L'eccidio di Como

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10 giugno 2020 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Poemetti e poesie varie (Carlo Gastone Della Torre)
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L’ECCIDIO DI COMO

alla patria.

O del massimo Lario antica donna,
cara al buon dittator, che la feroce
alma non seppe intenerir di Bruto;
o di Grecia e di Roma eletta sede
5al purissimo sangue; o d’onorati
ingegni altrice, e libera d’eroi
armipotente un dì madre e d’impero,
a te ne vegno. L’ubertosa valle
e i culti monti che ti fan corona
10rispondano al mio canto; in sulla rupe
colchisi il vento, ed animar col fiato
la capace non osi eolia tromba.
Salve, patria gentil! Benché lontano
da te Minerva m’abbia tratto, e Marte
15al biondo Tebro, all’argenteo Sebeto
per breve spazio, e per piú lustri in riva
alla borbonia Parma, ognor mi fosti
cagion di gioia al memore pensiero,
cui tornano sì dolci della prima
20etá le gare, e i giuochi ingenui e il riso.
Ma quanto ora qui veggio altre mi desta
chiare memorie di tua sorte, ond’io
de’ prischi fatti indagator non lento
giá fei tesor nel fido petto, e gemme
25or fian del carme, e nome forse e vita
oltre i lividi gorghi, oltre la tomba.
Odo da’ sassi, odo da’ tronchi espressa

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la voce uscir de’ secoli giá spenti,
e susurrarmi nell’orecchio: — Oh quanto
30n’è grato il suon d’un cittadino all’alma! —
     Ecco sul monte l’angolosa torre,
ch’oltre mill’anni al tempo resse (e fede
per maraviglia e lei serbò l’Ispano)
sorgere all’aure e minacciar dal giogo
35lo svizzero pedon, che incerto move
per l’aspro calle i faticosi passi.
Fama è che nella notte alta di fioche
voci tratte in mestissimo ululato
s’oda ivi un suon che di terror percote
40l’ignaro pellegrin. Voci son quelle
di guerrier che la torre ardua in sé chiuse,
misero avanzo al civil brando e giuoco
dell’incostante popolar fortuna;
e voi fra quelli con orror vid’io,
45prode Caverna, intrepido Lombardo,
d’arme ancor cinti, ancor di sangue lordi,
giganteggiar sulla deserta rupe,
e di torbida luna al mesto raggio
squallida ed irta per grand’unghie e pelo
50del fíer Napoleon la infelice ombra
fremere udii piú volte in tronchi accenti
or di pietade, or di magnanim’ira;
e l’antiche scotendo aspre catene,
il comun sangue ricordarmi, e i danni
55del perduto per fraude avito impero.
     Itene in pace, illustri anime; e grave,
dopo sí duri casi, almen non sia
al cener sacro la regnata terra.
     Quinci lo sguardo alle rovine io volgo
60delle munite porte e dell’immane
muro che uní la doppia ròcca e i monti,
e fra lor chiuse la cittá cancrina,
quando contro lei sola Insubria tutta

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scese, e di venti popoli col braccio
65appena la domò dopo due lustri.
O Italia! O libertá! Certo potea,
spenti gli Ottoni imperiosi, e surto
l’odio e l’orror pel fulminato Arrigo,
il pugnace Lombardo un vasto regno
70stender dall’Alpi al doppio mar, frenando
dell’Eridano ondoso ambe le sponde
con auree leggi d’uguaglianza amiche,
se un Arato novello in un sol foco,
quasi in ottica lente, accolta avesse
75la generosa fiamma, onde fu vista
tutta avvampar l’italica contrada.
Ma cieca ambizion, vil gelosia,
insano orgoglio e lunga ira e vendetta
l’un contro l’altro i malaccorti spinse
80itali all’arme, onde divisi e domi
giá da se stessi a barbare catene
porsero alfin, benché fremendo, il piede.
     Ahi! che non vista dall’inerte volgo,
al sonno similissima ed al vento,
85fugge l’alata occasion, né torna
per lamentar di popoli, e delusa
ne geme la virtú de’ tardi eroi!
     Ma come senza lagrimar poss’io,
o misera cittá, l’aspre vicende
90e la non degna ricordar tua sorte?
Parmi veder della superba gente
l’esercito infinito a te d’intorno,
tutta ingombrando la valle ampia e il monte,
splender nell’arme, e in larghi giri al vento
95sciolte ondeggiar le congiurate insegne.
Chi è colui che così torvo gira
l’ardente orbe degli occhi, e pur le guance
non veste ancor della lanugin prima?
Vidone egli è, che degl’insubri al campo

