L'astronomo Giuseppe Piazzi/Capitolo II

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Capitolo II

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II.


La Valtellina — Terre principali — Vicende — Suoi più celebri uomini.


Quasi ultima per numero d’abitatori e, certo, delle più povere del Bel Paese, la Valtellina sta a paro con le più popolose e più ricche per generoso amore di patria, per gagliardia di animi e senno de’ suoi figli. Regione perfettamente alpina, essa è però tra le più lunghe e popolate valli dell’alta Italia. Dalle sue scaturigini del Braulio e del Fraele l’Adda ne solca l’ubertoso fondo, sempre ingrossando pei vari affluenti che man mano incontra per via, fra una doppia schiera di monti alti e solenni, ora ristretti, or aprentisi ad anfiteatro. A levante il Tirolo, a mezzodì la limitano Brescia e il Bergamasco, a settentrione le terre del Canton de’ Grigioni; ad occidente finisce nell’ampio delta formato dagl’interrimenti del fiume e dalle spoglie delle montagne, che appoggiansi al lago di Como.

Sondrio è il capoluogo della provincia e ne sono terre principali Bormio e Chiavenna, Morbegno, Tirano e Ponte: essa un giorno dividevasi per terzieri: superiore con Teglio, medio con Sondrio, inferiore con [p. 18 modifica]Morbegno e Traona; oltre i due contadi di Chiavenna e di Bormio. L’atmosfera delle Alpi, le scene grandiose della natura fisica, tutto sembra concorrere a dare ai Valtellinesi un carattere proprio, un’individualità spiccata: onde e’ confermano quella vecchia sentenza, che tra le montagne e le isole le genti risentano un peculiare sentimento della civil loro unione, un affetto speciale al luogo natio. Popolazione, specie ne’ paesi superiori, robusta e grande; fisionomie rilevate; donne belle, fatticcie, con forme piene, occhi grandi e di grigio bruno, capelli castani, faccie rotonde e colorate, nel brevissimo tempo che sono belle, come nota il Cantù. Tra le varie signorie, che pesarono sopra a’ Valtellinesi, quella dei Grigioni riuscì delle più lunghe ed oppressive; e contro le sevizie e i maltrattamenti di essa protestarono col Sacro macello, che non li condusse però alla desiata meta. Onde, fatti oggetto d’invidia, per ragion di postura, fra la repubblica di Venezia, il Milanese, la Rezia e la Germania, non poterono mai rivendicarsi a quell’autonomia ch’è tanto agognavano. Sorti in libertà nel 1797, e aggregati poi dal Buonaparte alla Repubblica Cisalpina, trovaronsi dal 1814 sudditi austriaci nel regno Lombardo-Veneto; e allora che vennero le lotte dell’indipendenza nazionale, furono i Valtellinesi tra’ più caldi e generosi difensori del paese, allo Stelvio, al Tonale e in ogni successivo fatto di guerra. E dopo ch’ebbero dato alla penisola strenui e benemeriti difensori, dai loro monti ci vennero ministri, funzionari, deputati e pubblicisti, i quali [p. 19 modifica]associarono il loro nome a’ maggiori avvenimenti del politico nostro riscatto.1

Anche ne’ tempi di men favorita coltura, la Valtellina diè saggio d’ingegni fervidi e vivi: tra molti, sono celebri i nomi del bormiese Alberto de Simoni, e di Tommaso Nani, di Morbegno, professore a Pavia di civili istituzioni; e lo è Diego Guicciardi, ministro di polizia e dell’interno nel primo regno d’Italia, il quale fu a Vienna con Gerolamo Stampa di Chiavenna a offrir la patria all’Imperatore; onde, si può dire, a lui dovere l’Italia l’acquisto di questa sua provincia. Tra gli storici locali si notano il celeberrimo letterato Saverio Quadrio, il Lavizzari, e Francesco Romegialli; oltre i letterati Giovanni Battista Gualzetti2 e [p. 20 modifica]Lorenzo Boturini Benaducci; e Pietro e Cesare Ligari, padre e figlio, pittori pregiati.

