L'innamorata/Parte seconda/III

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Parte seconda - III

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Parte seconda - II Parte seconda - IV


Paolo Cappello, messo al punto, era stato costretto a ripigliarsi in casa Leona; ma, potendo, ne avrebbe fatto anche a meno. Quella natura debole e nervosa, sotto un’apparenza di fredda correzione, aveva un’estrema mobilità di volere e di sentimento; ma nessuna costanza, nessuna tenacia, nessuna fedeltà di propositi: un meraviglioso egoismo dominava tutte le sue azioni. Fino a che gli era parso umiliante che la Leona fosse di un altro, e che nessuno sapesse o mostrasse di ricordarsi che era stata anche sua, egli era tornato ad amarla, violentemente e sinceramente, a segno da immaginarsi che sarebbe morto d’amore per lei; quando poi Leona gli si era abbandonata di nuovo, egli, soddisfatto nell’amor proprio, era tornato ben presto al suo stato abituale di indifferenza; ora poi, che se la vedeva ancora, contro sua voglia, fra i piedi, provava un’uggia sorda, un dispetto non confessato contro gli altri e, più, contro se stesso.

Gli effetti del diverbio tra lui e Gabriele Caligaris erano stati composti dai loro padrini, i quali non avevano creduto necessario uno scontro. Ma non era codesto che avrebbe impensierito il Cappello: egli, oltre a quelle sue preoccupazioni indeterminate, ne aveva una più seria e più reale.

Senza che Leona ne fosse mai stata informata, Paolo era divenuto l’amante della Moos, la moglie del banchiere israelita. La Moos era stata, a quanto raccontavano, una ballerina del teatro di Vienna; e, se non conservava l’agilità delle membra che un tempo aveva dovuto abbisognarle per esercitare quel mestiere, ne conservava gli istinti di lusso e di galanteria. Inoltre, aveva superato, non si sapeva bene di quanto, i quarant’anni; e si attaccava all’amore con la rabbia medesima onde si attacca il naufrago alla tavola che può prolungargli di qualche ora la speranza e la vita.

Paolo Cappello, dunque, non aveva dovuto durare molta fatica a sedurre la nuova signora, che non domandava di meglio. Ella stessa aveva preso in affitto un quartierino composto di una camera e di un salotto, con ingresso libero, in via del Governo Vecchio: dove il conte Paolo e Vittoria Moos si vedevano un paio di volte la settimana.

Neanche di tale conquista Paolo era lusingato di molto; ma se ne consolava con l’idea di obbligare una volta o l’altra la "vecchia" come egli la chiamava, a dargli in moglie l’unica sua nipote Margherita, una vezzosa creatura che aveva poco più di vent’anni e poco meno di due milioni di dote, senza contare ciò che le sarebbe toccato dopo la morte degli zii.

Ma Vittoria Moos era, come tutte le donne della sua età, una amante un po’ incomoda. Gelosa, teatrale per colpa della sua eccessiva sentimentalità, ella amava Paolo con un ardore che rasentava la persecuzione: ogni momento, un biglietto di lei lo richiamava, per una data ora, al quartierino del Governo Vecchio; e lì erano lacrime, supplicazioni, proteste, interrogazioni diffidenti e quasi colleriche: tutte cose le quali riescono adorabili in un bel visino di donna giovane e fresca, ma ridicole e pressoché esasperanti in una faccia larga, rugosa e verniciata a più mani di biacca e di minio come quella dell’antica ballerina.

Ella, com’è naturale, aveva appreso subito la querela accaduta in casa della Perla di Granata, come alcuni seguitavano a chiamare Leona; e non aveva mancato di mandare un telegramma imperioso al suo giovane amico, perché corresse, quel giorno medesimo, al luogo del convegno.

Paolo che quel giorno aveva altro da fare, si era messo il telegramma in tasca con una scrollata di spalle, e non ci aveva pensato più. Per qualche giorno fu lasciato in pace: la notizia che c’era un duello per aria era giunta fino alla signora; la quale sapeva che in tali circostanze gli uomini non sono padroni delle loro ore. Ma quando le cose sembravano accomodate, ecco un nuovo telegramma:

- «Ti aspetto oggi alle quattro. Vitt.».

Paolo lo ricevette mentre si trovava a colazione con Leona; e ragionava con lei circa il genere di vita che avrebbero fatto. Egli sosteneva, almeno in apparenza, di voler fare altri debiti, perché Leona non avesse a soffrire del mutamento: lei, invece, dichiarava che con quello che aveva Paolo sarebbero stati assai bene; non c’era punto bisogno di far tanti lussi; avrebbero vissuto semplicemente, e lei sarebbe stata felice soltanto di stare con lui.

Quando Nazareno, il cameriere, consegnò a Paolo il telegramma, e Paolo lo lesse, non poté trattenere un movimento di impazienza. Leona l’osservava con occhi larghi e fissi; ma non disse nulla.

