,
Che par ch’ella sia stata
84Sempre governator di tutto il mondo.
     La magnanimità può ire al fondo
Certo non mai, mentre che ella vive:
Però chi di lei scrive
88Può largo dir ch’ella ne sia sostegno.
     Or pensa tu, lettor, s’hai fior d’ingegno,
Se questa donna è bella e dilettosa
Sottile ed ingegnosa,
92Nè puossi con ragione appor nïente.
     A questo poss’io dire arditamente,
Che di qual donna maggior fama vola
Costei per se la ’mbola,
96Occupando d’ogni altra il favellare.
     Ed io mi posso più d’Amor lodare
Che nïun altro amante che mai fusse,
Da poi che mi condusse
100Amar la donna d’ogni donna donna.

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     E più mi loderei, se questa donna
Fusse nel core in verso di me punta
Dell’amorosa punta
104Di quel quadrel dhe accese il cor d’Elèna,
     O pur ch’ella sentisse quella pena
Ch’infiammò Dido del troiano Enea,
O quella di Medea
108Che fe a Giason acquistar tanto onore.
     E, se quest’esser non può, i’ priego Amore
Che certa faccia lei della mia doglia,
E che le piaccia e voglia
112Saper quanto le son servo fedele:
     Ed ella, che già mai non fu crudele,
Dolce, benigna, con un lieto aspetto,
Spero che mi darà qualche diletto.


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