L'anthropologia di Galeazzo Capella secretario dell'illustrissimo signor duca di Milano/Libro Terzo

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Libro Secondo
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IL TERZO ET ULTIMO LIBBRO DELL'ANTHROPOLOGIA DI
GALEAZZO CAPELLA.


A' Me pare, quanto più la benignità della Natura verso noi considero, che niun maggior dono ch'el parlare à gli altri animali siamo superiori; che possiamo i nostri concetti colla lingua isprimere, essi non possono di che non veggo cosa più utile, ne più aggradevole. Perciò che col parlare troviamo chi in ogni nostra necessità ci sovegna: et tra tutte le dilettationi se non sono mescolati i ragionamenti, i piaceri non solamente non piacciono, ma sovente si convertono in noia. Et se questo aviene tra gli ignoranti, quanto da più esser debbono i parlamenti de gli huomini dotati di dottrina; i quali parlano con più ragione, et di soggietti più eccellenti: et da loro non parte persona mai, che non possa imparare qualche degna cosa. Perciò furono in tanta riverenza que sette savi di Grecia, et gli antichi philosophi, che tra le brigate disputavano del colto degli dei, de movimenti del cielo, delle cagioni di queste cose inferiori, degli uffici che l'huomo era tenuto far per la patria; et finalmente di tutto quello che gli appartenesse. Et si trovarono alcuni, à cui piacque cio che altri dicevano riprovare. Io quale stile parendomi atto à ricercar il vero di tutte le cose, delle quali accade disputare, poi che gia habbiamo [p. 50v modifica]recitati i ragionamenti de due primi giorni dal Musicola, et da maestro Girolamo fatti, seguiremo in questo terzo libbro ciò, che il seguente giorno disse messer Lancino: il qual venuto co soliti compagni alla casa di madonna Iphigenia: et portare da familiari le sedie, postisi à sedere, cosi cominciò a dire.
Nuove cose et rimote dalla commune openione in questi due passati giorni havete qui raccontato: le quale udendo (cosi dottamente erano dette) niente in voi desiderava, che à buono et perfetto oratore si richiedesse. Pur dirò il vero, ch 'l Musicola, dicendo degli huomini, parea predicar le sue laudi: et nella parte che fu contra le donne, forse era à ciò mosso per le troppo delicatezze, nelle quali ogni di più la città nostra si sommerge: et un giorno (come io dubito) le saranno di ruina cagione: generando le sue ricchezze in altri cupidità di rapirle, et non forza in essa per difenderle: et voi Poeta d'amor sospinto più di quella vostra, che c otanto vi piace, che delle laudi feminili mi parevate ragionare. Ma come si sia; appartenendo à me hoggi il parlare, seguirò lo stile, che alcune volte in simili ragionamenti à molti valenti huomini piacere ho veduto: à quali più tosto soveniva di contradire à ciò, che gli altri affermavano, che di proporre alcuna cosa nuova. Et primieramente contra l'eccellenza dell'huomo: il quale (come disse il Musicola) fu creato da Iddio, per goder tutte queste cose, che sono nel mondo; et per cogliere il frutto delle fatiche di tutti gli altri animali. Io dico che havendo riguardo alla debolezza sua, alle angoscie [p. 51r modifica]et miserie nelle quali vive, parmi quella sentenza gia anticamente detta, et da Plinio recitataa verissima. Ottima cosa esser all'huomo non nascere, ò nato tostamente morire. Il che esser vero chiaramente ci dimostra la prima voce, che da lui si sente uscire; cioè guai; i quali dal principio della vita infino alla morte on l'abbandonano. Et perciò fu consuetudine nel paese di Thracia piangere quando i fanciulli alla luce venivano; et alla morte con canto, et allegrezza accompagnarli. Oltra à ciò nasce egli con si poche forze, che infino à lungo tempo non può pur da se stesso sostentarsi: senza favella, se non quanto altri con longa fatica gli insegna: senza giuditio delle cose utili et nocive: sproveduto et in tutto disarmato contra il caldo, e 'l freddo. Che diro dell'empia matrigna Natura? la quale ha creato mille nemici di lui più potenti, leoni, tigri, lupi, serpenti, et molti animali velenosi et fortissimi: da cui se non con gran fatica et pena non può difendersi. Et come che tutte queste cose fossero poche, che sono molte: ha fatto ancora tante et si diverse infermità, fianchi, gotte, febbri, flussi, giuoccioli, ardori, humori, et ne ha etiandio creati tanti assiderati, et attratti, chi di piedi, chi di gambe, chi di braccia, chi d'altre membra: chi cieco, chi sordo chi mutolo, et chi di tante altre maniere di mali tormentato; che pare che l'huomo trovandosi sano, lo si rechi à gratia singolare. Lascio lo insatiabile disiderio, che di continuo ci afflige, commune difetto anzi pene de mortali. Lascio le fatiche degli artefici, et de contadini, i pericoli [p. 51v modifica]de soldati, i sudori, il freddo, la fame, che per non perdere le liti i procuratori et poveri clienti sopportano, le angoscie, le ferite, le morti violente, che ogn'hora in mille luoghi accadono: gli affanni, gli odi, i fastidi, et le calomnie, che per tutto nascono. Ne solamente fuori, et nelle cose publiche, ma dentro le case private; quanta noia, quanta scontentezza credete che habbiano i padri de lor figliuoli, vedendogli infermare, et innanzi il tempo spesse volte morire? Quanta doglia pensate sia alle madre il partorirgli, nodrirgli, et ammaestrargli? Qual cruccio à gli uni et à gli altri, se gli accade havergli disubidienti, et à suoi commandamenti rubelli? se sono di brutte fattezze? se si trovano di tardo et sciocco ingegno? Che dirò delle mogli? la cui dote da alloro di che gire altiere: la bellezza al marito di sospettare: la difformità di che odiarle: colle quali io non ho mai voluto sapere quanto sia (come voi dite maestro Girolamo) il viver giocondo: per non provar dentro que letti; ove stimate esser tanta dolcezza, quante contese, quanti rammarichi si chiudano: mentre ch'ella si duole. ò che la vicina vada più di lei ornata al tempio, ò che il marito habbia il cuore ad altra volto, per farsi la via più agevole all'errore. Il che se per caso gli aviene risapere; ne punire lo più delle volte senza scorno; ne senza cruccio grandissimo si può tolerare. Et non tanto la vita delle persone private è misera: ma gli signori et prencipi sono sopra gli altri infelicissimi. Et gl'immensi thesori, la moltitudine di servi, et superbi palagi non possono non che fargli beati, ma etiandio non sono bastanti à scemarli una minima particella [p. 52r modifica]delle cure, del sospetto, et delle paure, nelle quali ogn'hora vivono: et non solamente per le invidie di coloro, che maggiori stati possedono: et per la volubile fortuna, che tal volta i più forti nelle dubbiose guerre contra i deboli fa perditori, stanno ong'hora di loro signorie incerti: ma temono etiandio la rubellione de popoli. le insidie de parenti et amici: i coltelli et veleni de familiari. Perché molti quasi che de domestici et soggietti non si possano fidare, commettono la guardia della sua persona à genti barbare, et di lontane parti: et vegghiando et dormendo non men sono della conscienza de suoi delitti, et de mali trattamenti che fanno allor popoli crucciati, che fosse Oreste dalle furie doppò la madre uccisa. la noia delle quai cose è più da fuggire, che non sono da disiderar gli honori, la riverenza, i salvamenti che ogni giorno da infiniti huomini se gli fanno; et più che 'l piacere della caccia, de Musici, de buffoni, delle dilicate vivande, et dell'altre cose simili, che ad ogni cenno loro sono pronte. Queste miseri adunque nelle quali i grandi et mediocri et poveri continovamente dimorano, sono tante et tali, che hanno forza di guastar ogni giocondità, ogni diletto, che nella vita si possa trovare. La qual cosa ci hanno dimostrato molti, che per disperatione avanti il dovuto termine hanno da se con ferro, con veleno, et con mille altri modi la infelice anima del corpo cacciata; giudicando men male andare doppò la morte à non conosciuti luoghi, che lungamente soprastare in si noiosa vita. et se più dire io stimasse necessario di simile materia, non voglio vi crediate che parole mi [p. 52v modifica]mancassero. Veramente io penso, disse il Poeta, che di cio non vi mancheriano parole: avegna che non vi habbia mai conosciuto vago di udir le prediche de frati: che quasi mai ne pulpiti non gridano d'altra cosa, che della miseria humana. Certo potrei di cio largamente dire, rispose egli, non perché frati me l'habbiano insegnato; ma perché tutte le antiche scuole de philosophi, et suoi libbri d'altro quasi non sono pieni. Et Chilone, che fu uno de sette savi di Grecia quando disse, Conosce te medesimo, diceva che l'huomo dovea la sua miseria conoscere. Anzi à me pare, disse il Musicola, che sia tanto come à dire. Conosce la tua eccellenza, la quale chi ben considerasse, impossibile sarebbe quasi che affar alcuna cosa sconvenevole mai si lasciasse trascorrere. Questo vi concederei, rispose messer Lancino; se più potesse huomai l'amor della virtù ritrarre l'huomo dal vitio, che la paura della pena. Ma conciosiacosa che non è stato bastante al mondo predicare il purgatorio, l'inferno: et le pene che gli antichi Dii gia diedero à Tantalo, à Sisypho, à Prometheo, ad Issione et à molti altri, che la favolosa antichità finse esser crucciati nel regno di Plutone: perciò furono fatte le leggi, et gli ufficiali, che gli homicidiali,i ladri, i masnadieri, et gli altri huomini scelerati havessono à punire: et quando tale punitione non vi fosse, in tanti errori hoggimai il mondo è transcorso; che non solamente non sarebbe alcuno che de suoi beni godesse: ma etiandio nelle città et dentro le paterne case sicuri non potriamo vivere. Il che quanto sia noioso, et pieno di miseria, ciascuno sel può giudicare. [p. 53r modifica]Et colui veramente felice si deè riputare, che nascendo, et non essendo subito estinto, quietamente, et senza alcuna violenza si muore. Hora adunque questo corpo cosi frale, et infermo; et che à tanti errori si lascia trascorrere, non so perché l'huomo con tanto studio et diligenza s'affatichi non solamente di pascere, et nodrire, ma di coprire et ornare. Nel che la Natura certo s'è mostrata ingiusta matrigna; havendo à gli altri animali à chi dato il cuoio, à chi il pelo, à chi le setole, à chi le scaglie, ad altri varii coprimenti et scudi contra le pioggie, le nievi et tempeste, contra il Sole, il caldo, il verno, il giaccio, et le brine: et l'huomo che di tutti è stimato più degno, creato povero, et ignudo contra la ingiuria di tutte queste cose. Non gli ha, disse il Musicola, poscia dato l'ingegno, et la ragione, per schermarsi dalla forza di tanti et tali avversari? et per provedere à suoi bisogni? Egli e vero, rispose messer Lancino, che gli ha dato l'ingegno, per