Terminata la colazione, Paolo si vestì, si profumò, secondo il solito, e dato un bacio a Leona, uscì. Scendendo per via San Sebastianello, diede un’occhiata verso il Pincio, tutto verde e pieno di gente che andava a spasso; poi svoltò in piazza di Spagna, e fece cenno a un vetturino, che si accostò con il suo legno.

- Via del Governo Vecchio, 16 - disse Paolo, salendo. Il legno partì.

- Quando si dice nascere disgraziati! - pensava il giovane, allungando le gambe e tirando larghe boccate di fumo dalla sua sigaretta. - Pareva che tutto mi andasse così bene, e..., sissignori! ecco che mi trovo in un imbroglio peggiore degli alti. Che dirò adesso a quella vecchia del diavolo?... Eppure, qualcosa bisognerà bene che le dica... Basta; qualcosa troverò... E poi, se non se ne contenta, servo!... Ma se ne contenterà, oh, se ne contenterà! Figurarsi!... Il peggio è se se ne accorge quest’altra!... Oh, le donne!... che piaghe d’Egitto!... Ma già, in un modo o nell’altro, bisognerà che la faccia finita...

Volgendo tali pensieri nell’animo, giunse al luogo del convegno. Pagò il vetturino e, per una scala stretta e oscura, giunse al primo piano; infilò la chiave nell’uscio ed entrò.

In mezzo a un volgare salotto tappezzato di carta a grandi rosoni rossi su fondo grigio, la signora von Moos se ne stava seduta in una poltrona, tenendosi una mano sugli occhi e l’altra abbandonata sul fianco, in un atteggiamento troppo bello per non essere premeditato. Quella curiosa donna, tutta imbevuta dei romanzi francesi che leggeva da mattina a sera per secondare i suoi gusti sentimentali, aveva preso a tal segno l’abitudine della posa romanzesca, che non le riusciva di smetterla neanche in momenti di vero dolore.

Quando Paolo entrò, ella finse di non sentirlo, e non si mosse.

Il giovane, che già conosceva quella maniera di fare, le disse freddamente:

- Ebbene, che desideri?

- Tu? sei tu? - esclamò lei, fingendo di destarsi da un sogno.

- Ma sì, ma sì, sono io - rispose lui, facendo forza a se stesso per rimanere cortese.

- Oh amore! oh amore! perché sei tanto perverso? - cominciò lei sollevando tutta la faccia e trascinando l’erre nell’ugola con un vezzo comune a quasi tutta la gente del settentrione. - Che ti ho fatto io, povera donna, che mi sono data con tutta la passione, con tutto l’affetto?... Se tu sapessi quanto soffro, amore! perché mi vuoi fare soffrire tanto, sempre, sempre, sempre?...

E chinata la faccia sulle mani che aveva bianche e bellissime, scoppiò in un pianto dirotto.

Paolo, tranquillo, si era messo a sedere sopra un divano e la guardava, aspettando pazientemente che si fosse sfogata. Quando ella ebbe terminato di piangere:

- Mi fai ora il piacere - le disse lui - di spiegarmi che male ti ho fatto?

Ella sollevò gli occhi al cielo, con un gesto largo delle due braccia, e riprese:

- Ma come? tu mi sfuggi, tu mi tradisci, e ardisci domandarmi cosa mi hai fatto? Ma tu ti sei preso il mio corpo, il mio cuore, l’anima mia: e in compenso che mi hai dato, crudele, altro che disinganni?

- Disinganni? io disinganni?... Uhm!... non capisco...

- È quella donna, quella donna, quella disgraziata che mi ruba il tuo amore - si mise a gridare l’antica ballerina con accento melodrammatico. - Oh io ne morirò, io sento che ne morirò! - E qui un nuovo scoppio di pianto.

Paolo tornò ad allungarsi sul divano, e aspettò ancora.

- Non mi dici nulla? - gli domandò la donna, arrestando a un tratto il torrente delle sue lacrime.

- Mah, cara amica, che t’ho da dire? - rispose Paolo che riusciva appena a dissimulare quanto gli urtasse i nervi quel colloquio. - Tu sai com’è andata la faccenda. Io fui l’amante di quella creatura, l’anno passato, a Napoli, per qualche mese: quest’anno, di ritorno a Roma, l’andai a trovare come un buon amico, e null’altro. Che ci posso fare io se quell’idiota di Caligaris, perché mi trova in casa di lei, si lascia pigliare da un accesso di ridicola gelosia, e la mette alla porta? Capirai che io non potevo lasciare in mezzo alla strada una donna che aveva l’aria di aver perduto il pane per causa mia...

- E perché eravate insieme sulla via Appia? - singhiozzò ancora la donna.

- Perché... perché... L’ho accompagnata, perbacco! Non è questa la prima volta che accompagno una donna a passeggio...

- No, no, è inutile: tu mi tradisci, tu mi tradisci! - ricominciò a gridare la signora Vittoria. - E ora che ne farai di quella donna? - domandò inquieta.

- Dio buono! la terrò in qualche luogo finché non le abbia procurato un posto... che so? in qualche teatro, per esempio...