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100mirabil mostro, colla madre or venne,
e di Biandrate abbandonò la ròcca.
Ve’ come nelle pinte armi fiammeggia
il garzon crudo, e colla man giá salda
va palleggiando una grand’asta al vento.
105Tal dall’equorea Sciro, amabil sede
di vergini, al ventoso Ilio fu tratto,
novello in arme, del temuto Achille
il fero germe, cui non anco il primo
pel sulle gote morbide fioria,
110e giá del padre emulator godea
agitar nella polve i gran destrieri
col fido Automedonte; e Priamo intanto
e Andromaca, in mirarlo, un freddo gelo
sentian per l’ossa, ed un segreto orrore.
115E ben, Troia novella, egual rovina
dopo dieci anni a te sta sopra, e dopo
che il tuo Lamberto nella tomba è sceso,
in valor pari all’omicida Ettorre,
possente a’ greci consiglier di fuga;
120Lamberto che di tutto il suol lombardo
unite a’ danni tuoi l’armi represse;
né mai di sangue e di ricchezze avaro
fu per la patria libertade, e cinto
d’indomita costanza il petto audace,
125viva folgore in guerra, al solo fato
cesse, e fra l’ombre degli eroi mischiossi.
     O antica patria! o di valor guerriero
e di fortezza in duri casi esemplo!
Deh! perché mai l’aspre tue pugne, e i molti
130sul pian, sul monte, sull’ondoso lago
trofei da te con man vittrice alzati,
e il sangue e il pianto, e di sí lungo marte
il lamentabil fine un altro Omero
non rivestí d’eterni modi, e solo
135in gotico stridor la ferrea tromba

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d’ignoto vate ne parlò cogli anni?
Lascia (benché tal rimembranza al mio
pensier grave ognor torni, e ne rifugga
per lutto estremo l’anima dolente)
140lascia, o patria, che almen l’ultimo pinga
tuo fato, e meco de’ tuoi colli il vento
a sospirar con flebil carme inviti.
     Ecco giá presso alla cittá si fanno
quattro belliche torri, immensa mole
145sotto cui tarde stridon ruote, e suda
di piú giovenchi la cervice. A mille
van grandinando le selci aspre e i dardi,
nembo di morte impetuosamente
dalle murali macchine sospinto,
150e le crinite di cerulea fiamma
pingui fiaccole ed aste. In cento parti
gli aspri monton colla ferrata fronte
urtan, doppiando i colpi, il saldo muro,
e ne tremano i boschi, e n’ha spavento
155l’onda del Lario, e il monte alto ne geme.
Bronzo a tre doppi e rover dura al petto
ben ha colui che il misero lamento
de’ moribondi e l’infrante ossa e i rivi
può del sangue mirar con ciglio asciutto;
160e, di tant’armi al fulminar, non lascia
le conquassate torri e i merli e i tetti,
i cari tetti che giá vòlti in fiamme
piomban qua e lá con subita ruina.
Vano è l’ardir, vana è la forza. Il campo
165per molta strage non decresce, e rara,
benché di morte impavidi all’aspetto,
stendon sul muro i difensor corona.
     Alfin mentre sepolte eran le cose
nel profondo silenzio della notte,
170e il letèo sonno piú dolce che mèle
sull’attendate squadre iva spargendo