saper difendersi dalle cose nocive, et riparare alla povertà; ma pochi nondimeno sanno guardarsi da molti casi, che ogni giorno ci occorrono. et rari ancora sono i ricchi: et quelli rari spendono si mal le ricchezze, che poca laude è mio giuditio ne rapportano. et non so se più tosto biasimo si debba dargli; che possendo cosi facilmente provedere alle sue necessità co velli delle pecore, colle pelli d'altri animali, con l'abbondanza del canope, et del lino: delle quali cose in ogni paese si truova coppia: non contento del provedimento della Natura, niuna cosa gli piace, che con [p. 53v modifica]picciola fatica si possa havere: et pare che gl'Italiani habbiano in fastidio le lane di Lombardia, et di Calavria, per vestirsi con le Inghilesi. La Francia lasciate le sue merci ricerchi velli de montoni Soriani: un altra vuole quei dell'Egitto. tal che homai tanta alterezza è intrata ne gli humani petti; che all'huomo et alla femina riputata nobile, non è aviso poter secondo il grado suo tra l'altre lascirsi vedere, qual hora non è adornata con vesti peregrine, et strane; et carica di gemme, et pesanti drappi doro; dove un panno romagnuolo ci basterebbe à coprire, et difender questo corpo dal fervore dell'estade, et dall'asprezza del verno. Che dirò de superbi palagi? delle corti? delle case magnifiche, et della nostra città, et dell'altre della Italia, della Europa; et posso dire tutte le parti del mondo? le quali con tanta spesa, con si lungo tempo, et con si gran fatica sono edificate, ch'io non so perché al padrone istesso non vengano mille volte in fastidio, anzi che al fine condotte siano: convenendo spesse fiate aspettare ch'e rotondi legni siano con tanta cura fatti quadri, et con tanti altri magisteri lavorati; quasi che ogni cosa gli piaccia nella guisa dalla Nattura produtta: et sarebbe per far le travi rotonde, se quadri i legni nascessero: et aspettando etiandio che le colonne siano da Grecia od'altronde, et i marmi d'oltre mar recati. La qual cosa non ci ha gia insegnato la Natura, che ci ha dato le spilonche, gli alberi, sotto à quali ci possiamo difendere dalle pioggie, dal Sole et da venti: et anco ci ha conceduto tante opportunità di fabricar case di pietra, di legno, et d'altre maniere tostamente, secondo che la necessità [p. 54r modifica]nostra ricerca: la qual sempre non patisce dimora: et tal hora non può senza gran disagio attendere il fine di tante cose soverchie. Vedete adunque quanto egli usa male tutte queste arti? Io credo, soggiunse il Musicola, che il somigliante non potrete far dell'agricoltura: nelle cui lodi poco mi sono affaticato. percioche da tanti è stata celebrata, che pare sciocca fatica più in cio adoprarsi. Veramente, rispose messer Lancino, se alcuna cosa è nell'huomo, che non sia da vituperare, l'agricoltura è quella: per lo aiuto che indi all'opre della Natura perviene. Ma perciò che noi andiamo di essa philosophando; la quale tanto più di miseria à me pare all'huomo havere apportato, quanto voi più havete cercato essaltarlo. Io non concederò ancora le lodi, che gli date di cotal'arte conciosiacosa che tutto è studio, et cura soverchia, che si usa, per insegnare à gli alberi portare i non suoi frutti, et alla terra generar'i non da lei amati fiori: havendone proveduto che ella come madre universale ci produca tante varie herbe, tanti frutti, che da loro stessi senza veruna cura, et fatica nascano; et maturansi à tempi convenevoli: i quali al gusto sono dilettevoli, et salubri al vivere: et fattone sorgere tanti fonti, tanti fiumi, et rivi per estinguere la sete: et oltre à ciò datone l'uso del latte necessario et grato al nodrimento: che al mio giuditio l'affaticare i prigri buoi in arare, et romper le dure zolle della terra: sudar tante volte sotto gli ardenti raggi del Sole: tenere in continova fatica la famiglia, quando in seminare, quando in zappare, hora acconciando le viti, hora [p. 54v modifica]inacquando i prati, et hora in una et altra cura, senza appena dar tempo alle stanche membra di riposarsi le corte notti: non è molto lontano da pazzia. Ne più à me par che sia da stimare il producimento, che la terra fa delle biade, del vino, di varie altre maniere di frutti con la industria nostra coltivati, che se da lei stessa havesse imparato generargli: et volessimo affaticarsi in farla produrre cicorie, et malve, et altre herbe et frutti, che senza fatica nostra vengono. Bene à mio parere le cose del mondo intese Diogene, ò quale altro philosopho si fosse, il qual portando seco solamente una scodella per bere, giudicando che à tutto il rimanente del vivere la Natura proveduto havesse; tosto che vide il fanciullo inchinato alla fonte con mano predner l'acqua, et gettarlasi in bocca, spezzata la scodella, quanto era io stolto disse, à portarmi questo peso soverchio addosso? et cosi chi vuole ben considerare tutto lo studio dell'agricoltura, lo troverà non meno vano degli altri, in che l'huomo s'affatichi. Quanti paesi sono ove non nascano biade? Gran parte della Scotia, la Hibernia, et molti altri paesi sotto la tramontana di carne, di pesce, di mele, et d'altri frutti della terra vivono: et molti romiti sono stati che di loro proprio volere fuggendo le pompose città, hanno lungo tempo solamente con l'herbe et co frutti selvaggi sostentata la vita. In altri luoghi viti non nascono, ne di vino hanno gli abitanti notitia: altri l'hanno à schifo: ad altri il latte non piace: questo cibo à gliuni, à gli altri quello nuove: et non più tanto tutti vivono infino al lor tempo terminato. Il che ci fa conoscere chiaramente tutta la nostra cura esser piena di vanità. [p. 55r modifica]Ma di questa certo è maggiore: et non so se più tosto la debba chiamare temerità, la fatica, la industria, lo studio del navigare: et chiunque sia stato, ò Iason che prima in Colcho con navi passasse, ò gli Soriani et Phenici, che trovassero la via di caminare per lo vietato elemento: et di menare gli habitatori dell'uno all'altro paese: certo niun'altraa cagioen lo mosse, se non l'avaritia: ne mai altro ne seguitò che rapine, violenze, morti, ruine, et dispersioni di genti. Se Iason co giovani di Grecia non fosse stato ardito di mettersi in mare, non havrebbe al Re Oeta rapito il vello d'oro, ne condottassene Medea seco, che uccise il fratello: accio che 'l dolente padre, mentre raccoglieva le sparse membra dell'infelice figliuolo, tardasse di seguitarla. Et non sarebbono tanti prencipi et huomini eccellenti morti à Troia; se mille navi non havessero condotte le forze tutte dell'Europa contra Priamo re dell'Asia. Et non sarebbe in Grecia venuto Xerse con seicento migliaia d'huomini: ne si sarebbono fatte null'altre guerre, che hora il raccontare troppo lungo potria parere. Ne ancora se ben consideriamo, la comodità che 'l navigare ci apporta di spetiarie, di lane, di sete, ed d'alcune altre cose, è tanta, che sia da farne grande stima perciò che senza quelle l'huomo potria vivere: et in vece del pepe, del zenze, et del zuccaro, ci basterebbono le cipolle, l'aglio, e 'l mele: et potriasi risparmiar la fatica di portarle alle parti orientali, ove sono in più pregio che le dette cose loro. Et l'Italia, la Francia, la Spagna, l'Alemagna, l'Inghilterra, et gli altri paesi occidentali hanno molte opportunità di pannilami, et di sete, senza che 'l levante [p. 55v modifica]le sue ci mandi: se la troppo cupidigia non ci stimolasse: et non fusse cagione che le cose nostre ci putissono, et olissono le strane; per ispendere et profundare non solamente i danari; ma molte volte la vita d'assai huomini, che per troppo disiderio di sconvenevoli guadagni non temono d'arrischiarla presso alla manifesta morte à quattro dita; non curando le scomuniche papali, che minacciano di mandare in bocca di Lucifero quelli, che à certi tempo dell'anno più pericolosi mettersi in mare presumono; la qual cosa non è da credere ch'e Pontefici facciano: perché in altro tempo istimano il navigar sicuro; ma acciò che à poco à poco quando à cotal interdetto, et vietamento trovassero ubidienti i popoli, indi gli ritrahessero: et si levasse l'occasione di tenere tanti meschini nelle galee prigioni senza alcuna loro colpa, co ferri à piedi, ignudi et scalzi, intorno à remi affaticandosi al suono di mazzate di che non so qual delitto possa l'huomo commetter maggiore; ne qual crudeltà di tigri, et di leoni gli si possa aguagliare. Lascio di dir le lunghe notti, che sotto l'aspre gonne i naviganti al vento, alle nievi, alle pioggie si stanno senza dormire: i disagi che non solamente di carne et d'altri cibi, ma di pane et di vino, et etiandio d'acqua talvolta i prencipi, et signori in nave patiscono. le paure di morte, gli horribili strida, che nelle adverse fortune si sentono; che sono tante, che io non so perché huomo si truovi, che ardisca commettersi al mare: il quale per altro non si naviga, che per ammassare ricchezze: le quali con tanto studio, fatiche, et pericoli sono cercate, che niuno è più misero di colui, che troppo [p. 56r modifica]disidera oltra che spesse volte sono dannose à chi le possiede. Quale altra cosa spinse Cyro à guerreggiar contra Croeso Re di Lydia; che la cupidità di rapire gl'immensi thesori che possedeva? quando imposto nell'ardente rogo si ricordò del savio detto di Solone, che niun mortale avanti l'ultimo giorno havea da chiamarsi felice. Che mosse Crasso affar guerra al feroce Partho, che infin allhora non havea sentito la potenza de Romani; se non il disiderio d'havere immense facultà? non istimando l'huomo esser ricco, che non potesse delle sue rendite pascere uno essercito: et vedete à qual fine le ricchezze il condussono? che essendo egli perso da Parthi, con mille scorni lo fecero vituperosamente morire. Potrei infiniti altri essempi d'antichi et di moderni raccontare; che per tale cagione sono stati de suo regni cacciati: tanti che ogni giorno per le vie, per le case, dentro i propii letti, et da nemici, et da quelli, che più stimavano fedeli sono stati uccisi: tanti che per rapire non un gran podere, ma una picciola quantità di moneta, si mettono contra ogni divina et humana ragione à rubbare, et ammazzare huomini; tal che huomai la sola povertà da invidia et da forza è sicura. La qual cosa bene intesero quelli antichi Romani; à quali la giusta povertà fu lungo tempo honesto patrimonio. La onde Curio che vinse Pyrrho, et gli Sanniti, ritrovato da gli ambasciadori loro, che volgeva rape nel fuoco; rifiutò l'immenso peso dell'oro, che gli offersero; dicendo voler più tosto commandare à quei, che l'oro possedevano, che possederlo. Et fabritio non sofferse pigliar cosa alcuna, quando da Romani à Pyirrho fu [p. 56v modifica]mandato ambasciadore, stimando più la gloria del