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Ma superiore a tutti questi levasi la severa e simpatica figura dell’astronomo Giuseppe Piazzi.


  1. Valtellinese, d’origine, è il ministro Emilio Visconti-Venosta; e valtellinesi, l’ex-ministro Luigi Torelli, attuale prefetto di Venezia; il senatore Enrico Guicciardi; i deputati, dottor Romualdo Bonfadini e avvocato Giacomo Merizzi. E valtellinese, di Chiuro, Maurizio Quadrio, repubblicano di stampo antico, alle cui elette e severe doti d’animo e di mente sono obbligati inchinarsi gli stessi suoi avversari politici; dei pochi che in tempi corrotti possano lasciare di sè l’epitaffio tanto agognato dai Giusti.
  2. Lorenzo Boturini Benaducci è notato da C. Cantù come sondriese, ossia proveniente da una famiglia fiorita in quella città. Ei ci dice che, «fattosi in America a servizio di Spagna, vi raccolse molte rarità e manoscritti anteriori alla conquista, in lingua tulteca, su pelli e in disegni e tele; e canzoni popolari: ma la nave su cui spedivali in Ispagna, fu presa da’ corsari, e più non se ne seppe.»
    Nel 1746 pubblicava in Madrid la sua opera: Idea de une nueva historia general de la America septentrional, funduda subre material copioso de figuras, symboles, caracteres y geroglificos. Il dotto B. Biondelli nel suo Evangeliarum, epistolarium et lectionarium aztecum sive mexicanum, ecc. lo qualifica per vir doctrina pollens, e l’abbate Brassena de Bourbourg (Histoire des nations civilisées du Mexique, ecc.) facendolo francese — pretensioni solite! — così esprimesi sul conto del señor de la Torre y de Horro, ossia del Boturini. «Il cavaliere Boturini Benaducci, passato al Messico, aveva impiegato otto lunghi anni e penose ricerche a radunare i documenti oggi passati per la più parte nella collezione del signor Aubin. Avare suscettività lo impedirono di continuare; fu preso, privato di tutto quanto possedeva, imprigionato co’ malfattori e dappoi tradotto in Europa per esservi giudicato. Il re di Spagna, dice Humboldt, lo dichiarò innocente, dichiarazione che non gli valse la proprietà. Tali collezioni, delle quali Boturini pubblicava il catalogo alla fine della sua opera, restarono sepolte negli archivi del vicerè al Messico. Furono conservati con sì poche cure questi resti preziosi della cultura degli Aztechi, che oggi appena esiste la ottava parte dei manoscritti geroglifici tolti al viaggiatore italiano.»
    Se non che i sette ottavi restanti sarebbero andati perduti se il paziente e laborioso Aubin non ne avesse dappoi raccolto il più gran numero. L’Aubin dice che dopo molte dispute suscitatesi tra le autorità della Nuova Spagna, il Consiglio delle Indie, Boturini e i suoi eredi, tra i dotti del Messico e l’Accademia storica di Madrid, il re di Spagna per terminar la cosa, ordinava fossero rimessi allo storico Veytia, esecutore testamentario del Boturini, con missione di continuare l’opera dell’infelice antiquario. Dopo la morte di Veytia le collezioni passarono, per mezzo di un nuovo processo, al gabinetto dell’astronomo Gama, dappoi a quello del padre Pichardo. La rivoluzione del Messico da quell’epoca, disperseli parte in America, parte in Europa. Il merito quindi dell’Aubin è veramente grande.
    È noto quanto il Boturini soffrisse dall’Inquisizione, sempre nemica della luce e dell’austera e imparziale dottrina. Del Boturini Benaducci si occupano assai i recenti Spagnuoli che illustrarono le antichità anticolombiane dell’America, e si valsero delle carte ad esso rapite.
    Giovan Battista Gualzetti, coltissimo ed amato professore, lasciò a stampa buone orazioni sacre (1836).