La signora Vittoria lo guardò fisso, come per leggergli in cuore le sue vere intenzioni, i suoi sentimenti sinceri; e certo non ci dovette trovare quello dell’amore per la Leona. Si levò, andò a sedere vicino all’amante, e avvolgendogli le braccia intorno al collo, gli disse:

- Dimmi che mi ami, Paolo! dimmi che ami me sola, tesoro!

- Sì, cara, amo te sola - mormorò lui rendendogli il bacio che ella gli dava. Poi, sorridendo a un pensiero che gli passava per la testa:

- Ma come farai - le disse - se io un giorno mi sposo?

La donna rimase un istante perplessa; poi, con un movimento patetico, degno di trovare posto nel quinto atto di un dramma da arena.

- Oh figli miei! - esclamò, stendendo le braccia come per benedire, la faccia illuminata da una grande tenerezza - ma voi sareste i miei figli, Paolo! Oh, io non sarei punto gelosa, sai! La mia tenerezza per te è anche materna!

Un lampo passò negli occhi del giovane; mentre le sue labbra sottili sorridevano con una certa ironia: egli sapeva bene come fosse materna la tenerezza dell’antica ballerina. Ma quella maniera di considerare il suo matrimonio da parte della curiosa signora, se lo sorprese un poco, certo gli fece molto piacere; perché la sua fronte, fino allora un po’ corrugata, si spianò, ed egli fece alla donna più carezze che ella forse non si aspettasse. Quando si divisero, verso sera, erano rappattumati del tutto.

Dopo che Leona ebbe passato alquanti giorni in casa del conte Cappello, ella si accorse che Paolo ricominciava a divenire tale quale era a Napoli, negli ultimi tempi della loro convivenza. Non era più tanto iroso, né tanto nervoso, perché meno accanato dai debiti; ma sempre freddo, sempre distratto, con un’aria di costernazione, che feriva la donna al cuore peggio di un insulto. Ella lo amava come non l’aveva amato mai; e si rassegnava a tutto onde egli non le sfuggisse. Reprimeva gli scatti del suo temperamento; era diventata umile, sottomessa, pronta a qualunque sacrificio. Come in casa non c’erano altri famigli che il vecchio Nazareno, ella a poco a poco aveva cominciato a curare le faccende domestiche: ordinava il pranzo e lo sorvegliava; si adattava a stirare, a dare qualche punto, sempre in moto, sempre in faccende, come una buona massaia. Sulle prime, Paolo l’aveva sgridata: egli non intendeva che lei si mettesse a fare la serva; bisognava pigliare una donna; quella non era vita per lei. Leona protestava che ciò anzi serviva a distrarla, e che in casa non c’era bisogno di altre femmine: e diceva codesto con un sorriso così convinto, con una grazia così amabile, da non lasciare alcun dubbio che parlasse sinceramente.

- Io, vedi - soleva ella ripetere al suo amante, mentre, in piedi, dietro la poltrona dove egli era sdraiato, gli passava un braccio intorno al collo e gli lisciava ripetutamente, sopra pensiero, un baffo sottile e profumato - io, vedi, sono così contenta di avere a pensare alla nostra casa più di quanto abbia mai dovuto pensarci, che tu non puoi figurarti il mio piacere! Almeno faccio qualcosa di utile, così!

E si alzava presto, al mattino, mentre Paolo dormiva ancora profondamente, con l’indifferenza propria al suo carattere di uomo viziato e insieme di fanciullo.

Intanto che ella si vestiva, piano per non disturbarlo e avere, magari, un rabuffo da lui, le sue labbra si muovevano nelle orazioni mattutine, ma anche per una fede buona e selvaggia che era nata con lei e con lei sarebbe morta.

I larghi occhi di Leona, dilatati dall’oscurità quasi completa della camera, dove una piccola lampada emetteva appena un bagliore in un angolo, vagavano nel cercare i panni che ella indossava, tra il crocifisso nero che pendeva in capo al letto, dalla parte dove dormiva lei, e la testa di Paolo, dalla parte opposta, che posava inerte sul cuscino; mentre il respiro uguale del dormente armonizzava il suo lieve soffio regolare con il battito misurato dell’orologio di bronzo situato sul caminetto.

- Pobrecito mio! - pensava l’innamorata creatura. - Almeno quando dorme non ricorda tutti i sacrifici che gli costa il suo amore per me! Ah, se potessi compensarlo degnamente! Se potessi farlo felice, procurare che non avesse rimpianti!

E, rapida, si infilava le gonnelle, si allacciava il busto, si abbottonava il corpetto, dando, ogni poco, una manata sui capelli per buttarsi indietro le ciocche lunghe che le scendevano sulle ciglia e sulle guance, infastidendola, solleticandola.

Subito che era pronta, cioè vestita e lavata, correva a cercare per casa il vecchio servo:

- Su, su, Nazareno, che è ora di andare!

E tutti e due, Leona e Nazzareno, uscivano a fare la spesa.