rifiutar gli ampli doni che la ricchezza d'havergli. Cosi quella Republica, della qual non fu, ne sarà mai la più florida, infino che non conobbe le dilicatezze d'oltre mare, et de lontani paesi, senza alcuna discordia diede leggi quasi a tutto 'l mondo. Ma poi che soggiogata la Macedonia, l'Asia, la Soria, et l'Egytto cominciò à gustar le morbidezze peregrine; rivolte l'arme in se stessa, tutta si diede precipitosa nel vitio. Ma per non parlar sempre de Romani; noi veggiamo ogni giorno che niuna cosa è più nemica alla virtù, et à boni costumi, che le ricchezze soverchie: le quali Democrito giudicava essere stolte: Heraclito misere: frivole Diogene: Crate philosopho come gravi, et piene d'impaccio gettò nel mare: i veri Christiani hanno sempre stimate dannose et pestifere. Et veramente le ricchezze ci fanno si otiosi, et pigri, et tanto ci inchinano alla lussuria, che quei che sono ricchamente nodriti, rare volte adviene che non siano molli et effeminati, non toleranti di fatiche, nemici degli studi delle lettere, dell'arme, et d'ogni altra arte liberale. Oltra che a Christo disse nell'evangelio; Impossibile esser al ricco entrar nel regno del cielo; del quale molti cosi poco si curano, come se nella gola, nel sonno et negli altri diletti mondani fosse la beatitudine riposta. Quantunque le ricchezze, disse il Musicola, l'huomo felice non facciano; nientedimeno molto giovano: et parmi che Peripatetici saviamente volessero co beni dell'animo esser congiunti quei della fortuna. conciosiacosa che senza robba l'huomo patirebbe molti disagi: et massimamente infermando, mal'potria [p. 57r modifica]la sanità ricovrare: senza la quale in questo mondo ogn'altro suo bene saria nulla. Ne ancho, disse messer Lancino, cio vi voglio concedere, che la sanità sia di tanto pregio percioche molti si sono trovati di corpo infermi in assai megliore stato, et più utili che non erano sani. Appio cieco consigliandosi à Roma di far la pace con Pyrrho, si fece portar nel senato; et mostrò loro quanto fosse vergognoso il parlar di pace, et tor patti dal nemico; che con l'essercito dimorasse nel paese de Romani: et pur Appio degli occhi infermo meglio che gli sani il beneficio della patria vedeva. M. Crasso non quello che fu ucciso da Parthi, ma l'altro che fu oratore, era si de gli orecchi offeso, che non udiva cosa alcuna: era ancora privo di udir lo strepito del mormorante mare il grido dell'ucciso porco, lo stridore della segha che taglia i marmi: et Democrito (come disse il Musicola) volontariamente si privò de gli occhi: tal che costoro et molti simili non solamente non erano impetidi dall'infermità; ma ancora in essa commodità ritrovavano. Et nel vero io credo che siano pochi, et più rari che bianchi corvi, quelli che giunti alla vecchiezza à qualche infermità non soggiacciano. Oltra che la sanità fa l'huomo men constante à tolerare le cose adverse. Quelli che antichamente lottavano, et giocavano co cesti ne theatri: et cosi ancho quelli che à nostri tempi sonos timati più robusti degli altri, non possono sopportar la fame un picciol momento di tempo: eta la vecchiarella inferma spesse fiate due et tre giorni tolererà la dieta. Cosi l'infermità suole alle volte la toleranza insegnarci. [p. 57v modifica]Et quelli che sono più sani et più gagliardi con maggior gravezza infermano, et con più pericolo. Et questa nostri religiosi et frati che vanno alle donne predicando la conscienza, dicono che Dio gli amici suoi visita con le infermità et tribulationi. Et in vero l'infermità in molti è di gran bene cagione: perché gli fa pensare à molti loro errori, et ammendarsene. Che dirò delle forze corporali, le quali alla compagnia humana sono tanto dannose, ch'io oso dire che niente sia al mondo di maggior danno. conciosiacosa che quindi nascano le oppressioni de poveri, et le tyrannie: et beati noi se Iddio non havesse l'uno più che l'altro di forza dotato: ma la cupidigia di voler esser superiore, spigne i forti et per lecito, et per non lecito à soggiogare i deboli: et non solamente altrui, ma ancora à se stessa alle volte è nocevole la troppo forza. Milone Crotoniese, che in su le spalle un toro vivo per lo theatro portava fidandosi nelle sue braccia, si mise à volere la quasi fessa quercia aprire: et uscendone quegli stromenti che aperta la tenevano, mancandoli à poco à poco la forza, si lasciò chiuder dentro le mani: tal che per non esser ivi presso chi l'aiutarsse, rimase pasto alle fiere. Theseo et Pirithoo fidatisi delle forze loro propie, et dell'amico Hercole, essendo nati di mortali, tentarono haver per mogli le figliuole degli Dei: et andati all'inferno per rubbare Proserpina, presumendo di volerne trarre Cerbero ostante al lor troppo ardire, ivi rimasi danno le pene del lor errore. Io ho gia veduti alcuni, che troppo di se fidandosi, sono restati morti sotto i gravi pesi, che in su le spalle recati s'havevano. [p. 58r modifica]perché si può ragionevolmente dire, le forze corporali più alle fiere, che à gli huomini appartenere: et in ogni caso le cose lodevoli condursi à fine colle forze dell'animo, et non del corpo. Vegniamo hora à dir dell'amicitie: le quali veramente sono noiose, et piene di fastidio, per le fatiche continove che per altri pigliar ci conviene: et fanno testimonio dell'humana miseria: quando l'huomo et ne gli adversi, et ne prosperi avenimenti pare non sapere in alcun grado fermarsi senz'amici. Il che quantunque non si possi dire che scemi la prospera fortuna: compartendo fra molti quel poco di piacere, che pur talhora il savio più per ingannar se stesso, che per vera ragione si piglia: nondimeno nell'adversa accresce il dolore; aggiungendo alla propia la noia, che si comprende in coloro, i quali da noi sono amati. Lasciamo di dire che essendo si raro il numero de buoni, sono ancho rare le loro amicitie: et molte quelle de cattivi, per rubbare, uccidere huomini, stuprar vergini, et commettere hor questa, et hor quell'altra sceleratagine: le quali cose non si farebbono, quando l'huomo compagni non ritrovasse: et cosi cesseriano le cagioni della guerra: et conseguentemente mill'altri delitti. Il somigliante et più dico di questa humana disaventura, chiamata amore: il quale sotto si soave nome, quasi non è altro ne padri troppo pietosi de lor figliuoli, ne maestri: ne maggiori, ne parenti, ne gli amici, che troppo compiacciono quegli, cui dovrebbono correggere, che guastamento de buoni costumi: et ne gli amanti: si può dire che solo è uno aguato per tor la fama, et ispugnar la pudicitia delle donne amate. Non pigliarò fatica di [p. 58v modifica]raccontare infiniti essempi della sua miseria, scritti in più di mille carte. percioche mi par soverchio più oltra recitarne. Sol tanto dirò niuna cosa al mondo esser di maggior leggierezza che Amore: lo qual non solamente gli antichi poeti, et philosophi hanno stimato Iddio, ma sovra gli altri potentissimo: à cui Giove et gli altri Dei, et ancor Plutone infernale habbiano ceduto. Sciocca fittione, et non per altro imaginata, che per consolatione de mortali; che si lasciano ad amar transcorrere: et alle sue propie per altrui aggiungono altre miserie. Ma se in noi fosse una minima scintilla di vera ragione: et frenassimo il senso, et l'appetito, come sarebbe convenevole; non solamente non ci pigliariano noia, et passione di donna, ò d'altra persona, che in amore non ci corrispondesse: ma non havriano soverchia cura de figliuoli, ne di mogli, ne di parenti: i quali molte volte ò non ci amano, ò innanzi al tempo ci procurano la morte; ò almeno della passione, che per loro ci pigliammo, non hanno alcun giovamento: et è da credere, se tanto ne amano quanto noi loro, che del nostro travagliar gli incresca: et per ciò senza dubbio appare esser manifesta sciocchezza quella delle donne Indiane; che nel rogo funeral de mariti si abbrugiano: et non so se di là, come di qua ancor si ama; qual maggior ingiuria ci possono fare: et come il sentimento di cio non gli habbia à turbar gran parte dell'immortal felicità. Molte altre cose potrei dire contra Amore: ma voi stessi mi scuserete, se poco in cio mi stendo. perciò che sarebbe materia da parlarne in altro tempo: [p. 59r modifica]quando non fosse et per quello, et contra quello da molti disputata. Dall'amor segue l'atto carnale: il qual in tanta stima d'alcuni è stato tenuto: che Sardanapallo volle che nella sua sepoltura fosse scritto. Io ho quello che il corpo ha divorato, et il piacer che 'l satiato appetito della carne ha sentito: niuna altra cosa m'è rimasa. Sentenza al mio giuditio degna da scriver nella sepoltura d'uno animale privo di ragione, et non d'huomo: affermando haver quelle cose, che più dell'altre in un momento se ne passano. Quanto più giustamente havrebbe scritto, che della libidine et ingordigia sua solamente gli fosse rimasa l'infamia: la doppò mille et mill'anni ancora gli resta. Et se volete vedere quanto cotal'atto è cosa brutta: mirate la penitenza, che à tutti doppò 'l fatto ne segue: mirate ancora come quelle parti, che in cio s'adoprano, per ciò che non possono honestamente esser vedute, dalla Natura sono state nascose: et Adam, avegna non fosse vivente al mondo, che Eva, cacciato dal terrestre Paradiso; et accortosi esser cosa vergognosa l'aspetto di quella radice, che produce gli huomini; subito la coperse con la foglia del fico. Il medesimo coprimento scrive Homero haversi fatto Ulisse; quando ignudo scampato dall'adversa fortuna del mare se ne andò ad Alcinoo. Le leggi civili etiandio per dimostrar quanto sia questa cosa vergognosa: vogliono che quelli huomini siano riputati stolti; et gli sia vietato il governo delle cose loro familiari, che palesemente scoprono quelle parti, per cui sono [p. 59v modifica]tali. Ne solamente l'huomo nascosamente i carnali congiungimenti ricerca: ma molti animali, che non hanno uso di ragione, truovano parimente in cotal'atto le spilonche, et le tenebre, et la legge canonica vuole, se marito et moglie in chiesa, et in luogo sacro si congiungono: che quell'atto, altramente buono et santo, in sacrilegio si volga: come ancho recitano l'antiche favole d'Hippomenes; che vinta nel correre Attalanta; et per pregio della vittoria havendola guadagnata per moglie; parendogli una hora mill'anni di dover adempire il suo ingordo desiderio; nel propinquo tempio di Cibbele volle l'ultima dolcezza sentire. La onde irata di ciò la Dea amendue incontanente cangiò in leoni, che ancora à tirare il carro di lei s'affaticano. Che dirò della caccia, che tanto fu commendata? se non che co cacciatori que medesimi, che la commendano, impazziscono: primieramente lasciando le città, dove sono le brigate degli huomini per cercar le solitudini: et lasciando per seguir