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oblivion dal corno vaporoso,
tacitamente alle spalmate navi
trassero i padri, le consorti, e seco,
175miserabile vulgo, i cari figli,
e commesse all’infida aura ed all’acque
fûr le reliquie del cadente impero.
Indi ad arte un tumulto, e di percosse
armi eccitando un orrido frastuono,
180con disperata man la ferrea porta
apresi, e versa riboccante un’onda
di popolo guerrier. Mal desto all’arme
corre dal campo il gran nemico, e tutte
salpano intanto dal ricurvo lido
185le inosservate navi. Atra la notte
intorno colla cava ombra a lor vola.
     Ahi lasso! contro il fermo ordin de’ fati
nulla tentar, nulla sperar ne giova.
Esce tutto fra l’arme il vulgo avvolto,
190e, stagnando le lagrime e premendo
in cor l’affanno e i queruli sospiri,
della patria vetusta i dolci lari
abbandona fuggendo. Orrore e lutto
e disperazion lo incalza e preme;
195che grave è men d’inevitabil morte
che d’abborrita servitú l’aspetto.
Surse intanto l’aurora. Alto regnava
silenzio fra le mura, e dall’oblique
finestre delle torri e dalla cima
200de’ birpartiti merli alcun non era
dardo in giú spinto, né vedeasi un cenno
d’agitabili creste, o di vessillo,
nel liquido sereno, onda guerriera.
Pur teme Insubria ancor l’arte de’ vinti,
205e il noto ingegno e i fortunati inganni;
né per le porte spalancate a schiere
entrano i fanti, ma poggiando vanno

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Su per le scale a’ muri affisse, e tutta
la giá vota cittade empion d’armati.
210Come se gonfio per disciolte nevi
fuor dell’alghe la fronte alza di tauro
torrente alpino, e con mugghio profondo
assorda di lontan selve e pastori;
poi la gravida immensa arenosa urna,
215librandosi sul fianco, in giú ne spande
di spumiferi gorghi indocil piena,
che, furiando spaventosamente,
contro gli audaci dicchi urta e ribolle,
e il piè ne solve, e dell’antico ponte
220il rotto giogo al mar seco alfin trae.
     Ma il fior delle milizie, il fior de’ duci,
la cara patria abbandonando, in salvo
erasi tratto, ed opponea del lungo
Vico i ripari, che fra ’l monte e l’acque,
225inespugnabil fanno arte e natura.
Seguon gl’insubri con sicura fronte
della certa vittoria il facil corso,
e le reliquie di sí lunga guerra
a sterminar s’affrettano; ma invano
230cento pel lido audaci schiere e cento
corser per l’onde alla mural corona
dall’isola ribelle armate navi,
che non cessero i vinti, estrema prova
d’un valor disperato. Urto non pave
235di cozzator monton l’alpestre Vico;
né la ferrea de’ gatti unghia ricurva
laceratrice de’ merlati muri,
né le fulminee torri, opra del crudo
ligure ingegno, avvicinar si ponno
240alla ròcca fortissima, che stende
nell’acque il piè profondo e fassi al fianco
delle rupi native ardua parete.
     Dunque del Lario sull’estremo lido,