Si fermavano qua e là per le botteghe, osservando, contrattando pazientemente con gli insolenti venditori romani, dei quali la maggior parte maltratta la propria clientela con berci e imprecazioni come nel più basso litigio. A Leona, ogni poco, ribolliva il sangue; e un po’ nella lingua sua, un po’ in italiano avrebbe voluto rispondere per le rime a quei mascalzoni. Ma si reprimeva spesso, tacendo, quasi sempre figurando che non dicessero a lei, tutto per arrivare a portare a casa qualcosa dinanzi a cui, poi a tavola, Paolo non facesse troppo lo svogliato e il disgustato.

Ciò che le costava un vero sforzo era di entrare nei macelli. La compassione per le povere bestie squartate, il puzzo grasso dell’aria, la sudiceria sanguinolenta dei beccai le mettevano addosso un insoffribile ribrezzo. Ciò nonostante, varcava la soglia ributtante, indicava il posto dove voleva che la carne fosse ben tagliata, esaminava il pezzo, discuteva sul peso... E molti giorni a colazione e a pranzo, al ricordo di quelle deformi masse di carne, di un rosso livido e di un bianco giallognolo, attaccate a un uncino, ella si volgeva al servo con un buon sorriso un po’ confidenziale, dicendogli:

- Cuocimi due uova, Nazareno. Le uova le sai cuocere, è vero?

Qualche volta, di ritorno dalla spesa, Leona trovava l’amato già sveglio. Egli se ne stava lì, nella mezza ombra tiepida della camera, le braccia incrociate sotto il capo, le coltri abbassate in mezzo al petto coperto dalla camicia da notte trapunta a colori e chiusa al collo da un cordone di seta a nappe.

- Sei già desto, chico, querido mio, sei già desto? - chiedeva la donna mettendo nella voce delle intonazioni dolci e carezzevoli come se parlasse a un bambino.

- Sì, sono desto.

- E come stai, amore?

- Sdraiato.

Ella si sforzava a sorridere di quella specie di sgarbo che voleva parere dello spirito; e apriva a poco a poco le imposte del balcone fiorito, avendo cura di tirare giù lo storino trasparente, che stava tra i vetri e le tende di merletto.

- Così? Così, querido, così?

- Va bene; basta - brontolava Paolo tra i denti, con piglio severo e uno sbadiglio annoiato che gli allargava la bocca.

Leona continuava a sorridere; ma senza punto illudersi di fargli piacere. Cominciava a sentire di essere sopportata da lui come un peso, tollerata come un fastidio per allora inevitabile; e mentre, nel versargli il caffè, nel porgergli i giornali, nel preparargli le sigarette, un nodo violento di lacrime le serrava sempre più la gola, ella si sforzava a parlare di cose indifferenti; chiacchierava quando poteva, per dare a intendere a se medesima che ella era felice, felice in quella casa, né più né meno di tante altre donne legittimamente legate a un padrone che le tratta ora bene ora male, a seconda dell’umore che gli danno la propria salute, l’andamento degli interessi e le condizioni atmosferiche. Paolo non era cattivo - badava a dirsi Leona - era come la maggior parte degli uomini: egoista.

Egli, dal suo canto, osservava lei, ma con tutt’altro sentimento. A volte le chiedeva in tono di rimprovero dispettoso:

- O perché sei uscita a codesto modo?

Leona si dava giù uno sguardo in giro; poi domandava:

- Che cosa ho di strano?

- Hai che non mi sembri più tu.

Ella alzava le spalle, con un sorriso e un gesto della bocca che significava:

- Non m’importa nulla a me dei bei vestiti; non sono i cenci che mi stanno a cuore. - E ragionava ad alta voce:

- Questo copripolvere è buonissimo per andare a fare la spesa; questo cappelluccio nero è ancora mettibile per andare a fare la spesa...

- Maledetta la spesa e... la tua smania di sfaccendare!

Paolo Cappello, al vedere la sua amante uscire presto al mattino, vestita modestamente come la moglie di un piccolo impiegato, non poteva fare a meno di paragonarla alla donna galante che ella era prima, circondata di eleganze le più raffinate; e anche all’"artista" di Circo di un tempo più lontano, luminosa visione circonfusa di veli, di fiori, di lustrini, che passava ardente e felice tra un clamore alto di applausi... Eppure, senza confessarlo a se medesimo, abituatosi a poco a poco a quella sottomissione di lei, aveva cominciato a compiacersi della servilità devota, quotidiana, nella quale Leona metteva tanta parte dell’amore suo; e, a poco a poco, aveva finito a considerare la cosa come naturale.

Un giorno, mentre stavano pranzando, gli occhi di Paolo si posarono su una mano di Leona che ella teneva aperta, distrattamente, sulla tovaglia, dalla parte di lui. La piccola mano, così bianca prima, era arrossata e in un punto, tra il mignolo e il medio, due o tre screpolature rigavano di sangue l’epidermide.

- Che mani rovinate! O cosa diamine hai fatto?

Ella si stropicciò la pelle irruvidita e indebolita.

- Nulla. È il metterle ogni momento nell’acqua calda e nell’acqua ghiaccia. Passerà...