le fiere sole ne letti l'humanissime lor donne; delle quali poco curandosi, non è maraviglia se quelle talhora ad altra caccia attendono. Et quantunque i Poeti et Philosophi l'habbiano molto lodata: poco nondimeno deè muovere la loro auttorità. conciosiacosa che alcuni di loro hanno ancora lodata la ingiustitia, la febre quartana, la sciocchezza, la mosca et molte altre cose nocive, et brutte: et nel vero la caccia parmi da esser biasimata, come piena di continova fatica, et disagio. Stanno i cacciatori nelle nievi, ne monti, al Sole, alla pioggia, et à venti; dispregiando il freddo, et non curando di caldo; contra orsi, [p. 60r modifica]lupi, et cinghiali; ricevendo tal volta da quelli morte, à quali la minacciano; dispensando il tempo senza veruno acquisto di virtù, ne d'altra cosa laudevole: et non solamente in pascere gran coppia di cani, di cavalli et di servi, perdono le facultà, ma etiandio la ragione; et fannosi simili alle bestie da loro seguite et se il perder la ragione poco gli pesa; la qual in essi non si svegliò mai; anzi sempre stette soggietta all'appetito: il gettar de danari dovrebbe pur muovergli conciosiacosa che io ho veduto molti, che in diece autonni non pigliaranno dodici paia di quaglie: et tutto l'anno stanno con lo sparviero in su 'l pugno: altri co smerigli molti mesi dietro alle lodole vanno: altri co falconi per pigliar'uccelli di niun pregio: et in cio le rendite et patrimoni inutilmente consumono, lasciando i lor figliuoletti à casa, ch'e vestigi de padri seguendo, sempre da nulla saranno. Non per altra cagion'è stato favoleggiato da Poeti, che Atteon fosse cangiato in cervo; et da suoi medesimi cani stratiato; se non per farci conoscere ch'e cacciatori per le soverchie spese de cani, et d'altri animali spesso rimangono per la poverta co stracci in dosso. Questo è adunque il frutto della caccia, à mio giuditio poco utile: ma il giuoco è più dannoso. percioche da cupidità, et ingordigia ritrovato, mai l'huomo non satia, ò sia con giovamento, ò sia con danno. Anzi oltre che le cose mal'acquistate (com'è apresso quello antico Poeta) mal si gettano: il vincitore sempre più disidera: et non tanto si gode del guadagno, quanto della perdita si cruccia: et il perditore non cessando di perdere, mai non truova riposo, con un disiderio sfrenato [p. 60v modifica]di ricuperare i danari perduti, vedendo il patrimonio, quando non truovi chi vogli dargline in prestito, per non rimaner co 'l danno gia havuto: men curandosi d'ingannar qualunque altro di cui sia debitore, che il vincitore: accio non paia con lui huomo vano, et leggiero. Et ho veduto altri, à quali al suono de dadi pare che 'l cuor del corpo saglia; altri à cui la vista è debole con gli occhiai al naso tutto 'l giorno starsene: altri colle mani attratte di gotte cercar un altro, che per loro volga le carte, et tiri i dadi: et ho alcuni conosciuti tanto al giuoco inchinevoli, che sognandosi la notte ristorar la perdita fatta 'l giorno, la mattina svegliati trovandosi scherniti, rimaneano via più dolenti che prima non erano. Questa è la vita de giuocatori, nella quale chi giudichera esser piacere, istimerà l'assentio dolce, et il miele amaro. Lascio le bestemmie i dispregi d'Iddio, et de santi, i ladronicci, le brighe, gli homicidi, che dal giuoco procedono. perché aviene che in molti luoghi il giuoco della zara non è permesso: il qual non tanto è biasimevole: ma ancora quello della palla, de cesti, del correre, del mottegiare, che da Latini si chiama giuoco, à mio giuditio è di poco momento, et leggierissimo, et perdita di tempo senza frutto, si poco convenevole à gli huomini, come da fanciulli è disiderato: ne ad altra fine à me par ritrovato, se non per trappassar più tempo senza noia. Cosa che nell'huomo savio non può avenire; al quale, conoscendo quanto il tempo sia pretioso, non solamente non gli avanzerà per dispensar in giuoco, ma gli dorrà, che non possa goderne più, et spenderlo in acquisto di qualche virtù. Et che 'l giuoco sia solamente degli otiosi: assai [p. 61r modifica]chiaramente si comprende, che gli aspettanti la cena, e 'l desinare con le tavole, et co scacchi vanno diportandosi, infino che le vivande siano recate: altri che non sanno in qual modo divenir vecchi, si stanno i più lunghi giorni spettatori continovi de giuocatori di palla, altri di giostre, altri de saltatori: et i Prencipi de Greci et de Romani (come etiandio s'usa à nostri tempi) facevano recitare comedie et tragedie, per trattenere i popoli, et dargli piacere: le quali cose non è da dire che per gli savi si facessono, ma per le donne: et per quelli che come fanciulli colla merenda si sogliono alla scuola mandare. Gli motti etiandio avegna che facciano argomento di prontezza d'ingegno: et di tanti huomini eccellenti doppò migliaia d'anni si leggano i loro mottegievoli detti: et Plutarco n'habbia raccolto di molti non picciol volume: et il Pontano novellamente si sia ancora sforzato d'insegnarci l'arte opera prima da Cicerone et da altri tentata, ma forse da lui più istesa; nondimeno molte volte troppo offendono: et non trovo altra cosa, che più sovente ci dia d'inimicitia, et di rissa cagione: massimamente procedendo da huomini pregiati. percioche si recano le brigate i motti di quelli più tosto ad ingiuria, che à prontezza. La onde et co grandi, mezzani, et piccioli all'huomo che discreto vuole esser tenuto, è di mistiero lasciati i motti dallato parlar senza puntura d'alcuno: altramente gli amici si fanno nemici, et spesse volte si viene à termini di combattimenti. Esopo non per altra cagione disse la lingua esser pessimo cibo. percioche chi troppo si diletta di mottegiare, lo più delle volte non fugge il difetto di mordere, et lacerar l'altrui fama di che non è cosa più odiosa: et avegna che cotai riprensori, et morditori talhora sotto nome di prontezza [p. 61v modifica]s'adombrino: nondimeno non schifano l'offesa di molti: et perciò fu stimata quella sentenza del moderno Catone santissima: La prima virtù essere il raffrenar la lingua. Si che parmi l'arte de motti più convenire à genti nate per dare altrui piacere: et (come hor dicono) à buffoni, che à savi, et à persone gravi: et massimamente si suole ridere ò di qualche notabil bruttezza, ò di qualche vitio. cosa che molte volte offende il motteggiato, senza utilità del motteggiatore. Et colui che disse voler perder più tosto uno amico che un bel detto: veramente fu huomo, che troppo à se stesso piacque; et poco prezzava la compagnia humana; non rifiutando d'offenderla per si poca dilettatione, et si poco frutto. I piaceri della gola credo mi concederete esser non solamente da non istimare; ma sa sprezzare sommamente. percioche l'huomo deè cercare il cibo per vivere; et non deve assomigliarsi ad alcuni golosi, et dati al ventre; che disiderano vivere lungamente per mangiare; et appetiscono il cibo, non per satiare la fame, ma per dar trastullo al corpo: disiderando havere il collo di grù per goder più lungo tempo del piacer della gola. La qual cosa à me par senza dubbio appartenere alle fiere: le quali solamente sono mosse dall'appetito: et col cibo da cacciatori in cattività condurre si lasciano. Ne altrimenti veggo farsi da alcuni giotti, et ebbriachi; i quai seguendo le abbondanti et ricche tavole de gentilhuomini, et de Prencipi, di liberi si fanno servi et di quelli, et della gola: infingendose parasiti, buffoni, et lusinghieri per dar altrui piacere: acciò non manchi loro la cena; et non siano rifiutati ne conviti: ove [p. 62r modifica]non meno che Gnatone, et Philosseno Siciliani volentieri vomiteriano: accio che essendo à gli altri à schifo essi soli mangiassero le vivande: se non havessero dubbio, che poscia non gli fosse lecito il tornarvi. Ne di gran laude parmi degna la Musica: in cui à voi Musicola par consistere tanta dilettatione; ma molto m'incresce il biasimarla: comprendendo tra le altre arti esser à voi gratissima. Anzi io desidero, disse egli, intender cio che contra se le possa dire, per conoscere huomai il mio poco frutto di tanti anni. Se adunque per aventura, soggiunse messer Lancino, le ragioni mie vi parrano deboli, più vi infiammerete à seguitarla: vedendo essere stata in me più volontà, che facultà di dirle contra. Ma come si sia: considerando i pericoli, i travagli, et le molestie che d'ogni'ntorno continovamente ci sopravengono, la Musica à mio aviso è cosa non solamente non dilettevole, ma noiosa. Percioche come importuno sarebbe, chi nell'essequie d'alcuno volesse i parenti, et gli amici à pianger condotti con suoni, et canti rallegrare: cosi quelli che vogliono disviarne per diletto si frale da pensare alle miserie, et à casi nostri, à me paiono et fastidiosi, et poco savi. Et nel vero, se pur in cotale arte è alcuna dilettatione, niuna è minore: appartenendo il piacer suo solamente à gli orecchi: il senso de quali è il men necessario, et più imperfetto che sia nell'huomo. Oltra che io ho conosciuti molti, à quali non solo la Musica non dava trastullo, ma gli induce maninconia: et d'altri uccelli assai più soavi di qualunque voce de Musici: i quali odo più volentieri che Musicola [p. 62v modifica]i vostri canti, le vostre lire, et viuole: l'accordar delle quali spesse volte mi da più di noia, che 'l suono di piacere. Et quelli che lodano la Musica, come prossima à quella dolcissima harmonia, che rende la suso il moto de cieli, credo esser in errore conchiudendo Aristotile con buoni argomenti non potere da quel moto venire alcun suono. percioche se due cose si toccano senza percossa, come l'uno tocca l'altro cielo, movendosi non fanno più strepito, che faccia la nave; la quale per l'acqua si muove senza romor alcuno. Lascio che la virtù della musica in destare i giovani et le donzelle ne balli, è molto vana; et non dissomigliante alle attioni de folli: et l'accender gli animi de mortali al combattere è cosa crudelissima. Lascio etiandio gli otii, gli agi, et le delicatezze ch'e musici seguono; et che gli togliono ogni maschio vigore. Perché Philippo di Macedonia havendo Alessandro suo figliuolo udito maestrevolmente cantare: lo riprese che in Musica havesse tanto tempo perduto: et che più tosto in alcuna arte più honorevole non si fosse affaticato. La pittura parimente, et scoltura è cosa frale, et che poco dura, lodata solamente per dar trastullo à gli occhi: mentre i poveri clienti, et cortigiani nelle sale, et ne portici de superbi palagi dimorano attendendo i lor signori, et padroni: et cosi vanno mirando ad una ad una le dipinture, dandole i nomi, et accomodando le historie, et tempi secondo il suo infermo giuditio: et quelli antichi scoltori et pittori Zeusi, Apelle, Parrhasio, Policleto, Lisippo, et etiandio è nuovi Raphael