L'epopea della bonifica nel Polesine di San Giorgio/12

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Beni comunali, affaristi e banchieri

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E’ nell’anno successivo al collaudo dell’impianto idrovoro di Marozzo, il 1875, che il sodalizio nato tra Giuseppe Pavanelli e Girolamo Chizzolini fornisce la prova più eloquente del proprio disinvolto dinamismo con l’affare più fortunoso e fortunato della storia delle bonifiche ottocentesche. Usando del proprio ruolo di consigliere dell’assunteria di Massafiscaglia, Pavanelli riesce a fare approvare una delibera con cui il comune offre all’asta i diritti di enfiteusi sui 1.700 ettari di palude di Valle Volta. Il bando prescrive che i concorrenti versino in anticipo un quinto del prezzo. In un borgo di braccianti e pescatori nessuno è in grado di partecipare all’incanto, così che i diritti enfiteutici sono aggiudicati all’unico concorrente, Giuseppe Pavanelli, che si assicura l’immensa superficie per 118 lire all’ettaro, lo stesso prezzo per cui cede l’immensa estensione all’ingegnere milanese. Temendo dell’incolumità personale, il disinvolto affarista si dimette, il giorno stesso del contratto, dalla carica di consigliere. Le decine di famiglie alle quali vengono sottratte, repentinamente, le risorse essenziali, un poco di pascolo, un poco di pesca, il taglio di un poco di bosco, si sollevano, interviene la forza pubblica, i titolari degli antichi diritti comuni ricorreranno in tribunale affidandosi ad un docente di diritto penale, Giorgio Turbiglio, che nell’adempiere al mandato profonderà ogni passione. Nelle istanze successive di giudizio i giudici del nuovo Stato italiano, monarchico e liberale, accoglieranno le ragioni di Pavanelli e del suo cessionario, fino alla definitiva sentenza di Cassazione, che sarà pronunciata il 22 febbraio 1880


Dopo il suicidio del prezioso alleato, Chizzolini non può più avvalersi degli uffici del signore indiscusso delle paludi ferraresi, dimostra, però, di avere appreso a negoziare con comuni in possesso di migliaia di ettari concludendo il secondo clamoroso affare con l’acquisto, ancora, di una palude sconfinata nella quale acque e pascoli sortumosi sono fonte di vita per una plebe di pastori, pescatori e braccianti. E’ il 1878 quando acquista dal comune di Comacchio, in società con il banchiere viennese Schanzer, 3.586 ettari delle Gallare. Il prezzo concordato è 69 lire per ettaro: un prezzo che pare irreale a chi consideri che sono quattro anni, ormai, che le “ruote-pompe” olandesi riversano nel Mezzano l’acqua che ricopriva la valle, che non è più, o è prossima a non essere più, una palude, ma è, o sta divenendo, una fertile distesa di pianura.

Il comune di Comacchio si è opposto giudizialmente al prosciugamento delle Gallare, rifiutando, quindi, di partecipare alla faraonica spesa per le macchine vendute da Chizzolini. Pure non avendo aderito, della bonifica potrebbe goderne i benefici: decide, invece, di vendere. Dopo che dall’impianto ha tratto i proventi di intermediario e quelli di progettista, l’inafferrabile fratello muratore di Milano diviene proprietario della superficie maggiore bonificata con le pompe di Marozzo. Il prezzo è tale che solo un anno dopo i due acquirenti rivendono metà della proprietà ai banchieri viennesi Klein per 134 lire. Il maggiore latifondo dei polesini ferraresi non è costato loro che l’anticipazione del prezzo per un anno, avendo i secondi acquirenti pagato una cifra maggiore di quella versata al Comune di Comacchio per l’intero latifondo. Chizzolini e il socio cederanno ai Klein, nel 1884, anche la superficie che hanno trattenuto, al prezzo di 1.400 lire l’ettaro.