Qualche volta Paolo, o fosse il tempo, o avesse guadagnato al giuoco, o si fosse stancato di quella sua eterna musoneria, diventava improvvisamente di un umore più sopportabile. Allora era pieno di amabilità per la sua amante; le proponeva delle scampagnate; la conduceva a passeggio o a teatro; la copriva di baci e di carezze, preso da un acuto rimorso di averla trattata male per tanto tempo. Quelli erano giorni di festa per la buona creatura: ella tornava, con la facile fiducia di coloro che amano, a illudersi di essere amata; rideva e cantava; si metteva i suoi vestiti più belli; trovava mille ragioni, per spiegarsi la freddezza e l’indifferenza dell’amico suo, in ogni cosa, fuorché nel dispetto contro di lei.

Ma quei bei giorni passavano presto: e Paolo tornava più cupo e più accigliato di prima. Aveva preso il vezzo di atteggiarsi lui a vittima di quella posizione: ed esagerava apposta i suoi doveri verso la donna, per farle sentire tutto il peso del sacrificio che credeva di fare per lei. Le sere che non aveva voglia di andare al Circolo o in società, quando aveva finito di desinare, diceva a Leona:

- Vuoi che usciamo?

- Come vuoi! - rispondeva con un sorriso malinconico lei, che sapeva dove quella domanda dovesse andare a finire.

- No, come vuoi tu. Io sono qua per servirti - rispondeva lui in tono di amara ironia.

- Ma, amore mio, se vuoi che usciamo, usciamo pure, mi fai piacere; se vuoi che restiamo in casa, non me ne importa.

- Ah, giacché non ti importa di uscire con me! - ripicchiava lui trionfalmente, perché aveva trovato il pretesto di attaccare un nuovo litigio.

La povera donna si sentiva un nodo alla gola, e non rispondeva più nulla per paura di fare peggio. Ma egli seguitava a interrogarla, a tormentarla, per urtarle i nervi a farle dire qualcosa di dispiacente: allora erano grida, minacce, recriminazioni che non finivano più; finché Leona non si fosse ritirata in camera a piangere e singhiozzare come una disperata. Ma quel dolore irritava vieppiù il padrone di casa, che sentiva, senza avere punto voglia di correggersene, la propria crudeltà e la propria viltà; e il battibecco seguitava più violento, anche a proposito delle lacrime: alla fine Leona bisognava che domandasse pietà, in ginocchio, al proprio persecutore; il quale, rabbonito, quasi compiendo un atto di sovrana clemenza, la sollevava, la baciava in fronte e usciva, con il cuore libero e la testa alta.

Allora Leona, come l’estate era vicina, si metteva alla finestra. La lunga striscia di cielo fra il Pincio e la Trinità dei Monti brillava di stelle pallide, rare e quasi annegate nel chiarore perlaceo della luna, che si effondeva, non vista, per tutti i seni dell’orizzonte. Un fresco stormire di foglie innumerevoli veniva, dai giardini del Pincio, con il vento impregnato di un vago sentore di erbe e di fiori: tra i busti immobili e neri che ombravano la spianata davanti Villa Medici, il chioccolio argentino della fontana pareva cullare i silenzi della notte alta. Leona guardava il cielo, guardava gli alberi, guardava la via; e a poco a poco si abbandonava con l’anima a fantasticare e a sognare.

Di nuovo, spesso, rivedeva con la mente tutta la sua vita fino a quel giorno: dove erano, in quel momento, i suoi amici di infanzia? Che faceva a quell’ora il bel "Manolo" della riva del Darro? E i suoi compagni d’arte, che facevano? E Campeador, il suo bel cavallo arabo, dai grandi occhi umani? E la buona Marianna di Napoli, che faceva a quell’ora? Dov’era? Dov’era tutta quella gente che ella aveva visto o conosciuto, per un’ora, per un giorno, per alcuni mesi, rapidamente e intensamente, nel suo pellegrinaggio attraverso la vita? Chissà! Le stelle tremolavano in cielo; e il silenzio era dattorno.

Ma dopo una corsa disordinata e inconsapevole della fantasia per tutti i luoghi ove Leona aveva amato e sofferto, ella tornava al suo pensiero fisso, alla sua preoccupazione più dolce e più dolorosa, a Paolo. Ecco, ella ora pensava a lui con un’onda di tenerezza nel cuore e con gli occhi pieni di lacrime. Perché? Egli la trattava tanto, tanto male, quel cattivo ragazzo! Cosa era questa passione che la faceva morire, e senza la quale ella non avrebbe potuto vivere? Che aveva egli di diverso dagli altri per farsi amare così ardentemente, così disperatamente? Ella non lo sapeva, ella non poteva dirlo; fissava gli occhi nell’orizzonte, scrollando la testa, e mormorando tristemente: - Si fuera loca!... (Se fossi pazza!).

E rassegnata a non vedere, a non comprendere quel che accadeva dentro di lei, la povera donna si abbandonava al suo amore, come il naufrago che, perduta ogni speranza, chiude gli occhi e si abbandona alle onde tumultuose dell’oceano.