d'Urbino, Michel'Angelo, et Leonardo Vinci, non so che utilità habbiano giamai al mondo recata [p. 63r modifica]con questa lor arte cosi longa et difficile. Avegna che per loro siano state imitate maravigliosamente le operationi della Natura, et non pur gl'uccelli, ma ancora gli huomini con l'arte loro habbiano ingannati: et non so perché con tanta ammiratione debbiamo lodare una morta imagine d'Hercole, ò d'Achille ò d'una dipintura delle guerre Romane, ò di Troia, fatta per dar fama etiandio appò coloro, che non hanno dottrina, degli huomini forti, et vaghi di guerra: non essendo cosa al mondo più empia che la guerra: della quale parendomi convenevole parlar più largamente dico che niuna cosa al mondo è più della Natura nemica; havendone quella in tutto alla pace, et alla concordia formati; et primeramente datone l'aspetto non spaventevole, come à gli altri animali; ma giocndo et grato in segno di benevolenza, et d'amicitia: gli occhi pieni d'amore; et ne quali si conoscono l'affettioni dell'animo: le braccia per stringersi concordevolmente: il bascio per lo quale quasi i cuori si congiungessono; il riso in segno d'allegrezza: le lagrime che dimostrassono in noi pietà, et clemenza: la voce non minaccievole, non formidabile come alle bestie; ma amichevole et soave: havendone ancora conceduto il parlare, per generar fra noi dimestichezza: fattone odiosa la solitudine, la compagnia gratissima: et oltre à cio aggiunto lo studio delle lettere, e 'l disiderio del sapere; il quale come disvia l'humano ingegno da ogni fierezza; cosi ad unire gli animi ha specialissima forza. Conciosiacosa che il parentado non stringe più le amicitie, che la somiglianza degli honesti strudi. Havendo [p. 63v modifica]etiandio svegliato in noi quasi una scintilla di divinità. Percioche senza alcun premio ci aggrada di far giovamento, et servigio à ciascuno. Il che spetialmente alla bontà divina appartiene: la quale si puote dire haver formato l'huomo alla sua somiglianza: acciò che quasi un terreno Iddio habbia cura del commune beneficio: come di cio fanno testimonio i bruti animali; che' negli estremi pericoli, quantunque fieri si siano, all'aiuto dell'huomo ricorrono. Con questa forma humana se comparate quella della guetta, agevolmente si potrà vedere quanto dall'humanità s'allontani la barbara moltitudine et ne volti, et per gli strepiti dell'horrende voci piene di terrore: le squadre dall'uno, et l'altro lato di ferro coperte: il romor dell'arme: gli occhi minacciosi: le trombe et gli altri suoni horribili: i tuoni delle bombarde non meno de veri spaventevoli, ma più nocevoli: l'azzuffarsi pieno di furore; i miserabili casi di quelli cui accade morire: le montagne de corpi privi de vita: i campi, et fiumi pieni di sangue. Che bisogna raccontar le cose minori? le biade intorno à gli esserciti molte miglia abbattute? le ville abbrugiate? le pecore et gli armenti altrove condotti? la forza alle vergini usata? i miseri vecchi fatti prigionieri? rubbate le chiese? i ladronicci, le violenze, le morti, di che guerreggiandosi è piena, et confusa ogni cosa? Ne solamente le guerre ingiuste, ma etiandio quelle che più giuste, et lecite sono stimate, non si fanno senza metter infiniti tributi à popoli; ridurre i ricchi à povertà; privare i padri de figliuoli; senza lasciar le madri vedove; i fanciulli orfani; infinite femine abbandonate, et più crudelmente [p. 64r modifica]che col ferro uccise. In contrario nel tempo di pace, come si fosse una continova primavera, si coltivano le terre: i giardini producono soavi frutti: le pecorelle liete à suo diporto vanno pascendo: qua et là s'edificano ville et castella: le città si aumentano; crescono le ricchezze: l'opre, et gl'ingegni degli artefici sono in pregio; i poveri guadagnano: i ricchi godono de lor beni: fioriscono gli honesti studi: è giovani in cose lodevoli si essercitano: in otio tranquillamente si stanno i vecchi: le vergini felicemente si maritano. Per la qual cosa non posso credere, che veruno appetito d'honore, et di gloria à suscitar le brighe, et guerre gli huomini primieramente stimolasse: anzi come saviamente i poeti hanno favoleggiato, istimo che le infernal furie invidiose della nostra quiete rotte le porte del tempio di Iano: et spezzati i nodi co quali era legato l'empio furore, accendessono al combattere gli animi de mortali: et non poco mi maraviglio come gli historici, gli oratori, et poeti se siano mossi ad essaltare cotanto Achille, Hettor, Theseo, Alessandro, Scipione, Pirrho, Anniballe, Giulio Cesare, Hercole, Themistocle, Milciade, et altri innumerabili per le ottenute vittorie, et per gli acquisti di tante ntaioni, et paesi: i quali di cio non solamente à me non paiono meritar lode, ma biasimo grandissimo: che per allargare i termini dell'Imperio loro: et per guadagnar un nome vano et frale, et che nel volgere di non molti anni havrà da rimaner estinto, habbiano consentito esser di tanti huomini micidiali, alla ruina di tante città, all'incendio di tanti paesi: allegando di cio cagione ò si ingiusta ò almeno si minima, che niuna [p. 64v modifica]ragione ad iscusarli; ne opra può esser bastante à ricompensare i danni. Oltre che molte volte questo disiderio di gloria, che in essi, et in altri infiniti s'è trovato, et si truova, è di biasimo et d'infamia cagione: dilettandosi la Fortuna di condurre à rio fine le tropp'alte imprese: come fece in M. Crasso, in Pompeo, in Mario, in Siphace, in Iugurtha et in altri assai, che sarebbono stati più gloriosi, se havessono temperato il loro ingordo disio di fama: la qual ancora da più fortunati s'acquista con tanto spargimento di sangue, et con tanto danno, et angoscie: che la gloria non parmi à ciò premio bastante. Et istimo essere minore il numero di coloro, che lodano i vittoriosi, che di quelli gli biasimano: essendo nella vittoria utilità di pochi, et di molti danno. Conciosiacosa che non solamente i perdenti patiscono: ma quelli che vincono oltra le spese infinite, che far nella guerra gli convene, vi lasciano spesse volte i padri, i figliuoli, i fratelli, i parenti, et gli amici: et non restano senza grave, et continova noia. Siche si può veder chiaramente quanto siano al mondo dannosi questi huomini, che seguono la guerra: et quanto siano vane le laudi loro. Ne so perché non sia più lodato Aglavo Arcadio, che fu riputato felice. Perciohe in tutta la vita sua non si truovò haver posto piè fuor d'un picciol suo poderetto. In questa sentenza parla Horatio Flacco nelle ode sue. Beato è colui, che sta lontano da negoci: come l'anticha gente de mortali. Sapete cio che segue. Beati erano adunque quelli, che le lor possessioni paterne coltivavano, innanzi che s'adoprassero le armi; et le guerre havesser principio: le quali furono [p. 65r modifica]sempre si abhominevoli, che Christo volendo nascere, elesse il tempo sotto Augusto Cesare, che il mondo in pace si stava: et parendosi dalle cose terrene, per suo testamento ci lasciò, et diede la pace. la quale parmi essere in odio à Prencipi Christiani, che gia lungo tempo non lasciano di guerreggiare: et non per altro, che per acquistar fama: la quale dicono essere stata tanto prezzata da Romani: et nondimeno fu da loro medesimi dannata in Paulo Emilio morto à Canne: et renderono gratie à Terentio Varrone, che vilmente dal fatto d'arme s'era ritratto. E' lodata ancora la risposta di colui che addimandato per qual cagione dalla battaglia fuggisse, disse per combattere un'altra volta: et cosi sprezzata la fama, alle volte non è stata la dapocagine disdicevole: et l'ardir di Thedeschi et degli altri barbari nelle sanguonose guerre, fu attribuito più à temerità, che à virtù; come etiandio si giudica di coloro, che per ogni minima parola vogliono negli steccati combattere. Perché se vi accade morire, la Christiana legge gli ha vietato la sacra sepoltura: quasi che di loro stessi siano micidiali: et molti Prencipi, et Governadori di Republiche, et di Regni non permettono à suoi soggietti questi combattimenti. Et cosi la fama avegna che fosse immortale; et che per alcuno volger de tempi non havesse à fermarsi: nondimeno io non veggio, quanto più attentamente considero, cio che doppò morte habbia à giovare, almeno à noi stessi et se forse non si può torre, che non diletti l'udire, e 'l ragionare delle prodezze, et de fatti, d'altrui: pur è chiarissimo che 'l piacere e 'l diletto de sopravviventi nulla [p. 65v modifica]appartiene à morti. Con queste ragioni va parimente à terra il nome degli scientiati: i quali solamente à gli altri, ma non ancora à loro stessi con lettere acquistar gloria ricercano: et non per altro gli historici hanno scritto lunghi volumi de fatti generosi de Greci, de Romani, et di molti altri popoli se non acciò che 'l nome loro con la ricordanza degli altrui fatti egregi vada ogn'hora per l'humane lingue volando: et non pur quegli che scrivono le cose degne di memoria, et gli oratori, ma etiandio i philosophi ne librri ove hanno trattato disprezzar la gloria, hanno scritto i nomi suoi: acciò per tal dispregio siano essi appò molti prezzati: et infiniti di cotali favole et ciance si sono pasciuti et pascono, come se del nome doppò la morte gli n'havesse à seguire non che diletto, ma frutto: lo qual io credo che anco in vita poco ci sia. Percioche la fama non fa lh'huomo migliore: anzi non è men famoso Sardanapallo, che troppo fu dato all'otio et al ventre, di Ciro tanto lodato da gli historici: ne meno era Thersite per la sua dapocagine nominato nell'hoste de Greci, che Agamennon; al quale tutti ubidivano: et molti cosi la fama dell'uno et dell'altro egualmente appò noi vive: avegna che alloro nulla giovi, ne noccia. Ne solamente i dotti non sono da esser molto stimati: ma la sua dottrina in ogni caso giudico esser vana. Essi la Grammatica ci insegnano; ch'è l'arte di parlare latinamente: come se gran cosa habbia l'huomo acquistato, quando sappia come il Latino isprimeva il concetto suo: et come debbano far quei, che cotal lingua vogliono apprendere. Se bene è oltra la lingua, ove nati siamo, intenderne dell'altre: perché tanta cura [p. 66r modifica]poniamo in una sola: et non ci affatichiamo per intendere ancora la Francesca, la Thedesca, la Spagnuola, la Greca, l'Indiana, quella d'Egitto, et di tante diverse nationi: i parlari delle quali ci sono ignoti? Ma se una ci basta, vivendo tra quelli ove la Natura ci ha fatto nascere: perché l'huomo della natia non si contenta? colla quale può tutti i suoi pensieri isprimere? Vogliono oltre la Grammatica insegnare la Rhetorica; la quale è arte di persuadere à gl'ascoltanti cio che all'oratore piace di dire: cosa gia stata nociva et cagione di morte al padre della latina eloquenza Cicerone: et in ogni tempo molto dannosa. perciohe la verità da se stessa è manifesta, et chiaramente si discerne: ne bisogna persuasione se non nelle cose false, per occoltare il vero, et ingannar le persone: et huomai tanto è proceduta innanzi: che non solamente nelle corti, ne palagi, davanti à giudici et à Prencipi è introdutta per difender gli scelerati: per persuadere à popoli, à Signori che le guerre siano lecita, et gli usurpamenti degli altrui stati: ma ancora tra 'l viver domestico altra più di questa non s'usa et colui è più stimato che con più belle parole ne conviti, ne luoghi, ove gli huomini ò per alcuno bisogno, ò per altra cagione si sogliono raunare, sa meglio trattenere gli ascoltanti: ò chi con le donne truova favole, et ragionamenti più giocosi, per volgerle al suo disiderio. Nel che contra me stesso (percioche volentieri le donne motteggio) m'incresce à dire: che non si dovrebbono prestare l'orecchie à tante cosette [p. 66v modifica]à tante paroline, che si dicono per farle ridere. conciosiacosa che tutte sono arti di persuaderle che l'haver molti amanti sia lecito: che 'l compiacer à lor disordinati appetiti sia ragionevole: che 'l metter le corna in capo à mariti sia bella cosa. Fa affaticar i frati in persuadere alle donne, che gli mandino la pietanza; che gli empiano le borse di fiorini; et talhora che mettano essi in quel luogo del cuore loro, onde cacciar altrui tentano: et quando sono sovra i pulpiti, gli fa sgridare contra gli usurai, et cambiatori: persuadendogli ad ammendare il peccato con la limosian; acciò l'uno gli mandi il panno per la cappa: l'altro il vino: l'altro gli aiuti à levar al cielo i loro non più monasteri, ma superbi palagi, et non somiglianti à quelli ove nacque Christo, ne ove gli Apostoli habitarono; ma tali che di pari contendono con quegli de gli antichi Romani; et non sono men visitati per la loro ampiezza, et ornamenti che gli archi triomphali à Roma, et gli sette miracoli di Grecia. Aggiungono alla Rhetorica la Loica: la quale con dissomigliante via mostra il falso per vero: et con fallaci argomenti si sforza farne affirmare cio, che pruovar habbia proposto: la qual scienza dicono consistere nel medesimo soggietto che la Rhetorica: ma quella è come la mano aperta; questa come il pugno chiuso. Arte nel vero vana; et dottrina solamente di parlari et d'imaginationi, senza che mai tratti dell'essenza delle cose. perché vani parimente sono quegli che in cio mettono studio et s'affaticano lungo tempo per saper quattro propositioni et altrettanti soligismi degni di riso. Non da più è la Geometria, che [p. 67r modifica]descrive ponti, linee, figure, triangoli, pentagoni, circoli et altre infinite superstitioni, che non sono utili, ne ancora necessarie alla vita dell'huomo: nella cui dottrina molti anni consumar bisogna: et in quella essendo Archimede Siracosano lungo tempo affaticatosi, fu dal soldato romano ucciso mentre nella polve dissegnava come stolto, massimamente in tempo che ognuno attendeva ò alla diffesa della patria ò alla salute propia: et accio sappiate che Marcello, come voi Musicola ci allegaste, non ne tenne tanto contro: io non ho letto mai in alcun libbro, ne credo haver letto voi altresì, ch'egli facesse del soldato, che contra il commandamento suo l'uccise, vendetta: avegna che l'arte della guerra appò Romani fosse cosi severa: che Torquato facessi morire il figliuolo quantunque vittorioso. percioche contra il suo precetto havea combattuto. De Arthmetica se consideriamo la scienza, et la contemplatione, certo non è altro che una soverchia, et inutil cura d'huomini otiosi: i quali vogliono saper la cagione, che faccia crescer il numero in infinito: qual sia perfetto; qual quadro qual piano; quali siano le proportioni, et molte altre qualità di niun momento. La pratica à niuna altra cosa appartiene, che alla mercatantia, et al guadagnio: della qual si fa beffe Horatio nell'arte poetica, biasimando i Romani, che in quella troppo studio ponessero: et dimostrando cotale scienza inchinare gli animi solamente al disiderio d'ammassare danari, et all'avaritia. Per la qual cosa convenevolmente Aristotile ne suoi problemi cercando per che gli huomini di Thratia non habbiano il numero del dieci, come gl'altri; ma solo [p. 67v modifica]ascendano infino à quattro, et ivi fermandosi raddoppino, et multiplichino quanto gli è mistiero: dice la cagione di ciò essere per le poche ricchezze che possedono: di maniera che à chi di picciola fortuna sa contentarsi, non è bisogno molto sapere d'Arithmetica. L'Astrologia à mio giuditio saria più lodevole; se ò delle cose del cielo potesse dar perfetta notitia, ò indovinar il vero di quelle che hanno à venire; ma quando io leggo tanti sogni composti d'alcuni stolti eccentrici, d'epicicli, d'equanti, et deferenti, che gli astrologi esservi dicono, et i philosophi gli negano: quando si sforzano darci notitia d'un moto del cielo stellato, che in trentasei migliaia d'anni deve il so corso compire: et io truovo per le scritture de Christiani, colle quali s'accordano l'antiche historie, che sono ancora sette migliaia d'anni, che fu creato il mondo; ridendomi del loro errore: mi maraviglio che alcuno sia si sciocco, che s'affatichi in cosi manifeste menzogne. Quanto etiandio all'indovinare: essi dicono solo di mille ventidue stelle fisse haver conoscimento: et nondimeno manifestamente si vede esserne in cielo maggior numero, oltra i pianeti: et non è da credere se le conosciute hanno virtù, che l'altre ne siano prive. Chi adunque saprà giudicare per gl'influssi delle stelle, se la maggior parte di quella à gli huomini è ignota? Et chi potrà per isperienza intendere quale sia l'influsso del cielo stellato (percioche niuno si truova che dica esser altra ragione de giuditii, che la osservatione de gli antichi) se doppò la creatione del mondo non ha compiuto infino ad hora alcun rivolgimento. Sogni [p. 68r modifica]sono veramente de stolti, à chi con se stessi piace d'ingannar altrui: ma più stolti sono coloro che gli credono, et danno fede à gli horoscopi, alle stagioni et alle direttioni de pianeti, et alle figure de cieli: le quali molte volte ho veduto descritte in forma quadra: et io ho pur inteso, et udito disputar nelle scuole de geometri che non si trova la quadratura del circolo: et meno io credo che si truovino queste figure degli astrologi, per cui vogliono essere stimati savi. Le arti ancora che da gli huomini furono trovate, non sono di molto pregio: et credo che senza quelle si potria vivere, et forse meglio. Percioche la Natura ci ha dato le cose necessarie per lo vivere et pel vestire; et per difenderci dal caldo, dal freddo, dal Sole, dal vento, et dalle pioggie, senza far tanti pannilami, drappi di seta, ricammi, cuffie, veli, foldiglie, senza che fossero tante spetiarie, onguenti, profumi, olii, odori, tante botteghe d'orefici, tanti venditori di capegli morti, di reti, di guanti, di cintole, si assottigliati gli ingegni de sarti, de calzolai, et senza che vi fossero molte altre arti per secondare i piaceri della gola; et senza tante delicatezze d'oltre mare recate: nelle quali spetialmente lo studio et l'humana industria si pone. Già l'arte della cucina, et di condire più dilicatamente i cibi, è passata di Francia in Italia; et parimente del largo et pomposo vestire. Già la maniera del leggiadro cavalcare hanno imparato i Lombardi: et di giorno in giorno à conoscerla cominciano gli altri popoli che ci sono all'intorno. [p. 68v modifica]La Francia manda in Lombardia per quelli che in sottilissimi fili l'oro tagliano; et tagliato lo fanno in pretiosi drappi. Gli Inghilesi ricercano i fabricatori dell'arme: et altri artefici: et quanto più sono dannosi, et solamente per cagione del piacer ritrovati, tanto con maggiore studio si vanno cercando. Et questo è il nome, et la gloria che 'l Musicola all'huomo della sua industria, et di tante arti da lui truovate recava. Doppò le quali rimane à dire delle virtù, che maestro Girolamo si largamente alle donne concedeva. dico delle virtù percioche contra le donne, à cui son amico, non intendo parlare. Et per venire secondo l'ordine suo primieramente alle theologiche: io dico com'è ottima cosa creder nell'aiuto d'Iddio: cosi è bene non risparmiare i provedimenti necessarii: et oltra il ricorrere all'orationi, è riputata saviezza nell'adversa fortuna del mare affaticandosi con un remo, ò appigliandosi ad alcun legno, à se stesso non mancare: et cercar rimedio con l'ingegno, et l'opera nostra ne casi, che ogni giorno ci accadono. La fede ancora di servare cio che si promette, la quale è fondamento della giustitia, alle volte è dannosa: et già nocque à Regolo che per servarla volle tornar à Cartaginesi da quali fu crudelissimamente crucciato et morto. La onde se non l'havesse tanto pregiata, poteva molti anni honoratamente et secondo il disiderio de suoi cittadini nella patria vivere, et fargli beneficio. Nocque etiandio à Troia: la quale se non havesse prestato fede alle ingannevoli parole di Sinone, non havrebbe patito l'ultima ruina: et tante altre città, et popoli on sarebbono disfatti, se non havessero [p. 69r modifica]creduto à persone, che gli hanno traditi. Ne sarebbono ogni di tanti huomini fatti prigioni, morti, et con si diversi modi ingannati, se non vi fosse fede: dalla quale non solamente gli huomini semplici, et di grossa pasta, ma gli scaltriti non si sano schermire. Ne men dannosa è la fede, che in Amore si richiede. La infelice Arianna havendo nelle promesse di Theseo fede, nella deserta isola si trovò annandonata: Menelao, che nell'hoste suo Paris si fidava, ma più nella non pudica moglie Helena, lontanatosi di casa pruovò quanto fosse dannoso il creder troppo. Rade volte adiviene che chi non si fida resti ingannato: et in cio io stimo molto sventurate le donne, che troppo credono alle larghe promesse degli amanti: et quasi non più si sente d'altra materia ragionare, che di quelle che ogni giorno si truovano non tanto beffate, ma vituperate, hor da questo, hor da quello per troppo credere. La fede etiandio che le incantatrici et streghe hanno nelle lor opre diaboliche, le conduce ad infinite sceleragini: senza la quale à questa madre non sarebbe rapito delle braccia il fanciullo: à quel figliuolo non sarebbe asciutto il sangue, mentre nella culla dorme. Quel povero pastor non vedrebbe le belle peccore in mezzo de verdi prati magre divenire. I popoli di Thessaglia non starebbono maravigliosi vedendo mancare la rotonda Luna nel cielo. Alla fede è prossima la speranza: et fuor che nel nome, non vi è quasi differenza veruna. Ma come si sia: niuna cosa è più leggiera della speranza, edificata nell'aria, senza alcun fondamento. Questa è cio