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maravigliando, Insubria tutta, e seco
245dicean le genti in fatal lega unite:
— Risorge Utica, e spira in cento petti
l’indomita di Cato anima atroce?
Abbiano pace i vinti. Assai di sangue
ne costò la vittoria, e pingui intorno
250ne son le glebe, e ne rosseggian l’acque. —
     Né men dolente il difensor di Vico
volgea lo sguardo a’ patri tetti, al porto,
e delle torri alle ventose cime,
su cui l’ostili insegne in larghi giri
255sventolavano in mezzo a densa selva
d’aste, di scudi e di fiammanti elmetti;
né speme v’era di soccorso. Alfine,
un ramo alzando il vincitor d’ulivo,
la pace offerse, e dettò patti e leggi.
260Ma patti e giuri ei non serbò. La ròcca
invase allor senza contrasto, ed ambe
di catena servil gravò le braccia,
che in lieto aspetto distendea pel lido
la lunata cittade al Lario amico.
265Né giá, com’eran le promesse, il forte
vallo e le torri diroccò soltanto,
ma i tetti ancora, e i delubri alti e i prischi
del roman nome monumenti accese
con sacrilega face, e la schernita
270fede sull’ali sen lagnò del vento.
Cade l’alta cittá, cade la bella
dominatrice del bifronte Lario
misera preda di nemiche fiamme.
Arde Vico inaccesso, ardon le torri
275di Coloniola e i templi, e di Fabato
il portico, e di Giulio arde l’arena.
Non gli ombrosi recessi, il bagno aprico,
non l’atrio di Caninio, ove godea
fra zefiri loquaci ire a diporto

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280eterna Primavera, i duri petti
mosser de’ vincitori. Al suol ne vanno
le testudinee vòlte, e l’operose
pavimenta ricopre alta ruina.
Ne geme il bosco, e sen lamenta il verde
285Euripo pien di gemme, e per le vaste
terga del Lario dall’un lido all’altro
orribilmente la gran vampa ondeggia.
Dov’è giustizia, o vincitor crudele,
dov’è la fede? Ma del fato ignara
290e del fosco avvenir gli uomini han mente,
né serban modo nella lieta sorte.
Tempo verrá che l’aspro eccidio e il giogo
degli orobi infelici in odio avranno
gl’insubri istessi, e del trionfo amara
295sará la ricordanza. Ecco dall’Alpe
scende Enobarbo alto in consiglio, e l’arme
e i dritti ha seco del romano impero.
Fama il precede, ed il terror sugli occhi
dell’itale cittá l’aquila spiega,
300l’aquila a cui de’ regnator lombardi
il ferreo serto giá cader parca
dall’immemore artiglio. Al lago in riva
posa alquanto lo svevo. Umida piomba
notte, e per la deserta ampia con valle
305voce di vagolanti ombre stridea.
Muove intanto dall’acque oscura e lenta
ruota di nebbia, che serpe alto, e fascia
di piú profonda tenebria la vasta
purpurea tenda, ove fra l’armi e l’oro
310Cesare assonna. Al capo suo sta sopra
di stranie larve architettor Morfeo,
e gli figura di lanose nubi
contesta nave, che col rostro acuto
par che il tacito fenda aere notturno,
315che d’agitato mare avea sembianza.

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Nebbia sono le vele, e nebbia i remi,
che in triplice distinti ordin sull’acque
cadeano obliquamente, e di lunghezza
dal supremo scemando all’imo seggio,
320qual dispari zampogna, e serve braccia
inegual peso ed inegual fatica
eran pe’ gradi del naviglio alato.
Entro di Plinio vi rosseggia il mesto
simulacro. In vapori assottigliato
325sta l’esangue almirante in sulla poppa,
qual giá nell’acque del Miseno. I rari
crini e la barba eran combusti ed atre,
pel fumo e per la cenere, le brevi
belliche vesti, e grave odor di zolfo
330spiranti ancor. Dall’arrocate fauci
rompea la voce, qual s’ode fra’ sassi
incerto gorgogliar lento ruscello.
Svégliati — ei dice, — o successor d’Augusto,
e mira qual della mia patria feo
335l’orgoglio dell’insubre empio governo.
Mira le torri, ond’ella cinta il capo
godea stampar d’ombra superba il piano,
e la guerriera immagine nell’acque
addoppiarne del lago, a terra sparse
340indegnamente, e gli antichi archi e i marmi,
e da’ sonori cardini le porte
svèlte ingombrar d’alta rovina il calle.
E tanto osò quel popol crudo? E tanto
fidasi ancora in suo poter, che nieghi
345a te, signore, a te piegar la fronte,
che d’usurpata libertade or cinge
col pileo audace? E tu lo soffri? Un vano
titolo adunque è dell’Italia il regno?
Pietá ti mova degli oppressi, e delle
350onte vendicatrice ira t’accenda.
Esca al suon di tua voce, esca il pugnace