Lo amava, lo amava! non poteva pensare altro e non poteva dire altro. Avrebbe sopportato anche il doppio dei maltrattamenti, a patto che Paolo stesse sempre in casa, con lei, vicino a lei. Sapendolo fuori, ella era invasa da una gelosia acuta, che le avrebbe fatto fare chissà che cosa, se ella non si fosse padroneggiata. Soffriva in silenzio tutto il tempo che l’amante restava fuori di casa; ma quando tornava, lei lo accoglieva con un sorriso, dissimulando le sue lacrime e i suoi sospetti, sapendo che egli non avrebbe tollerato una scena. Poi, quando egli usciva ancora, lei lo inseguiva lungamente con gli occhi ardenti e malinconici; e come la sua immaginazione le rappresentava convegni d’amore con altre donne, baci e carezze in un gabinetto particolare o in un salotto elegante, ella dava in bramiti di belva, correva qua e là per la casa e finalmente si buttava bocconi sul letto singhiozzando come una forsennata.

Quello sfogo le alleggeriva un po’ il cuore e le ammolliva i nervi: allora, un po’ calmata, si inginocchiava davanti il crocifisso, e pregava.

Quanto a Paolo, o non si accorgeva di ciò, o fingeva di non badarvi, per non dar luogo a spiegazioni. Quasi tutto il giorno, e gran parte della notte, egli stava fuori di casa: e il più spesso dai Moos.

Margherita von Moos, la nipote del banchiere, era una fanciulla malavvezza e autoritaria. Benché fosse stata cresciuta nel collegio del Sacro Cuore a Parigi, lei, tornata in casa e sapendo di essere adorata dallo zio tutore, che le passava tutti i capricci, in poco tempo era diventata così testarda e così volontaria, così piena di sé e così sprezzante verso gli altri, che lo zio, ridendo, finiva a darle sempre ragione, anche contro se stesso. Anche era di una fantasia un po’ depravata; e le letture che soleva fare, le amiche che praticava, e anche certe confessioni inconsapevoli della zia, rinforzavano e incoraggiavano, se ce n’era bisogno, codesti suoi istinti meno nobili. La più parte delle persone che capitava in casa dei Moos, era costretta a passare sotto le forche dello spirito beffardo della signorina Margherita: e tutti ne uscivano, chi più chi meno, malconci.

Ella poi non aveva soggezione di alcuno; e menava vita indipendente più che di consueto non si conceda a una ragazza. Andava sola per le vie; guidava; tirava di scherma; inventava delle mode assai eccentriche, senza punto curarsi di quello che si diceva intorno a lei. Non aveva mai amato alcun uomo; e non si era mai voluta sposare, quantunque molti partiti le si fossero offerti; la sua amicizia era tutta per Adele di Lambace, una sua compagna di collegio, di buona famiglia, ma povera, il cui padre senatore era consigliere alla Corte dei Conti. A teatro, a passeggio, in società, in villa, ai bagni, dappertutto, Margherita von Moos era accompagnata da Adele di Lambace: nella società romana erano soprannominate "le Indivisibili".

Fra il conte Paolo Cappello e le due viziose ragazze si stabilì presto una simpatia fondata sulla comunanza dei gusti, dei caratteri e degli istinti malsani. Per mezzo di Paolo, Margherita e Adele poterono riuscire ad avere dei libri che non avrebbero osato andare a comprare dai librai e che lo zio non avrebbe permesso di leggere; era Paolo quello che dava loro dei ragguagli precisi su certi scandali della vita galante dei quali sentivano parlare confusamente in famiglia; sulle abitudini di certe donne; su tutte quelle cose che nelle case per bene si nascondono gelosamente alla curiosità delle fanciulle. Paolo diceva tutto, narrava tutto, con una certa circospezione, scegliendo le parole e mostrando di avere riguardo al pudore delle sue amiche: le quali, dovendo così lavorare un po’ con la propria immaginazione, si accendevano ancor più in quella vaga atmosfera di peccato che respiravano appena.

Il Cappello vedeva passare nei loro occhi, a quei racconti, certe fiamme di buon augurio; e, sorridendo enimmaticamente, seguitava, seguitava lungamente, freddamente, a distillare il suo veleno, sapendo di compiere un’opera di corruzione che ogni giorno più legava Margherita alla sorte di lui. Egli era divenuto, peraltro, di una pazienza meravigliosa; benché irritato ed eccitato talvolta egli stesso da quei discorsi, sapeva padroneggiarsi e non precipitare nulla; ma il suo occhio che guatava in quei momenti la ricca nipote del banchiere, aveva qualcosa come il fascino che si sprigiona dall’occhio del serpente che attira l’uccello posato sull’albero.

Ma se Paolo non abusava della fiducia che le sue alunne gli dimostravano, egli sapeva avvantaggiarsi di quella specie di viziosa complicità per osare ogni giorno di più, senza che loro potessero ormai aversene a male. Del resto, le sciagurate ne ridevano. Paolo aveva l’aspetto tanto delicato, che pareva quasi una donna, così gracile e imberbe com’era, con quei suoi dolci occhi azzurri e quel sorriso sottile. E con lui le due amiche non provavano alcuna soggezione: a furia di ciarlare con lui, come avrebbero fatto con una loro compagna, dimenticavano il sesso, e si lasciavano andare.