che ci fa sproveduti in ogni male incorrere: et se le donne più sperano, che gli huomini, [p. 69v modifica]la lor mobilità n'è cagione. La speranza di passar impuniti, fa gli huomini arditi à far diverse sceleragini: la speranza inganna i giuocatori; conduce infiniti amanti in estrema materia. Quanti si veggono ogn'hora nel fondo della rota caduti, che beati essere speravano? tal che chi nulla spera, è da esser più savio riputato, et meno è molestato da colpi della Fortuna. La carità ancora ò che la pigliate in amar il prossimo, ò in usar liberalità: l'una et l'altra nuoce. percioche l'amore com'è gia detto, et per tanti essempi si truova scritto, et quasi per isperienza ogn'uno può conoscere; ci mantiene in continovo tormento: la liberalità ci impoverisce; et fa che molto tempo non possiamo usarla: se on togliamo à gl'uni per donar à gl'altri. Per la qual cosa molto più ragionevole è non gittar il suo, et non far torto à figliuoli et veri heredi, per acquistarsi nome di liberale: et quella liberalità che havete lodata più nelle femine dell'edificar chiese, et spedali: non la giudico di molta utilità. percioche Iddio si può in ogni luogo puramente adorare: et non ha bisogno di pomposi ornamenti di chiese fabricate più per vanagloria di tale, cui mai non accaderà vederle fornite, che per honorare Iddio: et voi sapete quanti si truovano che sani di corpo per fuggire la fatica, seguono la poltroneria: et non si curano di lavorare, sapendo non potere mancargli il vivere. et quanti sono forse in questa città: et credo il medesimo esser altrove, deputati à simili servigi d'amministrar luoghi di limosine, che mal le dispensano: et col pane et co dinari de poveri pagano i fanti [p. 70r modifica]di casa, i lavoratori, pascono la famiglia, che mi parebbe assai meglio che non vi fossero: et avegna che le donne, ò chi siano stati, che gli fondassero, non ci habbiano colpa: pur istimo ch'assai più sodisfattione sarebbe à chi gli fece, et à chi dirittamente goderne fora convenevole, se in avaritia non si convertisce questo avedimento, da molti chiamato prudenza; nella qual tanta laude havete recato alle donne, come se questa virtù sola fosse al mondo, et solamente nelle donne si trovasse ma à me non pur non par virtù, anzi difetto grandissimo. Conciosiacosa che la prudenza, la quale etiandio s'intende sotto nome di consiglio, di mente, et di ragione, è di gran danno: et pochi mali al mondo da altri si fanno, che da accorte et prudenti persone. Le frodi, gl'inganni, i tradimenti tutti si fanno con prudenza: e 'l consiglio, il discorso dell'intelletto, la mente che dalla Natura ci è data, rade volte aviene che alle cose honeste si rivolga: ma colui pensa come possa il compagno ingannare, che cò lui fa la mercatantia: l'altro come habbia via d'ammazzare nel camino il mercatante: il qual non dubita attraversar ogni giorno lontani paesi per ammassare le mal da lui conosciute ricchezze. La femina che più stimate prudente et accorta, è colei che meglio sa mettere in disparte i danari involati al marito: che più è dotta à porgli le corna sovra 'l capello; et meglio ha imparato coprir il difetto. La onde potere conoscere qual sia la prudenza feminile: et quanto da più sia l'aperta verità, che la simulata prudenza. Della giustitia non saprei che dire, se gli antichi Lacedemonii, et etiandio gli Italiani non havessono giudicato il viver di furto [p. 70v modifica]lodevole: et già insegnato à figliuoli assalire i vicini et usurpare i lor beni: persuadendosi all'huomo cotal ferocità covenire, et l'esser da gli altri temuto: et forse che di que tempi tal'era la convenevolezza della giustitia: il che ne dimostra la spada, che nella mano gli dipinsero; non per difendersi dalla ingiuria (come altri stimano) ma per farla. La qual consuetudine se doppò è spiaciuta à tempi più nuovi, ben n'ha fatto penitenza la povera Italia: che tante volte de barbari à suoi danni discesi è rimasa preda. Quegli che tanto lodavano la giustitia: et vogliono che si dia il suo à ciascuno; non mi torranno che la fortezza non sia cosa bestiale, et dell'humana generatione nemica. La fortezza ancora di non stimare i pericoli, et l'altre humane adversità, è cagione molte volte dicondurci à pessimo fine. Patroclo non prezzando le forze del nemico Hector, fu da lui temerariamente ucciso. Leonida Spartano con trecento giovani scelti del fiore della Grecia senza veruna consideratione contra l'innumerabile essercito di Xerse à morir si condusse. Terentio Varrone non istimando Anniballe gia molte volte contra Romani vittorioso, ridusse presso all'estrema ruina la sua Republica. Quegli etiandio che sono stati forti in dispregiar le ricchezze, lo più delle volte hanno alla lor posterità portato danno, come fu Paulo Emilio, che vinse Perseo Re di Macedonia: et mise fine colla vittoria sua al pagar tributi in Roma: et con tanto beneficio da lui fatto alla patria, lasciò necessità alle figliuole d'esser maritate de danari della Republica. Il medesimo fece il minor Africano: à quali (come io credo) saria stato se [p. 71r modifica]non maggior laude, almen più contentezza che le figliuole non havesseno mendicata la dote: et quei che ci insegnano esser forti contra il dolore: truovano alla sua scuola pochi discepoli: et se pur è alcuno tolerante l'adversità, non è d'attribuirne tanta laude alla volontà, quanto alla necessità. Che dirò della temperanza, la quale à me par quella virtù, che meno dell'altre dovrebbe esser prezzata, come nemica principale del piacere: per lo qual assai huomini sono che fanno tutte le lor attioni: non cercando altro che fuggir le miserie: di che questa vita è piena. Et nel vero io stimo gran saviezza esser di coloro, che fanno tra tante cagioni di noia alle volte trovare occasione di vivere giocondamente: et cosi credo facciano le donne: et che siano più temperate nelle parole, che ne gli effetti. Et avegna che alcune siano state tali, come hieri fu detto, sono perciò non men rare che la Phenice. Ma in questa parte voglio esser brieve, per non dirle contra; ch'io on intendo (come ho già detto) tormi la lor inimicitia. Sol tanto dico esser pur mala cosa guardarsi dalle cose che piacciono, per seguir quelle che non piacciono: et à me pare che ciascuno dovrebbe pigliarsi i piaceri, mentre può havergli: perché dispiaceri mai non mancano: et chi altramente fa ò da morte prevenuto, ò da vecchiezza; indarno si duole de suoi male spesi tempi: et potra di leggiero avenire, che havrà tempo di pentirsi, ma non di rimediare. Fu etiandio lodata la bellezza: la quale è fior caduco, nemicissima dell'honestà, et è stata cagione tante volte d'infiniti mali: et già Troia per la beltà d'Helena da Greci fu disfatta: et sovente ancora [p. 71v modifica]è stata dannosa à chi l'ha posseduta. Lucretia Romana non per altra cagione sentì la violenza del superbo figliuol di Tarquino. Ad Absalone la eccessiva bellezza de biondi capegli diede morte. Narciso di se stesso innamorato non trovando scampo alla sua vita in languido fior divenne. Hippolito per la bellezza da suoi cavalli stratiato pati morte della ingiusta ira del padre. Il giovane toscano con crudeli ferite fu costretto la sua faccia bruttare, non potendo la male allui da Natura conceduta beltade altramente da impudicitia guardare. Le donne non per altra cagione sono tenute inchiuse: ne per altro che per la lor bellezza pruovano quanto di noia apporti la gelosia de mariti. Mentre io adunque penso à tutte queste cose, parmi la Natura humana non solamente frale, et caduca, ma infelicissima: et tutti i doni suoi et le dilettationi, et gli studi degli huomini esser messi in cose di poco momento: et non meritare tanta contemplatione, quanta voi Musicola ci ponete. Percioche come la luce del Sole, à chi troppo fiso la mira, offende et abbarbaglia la vista: cosi il molto intentamente contemplare queste cose celesti, che l'intelletto nostro non può discernere, più ne confonde: et niuna cosa è più prossima à follia, che ivi affaticarsi, onde non può riuscirne honore, ne utile. Perché vorrei Musicola da voi sapere; che giovi intendere à quel modo il cielo si volga in ventiquattro hore dal levante in ponente: già che lo sa ognuno si bene come voi: et le ragioni de venti più perfettamente i nocchieri intendono: et altri altre cose somiglianti: le quali non meno conoscono per [p. 72r modifica]isperienza gl'indotti, ch'e savi per dottrina: avegna che in acquistarla molti habbiano già gli ampi patrimoni consumato: et cercato strani et lontani paesi: et molti per essa stiano notte et giorno col capo ne libbri intenti fuor di loro stessi; discorrendo con la mente, come esser possano innumerabili mondi; come degli atomi si minimi possa ogni cosa esser creata, et mille altre novelle, et favole; le quali molti tolgono dall'un libbro, et nell'altro scrivono: cercando del'altrui sciocchezze recare à se stessi laude: et con questo loro continovo studio, et fantasia spesse volte infermano, divengono maninconici, perdono la vista; et anzi 'l tempo invecchiano: et perciò furono i philosophi ragionevolmente già di Roma cacciati: et in niuno pregio vi era la philosophia: come ancora è stata in altri tempi: et più che mai ne nostri: che gli scientiati sono dal più delle genti stimati siocchi. Et se pur è da prezzar la scienza: da più à mio parere è quella, che fa l'huomo migliore, non più savio. Perché dall'oracolo d'Apolline fu giudicato Socrate savissimo. conciosiacosa che la sua dottrina fu circa la conservatione della patria, et de buoni costumi, et non circa cosa di niun momento: come sono le Mathematiche, et molt'altre scienze: et come ancora è la Poesia: la qual fu tanto dal Musicola laudata: quasi che sola sia bastante à farne beati: quantunque molti di coloro, che in quella hanno rapportato maggior nome, siano à pessimo fine pervenuti: come fu Homero, che morì cieco: Eschilo, nella cui testa calva l'aquila lasciò cader la testudine: Euripide da cani stratiato: Anacreonte strangolato da un grano d'uva: Ovidio in essilio meritamente cacciato; Seneca ucciso per commandamento del suo discepolo Nerone. [p. 72v modifica]Il che parmi in altrui di lor oragionevolmente avenuto. conciosiacosa che in tutte le loro poesie quasi altro non si contiene, che le discordie, gli adulteri, le sceleragini degli Dei, et le lor passioni per le cose de mortali, la sciocchezza, le guerre, i tradimenti, le dispersioni degli huomini, et delle città, la infamia della casta Didone, le lodi del crudelissimo Achille, et del fallace Ulisse: gli inganni de servi verso i padroni, l'avaritia de vecchi padri, il gettar de figliuoli: le libidini delle meretrici, et molte altre cose biasimevoli, et di malo essempio: ne quali studi avegna che maestro