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Orobio omai dall’umili capanne,
ove fremendo qual lion s’appiatta,
cui le mascelle il cacciator numida
355strinse nel ferro, e le nodose zampe,
terror de’ boschi, disarmò d’unghioni.
Vedrai com’egli ognor costante e fido
a te ne’ lieti e negli avversi casi
degno sará che l’aquila gli stenda
360le negre penne sull’avito scudo,
e zelator di tue ragion si laudi.
Vanne, e l’altero tuo nemico e mio
cingi d’assedio, e lunga fame il vinca.
Io sarò teco, e di mia man percossa
365cadrá la porta aquilonar, cadranno
le detestate mura, onde le faci
e l’arme escíro alla mia patria infeste,
e me di ferro, e me vedran di fiamme
cinto esultar nel memorabil giorno
370gli attoniti soldati e il vulgo imbelle;
e tutta dalle sedi ime divelta
la superba cittá stender sul campo. —
     Sí disse l’ombra, e nel partir sul letto
scosse il cener fumante, e del Vesevo
375le sulfuree faville, onde l’opposto
pendulo scudo d’improvvisa luce
un sanguigno vibrò lampo nel buio,
rauco sonando, e il mobile cimiero
fe’ sull’elmo regal cenno di morte.
380Ah! non invan parlò l’ombra sdegnosa
al vindice Euourbo, e tu lo sai,
cittá regina dell’Insubria, in alto
squallore avvolta, e per ludibrio i fianchi
lacera e guasta dallo svevo aratro,
385e d’infecondo sale il grembo aspersa.
Ma sul tuo scempio istesso a me sovente
lagrima di dolor bagnò le gote;

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che senza affanno ricordar non osa
alma bennata le piaghe profonde
390d’Italia in sen barbaramente impresse,
dalla civil fera discordia, e dalla
antica d’oltrementi insana rabbia,
cui fe’ debile schermo in ogni etade
l’aereo vallo dell’Alpi canute,
395e l’Appennin nimbifero, e di cento
fiumi l’opposte invano urne spumanti.
     Sebben de’ ferrei tempi è giunto alfine
il lentissimo occaso. Amico nodo
alla Senna magnanima il guerriero
400Istro congiunge, e folta selva annosa
di pacifici ulivi Italia adombra.
Verdeggi eterna la palladia pianta
nel tuo bel sen, mia dolce Insubria: e nullo
dalla bellica scure oltraggio soffra.
405E tu, Gallo immortal, tu che nell’oro
di politica lance appendi e libri,
terreno Giove, dell’Europa il fato,
e di sue forze equilibrar col senno
e col vindice braccio il pondo godi;
410perché di Grecia all’oppressor crudele,
al fier nemico di bell’arti e studi,
d’Asia e d’Europa al vastator t’annodi
in turpe lega, e giá per lui ti corre
la man sull’elsa, e il brando alzar minacci,
415quel brando istesso che non ferreo giogo
di barbaro signor, ma di materna
troppo severa autoritade i lacci
all’inquieto american disciolse?
Qual ti move cagion? Forse alla tua
420di generosa invidia alma ognor piena
grave esser può che libertá si renda,
per mano altrui, dopo cent’anni e cento,
di Plato e di Temistocle a’ nipoti?

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Ah! se tu avvampi di sí nobil foco,
425tu stesso adunque la magnanim’opra
seconda, e volgi le tonanti prore
di Costantino all’atterrite mura,
e coll’antico orgoglio a’ piedi tuoi
del bendato Ottoman cadano infrante,
430lungo terror d’Europa, armi e catene.