D’altra parte, l’estate avanzava a grandi passi; la gente partiva da Roma per recarsi ai bagni o in villeggiatura, e la casa dei von Moos era rimasta deserta. Finite le feste, finite le allegre cene: oltre a Paolo, solo alcuni impiegati superiori e alcuni banchieri frequentavano ancora quelle sale. Paolo e "le Indivisibili" ora uscivano di buon mattino, a piedi o a cavallo, per recarsi a Villa Borghese o a Villa Pamphili o fuori le porte in campagna; ora rimanevano in casa a fare della musica, a chiacchierare, a leggere, a scherzare. Quando capitava la zia, i cui convegni con Paolo in via del Governo Vecchio seguitavano come prima, ella copriva di uno sguardo di materna intenerimento i tre giovani, e li ammoniva come dei bambini:

- Paolo, non fate arrabbiare troppo Titina bella!

- Titina, smetti di rifare il verso a quel povero Paolo!

- Adele, tu che sei la più saggia, vedi un po’ di far stare a segno quei monelli!...

E diceva tutto questo, la testa reclinata da una parte, posando a estatica, sorridendo di commozione tra quel suo continuo strascicamento dell’erre che aggiungeva un non so che di comico a quelle sue lezie mature. E non usciva dal salotto che non levasse gli occhi al cielo, agitando le mani per aria, e mormorando:

- Ragazzi!... veri ragazzi...

I tre, naturalmente, le ridevano dietro. Ormai Margherita sapeva, di sua zia, vita, morte e miracoli; perché Paolo l’aveva, tacendo solo dei suoi rapporti con lei, istruita di tutto.

- La zia la sa lunga - diceva ogni tanto Margherita, anche davanti a tutti, scoppiando in una risata, e guardando Paolo, quasi che egli solo potesse intendere il significato che lei dava a quella frase. Per la smania di sfogare in qualche modo la sua interna scostumatezza, ella aveva preso l’abitudine delle frasi a doppio senso, che ella sola e Paolo intendevano; e, sotto un’apparenza di ingenuità, diceva delle cose che sarebbero parse enormi anche a un sergente di cavalleria. Paolo ascoltava e rideva, aspettando.

Più di una volta Margherita aveva cercato di scrutare l’animo di Paolo riguardo a Leona; ma il giovane trovava sempre modo di evitare spiegazioni, troncando abilmente il discorso con una celia o con un madrigale. Una sera, sui primi di luglio, la fanciulla gli disse, mentre nel salotto con c’era nessuno, e lei provava al pianoforte una sonata del Grieg:

- Sapete: lo zio ha sbrigato i suoi affari, e tra una settimana si va a Karlsbad.

- Ah! - fece Paolo, divenuto pensoso.

- Ci venite, voi?

Paolo sospirò e rispose:

- No, non credo.

- Je meurs où le m’attache - disse Margherita con una risata maligna, picchiando più forte sulla tastiera.

A quella notizia, a quella risata, Paolo non sapendo egli stesso perché, si era sentito un soffio freddo nel cuore; gli pareva che se Margherita fosse partita da Roma senza essere sua, non sarebbe stata sua mai più, mai più; tutte le sue arti, tutte le sue malizie, tutto quel piano così audacemente concepito e accortamente condotto, sarebbe andato per aria.

Giusto due giorni prima, vedendo arrivare il momento propizio ai suoi disegni, egli aveva provocato una rottura con Vittoria, la zia della ragazza; e quella aveva preso delle pose da Arianna abbandonata ed era entrata in un periodo di mestizia sentimentale. Ora egli temeva che appunto la "vecchia" avesse provocato quella partenza; e decise di parlarle il giorno dopo, di arrischiare tutto pur di farla restare a Roma.

Margherita seguitava a pestare sul piano all’indiavolata. In mezzo a una battuta, si fermò improvvisamente, e disse al giovane:

- Mi spiegate una cosa?

- Dite.

- Che cosa ha quella femmina per tenervi così stretto? Perché insomma...

- Credete - rispose Paolo con accento così sincero da non lasciar dubbio sui suoi sentimenti - credete che non desideri io pure di liberarmi da una catena così pesante?... Se sapeste!... se sapeste!... Ma come si fa? Io non posso mica gettarla sul lastrico!... Caligaris la ripiglierebbe.

- E a voi che ve ne importa?... - domandò la fanciulla.

- Ah, io non posso fare mica la figura di uno straccione! Già troppo si incomincia a dire che io non ho abbastanza denari da darle, e che le faccio fare una vita di angustie... Come si fa?... come si fa?... voi non sapete come vanno queste cose. Per uscirne bene, bisognerebbe che accadesse qualcosa... che so io? ...che mi sposassi, per esempio... - e guardò in viso la fanciulla per misurare tutto l’effetto delle sue parole.

Margherita ebbe una scossa; impallidì; le labbra le tremarono un poco. Disse peraltro con molta freddezza:

- E perché non vi sposate?