Girolamo s'affatichi per piacere à donne, à signori, et à prencipi, che lo carezzano, et favoreggiano per qualche lor men che honesto disiderio, che à cio gli muove: non di meno credo non sarà egli più lodato delle comedie sue, che io de miei versi, i quali odo da molti esser havuti in poco prezzo, hora con dir che n'ho fatto troppo, hora che sono stato troppo audace in farne di tante maniere, non prima da altri usate; et hora per una, hora per altra cagione incorrer nel morso de detrattori: et tutto cio procede percioche le scienze appò rare genti hanno pregio. Per la qual cosa quando ancora altra ragione non ci fosse, à mio giuditio fora più convenevole non disiderar laude di pochi, che andare cercando di scriver favole con biasimo di molti. Ne quell'altra sentenza del Poeta credo esser vera: che la femina per esser più picciola, et più proportionata, sia di miglior ingegno, et più atta alla dottrina: nel qual luogo opportunamente addusse l'essempio d'Aiace, et d'Ulisse. conciosiacosa che tra tutti gli animali non è il maggior dell'elephante; nondimeno non si legge d'altro [p. 73r modifica]fuor che dell'huomo, che sia di tanta memoria dotato; ne che sia mai usato à scrivere, ne ad alcune altre operationi, che paiono incredibili: et pur sono state da Plinio et da altri auttori degni di fede affermate. Meno stimo accostarsi al vero, che l'eccellenza dell'huomo si dichiari, percioche quando nasce il maschio, si faccia dono à chi porta la novella, et diaglisi la bona mano; cosa in vero poco grata, et che nel cominciamento suo presta argomento di futuro danno: et per isperienza si conosce, che la moltitudine de figliuoli è cagione di ruinar le case: et perciò in molti paesi è usanza che solo il primo del patrimonio sia herede. Il che quanto di miseri à gli altri apporti, ciascuno di noi à pensarlo è bastante: ch'e figiuoli de Prencipi, et de gentilhuomini siano costretti divenir raggazzi; ò con altra opra faticosa proccacciarsi onde habiano modo di mantener la vita, per lasciare il lor maggior fratello più ricco, et con più agio di darsi alla lussuria, et al poltroneggiare. Se vi pare adunque che per questi s'habbia à dar la buona mano, qualche uno di voi lo mi dica. Lascio i pericoli infiniti di nodrir figliuoli: i quali non danno piacer veruno à padri senza mille angoscie: et poi che sono fatti grandi, in tanto è cresciuto il vitto, che par miracolo quando uno di buona speranza si truova. Cosi lasciate l'opre d'honore i giovani solamente seguono le lascivie, et le delicatezze: et più homai à vili feminuccie che ad altro s'assomigliano. Le arme, i corsieri, le giostre, i torniamenti, le caccie degli orsi de cinghiali, et de lupi, et quelli studi che agli huomini appartenere istimate, essi lasciano à dietro hanno in [p. 73v modifica]grandissimo odio le lettere: et dicono stolti essere quelli che in esse si dilettano. Solamente che colei lo guardi: quell'altra gli faccia motto, si tengoo beati vedete quanta vanità. et leggierezza regna hoggi al mondo? Quanto quell'antico valore, che altre volte era ne cuori Italiani, sia in noi mancato? Ma per non stendermi in questi ragionamenti, conchiudendo dico la Natura humana esser piena di grandissima miseria: con fatica incomparabile pervenire alla età del senno: poscia che siamo cresciuti, non porre cura se non in cose frali, et di poco momento: soggiacer à pericoli infiniti, et à mille angoscie; che mai non ci lasciano un'hora in riposo. conciosiacosa che ne primi anni, et in quell'età che Latini chiamano infantia, la persona è si debole, che da se stessa non può sostentarsi, senza discorso di ragione, non capace di diletto, ne di piacer alcuno. Viene doppò la pueritia, nella quale ò che 'l nostro saper sia rimembranza secondo l'openione di Platone, ò che si faccia un habito per le parole di coloro che sanno alla dottrina: tutti quegli anni sono pieni di noia; et con minaccie; et battiture, et con mille volte sforzar la volontà s'apprende la scienza della grammatica: s'intendono i sentimenti de poeti, si conosce la eloquenza degli oratori. Ne meno duro è à poveri lasciati gli studi delle lettere, conoscer l'altr'arti più vili. Poi procedendo più oltre gli anni, si parano à noi davanti le libidini, che ogn'hora ci stimolano: ne tanto ci danno di piacer quelle, di cui possiamo godere: quanto di noia quelle, che si sono negate: et infinite altre cagioni la Natura in que tempi ci ha dato di perpetuo [p. 74r modifica]dispiacere: l'ambitione, l'invidia, l'ira, la cupidigia della robba: le quali mai mancano di pungerne, giunti che siamo alla più salda età. Quanto credete sia il cruccio di coloro, i quali niuna fortuna, niun grado d'honore può contentare? Lungo sarebbe il recitare i travagli, et tormenti loro: ma assai si può conoscere per le fatiche et sudori di quelli, che hanno acquistato i regni et Prencipati. Leggete di Cyro il maggiore, et del minore: d'Alessandro il magno: di L. Sylla, et di C.Cesare Romani: di Francesco Sforza: d'Alfonso d'Aragona, et di molti altri: et sie manifesto per quante angoscie passano quei che da cupidità d'honore stimolati non si contentano della mediocre Fortuna. L'invidia senza alcun frutto è di maggior pena. percioche del ben d'altrui gl'invidiosi hanno male: dell'abbondanza impoveriscono: del piacer s'affligono: et è errore che con seco porta la penitenza senza che veruno gli n'habbia compassione. Che dirò del'ira? la quale in Achille fu tanta, che mise tutto l'hoste de Greci più volte in estremo periglio? spinse Alessandro ad occider i più cari amici? che tante città ha distrutte? di tante morti d'huomini è stata cagione? tal che colui tra gli altri si può tener savio, che meglio la sa raffrenare. La cupidità delle ricchezze parimente non è senza grave noia: et quelli che ò per lasciar più ricchi i figliuoli; ò per viver più splendidamente; ò per esser appò gl'ignoranti in maggiore stima, si sforzano aumentar le facultà, quanti disagi patiscono? quanti pericoli corrono? acciò possano il lor ingordo disiderio satiare. Seguita à dietro la ricchezza piena d'infermità, lamentevole, [p. 74v modifica]difficile da sopportare, et à tutti odiosa: la quale quantunque Cicerone habbia tentato trarre di biasimo: non dimeno non nega che non sia più inchinata, che non si convenga, all'avaritia. Cosa tanto vituperosa quanto alcuna altra in cui si possa errare. Percioche come la liberalità ci rende le persone amiche: cosi l'avaritia da tutto 'l mondo è odiata, et meritamente. conciosiacosa che le città et le brigate degli huomini furono primieramente fatte, accio che l'uno all'altro sovenisse, et servisse à vicenda; ma l'avaro che più ama la robba, che non prezza la legge di Natura, non solamente nell'altrui necessità, ma non anco nelle propie vuol cavar dell'arca i malammassati thesori: et più tosto che spender ne bisogni, soffre ingannar se stesso, et la povera famiglia: la qual cosa parendomi ad ogni età sconvenevole: nella vecchiezza pare sconvenevolissima, quanto meno di camino affar ci resta, apparechiar maggior provisione per lo viaggio. Oltre à questo errore proprio et particolare dell'estrema età: non negandola isclusa da molti piaceri, gli concede i comuni: affermando con freschi et pretiosi vini sovente i vecchi pigliarsi trastullo. O' gloriosa laude da tanto philosopho alla vecchiezza attribuita. in qual cosa potria l'huomo più à gli animali brutti assomigliarsi, che come essi sanno prendere il suo piacere in satiar il ventre? Chi non sa quanto noccia la crapula? Vedete in Milano, dove l'usanza Francesca di viver più largamente ch'e nostri padri, et avoli non solevano, è introdotta, quante gotte, quante doglie di fianchi vi siano? quanto pochi invecchiano? Et se pur alcuno à gli anni maturi perviene, lo più del [p. 75r modifica]tempo infermo nel letto miseramente si giace. Il somigliante si vede in molti paesi di Francia, di Lamagna, di Fiandra, et d'Inghilterra: ove par essere miracolo quando uno invecchia: et pur tutto ciò procede da disordinato vivere: ma in Vinegia, in Firenze, in Genova, in Napoli, et in molte altre città et paesi per la lor sobrietà più lungamente si vive. Ne solamente à corpi la crapula nuoce; ma ancora à gli animi: i quali più si crucciano, più impatienti si fanno à tolerare i casi adversi; et men atti all'apprendere ciò che al ben viver appartenga. Di maggior danno etiandio il vino è cagione: che non tanto è contrario alla sanità; ma ci priva etiandio della ragione, et dell'intelletto: di che non può esser cosa all'huomo più vergognosa, et più nel vecchio: che per isperienza si deè più guardare dalle cose nocive. Oltre che essendo di stomacho men gagliardo per lo mancamento del calor naturale, allora più che à giovani il viver sobriamente conviene. In una sol cosa à me par che meritamente lodasse la vecchiezza; cioe che non possi esser lontana dalla morte: la quale dall'oracolo d'Apolline fu il maggior bene di questo mondi istimata: quando pregato dalla vecchia madre che à duo figliuoli, che haveano il carro tirato ove ella inferma sedea, al sacrificio, donasse ciò che fosse ottimo; la mattina seguente furono amendue morti ritrovati. Et in vero havendo riguardo alle tanti et si diverse nostre miserie, il morire non solamente non è male; ma giova non men che 'l sonno à coloro, che molto hanno vegliato: che il riposo la sera à lavoratori, che 'l giorno troppo affaticati si sono: che il porto à gli stanchi [p. 75v modifica]marinari lungo tempo balestrati da contraria Fortuna. Ne la ignoranza di ciò che segua, può al savio metter paura: che se doppò morte, sentimento non resta; che male può accadere à chi non sente? Se ancora le anime sono immortali secondo la dottrina di Platone, et de Christiani: veramente è da creder che debbiano tornar al cielo. Et s'egli è vero, che Iddio giusto giudice habbia ordinato un'altra vita, et la pena e 'l premio secondo i meriti di ciasuno, la ricordanza della morte ci deè esser uno stimolo più pungente, che quelli dal Musicola recitati di far tali operationi di qua, che di là non habbiamo à perder quella infinita, et vera, per questa vana et caduca gloria: quella certa utilità per questa adombrata: quei sempiterni piaceri, per questi fallaci et che non durano. di che se vi volessi più ragionare, bisogneria entrare in nuova materia: et forse non ne potrei venire à capo che la notte qui non ci sopragiungesse. Veramente per voi disse il poeta è stato hoggi disputato assai, senza passare in più lungo ragionamento: lo quale con maggiore agio in altro tempo si potrà fare. Et cosi detto indi con questa persuasione partirono: che l'openione di maestro Girolamo à madonna Iphigenia più vera, à gli altri paresse più alla verità quella di messe Lancino appressarsi.