- Perché la donna che amo - le soffiò il giovane sull’orecchio - non me la darebbero.

Ella fece un sorriso ambiguo, e non disse nulla. Soltanto, prima che Paolo andasse via, gli gridò dietro:

- Che venite domani a pigliarci, me e l’Adele, che si va un po’ a galoppare alla Farnesina?

- Sono ai vostri ordini - rispose il conte.

- E soprattutto fatemi il piacere di non venire in botte - soggiunse la fanciulla un po’ sul serio, un po’ per chiasso - mi urta quel vedervi arrivare in legno da piazza.

Paolo Cappello, un po’ vessato da quelle parole, si inchinò e uscì. Tornato a casa fu di peggio umore del solito, e andò presto a letto senza neppure dare un bacio a Leona: che, umile e rassegnata come un povero cane, gli girava dattorno per vedere se egli avesse bisogno di qualcosa. E la mattina seguente, alle sei, si trovava a porta del Popolo, con tre cavalli, ad aspettare "le Indivisibili", che dovevano arrivare in vettura.

Arrivarono infatti di lì a pochi momenti. Montarono tutti a cavallo, e percorsero al trotto la via polverulenta che conduce a Ponte Molle. Di lì entrarono, per evitare il sole che dardeggiava già alto, nel campo della Farnesina. Con un pretesto, l’Adele spinse il suo cavallo al galoppo; Paolo e Margherita rimasero soli.

- Iersera - cominciò Margherita che pareva alquanto nervosa mi avete detto una frase che io mi aspettavo da un pezzo...

- Che vi amo: oh sì! - mormorò Paolo, con ardore.

- Ebbene, anch’io vi amo... cioè, mi piacete... E come avete aggiunto che non mi avrebbero mai data a voi per sposa, ho voluto provare...

- Provare?... - disse Paolo ansioso.

- Già; ne ho parlato alla zia, iersera stesso...

- Ebbene?...

- Avevate ragione.

Tacquero entrambi. La campagna, inondata in lontananza dal sole, splendeva come una visione fantastica. Margherita ripigliò con amara ironia:

- È straordinario come la vecchia diventi scrupolosa quando si tratta degli altri... Ah, ma se credono di tormentare me...

E digrignando i denti, diede, per sfogare i suoi nervi, un colpo di frustino al cavallo, che prese il galoppo. Paolo la seguì, gridandole: - Fermate! Fermate! - Allora lei, che sentiva l’animale accelerare vieppiù ogni momento la corsa, cercò di trattenerlo.

Ma era troppo tardi. Il cavallo, fuori di sé, andava di tutta carriera. Gli alberi, le case lontane, il gran cielo fiammante, parevano girare intorno all’amazzone: la pianura era immensa. Ella si sentiva venire le vertigini: il cappello cilindrico le cadde per terra; i capelli le si disciolsero sulle spalle, come un fiume d’oro. Improvvisamente si sentì vacillare: le mani non reggevano più le redini; ebbe paura. Udiva Paolo galopparle alle spalle, e gridarle: - Fermate! Fermate! - con voce rauca; avrebbe voluto saltar a terra, a costo di spezzarsi una gamba; ma il cavallo volava come una freccia. Ella pensò:

- È stupido morire così - e fece un ultimo sforzo, per arrestare quella corsa. Invano. Non aveva più forza, le braccia le si erano aggranchite, un sudore freddo le saliva alle tempie. - Fermate! Fermate! - gridava Paolo che non riusciva a raggiungerla.

- Non posso - ella rispose debolmente, provando una sensazione di vuoto, quasi che si sentisse mancare. Aveva già chiuso gli occhi e quasi lasciate le briglie, quando Paolo arrivò abbastanza vicino da dare una scudisciata terribile al cavallo, e fermarlo di botto. Immediatamente egli saltò giù di sella, e prese fra le braccia la fanciulla che si sveniva. Quel viso pallido e sorridente sotto i capelli disciolti, il calore di quel corpo agile e palpitante, la commozione del pericolo, accesero i sensi di Paolo, come la scintilla dà fuoco a una batteria già carica. Fremendo, egli cinse delle due braccia la vita dell’amazzone, e le avvolse di baci umidi e caldi tutta la bocca. A quella carezza inaspettata, Margherita, ebbra di desiderio e ancora vibrante di tenerezza riconoscente per colui che le aveva salvato la vita, si avviticchiò con tutto il corpo al corpo di lui, rantolando come una giovane belva in amore. Egli si guardò attorno: la grande campagna era silenziosa e deserta fino dove giungeva, attraverso il gruppo di alberi che li proteggeva della loro ombra, lo sguardo; solo i due cavalli pascolavano a pochi passi di distanza, senza curarsi dei due giovani: egli la prese, la trascinò dove le fronde più spesse formavano quasi una siepe di verzura; e lì, sotto il cielo che fiammeggiava turchino, sotto l’occhio vibrante del sole, innanzi alla campagna immobile e sonnolenta, la fanciulla gli si abbandonò tutta, con tutta l’anima, quasi in un sogno luminoso e voluttuoso.